sabato 21 marzo 2009

Declino Terminale

E' sempre bello averre conferma dalla realtà in cui spesso situazioni che credevamo ben definite e categorizzate mostrano in realtà comportamenti e manifestano azioni inaspettate che ne rendono palese la loro complessità e che quindi necessitano di essere comprese in profondità senza che, noi osservatori, ci lasciamo condizionare od impressionare da facili, superficiali e fallaci soluzioni.
Sembrava che l'America avesse piegato con sicurezza l'Europa ai propri voleri, che l'integrazione forzata di popoli e dei governi all'interno di un unica area di scambio integrata e dominata dagli Americani fosse inelutabile, che la stessa America riuscisse ancora una volta ad imporre il proprio volere "imperiale".
Ed invece, non solo non riesce ad imporre le proprie volontà, ma governi e gruppi di potere che credeva di controllare in quanto favoriti e creati da loro stessi, gli si stanno rivoltando contro sollecitati da quell'istinto primario sempre sottovalutato: la sopravivenza.
In uno scenario del genere il mito dell'"Occidente" come propagandato dall'altra sponda dell'atlantico, si sta sgretolando sotto i colpi pesanti e fendenti della crisi economica oramai totale. Nella riunione del G-20 prevista per il 2 aprile, Stati Uniti ed Unione Europea si presentano con programmi opposti ed inconciliabili, palesando una rottura ed uno scontro mai così aperto e brutale come in questo periodo di vacche magre e di economie declinanti.
Gli Americani ordinano agli europei di disperdere in maniere insensata miliardi per salvare le banche e rilanciare i consumi a debito, di rimpolpare le casse esangue del Fondo Monetario (che dovrebbe garantire i prestiti agli stati in difficoltà finanziaria e che egemonizzano con gli Inglesi) con oltre 500 miliardi di dollari.
Gli Europei affermano di aver già contribuito alla spesa e che piuttosto, spingono affinché si metta in piedi un sistema di regolamentazione globale che metta un freno alle follie dei «mercati» finanziari, anzitutto anglosassoni, con la chiusura d’autorità dei paradisi fiscali, porre freni ai derivati, e via di seguito.
Dichiarazioni sempre più ostili si susseguono tra le due sponde dell'Atlantico.
Molto probabilmente l'amministrazione attuale cerca di far saltare qualsiasi accordo per giustificare l'attuale politica dei salvataggi (o bailout) che stanno perseguendo ma che, ancora una volta, rischiano di essere fallimentari. Gli Usa hanno bisogno di tempo per poter continuare ad allocare i Treasury Bills (equivalente ai nostri BOT) in competizione con gli altri Paesi, sopratutto Europei, al fine di impedire la deflagrazione di tutte le bolle speculative finanziarie incombenti che minacciano la sopravvivenza stessa degli Usa come "Gendarmi Egemoni nel Mondo".

Una delle manovre in corso che sembrano giustificare questo sospetto, è il tentativo, da parte dei media del potere anglosassone, di opporre alla «vecchia Europa» la «nuova Europa» dell'Est,e mediante una campagna allarmistica di acuirne le divergenze sulla reale situazione di questi paesi (descritti come in totale bancarotta) al fine di spaccare l'area dell'euro, sfruttandone la mancanza dell'unità politica.
Persiste infatti, come riferito da alcuni analisti del settore, «un tentativo deliberato da parte di Wall Street e della City di far credere a una frattura della UE e di instillare l’idea di un rischio "mortale" gravante sulla zona euro, attraverso l’incessante flusso di false informazioni sul "rischio bancario che viene dall'Europa dell'Est", tentando per giunta di bollare una zona euro "tremebonda" di fronte alle misure "volontariste" americane o britanniche. Un altro obbiettivo è di stornare l’attenzione internazionale dall'aggravarsi dei problemi finanziari di New York e Londra, indebolendo nello stesso tempo la posizione europea alla vigilia del G-20». Secondo il sito "Europe 2020", che spesso ha indovinato molte analisi di natura economica strategia, si sostiene che sia ridicolo strillare che «l’Ungheria è in bancarotta» o «La Lettonia in default» come se si dicesse «la California è insolvente». La popolazione della Lettonia è solo l’1% di quella della UE e la sua economia è lo 0,2% del PIL europeo, mentre la California ha il 12% della popolazione americana, ed è lo Stato più ricco degli USA. Il PIL ungherese pesa l’1,1% nel PIL dell’eurozona. I nuovi Stati membri est-europei pesano in tutto il 10% del PIL europeo, e fra loro i più grossi e ricchi, come Polonia e Cekia, sono i meno colpiti. Dunque, niente fa pensare che «l’Europa dell’Est provocherà qualcosa di simile alla crisi dei subprime» americani. Al massimo, valuta il sito francese, la somma in gioco per il sistema finanziario europeo si aggira sui 100 miliardi di euro, 130 miliardi di dollari, più che sopportabile in rapporto alla dimensione del sistema finanziario della UE, e modesto rispetto alle migliaia di miliardi (trilioni) che la FED e il Tesoro USA continuano a iniettare nelle loro banche, assicurazioni, mega-aziende eccetera. La cifra stanziatata dai paesi della UE in consorzio per stabilizzare l’Est, 25 miliardi di euro, è il 20% di quel che occorre nel peggiore dei casi e dunque, secondo Europe 2020, sufficiente; tanto più che «il recente ribasso del franco svizzero diminuisce ancora la gravità della situazione», dando respiro agli ungheresi e ai polacchi che hanno contratto mutui nella divisa elvetica.

