venerdì 13 marzo 2009

La Lobby


Charls Freeman, nominato dal Presidente Americano per ricoprire il ruolo dirigenziale al National Intelligence Council, l'organismo che coordina per la Casa Bianca le attività di tutte le agenzie di intelligenze USA, ha rassegnato le dimissioni a causa dell' attacco continuativo da parte della Lobby pro israeliana dell'AIPAC e, sicuramente, non avrebbe rinunciato se avesse avuto fino in fondo l’appoggio del Presidente che, in questa occasione, ha mostrato sopratutto debolezza, oltre che paura, nei confronti dell'associazione. Persino un senatore, Chuck Schumer, si è vantato pubblicamente di aver liquidato Freeman, portando il caso a nome della lobby direttamente all'attenzione di Rahm Emanuel, il capo gabinetto dell'Amministrazione di Obama, di origine ebrea.
In realtà la liquidazione di Freeman non è opera di un uomo solo, ma di un'intera Lobby, che ha sentito quella nomina come una sfida diretta al suo potere di condizionamento del Congresso Americano intero, della Corte Suprema e della stessa Presidenza partecipando e promuovendo il linciaggio in modo massiccio e coordinato. Steve Rosen, l’ex alto dirigente dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), dimessosi dalla Lobby perché- guarda caso- sotto processo per spionaggio pro-Israele, ha condotto in prima persona questa campagna denigratoria. Tutti i commentatori dei grandi media, noti neocon e con nomi ebraici, si sono mobilitati eseguendo gli ordini ricevuti dalla Lobby con accanimento, accusando sul Wall Street Journal di Murdoch -un'altro ebreo-, sul Weekly Standard, su New Republic, che Freeman era «un fantoccio dei sauditi», dato che nel passato aveva lavorato con un think-tank che riceve finanziamenti anche e non solo da paesi arabi. Persino undici senatori e parlamentari, noti per essere sostenuti nelle loro campagne di rielezione dall’AIPAC o per aderire ai gruppi della destra neocon, hanno formalmente richiesto al direttore del National Intelligence, l’ammiraglio Dennis Blair, di indagare sui «legami finanziari di Freeman con l’Arabia Saudita». L’ammiraglio ha espresso dopo pochi giorni a Freeman il suo «pieno appoggio», esaltandone «l’eccezionale talento ed esperienza» e negando che abbia mai «fatto lobby per un governo o un gruppo d’affari», nè che «abbia mai ricevuto alcun compenso diretto dall’Arabia saudita». Con questo, l’ammiraglio ha messo in gioco la sua stessa credibilità e autorità: sembrava un fatto decisivo, una reazione allo strapotere condizionante della Lobby. Ma il senatore Joen Lieberman - un'altro ebreo - gli ha replicato: «Alla prossima puntata». Difatti il lunedì successivo i sette senatori repubblicani della Commissione senatoriale d’intelligence mandavano un’altra lettera a Blair chiedendo un’inchiesta esprimendo «preoccupazione» per la supposta indifferenza di Freeman per «i diritti umani in Cina». Ancora una volta, Blair scendeva in campo a sostegno di Freeman. Due giorni dopo, 87 dissidenti cinesi e attivisti, abitanti in USA e ben istruiti su cosa dichiarare dalla Lobby, hanno espresso, mediante una lettera aperta, il loro «intenso sgomento» per la nomina di Freeman, e chiedevano ad Obama di non confermarlo. Strana coincidenza.
Ma questa volta, fatto significativo, a difesa di Freeman sono scesi due studiosi di affari cinesi con nomi ebraici. Sidney Rittenberg, sull’Atlantic, ha testimoniato che mentre era diplomatico a Pechino, Freeman «soccorse molte persone». Jerome Cohen, esperto di diritto cinese, ha definito «ridicole» le accuse di indifferenza di Freeman sui fatti di Tienanmen. Insospettabili pezzi grossi del giornalismo di potere, da Joe Klein sul Time a Andrew Sullivan di The Atlantic, si sono esposti a favore di Freeman. Diciassette ex ambasciatori americani, fra cui Samuel Lewis, ex ambasciatore in Israele, hanno firmato una lettera al Wall Street Journal definendo Freeman «un uomo di alta integrità e intelligenza, che non consente mai alle sue opinioni personali di distorcere le sue valutazioni d’intelligence». Sette ex alti funzionari dello spionaggio scrivevano a Blair accusando l’aggressione contro Freeman come «senza precedenti in violenza e vastità», da parte di «opinionisti-guru e figure pubbliche che hanno paura di un importante dirigente d’intelligence capace di prendere posizioni equanimi nella questione arabo-israeliana». L’appoggio coraggioso di tante personalità di livello, e ben inserite nell’establishment, ha fatto sperare che Freeman avrebbe superato questa campagna di diffamazione: non era mai successo prima. Invece il suo annuncio di ritiro è stato del tutto inaspettato. Evidentemente lo stesso Obama non ha avuto il coraggio di queste personalità e ha chiesto a Freeman, o fatto chiedere, di lasciare l'amministrazione.
Guarda caso poche ore dopo, un funzionario anonimo della Casa Bianca si faceva intervistare dalla radio israeliana, e diceva: «Il presidente Barak Obama non taglierà gli aiuti militari ad Israele». I 30 miliardi di dollari annui in armamenti che gli USA regalano a Giuda, continueranno a fluire verso Israele. Tshal può essere soddisfatto. Gli abitanti di Gaza continueranno ad avere la loro dose quotidiana di pallottole.
Difficile divincolarsi dal potere israeliano in USA, come dovunque sia presente la Lobby di potere. Chi ci prova, è votato al fallimento se non si ha il coraggio di mettere in discussione apertamente e coscientemente l’inimicizia degli ebrei verso gli altri uomini. Se, cioè, non si prende alla lettera la verità espressa dallo scrittore ebreo romeno-americano Maurice Samuel nel suo libro «Voi gentili» del 1924:

