mercoledì 11 marzo 2009

La scelta negata



Il termine crisi nel suo significato semantico, ha assunto un rilievo particolare.Una volta non era neanche utilizzato. Nessuno proferiva la parola “crisi” negli anni ’60. Si parlava di “congiuntura” che, etimologicamente, è qualcosa che “congiunge” due periodi ed è quindi un elemento di labile rottura nel continuum. L’uso di questo termine, in economia, deriva dal tedesco Konjunktur, e non è che un passaggio leggero fra due, diversi approcci del capitalismo internazionale. Essa non considera essenziale l’intervento umano: è una sorta di leggera influenza, che si risolve da sola. Il passaggio dai sistemi elettromeccanici controllati dall'uomo a quelli a controllo numerico (informatico), degli anni 70-80 del Novecento, può essere indicato come un fattore determinante della “congiuntura”, ossia il transito da un sistema meno automatizzato (maggior presenza umana) ad un altro più efficiente, per la diminuzione delle ore/lavoro necessarie per produrre un singolo bene. Fin qui, nulla di strano. Del resto Marx aveva detto questo da tempo. Oggi, il termine però è desueto, e non solo per una questione di stile. Persino il presidente del consiglio consiglia di non utilizzarlo.
L'origine della parola “crisi” – krisis (gr) – non indica, però, un elemento di per sé negativo poiché significa “scelta” o “giudizio”, ossia un’azione che prevede la partecipazione attiva del soggetto: sì, scegliere, proprio quello che ci viene impedito di fare. Le proposte per affrontare la crisi economica e la disoccupazione che vengono proposte dal governo vengono gestite da una risma di folli e nessuno ha intenzione di cambiare strada mentre al massimo si accelererà nel percorso che ci ha condotti a questo sfacelo, sperando che il muro della realtà non sia troppo duro.
Però, se qualcuno potesse scegliere, le scelte dovrebbero essere agghindate d’aggettivi, per indicare ciò che c’attende. Avremo così scelte difficili, gioiose, liberatorie, drammatiche, ininfluenti, coraggiose. L’unico aggettivo proibito dal capo del governo, è stato proprio quel “drammatico”, subito cassato a Tremonti, perché ha capito, quale formidabile comunicatore della Penisola, l'effetto che può provocare. I suoi fini sono lerci fino al midollo; ridurrà l’Italia ad una pletora di zombie, dato che è bravo a comunicare e ad organizzare, ma manca della cultura di base necessaria per svolgere una vera funzione politica e di governo. E proprio per questo la parola “crisi” deve essere bandita dato che un domani, quando i morsi della rovina economica ci massacreranno, si potrebbe ricordare che c'era una “crisi”, e dunque una scelta. Facciamo però un piccolo ritorno nel passato per capire meglio.
Una delle immagini che iniziò a sconcertare negli anni '60 fu quella dei trattori che distruggevano tonnellate d’arance nel Meridione. Una bestemmia per un paese uscito dalla miseria dopo appena vent'anni, e così era colta dalla maggior parte degli italiani i quali non s’accorsero che quelle erano già “scelte”, solo che qualcuno le compiva al posto nostro, defraudandone la sovranità. La ragione di quelle distruzioni erano di "mercato": sovrapproduzione, concorrenza internazionale, si doveva, in primis, salvaguardare il "mercato degli agrumi". Siccome il “mercato” non poteva che salvaguardarsi da solo, s’applicava la legge della domanda e dell'offerta.
Senza scomodare la pessima ragione illuminista, basta il buon senso per capire che non è logico né razionale impiegare ore/lavoro, concimi, energia, ecc, per poi schiacciare il prodotto sotto le ruote dei trattori.Da sempre le derrate alimentari servono per sfamarsi. Dopo qualche anno di trasmissioni della solita scena, la notizia non fa più notizia.Così, il primo imprinting era stato dato.
Ma alla fine degli anni ’60 l'inevitabile contrazione della manodopera nell'industria produce inesorabilmente disoccupazione. Solo lo Stato poteva compensare la diminuzione dell'occupazione assorbendola nei servizi al cittadino. Ma il peso finanziario dello Stato stesso sarebbe inevitabilmente aumentate, con relativo ricorso ad imposte e tasse aggiuntive per coprire la spesa pubblica, con relativo aumento di dipendenti statali.
