sabato 28 marzo 2009

La Lacuna Razionale

Nelle mie continue divagazioni notturne (ma prima o poi dovrò pur fermarmi) mi è capitato sotto mano un saggio di John K Galbraith, uno dei pochi economisti keynesiani veramente tali, dal nome "Il Grande Crollo" riguardante la crisi del '29 ed il successivo Grande Crollo. Da esso ho tratto dati molto interessanti, che mostrano come l’intervento statale di allora fosse interamente puntato sull’economia reale, sull’occupazione, su grandi opere fisiche di ammodernamento.
Durante la grande depressione 1930-39, l’amministrazione americana impiegò il 60% dell’enorme massa di disoccupati in opere pubbliche. Con quella manodopera, spesso semi-militarizzata, furono costruiti o rinnovati 2500 ospedali, 45 mila scuole, 7800 ponti, 1,2 milioni di chilometri di strade, centinaia di piste d’atterraggio, 13 mila parchi-giochi. Furono piantati un miliardo di alberi. Risalgono a quell’epoca il Lincoln Tunnel a New York, la Tennessee Valley Authority per la rivalutazione dell’area più depressa degli Stati Uniti; nel Nevada sorse la colossale diga Hoover con l’annessa centrale idro-elettrica; Chicago ebbe il suo «fronte lago», grande impresa immobiliare; a Pittsburgh sorse la «Cattedrale dell’Apprendistato», furono messe in cantiere e ultimate due portaerei (Enterprise e Yorktown). Furono assunti 50 mila insegnanti, specie allo scopo di modernizzare l’America rurale cominciando dall’istruzione. Tremila scrittori, pittori e scultori furono impiegati per anni come creativi di Stato. Con questi interventi pubblici la disoccupazione fu ridotta dal 25% del ‘33 al più socialmente tollerabile 10% nel 1936. Non durò dato che il New Deal non riuscì ad innescare l’accensione spontanea del motore produttivo. Quando Roosevelt cercò di riequilibrare il bilancio riducendo l’immane debito pubblico creato da quelle imprese, l’economia crollò di nuovo.
Ma allora i programmi di opere pubbliche furono rilanciati; e la disoccupazione calò di nuovo al 10% . Solo la guerra, come si sa, portò il pieno impiego; ma le fondamenta tecnico-industriali che condussero alla vittoria americana – una vittoria tutta dovuta agli enormi volumi di materiali - erano state preservate e migliorate in quel decennio di grande crisi. Ed il punto centrale che Galbraith sottolinea è che «il New Deal ha salvato il Paese politicamente e moralmente fornendo lavoro, speranza e fiducia».
Facendo il raffronto con l'azione dell'attuale amministrazione, si constata che è esattamente il contrario del cosiddetto «intervento pubblico», tutto teso invece al «risanamento» della finanza. La filosofia che regge quest’azione è che la ripresa deve essere rilanciata dal credito privato. Una volta ripulite le banche dai titoli tossici, «riparato» il sistema bancario così com’è, completato il colossale dis-indebitamento delle famiglie, le banche riprenderanno a prestare, e tutto tornerà alla normalità, o almeno ad una «normale» recessione. Per questo progetto gli USA hanno stanziato 12 trilioni di dollari(12.000 miliardi di dollari pari al Pil annuo americano) e ne hanno già spesi tre, ma purtroppo senza esito. Galbraith infatti punta il dito contro gli inganni intellettuali sottesi a questa strategia, considerata giustamente errata.

Il primo: «La convinzione profonda degli economisti contemporanei che l’economia è un sistema capace di auto-stabilizzarsi», auto consistente. Gli economisti credono a questa idea «spesso senza nemmeno averne coscienza», dice Galbraith: è la descrizione dell’illusione liberista diventata «senso comune», che non è nemmeno sottoposta a critica perchè non si ha coscienza che essa è una teoria, non una «realtà». Ben Bernanke ha espresso questo pregiudizio che lui crede scientifico a Londra, a gennaio, con la frase: «L’economia mondiale si raddrizzerà». In questo senso malato tutti oggi sono «liberisti». Sono convinti che anche senza far nulla, un giorno la produzione e l’impiego risaliranno; e che lo Stato deve limitarsi tutt'al più a togliere gli ostacoli – azione negativa – che tolgono al sistema la sua resilienza 2naturale", e solo provare ad «accelerare» la ripresa. Sicché non ci sono, oggi, dei keynesiani reali. Quelli che si autodefiniscono così sono «liberisti di sinistra», opposti a «liberisti di destra». Entrambi mirano a «liberare» il credito dai suoi intoppi, i primi magari con qualche aggiunta sociale, di sostegno, in attesa che l'economia si raddrizzi.

Il secondo: «nel settore bancario, la metafora dominante è di tipo idraulico: bisogna liberare i tubi del credito da un tappo (gli attivi tossici) e il credito privato riprenderà a fluire». Ma la metafora del tubo intasato è fuorviante, dice Galbraith. Il credito non è un «flusso», di cui si possa forzare la corsa nel tubo con un aumento di pressione (iniettando «liquidità»). Il credito, ricorda Galbraith (ce lo siamo dimenticato tutti) «è un contratto». Ha bisogno dell’incontro di due volontà: di un prestatore, ma anche di una controparte desiderosa di indebitarsi. Ha bisogno di una banca, ma anche di un cliente. E il cliente deve essere anzitutto solvibile – capace di ripagare i ratei del debito – ossia come minimo con un reddito fisso e sicuro, e magari con un valore immobiliare dotato di valore intrinseco. Oggi nè l’una nè l’altra condizione esistono; e per quanto si inietti liquidità nelle banche, il cliente, minacciato di licenziamento, con il valore della sua casa che scende e non si sa quando si fermerà, non va a comprare una nuova auto a rate. Qui si dimostra l'errore di iniettare immani somme alle banche, trascurando l’altra parte. Ma per contro, lanciare semplicemente soldi in tasca agli americani dall’elicottero, e nemmeno spese pubbliche per beni e servizi nella situazione attuale rischiano di bastare. Il dollaro del PIL speso dal settore pubblico può rendere molto meno di un dollaro come consumo privato, e l’effetto moltiplicatore attribuito alla spesa pubblica può mancare, o essere troppo costoso. Ciò perchè gli americani sono così indebitati, che alla meglio spendono il dollaro (pubblico) per ridurre la loro esposizione, o se lo tengono sotto il materasso, anzichè spenderlo in consumi provocando l’effetto moltiplicatore.

Questo accade perchè – ed è la terza falla intellettuale – i responsabili dell’amministrazione non hanno ancora colto la vastità della crisi; «sono incapaci di agire come se la crisi finanziaria fosse una crisi vera, e non già due problemi, interconnessi ma temporanei, uno nel settore bancario e l’altro nell'occupazione». Come i generali ottusi combattono la guerra precedente, essi non colgono il carattere nuovo di una crisi che pone una minaccia economica multipla, convergente e a lungo termine. Da una parte, gli attivi tossici sono troppi («un oceano Pacifico»: la bolla dei derivati vale probabilmente 1,5 quadrilioni di dollari-1.500.000 miliardi di dollari, pari ad almeno 5 volte il PIL del MONDO) per poter essere assorbiti con i mezzi messi in campo. Dall’altra, «per la prima volta dagli anni ’30, milioni di famiglie americane sono rovinate». Quelle che ancora due anni fa fidavano sul valore crescente del loro patrimonio immobiliare e sul loro piano di risparmio in azioni per la vecchiaia, «non hanno più nè l’una nè l’altra». Le loro azioni sono dimezzate, il loro mutuo è un fardello tale, che la strategia migliore è riconsegnare la chiave di casa alla banca prestatrice; il che garantisce che la crisi si approfondisca e peggiori per anni ed anni. Il tutto in un quadro globale dove tutti gli indici (export-import, trasporti, consumo di materie prime) scendono simultaneamente in ogni paese. E come mai i dirigenti non colgono la terribile novità della situazione? Perchè si basano su «modelli» computerizzati fondati sulle esperienze di crisi del dopoguerra. Per loro natura, questi modelli «non possono prevedere situazioni più gravi di quelle che si sono osservate in passato. Se siamo di fronte a un rallentamento peggiore che quello del 1982, i nostri computer non ce lo diranno; nè ci diranno se questa crisi durerà a lungo. Saremo colti di sorpresa».

Con questo, Galbraith denuncia il quarto inganno intellettuale, che è anche la causa di tutti gli altri: i dirigenti politici e i loro economisti sono stupidi, perchè hanno rinunciato all’intelligenza e manifestano questa loro lacuna. Per la precisione l’hanno delocalizzata nei computers affidandosi ciecamente ai loro algoritmi, come hanno fatto gli imprenditori hanno delocalizzando le produzioni in Cina o Romania. E come le delocalizzazioni industriali hanno portato in Occidente alla perdita durevole di competenze umane, di cultura industriale e cultura tout-court, così l’outsourcing del compito di pensare ai modelli computerizzati ha fatto perdere ai decisori l’abitudine di pensare e di decidere in proprio. Nè Roosevelt nè Keynes, nè Hitler interrogarono i computer per sapere come affrontare la crisi. «I modelli non serviranno a niente, perchè non tengono conto dell’elemento chiave di questa crisi, che è l’implosione del sistema finanziario. Bisogna tornare indietro, al di là degli anni del dopoguerra, fino alla Grande Depressione. E questo lo consente solo un’analisi di tipo quantitativo e storico», conclude Galbraith. Dopo decenni di premi Nobel distribuiti ad economisti-matematici, creatori di sistemi per vincere al gioco, è un forte richiamo alla realtà, come sempre: l’economia è essenzialmente «storia dell’economia» – cultura umanistica, arte del governo, umana attenzione alla società, non matematica per pochi eletti.

L’oscuramente delle menti, un vero infarto dell’intelligenza, si constata nell’iniziato distacco della mostruosa coppia di gemelli siamesi che è il motore della mondializzazione: Cina e America, o Chimerica. L’America che importava merci cinesi, e la Cina che lealmente comprava titoli del debito americano in dollari per finanziare gli acquisti americani, sembrava vantaggioso ad entrambi. Adesso gli USA hanno rotto il patto, annunciando di comprare 300 miliardi dei loro BOT con emissione di moneta dal nulla, di fatto svalutando le riserve in dollari cinesi. E Pechino, per bocca dell governatore della banca centrale Zhou Xiaochuan, ha proposto di rimpiazzare il dollaro come moneta di riserva globale con diritti speciali di prelievo del FMI, o insomma con un «paniere» di valute diverse. La Cina porterà al G-20 questa richiesta, già avanzata dalla Russia.
Per Washington, la minaccia è grave: il costo del suo immane debito salirebbe alle stelle (già oggi sempre meno Paesi e investitori fanno credito al grande debitore egemone) e così i suoi costi commerciali: l’America risparmia proprio perchè non ha quasi mai bisogno di convertire la sua divisa in un’altra (ecco un esempio di «signoraggio»). Ma Pechino non può permettersi di mettere davvero in atto la minaccia. Anzitutto, il «paniere» che dovrebbe sostituire il dollaro come riserva globale dovrebbe contere il renminbi, che oggi la Cina controlla strettamete, e che dovrebbe essere lasciato fluttuare e si rivaluterebbe notevolmente. Rendendo meno competitive le sue merci.
Attenzione, ecco il guaio: le merci cinesi, basate sul basso costo del lavoro, sono già oggi poco competitive. La produttività del lavorator cinese è bassa, molto bassa. La Cina deve mobilitare 800 milioni di lavoratori per creare un quarto del prodotto interno lordo degli Stati Uniti, che lo raggiunge con 150 milioni di lavoratori. Dunque, il lavoratore cinese produce 21 volte in meno di quello americano in termini monetari (in termini di «parità di potere d’acquisto», 12 volte in meno). Solo i volumi immensi dell’esport e i profitti all’osso tengono a galla l’economia cinese. Fino a ieri, la Cina ha esportato il 50% del suo PIL, una cifra al di là di ogni ragionevolezza per un Paese così grosso (la Germania, che ha esagerato in competitività rubando mercati a noi, esporta il 42%, la Francia il 25%).
Insomma dipende in modo irrazionale dall’export, e dunque è estremamente vulnerabile alla rottura del «contratto» che aveva sottoscritto con Washington. Alla Cina basta un calo lieve delle esportazioni per andare sotto: e a febbraio, le esportazioni sono precipitate del 25,7% sull’anno prima. E la produzione industriale continua a calare, nonostante il pacchetto di stimolo lanciato da Pechino, 585 miliardi di dollari: sì, le banche di Stato hanno aumentato i prestiti del 24%, ma parecchi «imprenditori» cinesi, chiamiamoli così, non hanno nessuna fiducia nel futuro, e usano questi prestiti a basso costo per speculare in Borsa: straordinaria imitazione della speculazione americana, il cattivo allievo-modello ha imparato dal cattivo maestro.
I dirigenti dovranno cconcentrarsi sull’aumento della domanda interna, che oggi conta solo il 40% del PIL, e molto in fretta. Perchè la caduta del dollaro annuncia la fine dei decenni di deflazione salariale in USA, con un inizio di re-industrializzazione americana, magari in clima d’inflazione.
I due gemelli siamesi avevano puntato tutto sulla globalizzazione, ora sono entrambi allacciati nel precipizio di una de-globalizzazione per la quale non abbiamo mappe nè modelli, nè memoria storica. Perché se Obama non è Roosevelt, non si vede l’ombra di un Keynes nemmeno in Europa, e nemmeno di uno Schacht o di un Beneduce. Abbiamo delocalizzato l’intelligenza anche più di Washington, ed nemmeno siamo coscienti di averne disperatamente bisogno. Lo svantaggio insito nella rivelazione di questa terribile Lacuna Razionale.