Queste sono le vere dimensioni delle economie dell'Est a confronto con la zona euro.

La banca più insistentemente indicata come il detonatore della bolla europea, l’austriaca Raffeisen - sostiene il sito- nel 2008 ha realizzato profitti in rialzo del 17%, «superiore a tutto quel che possono sperare la banche americane e britanniche». L’Ucraina è vero ha un piede nell’abisso: ma non è nella zona euro, anzi è «una pedina di Washington» e se precipita, pone all'Europa un problema come zona di instabilità ai suoi confini, ma ne pone uno più grosso a Washington, perchè sarà Mosca a guadagnarvi con un’espansione della sua influenza. Nè l’immobiliare est-europeo finanziato con mutui delle nostre banche minaccia di perdere il 30-40% di valore, come accade in USA e in Inghilterra; perché «dopo 50 anni di comunismo» in quei Paesi c’è una «penuria di abitazioni moderne», mentre le case e villette tirate su in America grazie ai mutui a bassi tassi e concessi a insolventi, sono case in sovrappiù, di qualità bassa, ed oggi, abbandonate, in via di veloce degrado. Lì sì c’è «una vera distruzione di ricchezza per i proprietari, i creditori, le banche e l’economia» in generale.

Potrebbe essere quella del sito francese una contro-propaganda parigina. Del resto la rigidità legnosa della BCE, l’assenza di vere leadership in Europa e di una vera unione politica sono dati di fatto. Inoltre su tutti pende la bolla dei CDS - derivati finanziari - pari ad oltre 100 mila dollari per ogni abitante della terra.
Ciò nonostante la situazione dei rapporti di forza e della situazione reale delle varie economie è ben diversa da quella che fin qui ci hanno fatto credere, a conferma di quanta cautela occorre utilizzare nel vagliare le informazioni che ci giungono.
Se questo scontro permane si rischia di avere un allontanamento irreversibile della vecchia Europa dal padrone americano, con conseguenze politiche notevoli.

La tragedia economica USA resta la più grave ed ad un livello incomparabile con la crisi europea, e con tutti gli indici convergenti verso il basso. Sebbene da noi sia dura, non vediamo ancora quelle situazioni particolarmente emblematiche che vediamo in America, ad es: senzatetto, un crollo degli ordinativi del 45%, come quello sofferto dall'industria. La crisi non risparmierà affatto l'Europa a causa della rimozione, voluta dai banchieri e dai liberisti globalizzatori, di quelle paratie stagne che forse ci avrebbero protetto di più e meglio dalla situazione attuale. Il collasso americano sarà simile alle conseguenze di un fall out dopo lo scoppio di una bomba nucleare: sarò dura viverci e la cosa durerà molto a lungo.
Quando accadrà non lo possiamo sapere anche perché, se applicassimo adeguati modelli matematici, ci sono troppe variabili in gioco per estrapolare un valore preciso. Nonostante tutto però iniziano a mostrarsi dei segni e delle crepe rivelatrici.
A cominciare dalla fuga di investitori stranieri dai loro attivi in dollari. Tutti vogliono liberarsene, anche a scapito di qualunque minimo ritorno sul capitale. Gli investitori esteri, solo in gennaio, hanno venduto 43 miliardi di dollari netti di titoli USA a lungo termine, mentre in dicembre il saldo era ancora positivo, per gli USA, per 34,7 miliardi di dollari in ingresso. Questo può indicare che nel futuro prossimo, Washington avrà qualche problema a far comprare i BOT che sta emettendo a trilioni, per finanziare il suo sedicente rilancio mai veramente efficace.
La Cina poi, massimo creditore dell'America, sta cautamente diversificando i propri crediti con altre valute liberandosi degli attivi in dollari.
Sta acquistando a man bassa beni "reali", miniere in via di fallimento, metalli, contratti petroliferi a lungo termine - oggi a prezzi irrisori, che si rivaluteranno in futuro - un po’ in tutto il mondo: Russia, Brasile, Venezuela, Australia. E pagandoli con titoli di stato USA liberandosene definitivamente. Contestualmente sta iniziando a far sentire la sua voce "politica" di chi detiene il reale potere di influenzare gli eventi, tenendo in pugno la più grande economia del mondo (ma ancora per poco).

La situazione per l'America nella fase di crisi acuta in cui si trova è realisticamente tragica. Il modo di agire e di prendere decisioni evidenziano sempre più la disperazione di un ex gigante che deve fare i conti con il mondo. La disperazione di un paese che sa che non potrà fare molto per salvarsi. La disperazione di un ex potenza in declino terminale.

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