Da 1970 in poi, fu varato l’ordinamento regionale ed iniziarono le montagne russe della spesa pubblica. Nuove competenze furono inventate per nutrire l’espansione incontrollata del ceto politico da piazzare nelle Regioni, le Province furono compensate con la ripartizione del personale scolastico, mentre i Comuni ebbero le Circoscrizioni. Gli italiani impararono che esistevano altre forme di vessazione economica che non venivano più da un solo Stato Centrale.
Riflettere su questi fatti aiuta a capire il periodo di depressione economica che stiamo sperimentando. Sulle radici internazionali e geopolitiche di questa crisi ne abbiamo accennato in precedenti interventi.
Ma quello che dobbiamo e possiamo fare è analizzare le conseguenze di scelte mancate.
La prima considerazione da fare è che la logica del mercato che si auto-regolamenta è fallita, anzi non è mai esistito un mercato completamente libero dall’intervento umano, ma alcune situazioni (gli USA prima della Grande Depressione, ad esempio) s’avvicinarono molto. Allo stesso modo, non è mai esistita un’economia completamente diretta dallo Stato: anche nell’URSS, il 3% delle terre coltivabili era a conduzione privata. In mezzo a queste due estreme impostazioni, c’è la cosiddetta economia “mista”, la quale si nutre d’entrambi i principi, cercando di trovare l’equilibrio più soddisfacente. Un altro elemento è l’aggregazione sul territorio dei soggetti economici favoriti dalla creazione di Stati Nazionali. Pertanto, la produzione e la ripartizione delle risorse devono tener conto d’entrambi i fattori: geografici e politici, per riassumere in breve i due aspetti.
Oggi il cuore della crisi è che uno spostamento verso il liberismo economico ha prodotto catastrofi senza fine. Non solo con la truffa di creare valore dal nulla, per compensare una ricchezza che è migrata in paesi esteri, con la dismissione a prezzi stracciati delle Partecipazioni Statali, ma anche e sopratutto con la perdita di regolamenti, leggi e "laccioli" che ha portato ad un ambiente dove vige la legge del più forte. D'altra parte non possiamo rifarci alle teorie di keynes tout court ( dopo averlo sbeffeggiato per oltre tre decadi) per affrontare una situazione sostanzialmente differente dal passato, sicuramente per le dimensioni coinvolte.
Gli stati che applicarono le dottrine keynesiane erano nazioni poco o per nulla indebitate, che possedevano la gran parte dei mezzi di produzione del pianeta e che avevano, proprio nel resto del pianeta, le fonti d’approvvigionamento di materie prime a basso costo, poiché la manodopera era coloniale. Ma oggi bisogna affrontare la scelta -krisis- dell'epoca ed adeguarla alla realtà odierna che si tende invece a negare con mezzi e mezzucci mediatici.
In definitiva, dovremmo stabilire quale sistema economico applicare, cercando di non incorrere in errori del passato e neppure adagiarci su soluzioni apparentemente risolutive. Si parte sempre dall'analisi di ciò che è stato applicato nelle epoche storiche, verificarne gli effetti, e valutarne gli impatti nel mondo attuale.
Per quanto riguarda la dimensione delle entità economiche, si tende a ritenere che economie su piccola scala siano più a misura d’uomo e che il pianeta possa non implodere con questo approccio. Purtroppo si tratta di un’avvincente ipotesi senza elementi validi per sostenerla. L’autosufficienza non può essere raggiunta da piccole comunità dato che la “base” è troppo ristretta per reggere nel tempo. Le dinamiche sociali, anche in gruppi ristretti, ricalcano in pieno atteggiamenti e pratiche delle comunità più complesse. Una sola esperienza non può essere considerata esaustiva dell’argomento: al più, rende più coscienti dei pericoli insiti nel lasciar correre l’ottimismo. Quali sono le esperienze che potremmo analizzare a valle dell'abbandono del "mercato lasciato a se stesso"?

L’India dei “mille villaggi” di Gandhi rimase nella mente del grande pensatore indiano, ed oggi osserviamo cos’è diventata l’India, descritta efficacemente dal film "Il Milionario".
Le comunità ebraiche dei kibbutzim, all’inizio, furono veramente avveniristiche: l’educazione collettiva dei giovani, e la ripartizione del lavoro di stampo socialista, erano un bagaglio più europeo che insito nella cultura ebraica.
Quell'approccio aveva però un peccato originale. Cercare le vette della socialità su una terra che è stata rubata, lentamente, trasformò quelle comunità in fortini, al punto che oggi Tzahal li considera, praticamente, degli avamposti.