giovedì 26 marzo 2009

L'Ingerenza Israeliana: ultimo stadio

Nel mare magno delle informazioni così ampiamente diffuse, e pertanto prive poi di una qualche efficacia, in genere si fa affidamento a comunicazioni che generalmente i servizi segreti riescono a far trapelare all'esterno del loro mondo per cercare di trovare barlumi di verità. In particolare quelli russi dell'FSB, quando decidono di influenzare certe azioni a loro favore, lo fanno per contrastare la relativa campagna di disinformazione delle agenzie occidentali oppure per allentare la pericolosità di una situazione critica, sollevando il velo sul potenziale avversario (da oltre 60 anni gli Stati Uniti) per metterlo in difficoltà e costringerlo a diminuire l'efficacia delle sue azioni ostili.
Ma quello che recentemente è stato fatto trapelare ha dell'incredibile. I rapporti dei Servizi Segreti russi riferiscono che il subentrante Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu ha 'ordinato' al Presidente Obama di liberare Bernard Madoff - il discreditato investitore di Wall Street - pena il 'rischio di una guerra piena e totale.' Madoff è un ex agente del Mossad e viene citato nel rapporto come il responsabile del peggior caso di sempre di frode finanziaria e come il reale crocevia dei miliardi di finanziamenti raccolti fra i più ricchi degli Americani-Israeliti che sono stati utilizzati per finanziare la rete globale dell'Agenzia Spionistica Israeliana e che viene definita- sempre fonti FSB- la responsabile di numerosi attacchi contro tutti i suoi potenziali nemici, attacchi che includono, si badi bene, anche quelli portati contro l'America l'11 settembre del 2001.
Secondo questi rapporti, Madoff era il finanziatore capo di una ampia rete di spionaggio e sabotaggio messa in piedi da Jacob Perry (Yankov Peri); ex direttore dell' Ente Israeliano per la Sicurezza (Shin Bet), che si 'trasformò' in uno dei più potenti uomini d'affari americani e guidò quello che le fonti FSB chiamano "La banda dei 7 Assassini", termine che fa riferimento ai capi di questa masnada di cospiratori americo-israeliani che, a parte Madoff e Perry, includono:

- Henry Taub, ungherese nato americo-israeliano, creatore del gigante ADP, sul libro paga USA, che continua ad inviare all'intelligence israeliana fiumi di dati finanziari su praticamente ogni cittadino USA.
- Maurice Greenberg, americo-israeliano, ex presidente e CEO dell' AIG ( American International Group ), la 18ma più grande azienda pubblica al mondo con la sua più grande organizzazione di assicurazioni e servizi finanziari che - fin'ora - ha spedito dritto ad Israele 180 miliardi di dollari dei contribuenti americani.
- Larry Silverstein, il miliardario americo-israeliano che il 24 luglio 2001 sottoscrisse una locazione degli edifici del World Trade Center, New York, e li assicurò per 3,55 miliardi di dollari, suddividendo l'importo fra 24 differenti compagnie di assicurazione, e che dopo la distruzione degli edifici dell' 11 settembre - cioè solo due mesi dopo - ha raccolto 4,55 miliardi di dollari a favore di Israele
- Mort Zuckerman, canadese nato americo-israeliano, miliardario che per tramite del suo vasto impero editoriale ha un controllo diretto su oltre il 70% delle notizie che circolano negli USA
- Edouard de Rothschild, francese nato americo-israeliano, membro dell'onnipotente impero bancario europeo dei Rothschild e direttore del Rothschild & Cie Banque, ritenuto dall' FSB detenere quasi l'80% delle ricchezze rubate da Israele al Governo degli Stati Uniti ed ai suoi cittadini.

Questi rapporti affermano inoltre che Madoff si è "dichiarato colpevole" in un processo organizzato 'in un modo unico mai visto prima' e nel quale la sua ammissione di colpevolezza ha impedito che qualsiasi prova del tradimento di Israele ai danni degli Stati Uniti entrasse a far parte della documentazione ufficiale americana, cosa temuta dalla amministrazione Obama perchè "troppo incendiaria" o "troppo compromettente" da rendere noto al popolo americano; una rivelazione che, quasi sicuramente, avrebbe scatenato contromisure israeliane tali da portare "molte città USA alla rovina," così ritengono molti Analisti Militari Russi citati.
A portare la minaccia di Israele al Presidente Obama in persona - così proseguono i rapporti - sarebbe stato Gabi Ashkenazi, Capo dello Staff dell' IDF (esercito israeliano), che ha minacciato gli Americani affermando che "un attacco militare israeliano era un'opzione "da considerare seriamente", e che ciò avrebbe innescato una Guerra Globale Totale, guerra nella quale era in gioco la stessa sopravvivenza degli Stati Uniti. Ad ogni modo, il Presidente Obama sembra 'più che desideroso' di confrontarsi con gli Israeliani, soprattutto dopo che è stato informato sulla piena dimensione del coinvolgimento di Israele negli attacchi dell'11 settembre e degli altri attacchi pianificati dalle squadre di assassinìo e sabotaggio inviate negli USA camuffate da "studenti di arte" israeliani, dei quali già aveva scritto il Washington Post News nel periodo immediatamente successivo agli attacchi, per poi tacerne per sempre :
"Oltre ai più di 1.000 medio-orientali di credo musulmano presi nel rastrellamento fatto da Ashcroft dopo l'11 settembre, sembra che siano stati incarcerati almeno 60 Israeliani, e non si tratta di turisti qualunque : funzionari dell' INS (Immigration and Naturalization Service), hanno testimoniato durante audizioni tenutesi presso tribunali dell'immigrazione, che questo gruppo era "di interesse speciale per il governo" - stessa argomentazione utilizzata per giustificare la detenzione degli Arabi collegati alle indagini sull' 11 settembre."
E' interessante notare anche che nella scorsa settimana, Seymour Hersh - punta di diamante del giornalismo investigativo USA - ha riferito che l'ex Vice Presidente USA, Richard ( Dick ) Cheney, ha guidato un gruppo CIA finalizzato al commettere assassinii, gruppo che i rapporti FSB sostengono fosse stato creato specificatamente per dare la caccia ed uccidere "tutti gli agenti israeliani" scoperti dentro i confini USA, e fuori, che ledevano gli interessi americani. Questi rapporti sostengono anche che il Presidente Obama nella sua autodifesa contro gli Israeliani stia rapidamente scoprendo che le sue prime battaglie sono quelle che riguardano la stretta mortale di Israele sul suo governo e sui capi del Congresso, stretta che solo due settimane fa ha fatto saltare l'impegno della casa Bianca a far sì che fossero resi noti i nomi di tutti i lobbisti e di tutte le loro connessioni monetarie con i centri di potere politico, economico e militare in America. Il Presidente Obama ha patito poi un'ulteriore sconfitta con l'abbandono da parte di Charles Freeman, che aveva prescelto alla guida del National Intelligence Council, e che, ritirandosi, aveva preso a schiaffi la "lobby" di Israele che strangola gli Stati Uniti affermando:

"Le maldicenze su di me e le relative email, facilmente tracciabili, mostrano inequivocabilmente che c'è una potente lobby finalizzata ad impedire che venga diffuso qualsiasi punto di vista che non sia il loro, ed ancor meno elementi che possano contribuire alla comprensione, presso gli Americani, delle tendenze e degli avvenimenti medio-orientali. Le tattiche della Lobby di Israele sprofondano nel disonore e nell'indecenza più profondi, ed includono : l'assassinio di personalità, le citazioni deliberatamente errate e le manipolazioni di registrazioni, la fabbricazione di prove false ed il totale disprezzo per la verità. Scopo di questa Lobby è il controllo dei meccanismi politici attraverso l'uso del veto nei confronti della nomina di persone che contestino la validità del loro punto di vista, che contestino la mancanza di correttezza nell'analisi politica ed abbiano a che ridire sull'esclusione di qualsiasi possibilità di decisione da parte degli Americani e del nostro governo, tranne su quelle a loro favorevoli."

A questo punto è importante sottolineare anche come le accuse di Freeman contro la potente lobby di Israele negli USA concordino con quelle di John Mearsheimer e di Stephen Walt - professori americani emeriti - i quali hanno sostenuto in maniera convincente e razionale il sottostare degli interessi Americani a quelli Israeliani. Relativamente alle attuali minacce mosse da Israele agli Stati Uniti, è importante notare anche che - così continuano i rapporti - quello che lo stato di Israele vuole per il suo agente imprigionato Madoff, è esattamente quello che gli Americani hanno già fatto per il capo dell'ex gigante dell'energia Enron, Kenneth Lay; il quale - prima di essere imprigionato per quella che all'epoca era la più grande frode della storia americana - fu 'salvato' dalla CIA, che era di fatto la 'fondatrice' di Enron e ne aveva utilizzato i miliardi di guadagni fraudolenti per alimentare il colossale impero della droga sotto diverse amministrazioni presidenziali, organizzando poi la falsa morte di Kenneth e dandogli una nuova identità. Una situazione paradossale, assurda e complessa ma ben evidenziata nella lucida analisi dei rapporti russi.
La tragedia di questi eventi, che vanno oltre la nostra completa conoscenza, non fanno che esaltare l'analogia fra l'attuale situazione ed i tardi anni '20, quando gli interessi bancari dei Sionisti Americani ed Europei fecero deliberatamente crollare l'economia mondiale portando allo scoppio della Guerra Mondiale nel 1939. Va da se, ovviamente, che al Mondo Occidentale 'non è permesso' oggi conoscere la piena ed orribile verità circa quanto stia realmente succedendo, anche se non è mai stato poi quel gran segreto. In ogni caso questi atteggiamenti di completa ingerenza Israeliana nella vita di uno stato straniero quale quello Statunitense, pongono seri problemi nelle relazioni internazionali e i prodromi di un atteggiamento simile a quello tenuto dalle Potenze Occidentali nei confronti del revanscismo Hitleriano evoluto in diversi stadi: prima stimolato, poi tollerato, successivamente mal sopportato ed infine combattuto fino alla sua estinzione.
Il paese di Netanyahu sta per lasciare il terzo stadio ed entrare nel quarto.

martedì 24 marzo 2009

La realtà dell'immigrazione.