«Noi ebrei siamo i distruttori, e rimarremo distruttori per sempre. Nulla di ciò che voi farete ci soddisferà o placherà. Noi distruggeremo sempre, perchè abbiamo bisogno di un mondo tutto nostro, un mondo-Dio, che non è nella vostra natura di costruire».

Obama, che non ha osato sfidare il tabù, ha subito una sconfitta gravissima, una perdita d’autorità di cui subirà le conseguenze anche a breve, mostrando quanto la libertà d’azione di un presidente americano è limitata e condizionata, proprio nel momento in cui, invece, doveva dimostrare l'aspetto imperiale dell'istituzione in un momento di crisi gravissima. Quanto alla Lobby, ha vinto. Forse troppo. E per questo, la sua rischia di essere una vittoria di Pirro. La mano della Lobby è più forte, quando esercita il suo potere nell'ombra. E in questa occasione, esso è stato visto alla luce del sole. Mai prima tante personalità americane avevano denunciato così apertamente la «Lobby israeliana» su tanti media; è stato infranto un tabù. Mai prima d'ora uno sconfitto dalla lobby aveva osato scrivere, e veder pubblicare sul Wall Street Journal, quello che ha scritto Freeman per annunciare il proprio ritiro. Mai nessuno dei mainstream media aveva pubblicato simili asserzioni. Un intero frasario prima vietato come «antisemita» e relegato nei blog marginali, è stato in qualche modo sdoganato. Una legge del silenzio non scritta, i limiti del politicamente corretto e una mezza dozzina di tabù intoccabili sono stati frantumati: adesso, sui media più ufficiosi, anche columnist famosi possono parlare della «Lobby israeliana» e persino discutere, come ha fatto James Fallows, il notista politico interno di The Atlantic, della «lobotomia» che la Lobby impone alla politica estera americana vietando critiche su Israele, e facendo tacere i dissenzienti.Un'altro muro è caduto.
Ognuno oggi vede il lercio e la corruzione che questa influenza, Sionista più che ebraica, esercita sugli Stati Uniti, il suo eccesso di arroganza, l'incapacità di dosarsi e di moderare le influenze. Nelle alte sfere, molti condividono l’atto di accusa di Freeman e non più solo nel silenzio e nel privato. Sta emergendo nelle sfere dirigenziali americane il «problema ebraico» che oggi hanno gli Stati Uniti. Una presa di coscienza che, come dovrebbero aver imparato gli ebrei, rischia di ritorcersi contro la loro stessa Lobby.

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