L’unica comunità che sfida i secoli è senza dubbio quella degli Amish, ma qui siamo in presenza di valori religiosi molto restrittivi, che implicano la rinuncia alla modernità. Non saremmo in grado di rifiutare la tecnologia degli ultimi due secoli. Difficile se non impossibile. Nelle società che ancora adottano l’organizzazione tribale troviamo equilibri che sembrerebbero reggere, ma ci sono due fattori da considerare: per prima cosa, queste comunità sono in estinzione, se non demografica certamente culturale, e poi non veniamo da una cultura tribale.
Il ritorno alla piccola comunità potrebbe derivare da uno sconquasso economico, bellico, ambientale, ecc. ma, in questo caso, non abbiamo gli elementi per decifrare il quadro: si sconfina nella profezia. Le incognite sono trasbordanti ogni più complessa previsione.
Possiamo ricordare che il ritrarsi in comunità avvenne nei secoli che seguirono il crollo di Roma, ma quelle furono necessità contingenti e non scelte. Oltretutto, il Medio Evo non fu certo il migliore dei mondi possibili, basta leggere le cronache del tempo. Oggi siamo una società segnata dalla tecnologia, ma la tecnologia richiede che esistano centri che la producano, sistemi di scambio, controvalore da fornire, ecc: siamo in grado di reggere (e desideriamo) un arretramento tecnologico? Chi s’affida frettolosamente a qualche frase letta qui e là, ma anche a seri autori che teorizzano un ritorno al “piccolo”, riesce a comprendere cosa sarebbe un mondo privo di quelle certezze alle quali siamo abituati? Chi si metterebbe, in un mondo di piccole comunità slegate, a raffinare il Silicio per i circuiti? Oppure, all’opposto, chi ancora sa bardare un cavallo?
Ciò nonostante, e questa è la colonna sonora del nostro vagare ondivago fra tesi opposte, si sente un gran bisogno di rinsaldare legami comunitari, di tornare ad avvertire nel vicino di casa un amico, non una targhetta sulla porta. Il mondo del dopoguerra era così. Avremmo un gran bisogno di un mondo che ricalcasse quei valori, ma decenni di pessime abitudini imposte ci hanno snaturati: tutte le rilevazioni indicano un’Italia composta da “poltiglia sociale”. La strada di ricostruire l’empatia perduta trova troppi ostacoli nell'esigenza d’essere placidi ed acquiescenti individui, “coerenti” con le necessità del “mercato” (che peraltro sta fallendo).
Proviamo, allora, a sondare sistemi economici del passato.
I regimi autoritari della prima metà del Novecento non ci potranno fornire molti spunti per la nostra analisi: il Nazionalsocialismo tedesco durò, guerra a parte, soltanto 6 anni, e un’economia di guerra non può essere presa come valido cespite per l’analisi.
Il Fascismo italiano durò più tempo, ma partì come forza rivoluzionaria e terminò come zerbino, dapprima della classe imprenditoriale poi dell’alleato germanico. Chi ha ancora dei dubbi su questa genesi, rammenti che la “Marcia su Roma” sarebbe stata facilmente impedita da una compagnia di Carabinieri, se il Re non avesse consentito loro di giungere a Roma. Un incarico “pro tempore”, fino al Luglio del 1943. Più durevole l’esempio iberico, poiché la penisola rimase per molto tempo “addormentata”. In effetti le innovazioni iberiche furono assai poche, e la penisola giunse agli anni ’70 del Novecento con un’economia prevalentemente agricola, arretrata rispetto al resto d’Europa. In aggiunta, per il Portogallo, ci fu l’annosa questione coloniale: la prima e l’ultima nazione direttamente coloniale della storia.
Nessuno di quei regimi tentò una via d’uscita dal capitalismo, o il superamento dello stesso con nuove forme d’aggregazione sociale, che non fossero imposte con l’autoritarismo dell'epoca. Soprattutto il Fascismo ed il Nazionalsocialismo crearono valide, per l’epoca, forme di sostegno sociale, connaturandosi con un principio di preminenza dello Stato sul cittadino, con i risultati che conosciamo.