La crisi che stiamo subendo, non sta affatto fermando il processo di globalizzazione perpetrato attraverso l'immigrazione. Le giustificazioni che avvolgono l’ingresso forsennato di stranieri diventano comici se non paradossali. In America ad esempio, compaiono “ricerche” le quali intenderebbero dimostrare che gli USA trarrebbero giovamento dall’importazione di “migranti scolarizzati” e “specializzati”. Per anni ci hanno preso per il culo, anche in Europa, con la favoletta che c’era bisogno di immigrati per fare i lavori che gli europei non volevano fare perché tutti “dottori”. Adesso ci dicono che, a dispetto, anzi a causa, della crisi occupazionale che colpisce anche i “colletti bianchi”, bisogna importare stranieri “specializzati” e laureati! Verrebbe voglia di spaccare la testa a questi soloni dei miei stivali!
Negli Stati Uniti sono proprio gli americani bianchi (gli WASP), laureati con assicurazione sanitaria e master nelle migliori università che stanno perdendo il posto di lavoro a frotte. Sopratutto nel settore residuo della scuola pubblica, dove si rifugiavano i disoccupati professionisti da 80.000$ l'anno per accontentarsi di 30-40 mila. Nel frattempo, a dispetto da quanto annunciato da Obama, si sono inviati senza esitazione altri 30mila soldati in Afganistan a farsi ammazzare senza un valido motivo strategico se non rimandare la soluzione della questione Afgana e, peggio rispetto a Bush, saranno gli europei sempre più impegnati (e a rischio) in quella cruda guerra per il mantenimento della più grande fabbrica al mondo di droga.
Le truppe via dall’Irak entro 6 mesi dalla sua elezione, diceva Obama. Ma ancora una volta la realpolitik ha avuto il sopravvento. Si parla di 16 mesi, non 12, 18 o 24, così alcuni avrebbero pensato di avere capito male. Che lui aveva sin dall’inizio detto “16” mesi anziché “6”. Adesso si parla di circa 23 mesi per la smobilitazione, ma “su richiesta del popolo iracheno ”rimarranno 50mila uomini sul suolo irakeno a “garantire la pace e la democrazia” dai “terroristi”. Ancora una volta l'America deve affrontare i propri guai.
Ciònonostante, Obama sta incrementando l’immigrazione ed i relativi costi sociali, sta tagliando alla scuola pubblica ma al tempo mantiene inalterate le spese militari per l’Afghanistan. Quindi sarà costretto ad aumentare l'imposizione fiscale che colpirà il già disgraziato ceto medio così tanto coccolato in campagna elettorale solamente per salvare le banche predatrici e dei super ricchi con i relativi “bonus”.
Ma del resto quì in Italia, dove stanno finendo i soldi dei contribuenti italiani peggio tartassati al mondo? Ai disoccupati? Alle strutture sanitarie sempre più insufficienti? A ristrutturare gli edifici scolastici “sgarrupati”?
No, i denari pubblici finiscono alle solite banche e agli immigrati, cioè al progetto del Nuovo Ordine Mondiale. In italia a fronte della crisi lo stato sta per riformare gli “ammortizzatori” e varare un “piano casa”, entrambi provvedimenti “bipartisan” che saranno praticamente a vantaggio dei soli cittadini stranieri. La Lega ha cercato di mettere nel piano una preferenza per gli "oriundi" Italiani, e subito è stata ricoperta di critiche di razzismo. Se solo vivessero nella malandate città del Nord del paese, dove risiedono l'80% degli immigrati in italia, forse vedrebbero con i loro occhi che la situazione è messa proprio così. La riforma del “welfare”, anche se non lo ammetteranno mai, tenderà a togliere la “cassa integrazione” ai veri lavoratori nelle vere fabbriche per dare un sussidio a dei sedicenti “disoccupati e precari”. Con la nuova assistenza metteranno come requisito anziché il fatto di avere un lavoro (come per l'attuale “cassa”), il fatto di non avere “reddito”. Così il 90% dei nuovi assegni di disoccupazione, almeno al Nord produttivo, sarà a pannaggio degli immigrati. Succederà esattamente come avviene per la sanità in cui un numero crescente di stranieri viene fatto entrare nei più diversi modi sul territorio della penisola per essere curato gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Sorgeranno come funghi aziende, cooperative, imprese commerciali fasulle, gestite da centri sociali, organizzazioni “umanitarie” e sindacati, il cui unico scopo sarà di dare un lavoro “regolare” ad immigrati ricongiunti per lo scopo, salvo dopo qualche mese licenziarli facendo ottenere ai fortunati un assegno di disoccupazione a cui avranno senz’altro diritto per il reddito “basso”. Mentre ai cittadini italiani che perderanno il lavoro basterà essere intestatari della casa di abitazione per essere giudicati inoppugnabilmente “ricchi”, non meritevoli di assegno di disoccupazione. Avverrà in tal modo anche per la “lotta ai falsi invalidi” dove ridurranno l’assegno di invalidità anche a veri invalidi col pretesto del reddito “alto” mentre al sud le false pensioni di invalidità verranno trasformate in sussidi vari, esempio “reddito d’ingresso”, come giù fece il governo Prodi una decina di anni fa.
E i sindacati si occuperanno delle lungaggini burocratiche per i ricongiungimenti famigliari degli immigrati, delle pastoie amministrative per l’assunzione in regola degli stessi. Degli Italiani che stanno perdendo anche il posto temporaneo, e magari anche iscritti al sindacato, alla Triplice non importa nulla. Se avete trovato da lavorare lontano da casa, per il vostro di “ricongiungimento famigliare” vi dovete arrangiare. L’immigrazione sregolata e incentivata è la causa principale dell'impoverimento e del disagio dei cittadini dato che, specialmente in questo momento economicamente critico, le masse immigrate povere e bisognose sono un peso eccessivo ed una zavorra ulteriore per la sicurezza sociale rappresentata da sanità, scuola, e alloggi pubblici oltre agli ammortizzatori.
In Francia la disoccupazione sta arrivando al 10%, al 20% tra gli immigrati regolari. Da noi non esistono statistiche sulla occupazione/disoccupazione dei “migranti” regolari (così come non esistono dati sulla ricchezza media dichiarata da costoro). Il motivo naturalmente è che altrimenti cadrebbe il favolgeggiato castello di carte mediatico secondo il quale l’immigrazione sarebbe una ”risorsa”. Se passasse il progetto di assegno di disoccupazione diffuso a tutti probabilmente almeno un paio di milioni di stranieri risulterebbe averne diritto affossando definitivamente l’esiguo stato assistenziale già in bilico per lo storico assistenzialismo al Sud.
Persino il “piano casa” di Berlusconi è stato concepito per favorire la malavita immigrata nelle città. Ormai in molti comuni le assegnazioni di case poolari sono quasi esclusivamente riservate agli stranieri. Anche in questo caso, ancora, assisteremo al boom dei “ricongiungimenti” in modo da abbassare il reddito famigliare e ottenere maggior punteggio nella graduatoria stilata per l’assegnazione degli alloggi. Il “piano casa” del governo Fanfani degli ani 50 e 60 servì purtroppo a radicare la mafia, la camorra e la ndrangheta alla periferia di Milano e Torino salvo poi fare scrivere ai giornali che “la Mafia c’è anche al Nord”. Se poi qualcuno proverà a chiedere dei “paletti” per limitare le assegnazioni agli stranieri ci sarà subito qualche magistrato ad annullare il tutto perché “discriminatorio” e “incostituzionale”.
Se si è in affitto, o se quotidianamente si lotta per risparmiare i soldi che servono per pagare la rata mensile del mutuo, si tenderà comunque a pagare ancora più tasse per il “diritto” di bengalesi, cingalesi, albanesi, marocchini, indiani e quant’altro che arriveranno giusto in tempo per entrare in possesso della loro nuova casa! La grancassa mediatica contro i romeni serve a creare un clima di terrore in modo da costringere la gente a stare in casa a guardare la televisione che è il mezzo di indottrinamento di massa. A seguire programmi che ostentano musulmani, negri, viados brasiliani, gay immigrati perfettamente “integrati” a raccontare dei loro lauti pasti in ristoranti alla moda, delle frequenti loro uscite al cinema e vacanze assortite, tutto cose che voi, per mantenerli, non vi potete permettere. I romeni vengono presi di mira semplicemente per il fatto che, essendo “comunitari” non potraano mai essere espulsi, neanche formalmente. Avete notato che di espulsioni degli irregolari neanche più si parla? L’obiettivo della pianificazione centralista è ovviamente di cancellare le differenze etniche tra meridionali e settentrionali ottenendo un popolo italiano posticcio, un coacervo di spiantati meticci senza arte ne parte, privo di Santi ed Eroi ma blandamente abbarbicato ad un lurido simulacro tricolore. Lo scopo di Berlusconi, del suo successore “kippataro” Fini, di Prodi e di ogni altro governo precedente non è di risolvere alcunché ma semplicemente di fare entrare più neo italiani possibili, per poi controllarli e "pascerli" meglio. Perciò se siete lavoratori dipendenti del settore privato non aspettatevi nulla dallo stato italiano dato che è diventato un vero e proprio nemico.
Persino l’italianissima Alessandra Mussolini che difende a spada tratta dei clandestini, vi da solo la prova più plateale del finto antagonismo partitico. La nipote del Duce chiede addirittura l’obbligo di iscrizione all’anagrafe dei figli dei clandestini che così diventeranno automaticamente italiani un attimo dopo essere stati, allo scopo, catapultati a carico di Pantalone. E un secondo dopo, giocoforza, dovrebbero regolarizzare genitori o un qualche parente. Neanche Rifondazione Comunista probabilmente si spingerebbe a tanto. Questa patetica “signora”, “vate dell’italianità” in verità arpia del globalismo, intende strumentalizzare i bambini per rinvenire un’ulteriore scappatoia per l’ingresso libero.
Agli Italiani non daranno alcun sussidio (“non avete i requisiti di reddito”), abbasseranno la loro pensione anche se hanno sempre pagato i contributi (“per solidarietà verso i più deboli”), liste di attesa sempre più lunghe negli ospedali, per le case di riposo e asili nido (“è colpa di Formigoni!”), vi faranno pagare l’acqua più della benzina (“ci vuole efficienza nei servizi!”) mentre gli extracomunitari nelle case popolari possono e potranno sperperare e sprecare luce, gas e acqua tanto loro non sono obbligati a pagare le bollette non potendo essere cacciati dall’immobile, meno che mai essere espulsi.
Se in un momento di disperazione, si ruberà un etto di prosciutto preconfezionato al supermarket, causa digiuno prolungato per mancanza di soldi, si rischia la galera, mentre per i Miliardari di euro rubati complessivamente tra comune di Roma, Catania, Napoli, Taranto e molti altri al Sud, non solo nessuno andrà in galera ma i deficit prontamente ripianati dallo stato con i soldi dei contribuenti.
Per finanziare i sempre maggiori costi assistenziali, nelle sue diverse orrende ramificazioni, la pressione fiscale necessariamente aumenterà, mascherata da balzelli “locali” o contributi di “solidarietà”, da “ticket” o incrementi delle bollette dei servizi specie in quota fissa (canoni, IVA ecc.).
Oramai la nave italia sta affondando a causa delle sue irrisolte contraddizioni. Ma la cosa peggiore è che alla Casta politica-giudiziaria-sindacale mafiosa dei “mussolini” non frega niente del popolo, essa desidera solo mantenere l’unità d’italia a garanzia dei propri privilegi assurdamente ingestibili e che distruggeranno lo stato Italiano come una metastasi senza cura. E sarà proprio l'eterno ed irrisolto problema dell'immigrazione che sarà il punto di rottura che porterà il Nord del paese fuori dall'Italia confermando di fatto la disgregazione di un'Unità Politica dell'Italia mai veramente ed opportunamente risolta.
La realtà delle cose è sempre più forte di ogni ideologia.

sabato 21 marzo 2009

Declino Terminale

E' sempre bello averre conferma dalla realtà in cui spesso situazioni che credevamo ben definite e categorizzate mostrano in realtà comportamenti e manifestano azioni inaspettate che ne rendono palese la loro complessità e che quindi necessitano di essere comprese in profondità senza che, noi osservatori, ci lasciamo condizionare od impressionare da facili, superficiali e fallaci soluzioni.
Sembrava che l'America avesse piegato con sicurezza l'Europa ai propri voleri, che l'integrazione forzata di popoli e dei governi all'interno di un unica area di scambio integrata e dominata dagli Americani fosse inelutabile, che la stessa America riuscisse ancora una volta ad imporre il proprio volere "imperiale".
Ed invece, non solo non riesce ad imporre le proprie volontà, ma governi e gruppi di potere che credeva di controllare in quanto favoriti e creati da loro stessi, gli si stanno rivoltando contro sollecitati da quell'istinto primario sempre sottovalutato: la sopravivenza.
In uno scenario del genere il mito dell'"Occidente" come propagandato dall'altra sponda dell'atlantico, si sta sgretolando sotto i colpi pesanti e fendenti della crisi economica oramai totale. Nella riunione del G-20 prevista per il 2 aprile, Stati Uniti ed Unione Europea si presentano con programmi opposti ed inconciliabili, palesando una rottura ed uno scontro mai così aperto e brutale come in questo periodo di vacche magre e di economie declinanti.
Gli Americani ordinano agli europei di disperdere in maniere insensata miliardi per salvare le banche e rilanciare i consumi a debito, di rimpolpare le casse esangue del Fondo Monetario (che dovrebbe garantire i prestiti agli stati in difficoltà finanziaria e che egemonizzano con gli Inglesi) con oltre 500 miliardi di dollari.
Gli Europei affermano di aver già contribuito alla spesa e che piuttosto, spingono affinché si metta in piedi un sistema di regolamentazione globale che metta un freno alle follie dei «mercati» finanziari, anzitutto anglosassoni, con la chiusura d’autorità dei paradisi fiscali, porre freni ai derivati, e via di seguito.
Dichiarazioni sempre più ostili si susseguono tra le due sponde dell'Atlantico.
Molto probabilmente l'amministrazione attuale cerca di far saltare qualsiasi accordo per giustificare l'attuale politica dei salvataggi (o bailout) che stanno perseguendo ma che, ancora una volta, rischiano di essere fallimentari. Gli Usa hanno bisogno di tempo per poter continuare ad allocare i Treasury Bills (equivalente ai nostri BOT) in competizione con gli altri Paesi, sopratutto Europei, al fine di impedire la deflagrazione di tutte le bolle speculative finanziarie incombenti che minacciano la sopravvivenza stessa degli Usa come "Gendarmi Egemoni nel Mondo".

Una delle manovre in corso che sembrano giustificare questo sospetto, è il tentativo, da parte dei media del potere anglosassone, di opporre alla «vecchia Europa» la «nuova Europa» dell'Est,e mediante una campagna allarmistica di acuirne le divergenze sulla reale situazione di questi paesi (descritti come in totale bancarotta) al fine di spaccare l'area dell'euro, sfruttandone la mancanza dell'unità politica.
Persiste infatti, come riferito da alcuni analisti del settore, «un tentativo deliberato da parte di Wall Street e della City di far credere a una frattura della UE e di instillare l’idea di un rischio "mortale" gravante sulla zona euro, attraverso l’incessante flusso di false informazioni sul "rischio bancario che viene dall'Europa dell'Est", tentando per giunta di bollare una zona euro "tremebonda" di fronte alle misure "volontariste" americane o britanniche. Un altro obbiettivo è di stornare l’attenzione internazionale dall'aggravarsi dei problemi finanziari di New York e Londra, indebolendo nello stesso tempo la posizione europea alla vigilia del G-20». Secondo il sito "Europe 2020", che spesso ha indovinato molte analisi di natura economica strategia, si sostiene che sia ridicolo strillare che «l’Ungheria è in bancarotta» o «La Lettonia in default» come se si dicesse «la California è insolvente». La popolazione della Lettonia è solo l’1% di quella della UE e la sua economia è lo 0,2% del PIL europeo, mentre la California ha il 12% della popolazione americana, ed è lo Stato più ricco degli USA. Il PIL ungherese pesa l’1,1% nel PIL dell’eurozona. I nuovi Stati membri est-europei pesano in tutto il 10% del PIL europeo, e fra loro i più grossi e ricchi, come Polonia e Cekia, sono i meno colpiti. Dunque, niente fa pensare che «l’Europa dell’Est provocherà qualcosa di simile alla crisi dei subprime» americani. Al massimo, valuta il sito francese, la somma in gioco per il sistema finanziario europeo si aggira sui 100 miliardi di euro, 130 miliardi di dollari, più che sopportabile in rapporto alla dimensione del sistema finanziario della UE, e modesto rispetto alle migliaia di miliardi (trilioni) che la FED e il Tesoro USA continuano a iniettare nelle loro banche, assicurazioni, mega-aziende eccetera. La cifra stanziatata dai paesi della UE in consorzio per stabilizzare l’Est, 25 miliardi di euro, è il 20% di quel che occorre nel peggiore dei casi e dunque, secondo Europe 2020, sufficiente; tanto più che «il recente ribasso del franco svizzero diminuisce ancora la gravità della situazione», dando respiro agli ungheresi e ai polacchi che hanno contratto mutui nella divisa elvetica.

Queste sono le vere dimensioni delle economie dell'Est a confronto con la zona euro.

La banca più insistentemente indicata come il detonatore della bolla europea, l’austriaca Raffeisen - sostiene il sito- nel 2008 ha realizzato profitti in rialzo del 17%, «superiore a tutto quel che possono sperare la banche americane e britanniche». L’Ucraina è vero ha un piede nell’abisso: ma non è nella zona euro, anzi è «una pedina di Washington» e se precipita, pone all'Europa un problema come zona di instabilità ai suoi confini, ma ne pone uno più grosso a Washington, perchè sarà Mosca a guadagnarvi con un’espansione della sua influenza. Nè l’immobiliare est-europeo finanziato con mutui delle nostre banche minaccia di perdere il 30-40% di valore, come accade in USA e in Inghilterra; perché «dopo 50 anni di comunismo» in quei Paesi c’è una «penuria di abitazioni moderne», mentre le case e villette tirate su in America grazie ai mutui a bassi tassi e concessi a insolventi, sono case in sovrappiù, di qualità bassa, ed oggi, abbandonate, in via di veloce degrado. Lì sì c’è «una vera distruzione di ricchezza per i proprietari, i creditori, le banche e l’economia» in generale.

Potrebbe essere quella del sito francese una contro-propaganda parigina. Del resto la rigidità legnosa della BCE, l’assenza di vere leadership in Europa e di una vera unione politica sono dati di fatto. Inoltre su tutti pende la bolla dei CDS - derivati finanziari - pari ad oltre 100 mila dollari per ogni abitante della terra.
Ciò nonostante la situazione dei rapporti di forza e della situazione reale delle varie economie è ben diversa da quella che fin qui ci hanno fatto credere, a conferma di quanta cautela occorre utilizzare nel vagliare le informazioni che ci giungono.
Se questo scontro permane si rischia di avere un allontanamento irreversibile della vecchia Europa dal padrone americano, con conseguenze politiche notevoli.

La tragedia economica USA resta la più grave ed ad un livello incomparabile con la crisi europea, e con tutti gli indici convergenti verso il basso. Sebbene da noi sia dura, non vediamo ancora quelle situazioni particolarmente emblematiche che vediamo in America, ad es: senzatetto, un crollo degli ordinativi del 45%, come quello sofferto dall'industria. La crisi non risparmierà affatto l'Europa a causa della rimozione, voluta dai banchieri e dai liberisti globalizzatori, di quelle paratie stagne che forse ci avrebbero protetto di più e meglio dalla situazione attuale. Il collasso americano sarà simile alle conseguenze di un fall out dopo lo scoppio di una bomba nucleare: sarò dura viverci e la cosa durerà molto a lungo.
Quando accadrà non lo possiamo sapere anche perché, se applicassimo adeguati modelli matematici, ci sono troppe variabili in gioco per estrapolare un valore preciso. Nonostante tutto però iniziano a mostrarsi dei segni e delle crepe rivelatrici.
A cominciare dalla fuga di investitori stranieri dai loro attivi in dollari. Tutti vogliono liberarsene, anche a scapito di qualunque minimo ritorno sul capitale. Gli investitori esteri, solo in gennaio, hanno venduto 43 miliardi di dollari netti di titoli USA a lungo termine, mentre in dicembre il saldo era ancora positivo, per gli USA, per 34,7 miliardi di dollari in ingresso. Questo può indicare che nel futuro prossimo, Washington avrà qualche problema a far comprare i BOT che sta emettendo a trilioni, per finanziare il suo sedicente rilancio mai veramente efficace.
La Cina poi, massimo creditore dell'America, sta cautamente diversificando i propri crediti con altre valute liberandosi degli attivi in dollari.
Sta acquistando a man bassa beni "reali", miniere in via di fallimento, metalli, contratti petroliferi a lungo termine - oggi a prezzi irrisori, che si rivaluteranno in futuro - un po’ in tutto il mondo: Russia, Brasile, Venezuela, Australia. E pagandoli con titoli di stato USA liberandosene definitivamente. Contestualmente sta iniziando a far sentire la sua voce "politica" di chi detiene il reale potere di influenzare gli eventi, tenendo in pugno la più grande economia del mondo (ma ancora per poco).

La situazione per l'America nella fase di crisi acuta in cui si trova è realisticamente tragica. Il modo di agire e di prendere decisioni evidenziano sempre più la disperazione di un ex gigante che deve fare i conti con il mondo. La disperazione di un paese che sa che non potrà fare molto per salvarsi. La disperazione di un ex potenza in declino terminale.