Sull’altra sponda troviamo il mondo del socialismo reale: termine coniato per mascherare con eleganza il fallimento della prospettiva socialista, così com’era stata pensata da Lenin. Ma, per contrappeso, la società sovietica che riaprì le porte al mondo non era più la sterminata landa desolata del 1917. Era una nazione che possedeva una tecnologia con i fiocchi: aveva, però, i piedi d’argilla prodotti da un conflitto economico mai risolto, quello fra l’ideologia e la realtà. Per questa ragione fu “socialismo reale”, un ossimoro perenne.
L’esperienza sovietica in se è stata troppo frettolosamente scartata: vuoi per un malcelato senso d’orgoglio da parte di chi aveva “vinto”, vuoi per il traboccante senso di colpa di chi aveva “perso”. In realtà, non c’era nulla da “vincere” o da “perdere”: c’era da capire. Forse, oggi possiamo farlo senza acrimonie. Il gran fallimento della società sovietica, più che le difficoltà produttive (che, comunque, ci furono), fu il dramma della distribuzione. Ciò che l’URSS non riuscì mai a risolvere furono i rapporti economici interni: oscillò sempre fra stagioni di piccole liberalizzazioni, che incrementavano la produttività, ad altre di restrizioni di stampo ideologico, che ottenevano l’effetto opposto. Qui, c’è poco da imparare: se l’espansione continua del mercato non funziona più, non possiamo credere neanche ad uno Stato che s’assume la responsabilità di produrre e distribuire beni.
Diversa è stata la risposta della Cina: Pechino sta usando il capitalismo quasi “dosando” gli interventi in economia, nella ricerca di una difficile alchimia. Anche se, a prima vista, i cinesi hanno semplicemente sposato il capitalismo di mercato, non dimentichiamo che intendono mantenere il controllo dell’economia in mani pubbliche. Certamente il loro tentativo stride con una realtà che ha in se i primi segni di dissonanze: auguriamoci che i cinesi riescano in un’impresa che sembra più un volo pindarico che una valida alternativa. Le sperimentazioni economiche del Novecento sono tutto ciò che abbiamo per capire dove potremmo andare a parare.
L’aspetto veramente terrificante del “mercatismo” è stato quello, dapprima, di liquidare come insulsaggini tutti gli altri tentativi, per poi finire in un vicolo cieco avendo diligentemente distrutto ogni soluzione alternativa.
Oggi non abbiamo la possibilità per via democratica di mettere in discussione delle ipotesi di cambiamento radicale: possiamo solo subire ed addormentarci.
Rimarrebbe una via che potremmo definire “socialdemocratica”, ossia la faticosa via dell’aggregazione sociale su obiettivi, anche minimi, ma condivisi.
Grazie a Tremonti però, nel 2003, le aliquote IRPEF sono state cambiate per ridusse le tasse ai ricchi. In Italia, la distribuzione delle ricchezza è fra le più inique: il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale. In pratica, una persona su dieci si prende quasi la metà, mentre le altre nove si dividono il resto. Questo ci ha fatto precipitare al livello di USA e Polonia, e solo il povero Messico ha una ripartizione della ricchezza più iniqua della nostra. Nessun altro, in Europa, vive una così drammatica differenza di reddito fra le classi sociali. Purtroppo per noi la classe politica intera non è neanche capace di fare quelle scelte che non è più in grado do effettuare e quindi la via "Socialdemocratica" sarebbe già fallita in partenza. Ma è anche vero che parlare di massimi sistemi quando la pancia è piena è abbastanza facile, molto difficile invece quando la fame inizierà a mordere le esistenze di ognuno di noi e nessun sonnifero mediatico che si potrebbe inventare il conducator nostrano, potrà domare il risveglio delle coscienze dettato dal bisogno.
Serve invece iniziare a riflettere sulle possibili vie d’uscita dall'imperante(e fallimentare) “mercato”. Con quello che abbiamo, con l’esperienza che siamo riusciti a trarre, magari con qualche guizzo d’ingegno: sarà dura, ma non abbiamo altra via che la riflessione su cosa siamo stati, su cosa non siamo riusciti ad essere, su cosa potremmo diventare. Con l’avanzare della crisi, ben presto gli stati dovranno compiere delle scelte, anche dure e devastanti. Sta a noi farci sentire, fare quella scelta che ci è stata negata fino ad ora.

Nessun commento:

NOTA SUL COPYRIGHT©

ARTICOLI DI PIERMAFROST SONO COPERTI DA COPYRIGHT . POSSONO ESSERE LIBERAMENTE DIFFUSI A PATTO DI CITARE L'AUTORE E IL LINK DELLA FONTE.