mercoledì 18 marzo 2009

La campana di Ginevra


Recentemente stavo sistemando la mia libreria quando mi è capitato sottomano un testo sulle note Centurie di Nostradamus. Non che sia un suo fan o seguace, tutt'altro. Ma in virtù delle recenti scoperte evidenziate sull'esperimento della campana nazista, mi è balzato agli occhi una centuria con la relativa interpretazione(si spera corretta, dopo tanti anni di studi fatti da esegeti del settore).
In essa si parla di una battaglia importante che dovrebbe svolgersi nell'intorno di Ginevra, in un periodo storico della terza guerra mondiale di la da venire, in cui lo scontro tra i residui di un esercito europeo e cristiano, che cerca di difendere una Francia oramai arroccata da tre fiumi (Garonna,Loira e Senna), e le preponderanti forze islamiche e mussulmane che stanno per dare il colpo finale con un esercito di centinaia di milioni di soldati, si risolverà in una battaglia decisiva del conflitto facendola assurgere ,come importanza, a quella di Stalingrado della seconda guerra mondiale: la battaglia di svolta. In una di queste centurie si racconta come, un gruppo di soldati francesi travestiti da "preti" ( non si sa se in maniera letterale o cos'altro), riusciranno a penetrare nei pressi della città Elvetica occupata per azionare un'arma che ucciderà milioni di soldati. In queste stesse centurie, si riporta come, "subito dopo il suo utilizzo", milioni di soldati islamici moriranno e l'olezzo dei loro cadaveri ammorberà l'aria a tal punto che il sapore dolciastro delle carni decomposte si sentiranno a chilometri di distanza.
Ebbene questo passaggio confesso, mi ha colpito.
Semplicemente sia perché uno degli effetti della "Campana" o "Glocke" tedesca procurava proprio, "subito dopo il suo utilizzo", una decomposizione repentina di sostanze organiche, sia forse perché vicino a Ginevra esiste, inaugurata da poco, il più grande collisore di adroni (particelle pesanti come protoni e neutroni) della terra ( da cui il termine Large Hadron Collider: LHC); l'unico dispositivo che, se fatto funzionare secondo i principi della Campana, è in grado di generare quella enorme radiazione quantica capace di coprire una vasta area di diverse centinaia di KM quadrati e inondare una zona sufficientemente vasta per contenere all'interno quei "milioni di soldati" riportati nelle centurie.
Impressionante, non c'è che dire.
Non so se quello che riporta questo autore del '500 siano frutti di falsi presagi, imposture, alchimie di varia natura o squarci di visioni quasi profetiche. Di fatto quello che colpisce è che un evento del genere, per quanto ancora oggi non si conosca bene e a fondo i principi scientifici e matematici alla base del suo funzionamento, ma pur sempre verificato come esistente sulle esperienze fatte dalla Germania Nazista, almeno nei suoi effetti, ben documentati in svariati archivi, risulti probabile se non possibile.
Da un paziente e difficile lavoro di raccolta, analisi e vaglio delle prove storiche fin qui pervenute, il lavoro degli scienziati tedeschi aveva aperto una filone di ricerca del tutto diverso della scienza "ufficiale", diverso ma non per questo meno preciso, anzi. Partendo dal presupposto che la relatività fosse una "contaminazione ebraica della scienza", viste le origini di Einstein, il grosso del lavoro partiva dai principi e dalle fondamenta della fisica quantistica che proprio in Germania aveva avuto inizio dagli anni venti.
Ebbene, per quanto possa sembrare di difficile comprensione come senso comune, la meccanica quantistica è la teoria che di gran lunga riesce a predire con il più elevato grado di accuratezza la manifestazione dei fenomeni fisici. Molto di più della stessa relatività o della vecchia meccanica classica. E la meticolosità della scuola di Fisica avanzata di Heidelberg non ha fatto che costruire in maniera robusta e strutturata tutto il fondamento teorico su cui si basa tale Teoria.
Non si contano più le innumerevoli e pressoché infinite conferme sperimentali di tale costrutto matematico, a parte piccole divergenze che ancora oggi si continua ad indagare con paziente lavoro di ricerca e verifiche scientifiche.
Nelle elaborazioni teoriche eseguite sulla scia di quella rivoluzione concettuale della Fisica tra gli anni venti e trenta del secolo scorso passati alla storia come "anni ruggenti",( quasi irripetibili: dopo di loro non si sono avute innovazioni della stessa portata), un elemento di particolare interesse suscita il lavoro dei Gravitoni portato avanti da Gherlach. Nel 1938, Tesla in persona, Fisico ed inventore ripudiato dalla stessa comunità scientifica ufficiale, annunciò che avrebbe a breve dimostrato, in maniera inconfutabile, l'errore di equivalenza della ben nota formula Einsteniana: E= mc2. In particolare fece intuire che non era la materia a trasformarsi in energia, ma la rottura tra gli stati quantici dell'Etere che rilasciava energia, di cui la materia non era altro che un mezzo di conduzione. Il concetto di Etere, ossia di un mezzo, di un "medium" che media l'iterazione di un campo e/o di una forza tra due oggetti ( come l'aria è il mezzo che "conduce" le onde sonore) era stato infranto dalla formulazione della relatività sin dal 1905. Tesla lo reintroduce ma non come Etere continuo, classico diremmo noi, ma come Etere "quantico". Purtroppo, o per fortuna, lo stesso Tesla non ha dato seguito alle sue anticipazioni, ma anzi da quel momento in poi si chiuse in un silenzio totale fino alla sua morte avvenuta nel 1943. Gerlach riprese nei sui studi il concetto di Etere quantico addirittura già nei primi anni Trenta e lo elaborò una teoria fisica per descrivere il concetto e la natura dei gravitoni detta Vorticolare, in cui ogni manifestazione della materia era nient'altro che un aggregazione di vortici dello spazio quantico o "quantizzato" su cui si poteva basare non solo l'esistenza della stessa materia ma anche delle forze e dei campi che agiscono nell'universo. Se si fosse reso possibile "rompere" quei flussi o vortici quantizzati mediante forze elettromagnetiche opportunamente modulate, secondo Gerlach si sarebbe potuto liberare un'energia notevole da tali vortici in una forma detta "Radiazione Quantica" ben superiore a quelle che si può ottenere non solo dai processi di fissione, ma anche da quelli di fusione della materia. Lo stesso Gerlach, come abbiamo avuto modo di raccontare in interventi precedenti, era il responsabile teorico del progetto Tedesco della Campana.
Utilizzando quello che sappiamo del lavoro fatto, ancora incompleto come un grande puzzle incompiuto ma in cui a grandi linee si inizia ad intravedere il senso generale, il principio di funzionamento della campana può essere applicato all'interno dell'LHC di Ginevra facendo fluire fasci di particelle altamente radioattive, se non in stato di plasma ionizzato, in due flussi ad altissima velocità in direzione opposta mantenendoli separati e modulando ad altissima frequenza le variazioni dei campi magnetici utilizzati per mantenere la coerenza dei fasci particellari e che sono di elevata potenza( detti Super magneti Superconduttori che lavorano a temperature prossime allo zero assoluto), al fine di "modulare" e mettere in "Risonanza Quantica" gli stati di questi "vortici quantistici" per romperli ed emettere le sottostanti radiazioni ad alta energia che si possono generare.
Insomma la fattibilità del fenomeno potrebbe essere realizzabile, e la centuria rischierebbe di non essere solo un testo campato in aria. Ma tutto dipende dal pesante fardello che impedisce, ai rari ricercatori della verità e che lavorano nel campo della Fisica, di procedere in tale direzione in una valutazione teorica e pratica del fenomeno ancora tutta da valutare appieno. Si potrebbe parlare di Scienza Negata ancora una volta. Ma forse, ed alcuni indizi lo lasciano supporre, il fatto che essa sia Negata è che le conseguenze di tale costrutto Teorico rischiano di essere devastanti. Tale teoria consentirebbe di unificare, finalmente in maniera elegante e solida, le 4 forze elementari della natura ( elettromagnetica, nucleare forte, nucleare debole e gravitazionale), di poter creare motori antigravitazionali o generare energia dalla gravità se non persino avere la possibilità di viaggiare tra le stelle. Ma una sua conseguenza nefasta, e gli studi su tali fenomeni avviata dai nazisti durante l'ultima guerra ne sono la dimostrazione, è la possibilità di creare generatori coerenti quantici che possono spazzare via la terra in men che non si dica disintegrandola, con costi di realizzazione ben inferiori a quelli richiesti per ottenere la Bomba Atomica e che, al suo cospetto, si ridurrebbe ad un semplice mortaretto.
Non so se riusciremo a capire questi fenomeni di Fisica Vorticolare a fondo e bene, o se continuerà invece questa cortina del silenzio imposto su tale fenomenologia. Sta di fatto che, in ogni caso, sarà la "Campana di Ginevra",forse, che rischierà di farcelo sapere in ogni caso.

venerdì 13 marzo 2009

La Lobby


Charls Freeman, nominato dal Presidente Americano per ricoprire il ruolo dirigenziale al National Intelligence Council, l'organismo che coordina per la Casa Bianca le attività di tutte le agenzie di intelligenze USA, ha rassegnato le dimissioni a causa dell' attacco continuativo da parte della Lobby pro israeliana dell'AIPAC e, sicuramente, non avrebbe rinunciato se avesse avuto fino in fondo l’appoggio del Presidente che, in questa occasione, ha mostrato sopratutto debolezza, oltre che paura, nei confronti dell'associazione. Persino un senatore, Chuck Schumer, si è vantato pubblicamente di aver liquidato Freeman, portando il caso a nome della lobby direttamente all'attenzione di Rahm Emanuel, il capo gabinetto dell'Amministrazione di Obama, di origine ebrea.
In realtà la liquidazione di Freeman non è opera di un uomo solo, ma di un'intera Lobby, che ha sentito quella nomina come una sfida diretta al suo potere di condizionamento del Congresso Americano intero, della Corte Suprema e della stessa Presidenza partecipando e promuovendo il linciaggio in modo massiccio e coordinato. Steve Rosen, l’ex alto dirigente dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), dimessosi dalla Lobby perché- guarda caso- sotto processo per spionaggio pro-Israele, ha condotto in prima persona questa campagna denigratoria. Tutti i commentatori dei grandi media, noti neocon e con nomi ebraici, si sono mobilitati eseguendo gli ordini ricevuti dalla Lobby con accanimento, accusando sul Wall Street Journal di Murdoch -un'altro ebreo-, sul Weekly Standard, su New Republic, che Freeman era «un fantoccio dei sauditi», dato che nel passato aveva lavorato con un think-tank che riceve finanziamenti anche e non solo da paesi arabi. Persino undici senatori e parlamentari, noti per essere sostenuti nelle loro campagne di rielezione dall’AIPAC o per aderire ai gruppi della destra neocon, hanno formalmente richiesto al direttore del National Intelligence, l’ammiraglio Dennis Blair, di indagare sui «legami finanziari di Freeman con l’Arabia Saudita». L’ammiraglio ha espresso dopo pochi giorni a Freeman il suo «pieno appoggio», esaltandone «l’eccezionale talento ed esperienza» e negando che abbia mai «fatto lobby per un governo o un gruppo d’affari», nè che «abbia mai ricevuto alcun compenso diretto dall’Arabia saudita». Con questo, l’ammiraglio ha messo in gioco la sua stessa credibilità e autorità: sembrava un fatto decisivo, una reazione allo strapotere condizionante della Lobby. Ma il senatore Joen Lieberman - un'altro ebreo - gli ha replicato: «Alla prossima puntata». Difatti il lunedì successivo i sette senatori repubblicani della Commissione senatoriale d’intelligence mandavano un’altra lettera a Blair chiedendo un’inchiesta esprimendo «preoccupazione» per la supposta indifferenza di Freeman per «i diritti umani in Cina». Ancora una volta, Blair scendeva in campo a sostegno di Freeman. Due giorni dopo, 87 dissidenti cinesi e attivisti, abitanti in USA e ben istruiti su cosa dichiarare dalla Lobby, hanno espresso, mediante una lettera aperta, il loro «intenso sgomento» per la nomina di Freeman, e chiedevano ad Obama di non confermarlo. Strana coincidenza.
Ma questa volta, fatto significativo, a difesa di Freeman sono scesi due studiosi di affari cinesi con nomi ebraici. Sidney Rittenberg, sull’Atlantic, ha testimoniato che mentre era diplomatico a Pechino, Freeman «soccorse molte persone». Jerome Cohen, esperto di diritto cinese, ha definito «ridicole» le accuse di indifferenza di Freeman sui fatti di Tienanmen. Insospettabili pezzi grossi del giornalismo di potere, da Joe Klein sul Time a Andrew Sullivan di The Atlantic, si sono esposti a favore di Freeman. Diciassette ex ambasciatori americani, fra cui Samuel Lewis, ex ambasciatore in Israele, hanno firmato una lettera al Wall Street Journal definendo Freeman «un uomo di alta integrità e intelligenza, che non consente mai alle sue opinioni personali di distorcere le sue valutazioni d’intelligence». Sette ex alti funzionari dello spionaggio scrivevano a Blair accusando l’aggressione contro Freeman come «senza precedenti in violenza e vastità», da parte di «opinionisti-guru e figure pubbliche che hanno paura di un importante dirigente d’intelligence capace di prendere posizioni equanimi nella questione arabo-israeliana». L’appoggio coraggioso di tante personalità di livello, e ben inserite nell’establishment, ha fatto sperare che Freeman avrebbe superato questa campagna di diffamazione: non era mai successo prima. Invece il suo annuncio di ritiro è stato del tutto inaspettato. Evidentemente lo stesso Obama non ha avuto il coraggio di queste personalità e ha chiesto a Freeman, o fatto chiedere, di lasciare l'amministrazione.
Guarda caso poche ore dopo, un funzionario anonimo della Casa Bianca si faceva intervistare dalla radio israeliana, e diceva: «Il presidente Barak Obama non taglierà gli aiuti militari ad Israele». I 30 miliardi di dollari annui in armamenti che gli USA regalano a Giuda, continueranno a fluire verso Israele. Tshal può essere soddisfatto. Gli abitanti di Gaza continueranno ad avere la loro dose quotidiana di pallottole.
Difficile divincolarsi dal potere israeliano in USA, come dovunque sia presente la Lobby di potere. Chi ci prova, è votato al fallimento se non si ha il coraggio di mettere in discussione apertamente e coscientemente l’inimicizia degli ebrei verso gli altri uomini. Se, cioè, non si prende alla lettera la verità espressa dallo scrittore ebreo romeno-americano Maurice Samuel nel suo libro «Voi gentili» del 1924:

«Noi ebrei siamo i distruttori, e rimarremo distruttori per sempre. Nulla di ciò che voi farete ci soddisferà o placherà. Noi distruggeremo sempre, perchè abbiamo bisogno di un mondo tutto nostro, un mondo-Dio, che non è nella vostra natura di costruire».

Obama, che non ha osato sfidare il tabù, ha subito una sconfitta gravissima, una perdita d’autorità di cui subirà le conseguenze anche a breve, mostrando quanto la libertà d’azione di un presidente americano è limitata e condizionata, proprio nel momento in cui, invece, doveva dimostrare l'aspetto imperiale dell'istituzione in un momento di crisi gravissima. Quanto alla Lobby, ha vinto. Forse troppo. E per questo, la sua rischia di essere una vittoria di Pirro. La mano della Lobby è più forte, quando esercita il suo potere nell'ombra. E in questa occasione, esso è stato visto alla luce del sole. Mai prima tante personalità americane avevano denunciato così apertamente la «Lobby israeliana» su tanti media; è stato infranto un tabù. Mai prima d'ora uno sconfitto dalla lobby aveva osato scrivere, e veder pubblicare sul Wall Street Journal, quello che ha scritto Freeman per annunciare il proprio ritiro. Mai nessuno dei mainstream media aveva pubblicato simili asserzioni. Un intero frasario prima vietato come «antisemita» e relegato nei blog marginali, è stato in qualche modo sdoganato. Una legge del silenzio non scritta, i limiti del politicamente corretto e una mezza dozzina di tabù intoccabili sono stati frantumati: adesso, sui media più ufficiosi, anche columnist famosi possono parlare della «Lobby israeliana» e persino discutere, come ha fatto James Fallows, il notista politico interno di The Atlantic, della «lobotomia» che la Lobby impone alla politica estera americana vietando critiche su Israele, e facendo tacere i dissenzienti.Un'altro muro è caduto.
Ognuno oggi vede il lercio e la corruzione che questa influenza, Sionista più che ebraica, esercita sugli Stati Uniti, il suo eccesso di arroganza, l'incapacità di dosarsi e di moderare le influenze. Nelle alte sfere, molti condividono l’atto di accusa di Freeman e non più solo nel silenzio e nel privato. Sta emergendo nelle sfere dirigenziali americane il «problema ebraico» che oggi hanno gli Stati Uniti. Una presa di coscienza che, come dovrebbero aver imparato gli ebrei, rischia di ritorcersi contro la loro stessa Lobby.

mercoledì 11 marzo 2009

La scelta negata



Il termine crisi nel suo significato semantico, ha assunto un rilievo particolare.Una volta non era neanche utilizzato. Nessuno proferiva la parola “crisi” negli anni ’60. Si parlava di “congiuntura” che, etimologicamente, è qualcosa che “congiunge” due periodi ed è quindi un elemento di labile rottura nel continuum. L’uso di questo termine, in economia, deriva dal tedesco Konjunktur, e non è che un passaggio leggero fra due, diversi approcci del capitalismo internazionale. Essa non considera essenziale l’intervento umano: è una sorta di leggera influenza, che si risolve da sola. Il passaggio dai sistemi elettromeccanici controllati dall'uomo a quelli a controllo numerico (informatico), degli anni 70-80 del Novecento, può essere indicato come un fattore determinante della “congiuntura”, ossia il transito da un sistema meno automatizzato (maggior presenza umana) ad un altro più efficiente, per la diminuzione delle ore/lavoro necessarie per produrre un singolo bene. Fin qui, nulla di strano. Del resto Marx aveva detto questo da tempo. Oggi, il termine però è desueto, e non solo per una questione di stile. Persino il presidente del consiglio consiglia di non utilizzarlo.
L'origine della parola “crisi” – krisis (gr) – non indica, però, un elemento di per sé negativo poiché significa “scelta” o “giudizio”, ossia un’azione che prevede la partecipazione attiva del soggetto: sì, scegliere, proprio quello che ci viene impedito di fare. Le proposte per affrontare la crisi economica e la disoccupazione che vengono proposte dal governo vengono gestite da una risma di folli e nessuno ha intenzione di cambiare strada mentre al massimo si accelererà nel percorso che ci ha condotti a questo sfacelo, sperando che il muro della realtà non sia troppo duro.
Però, se qualcuno potesse scegliere, le scelte dovrebbero essere agghindate d’aggettivi, per indicare ciò che c’attende. Avremo così scelte difficili, gioiose, liberatorie, drammatiche, ininfluenti, coraggiose. L’unico aggettivo proibito dal capo del governo, è stato proprio quel “drammatico”, subito cassato a Tremonti, perché ha capito, quale formidabile comunicatore della Penisola, l'effetto che può provocare. I suoi fini sono lerci fino al midollo; ridurrà l’Italia ad una pletora di zombie, dato che è bravo a comunicare e ad organizzare, ma manca della cultura di base necessaria per svolgere una vera funzione politica e di governo. E proprio per questo la parola “crisi” deve essere bandita dato che un domani, quando i morsi della rovina economica ci massacreranno, si potrebbe ricordare che c'era una “crisi”, e dunque una scelta. Facciamo però un piccolo ritorno nel passato per capire meglio.
Una delle immagini che iniziò a sconcertare negli anni '60 fu quella dei trattori che distruggevano tonnellate d’arance nel Meridione. Una bestemmia per un paese uscito dalla miseria dopo appena vent'anni, e così era colta dalla maggior parte degli italiani i quali non s’accorsero che quelle erano già “scelte”, solo che qualcuno le compiva al posto nostro, defraudandone la sovranità. La ragione di quelle distruzioni erano di "mercato": sovrapproduzione, concorrenza internazionale, si doveva, in primis, salvaguardare il "mercato degli agrumi". Siccome il “mercato” non poteva che salvaguardarsi da solo, s’applicava la legge della domanda e dell'offerta.
Senza scomodare la pessima ragione illuminista, basta il buon senso per capire che non è logico né razionale impiegare ore/lavoro, concimi, energia, ecc, per poi schiacciare il prodotto sotto le ruote dei trattori.Da sempre le derrate alimentari servono per sfamarsi. Dopo qualche anno di trasmissioni della solita scena, la notizia non fa più notizia.Così, il primo imprinting era stato dato.
Ma alla fine degli anni ’60 l'inevitabile contrazione della manodopera nell'industria produce inesorabilmente disoccupazione. Solo lo Stato poteva compensare la diminuzione dell'occupazione assorbendola nei servizi al cittadino. Ma il peso finanziario dello Stato stesso sarebbe inevitabilmente aumentate, con relativo ricorso ad imposte e tasse aggiuntive per coprire la spesa pubblica, con relativo aumento di dipendenti statali.
Da 1970 in poi, fu varato l’ordinamento regionale ed iniziarono le montagne russe della spesa pubblica. Nuove competenze furono inventate per nutrire l’espansione incontrollata del ceto politico da piazzare nelle Regioni, le Province furono compensate con la ripartizione del personale scolastico, mentre i Comuni ebbero le Circoscrizioni. Gli italiani impararono che esistevano altre forme di vessazione economica che non venivano più da un solo Stato Centrale.
Riflettere su questi fatti aiuta a capire il periodo di depressione economica che stiamo sperimentando. Sulle radici internazionali e geopolitiche di questa crisi ne abbiamo accennato in precedenti interventi.
Ma quello che dobbiamo e possiamo fare è analizzare le conseguenze di scelte mancate.
La prima considerazione da fare è che la logica del mercato che si auto-regolamenta è fallita, anzi non è mai esistito un mercato completamente libero dall’intervento umano, ma alcune situazioni (gli USA prima della Grande Depressione, ad esempio) s’avvicinarono molto. Allo stesso modo, non è mai esistita un’economia completamente diretta dallo Stato: anche nell’URSS, il 3% delle terre coltivabili era a conduzione privata. In mezzo a queste due estreme impostazioni, c’è la cosiddetta economia “mista”, la quale si nutre d’entrambi i principi, cercando di trovare l’equilibrio più soddisfacente. Un altro elemento è l’aggregazione sul territorio dei soggetti economici favoriti dalla creazione di Stati Nazionali. Pertanto, la produzione e la ripartizione delle risorse devono tener conto d’entrambi i fattori: geografici e politici, per riassumere in breve i due aspetti.
Oggi il cuore della crisi è che uno spostamento verso il liberismo economico ha prodotto catastrofi senza fine. Non solo con la truffa di creare valore dal nulla, per compensare una ricchezza che è migrata in paesi esteri, con la dismissione a prezzi stracciati delle Partecipazioni Statali, ma anche e sopratutto con la perdita di regolamenti, leggi e "laccioli" che ha portato ad un ambiente dove vige la legge del più forte. D'altra parte non possiamo rifarci alle teorie di keynes tout court ( dopo averlo sbeffeggiato per oltre tre decadi) per affrontare una situazione sostanzialmente differente dal passato, sicuramente per le dimensioni coinvolte.
Gli stati che applicarono le dottrine keynesiane erano nazioni poco o per nulla indebitate, che possedevano la gran parte dei mezzi di produzione del pianeta e che avevano, proprio nel resto del pianeta, le fonti d’approvvigionamento di materie prime a basso costo, poiché la manodopera era coloniale. Ma oggi bisogna affrontare la scelta -krisis- dell'epoca ed adeguarla alla realtà odierna che si tende invece a negare con mezzi e mezzucci mediatici.
In definitiva, dovremmo stabilire quale sistema economico applicare, cercando di non incorrere in errori del passato e neppure adagiarci su soluzioni apparentemente risolutive. Si parte sempre dall'analisi di ciò che è stato applicato nelle epoche storiche, verificarne gli effetti, e valutarne gli impatti nel mondo attuale.
Per quanto riguarda la dimensione delle entità economiche, si tende a ritenere che economie su piccola scala siano più a misura d’uomo e che il pianeta possa non implodere con questo approccio. Purtroppo si tratta di un’avvincente ipotesi senza elementi validi per sostenerla. L’autosufficienza non può essere raggiunta da piccole comunità dato che la “base” è troppo ristretta per reggere nel tempo. Le dinamiche sociali, anche in gruppi ristretti, ricalcano in pieno atteggiamenti e pratiche delle comunità più complesse. Una sola esperienza non può essere considerata esaustiva dell’argomento: al più, rende più coscienti dei pericoli insiti nel lasciar correre l’ottimismo. Quali sono le esperienze che potremmo analizzare a valle dell'abbandono del "mercato lasciato a se stesso"?

L’India dei “mille villaggi” di Gandhi rimase nella mente del grande pensatore indiano, ed oggi osserviamo cos’è diventata l’India, descritta efficacemente dal film "Il Milionario".
Le comunità ebraiche dei kibbutzim, all’inizio, furono veramente avveniristiche: l’educazione collettiva dei giovani, e la ripartizione del lavoro di stampo socialista, erano un bagaglio più europeo che insito nella cultura ebraica.
Quell'approccio aveva però un peccato originale. Cercare le vette della socialità su una terra che è stata rubata, lentamente, trasformò quelle comunità in fortini, al punto che oggi Tzahal li considera, praticamente, degli avamposti.
L’unica comunità che sfida i secoli è senza dubbio quella degli Amish, ma qui siamo in presenza di valori religiosi molto restrittivi, che implicano la rinuncia alla modernità. Non saremmo in grado di rifiutare la tecnologia degli ultimi due secoli. Difficile se non impossibile. Nelle società che ancora adottano l’organizzazione tribale troviamo equilibri che sembrerebbero reggere, ma ci sono due fattori da considerare: per prima cosa, queste comunità sono in estinzione, se non demografica certamente culturale, e poi non veniamo da una cultura tribale.
Il ritorno alla piccola comunità potrebbe derivare da uno sconquasso economico, bellico, ambientale, ecc. ma, in questo caso, non abbiamo gli elementi per decifrare il quadro: si sconfina nella profezia. Le incognite sono trasbordanti ogni più complessa previsione.
Possiamo ricordare che il ritrarsi in comunità avvenne nei secoli che seguirono il crollo di Roma, ma quelle furono necessità contingenti e non scelte. Oltretutto, il Medio Evo non fu certo il migliore dei mondi possibili, basta leggere le cronache del tempo. Oggi siamo una società segnata dalla tecnologia, ma la tecnologia richiede che esistano centri che la producano, sistemi di scambio, controvalore da fornire, ecc: siamo in grado di reggere (e desideriamo) un arretramento tecnologico? Chi s’affida frettolosamente a qualche frase letta qui e là, ma anche a seri autori che teorizzano un ritorno al “piccolo”, riesce a comprendere cosa sarebbe un mondo privo di quelle certezze alle quali siamo abituati? Chi si metterebbe, in un mondo di piccole comunità slegate, a raffinare il Silicio per i circuiti? Oppure, all’opposto, chi ancora sa bardare un cavallo?
Ciò nonostante, e questa è la colonna sonora del nostro vagare ondivago fra tesi opposte, si sente un gran bisogno di rinsaldare legami comunitari, di tornare ad avvertire nel vicino di casa un amico, non una targhetta sulla porta. Il mondo del dopoguerra era così. Avremmo un gran bisogno di un mondo che ricalcasse quei valori, ma decenni di pessime abitudini imposte ci hanno snaturati: tutte le rilevazioni indicano un’Italia composta da “poltiglia sociale”. La strada di ricostruire l’empatia perduta trova troppi ostacoli nell'esigenza d’essere placidi ed acquiescenti individui, “coerenti” con le necessità del “mercato” (che peraltro sta fallendo).
Proviamo, allora, a sondare sistemi economici del passato.
I regimi autoritari della prima metà del Novecento non ci potranno fornire molti spunti per la nostra analisi: il Nazionalsocialismo tedesco durò, guerra a parte, soltanto 6 anni, e un’economia di guerra non può essere presa come valido cespite per l’analisi.
Il Fascismo italiano durò più tempo, ma partì come forza rivoluzionaria e terminò come zerbino, dapprima della classe imprenditoriale poi dell’alleato germanico. Chi ha ancora dei dubbi su questa genesi, rammenti che la “Marcia su Roma” sarebbe stata facilmente impedita da una compagnia di Carabinieri, se il Re non avesse consentito loro di giungere a Roma. Un incarico “pro tempore”, fino al Luglio del 1943. Più durevole l’esempio iberico, poiché la penisola rimase per molto tempo “addormentata”. In effetti le innovazioni iberiche furono assai poche, e la penisola giunse agli anni ’70 del Novecento con un’economia prevalentemente agricola, arretrata rispetto al resto d’Europa. In aggiunta, per il Portogallo, ci fu l’annosa questione coloniale: la prima e l’ultima nazione direttamente coloniale della storia.
Nessuno di quei regimi tentò una via d’uscita dal capitalismo, o il superamento dello stesso con nuove forme d’aggregazione sociale, che non fossero imposte con l’autoritarismo dell'epoca. Soprattutto il Fascismo ed il Nazionalsocialismo crearono valide, per l’epoca, forme di sostegno sociale, connaturandosi con un principio di preminenza dello Stato sul cittadino, con i risultati che conosciamo.
Sull’altra sponda troviamo il mondo del socialismo reale: termine coniato per mascherare con eleganza il fallimento della prospettiva socialista, così com’era stata pensata da Lenin. Ma, per contrappeso, la società sovietica che riaprì le porte al mondo non era più la sterminata landa desolata del 1917. Era una nazione che possedeva una tecnologia con i fiocchi: aveva, però, i piedi d’argilla prodotti da un conflitto economico mai risolto, quello fra l’ideologia e la realtà. Per questa ragione fu “socialismo reale”, un ossimoro perenne.
L’esperienza sovietica in se è stata troppo frettolosamente scartata: vuoi per un malcelato senso d’orgoglio da parte di chi aveva “vinto”, vuoi per il traboccante senso di colpa di chi aveva “perso”. In realtà, non c’era nulla da “vincere” o da “perdere”: c’era da capire. Forse, oggi possiamo farlo senza acrimonie. Il gran fallimento della società sovietica, più che le difficoltà produttive (che, comunque, ci furono), fu il dramma della distribuzione. Ciò che l’URSS non riuscì mai a risolvere furono i rapporti economici interni: oscillò sempre fra stagioni di piccole liberalizzazioni, che incrementavano la produttività, ad altre di restrizioni di stampo ideologico, che ottenevano l’effetto opposto. Qui, c’è poco da imparare: se l’espansione continua del mercato non funziona più, non possiamo credere neanche ad uno Stato che s’assume la responsabilità di produrre e distribuire beni.
Diversa è stata la risposta della Cina: Pechino sta usando il capitalismo quasi “dosando” gli interventi in economia, nella ricerca di una difficile alchimia. Anche se, a prima vista, i cinesi hanno semplicemente sposato il capitalismo di mercato, non dimentichiamo che intendono mantenere il controllo dell’economia in mani pubbliche. Certamente il loro tentativo stride con una realtà che ha in se i primi segni di dissonanze: auguriamoci che i cinesi riescano in un’impresa che sembra più un volo pindarico che una valida alternativa. Le sperimentazioni economiche del Novecento sono tutto ciò che abbiamo per capire dove potremmo andare a parare.
L’aspetto veramente terrificante del “mercatismo” è stato quello, dapprima, di liquidare come insulsaggini tutti gli altri tentativi, per poi finire in un vicolo cieco avendo diligentemente distrutto ogni soluzione alternativa.
Oggi non abbiamo la possibilità per via democratica di mettere in discussione delle ipotesi di cambiamento radicale: possiamo solo subire ed addormentarci.
Rimarrebbe una via che potremmo definire “socialdemocratica”, ossia la faticosa via dell’aggregazione sociale su obiettivi, anche minimi, ma condivisi.
Grazie a Tremonti però, nel 2003, le aliquote IRPEF sono state cambiate per ridusse le tasse ai ricchi. In Italia, la distribuzione delle ricchezza è fra le più inique: il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale. In pratica, una persona su dieci si prende quasi la metà, mentre le altre nove si dividono il resto. Questo ci ha fatto precipitare al livello di USA e Polonia, e solo il povero Messico ha una ripartizione della ricchezza più iniqua della nostra. Nessun altro, in Europa, vive una così drammatica differenza di reddito fra le classi sociali. Purtroppo per noi la classe politica intera non è neanche capace di fare quelle scelte che non è più in grado do effettuare e quindi la via "Socialdemocratica" sarebbe già fallita in partenza. Ma è anche vero che parlare di massimi sistemi quando la pancia è piena è abbastanza facile, molto difficile invece quando la fame inizierà a mordere le esistenze di ognuno di noi e nessun sonnifero mediatico che si potrebbe inventare il conducator nostrano, potrà domare il risveglio delle coscienze dettato dal bisogno.
Serve invece iniziare a riflettere sulle possibili vie d’uscita dall'imperante(e fallimentare) “mercato”. Con quello che abbiamo, con l’esperienza che siamo riusciti a trarre, magari con qualche guizzo d’ingegno: sarà dura, ma non abbiamo altra via che la riflessione su cosa siamo stati, su cosa non siamo riusciti ad essere, su cosa potremmo diventare. Con l’avanzare della crisi, ben presto gli stati dovranno compiere delle scelte, anche dure e devastanti. Sta a noi farci sentire, fare quella scelta che ci è stata negata fino ad ora.

lunedì 9 marzo 2009

La rottura del sistema Italia


Fa una certa impressione sentire che l'attuale inquilino della Casa Bianca, quando era un avvocato per i diritti civili, perorava la causa degli afroamericani ed in generale delle ex minoranze etniche degli Stati Uniti ad accedere a quei mutui che sono sono stati la scintilla dell'attuale collasso finanziario: i mutui subrime.
Ciò non toglie comunque che almeno la stessa persona,venendo ad assumere un incarico esecutivo di alto livello, stia cercando di trovare un modo, diciamo così, per porre rimedio ad un errore di gioventù.
Se paragoniamo invece alla situazione in Italia su come si affrontano i problemi di questa crisi, o in generale, sul porre rimedi ad errori fatti in passato si rasenta se non la tracotanza dell'inazione sicuramente l'indifferenza. Eppure il paese non è stato mai così messo male come in quest'ultimo periodo. Tutti gli indicatori vertono al peggio: disoccupazione in crescita, sofferenza del tessuto industriale trainante del nor-est e stasi del nord-ovest, separazione del mezzogiorno verso i lidi delle organizzazioni criminali, aumento sproporzionato del peso dell'amministrazione pubblica sui sistemi di produzione privati, costo dei servizi in aumento dovuto a monopoli e/o collusioni, evasione ed elusione fiscale, precariato diffuso, costi e balzelli aggravati su "pantalone"- maschera veneta che rappresenta la generalità degli italiani un po creduloni ed un po remissivi-, ricerca disperata di intervento statale nelle aziende che dovrebbero chiudere invece che trascinare se stessi e gli altri in uno stato comatoso a cominciare dal sistema bancario, affossamento dell'istruzione e delle conoscenze, collasso dei fondi per la ricerca, corruzione dilagante, inefficienza della spesa pubblica e privata, interessi privati a scapito di quelli generali. Insomma le tipiche caratteristiche Italiane che ho descritto nel precedente articolo sulla "Crisi Morale" che si trasforma e si amplifica nella crisi economica attuale. Anche perché questa crisi, che colpisce tutti i paesi del mondo occidentale e non, non fa altro che accentuare questi problemi più di qualunque altra nazione: in Germania come in Francia la crisi colpisce come da noi, solo che li TUTTI o quasi cercano di trainare la carretta, mentre qui da noi sono solo una minoranza che è sopraffatta da una maggioranza che non vuole o non può farlo pesando eccessivamente sugli altri rischiando fi fatto di farli precipitare a terra e con loro l'intera nazione.
Ma quello che sta emergendo più che altro è il fatto che questo paese oramai si sta disgregando nella sua forzata unità nazionale, differenziando sia nei comportamenti che nella costituzione "materiale" in tre macro tronconi, macro aree geografiche Nord Centro e Sud, con notevoli differenze tra le vari parti che si allontanano sempre più come schegge divergenti da un'implosione dello stato unitario. La gravità del collasso è di una intensità tale peraltro che lo stato stesso, unitario dal 1860 in poi, non avendo voluto o potuto risolvere le infinite contraddizioni che si portava dalla sua fondazione, ma anzi lasciandole marcire ed accumulare aumentandone la massa critica, ha raggiunto un serio ed acuto punto di rottura superando il quale l'Italia stessa come l'abbiamo conosciuta nell'ultimo secolo e mezzo sarà solo un ricordo su una carta geografica. Persino l'attuale governo, espressione di una parte inefficace e dittatoriale nel deserto delle opposizioni, non sa o non può porre un rimedio efficace a questa deriva che ha molti padri come le sconfitte. Ma la principale responsabilità , duole dirlo, è proprio del suo popolo, degli italiani, che hanno preferito vivere anestetizzati ed accuditi come bambini viziati e fragili senza mai avere il coraggio morale del riscatto civile ed umano, se non in rare eccezioni. Non c'è molto da sperare se non almeno nello scotimento di un'invettiva in una poesia che Pasolini scrisse diversi anni prima della sua morte, nei suoi scritti corsari:

"L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce."

Purtroppo a quanto pare, solo qualcun'altro diverso da noi potrà stravolgerci da tale disincanto e sollevarci dal baratro in cui ci stiamo infilando. Il problema però sarà che dovremmo seguire le sue volontà e non più le nostre.
Il prezzo per la rottura del sistema italia.

sabato 7 marzo 2009

L'Onda di Ritorno.


Dopo l'ultimo vertice europeo straordinario di Bruxelles che doveva sancire quella ignominosa presa di potere dittatoriale passata con il temrine di “Trattato di Lisbona” , non sappiamo se sia finita in questi giorni, o se era già finita prima, la volontà delle classi NON ELETTE della commissione e degli organi di gestioni dell'Europa di imporre il loro potere personale e lobbistico, oltre che massonico e contro i popoli europei. Poco importa oramai: rimangono convenzioni, che si intrecciano con l’imprevedibilità delle costruzioni giuridiche europee e soprattutto con l’imprevedibilità della loro possibile decostruzione. Sappiamo solo però che la base su cui era fondato l’allargamento europeo sta precipitando a una velocità impressionantte nel buco nero della più grande depressione economica che questo continente abbia mai visto.
Infatti tale velocità e addirittura superiore a quella presa come paragaone e di cui si credeva figlia: ma oramai si prevede che la figlia supererà di gran lunga la madre. Nel 1931 la produzione industriale europea calava del 5% su base annua. Oggi il calo è del 15%, tre volte superiore. All'epoca la bolla bancaria e parabancaria non si misurava in multipli del prodotto interno lordo dei singoli paesi, come purtroppo oggi vediamo per i paesi della Vecchia Europa (non dà conto parlare di quelli della Nuova Europa, già sull’orlo della bancarotta). L'onda di ritorno, la controglobalizzazione, galoppa sulle ali degli attuali e futuri fallimenti di banche, più che sufficienti per innescare il default di interi stati vista la loro portata.
A differenza del '31, oggi fa impressione la palese impotenza dei protagonisti politici dei vari paesi europei. Neanche il tempo di godersi lo svanimento repentino di certe sfrontatezze dei governanti di Polonia, Repubblica Ceca o Ucraina, che avevano giocato a fare i campioni del capitalismo angloamericano e già oggi sono con il cappello in mano, a chiedere soccorso che difficilmente arriverà. Perfino la fine catastrofica di quell’arroganza e supponenza fa impressione, perché è il primo segno tangibile di come oggi possano essere annichiliti in un istante valori e punti di riferimento, sia negativi che positivi, oramai superati. Le classi dirigenti odierne sono state selezionate non dalla crisi, ma dal suo esatto contrario. Vengono da un sistema che non riusciva più nemmeno a contemplare qualcosa di diverso da una molle espansione indefinita, da un modello di mercato liberista chiaramente in via di frantumazione finale. Il Consiglio europeo di Lisbona recitava di diventare entro il 2010 «l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.»
Tutte fesserie e menzogne che cadono davanti l'inanità di governi che puntano ora solo a salvare il salvabile, senza sapere nè come farlo nè valutandone gli effetti delle loro scelte. Nel marasma che sta montando, si ritorna entro i confini nazionali, tanto nelle scelte dei governi, quanto negli orientamenti popolari. Gli aiuti nazionali alle banche scontano l’enorme prezzo di lasciare a se stesse le economie estere in cui quelle banche avevano investito, per concentrare la speranza di far ripartire il credito alle imprese, ancora deinibili tali, dal collasso finale, dentro il proprio paese.
La controglobalizzazione, appunto. L'onda di ritorno.
E' un riflesso condizionato di auto tutela in un mondo troppo interdipendente per avere una reale possibilità di successo. E' abbastanza azzardato fare qualsiasi previsione su quel che accadrà in questo anno "terribile" per le economie. Di sicuro stiamo percorrendo l'autostrada del collasso sistemico a gran velocità.
Nella testa dei governanti risuonano parole d’ordine senza più significato, ancora legate alla fase dell’egemonia neoliberista angloamericana. La sinistra europea è parimenti spiazzata, dato che quel mondo economico figlio di quello politico nato dalla rivoluzione francese si sta sgretolando sempre più. Qui e lì si cerca di ristudiare in fretta e furia una qualche forma di intervento statale. Ma ha fatto bene Tremonti a dire che siamo in "terra incognita". Occorrerà vivere giorno per giorno e procedere in tal senso.
Del resto la risposta americana è di cercare di raggiungere un’enorme massa critica d’intervento pubblico in tempo utile per deviare il corso delle cose. Contano sulla residua affidabilità della loro capacità d’indebitarsi senza fallire, coperti dallo status garante della superpotenza e dalle loro forze armate ormai azzoppate dalle guerre in corso ( grazie al presidente Bush). Il gioco reggerà finché i buoni del tesoro USA saranno acquistati. Una scommessa che vinceranno o perderanno quest’anno. E se vincono sarà a scapito di altri soggetti che emetteranno debito, primi fra tutti gli Europei.
Altrettanta massa critica non si vede ancora nell’intervento europeo, anzi. L’Europa non può permettersi il default dell’Est, perché sarebbe davvero una catastrofe. Ma ignora ancora come impedirlo. Gli automatismi e le rigidità eurocratiche sono per questo in rapido declino, perchè inefficaci se non dannose. Se fra qualche anno ci sarà ancora l’Euro a far da scudo, (cosa messa in discussione dai comportamenti attuali della BCE) certo avverrà per una disponibilità al sacrificio dei paesi meno a rischio default (Francia, Germania). Ma questi sono governati da personaggi legati alla CIA come Sarkò e Merkel, difficilmente potranno fare quello che si richiede. Pertanto solo ora si riesce a capire l'assassionio di Haider; un'altro austriaco che sarebbe stato chiamato a Berlino a salvare una Germania di nuovo collassata economicamente e che avrebbe fatto solo gli interessi dell'Europa e non quelli Americani. Troppo anche per Whashington.
Sono troppi i “se” che queste classi dirigenti vissute in tempi molli e abituate a responsabilizzare il "mercato" e deresponsabilizzare se stesse non sanno dipanare nei tempi difficili.
Per questo prende sempre più forza l'Onda di Ritorno.

giovedì 5 marzo 2009

L'alba di un nuovo mondo



Si tende a guardare con un certo distacco quello che sta avvenendo ai giorni nostri, come se fosse uno show o una catena di eventi completamente fuori dalla propria portata. E invece è tutto amaramente reale e profondamente doloroso dato che il collasso dei sistemi che stiamo assistendo come testimoni storici di eventi talmente grandi da essere oltre la nostra comprensione sta mordendo l'esistenza profonda delle nostre vite come non mai.Nel nostro piccolo si manifesta come difficoltà ad arrivare a fine mese, nella riduzione dei consumi, nelle rinunce di molte attività a cui eravamo abituati. Ma l'aspetto peggiore è l'oscuramento dell'anima: dalla paura montante, dalla violenza sempre più dilagante, dalla palese ingiustizia che aumenta come aumenta la rumenta nelle nostre città, che altri non è che la proiezione esterna dei rifiuti che sono diventate le nostre coscienze, intorpidite e assenti. Sopratutto nella dilagante immoralità, nelle menzogne negli atroci abusi contro i piccoli deboli e poveri e in contrasto ai crassi lussi e privilegi indebiti di caste parassitarie ed asfissianti. Insomma non viviamo affatto tempi allegri, anzi, sarebbero oscuri, tenebrosi, ardui e sofferenti.
Eppure...
Nonostante il collasso di un capitalismo terminale, di quello energetico relativo alla fine del petrolio abbondante a basso costo, e di quello del lavoro a causa dell'impatto della terza onda innovativa della rivoluzione informatica ( in attesa tra 10- 15 anni della quarta che rischia di essere devastante), non riesco ad essere pessimista, anzi. Un sottile ma tenace senso di sollievo e di speranza inizia a pervadermi ogni volta che le notizie che arrivano dai vari fronti non fanno che confermare quelle che da tempo uomini onesti e liberi avevano preconizzato con occhio lucido ed intelligenza lungimirante riguardo a quello che oggi stiamo assistendo.
Ma l'ottimismo che inizia a farsi breccia tra tante notizie deprimenti è quello dovuto al fatto che, finalmente, sta finendo QUESTO mondo, QUESTO sistema di produzione e di allocazione delle risorse e della ricchezza, QUESTO modello che, rivolgendosi contro quello che pretendevano di difendere e di promuovere (la difesa e la tutela dell'uomo), ne è stato palesemente il primo che hanno avversato e demolito nelle sue componenti umane, culturali, economiche. Quando un sistema, qualunque esso sia, tradisce uno dei pilastri e fondamenti su cui si è basato, sarà inevitabilmente destinato al crollo. Non è mai indolore quando un qualsivoglia sistema crolla repentinamente: è sempre foriero di danni e di vittime che si porta con se.
Ma nonostante tutto, nonostante tutte le sue conseguenze, stiamo finalmente assistendo alla FINE di un modello di sviluppo e di civiltà che ci siamo portati dietro da almeno 3-4 secoli a questa parte. Foriero di crisi cicliche che non ci hanno mai abbandonato, portatrice di squilibri sociali non indifferente, parcellizzazione ed atomizzazione di comunità coese verso uno sfrenato individualismo, il capitalismo occidentale sta oramai mostrando la pienezza dei suoi limiti e dei danni e dei guasti che ha apportato con se. Gli unici elementi positivi che questo sistema ci ha consegnato sono sostanzialmente solo due:
- la fine della penuria tipica del Medioevo
- la velocità di accrescimento delle ricchezze
Il fatto purtroppo che questi vantaggi sono stati pagati amaramente mette significatamene in discussione la validità di tale modello. Cosa che verifichiamo anche sulla nostra pelle a livello quotidiano: la corruzione, l'inquinamento, l'ipocrisia, la dittatura dei pochi, l'avidità, la parcellizzazione degli individualismi, la ferocia e la violenza delle ingiustizie.
E' ancora presto per trarne delle conclusioni finali, ma sta il fatto comunque che si sta diffondendo sempre più l'esigenza di cambiare radicalmente il nostro modo di vita, di pensare fuori da schemi diventati obsoleti ed in definitiva di ritornare alla realtà del nostro mondo, è esso stesso il primo segno di ottimismo e di speranza che riempie il cuore.
Siamo finalmente alla fine di un'era che ormai appartiene al passato e all'inizio di qualcosa obbligatoriamente diverso dal precedente, ancora tutto da costruire e per tale motivo bellissimo perché rende noi, oggi, attori in prima persona della storia che stiamo costruendo e vivendo con le nostre azioni.
Finalmente possiamo iniziare a guardare all'alba di un nuovo mondo.

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