mercoledì 29 aprile 2009

Il paese senza futuro

"Con il terremoto de L'Aquila in Abruzzo, l'Italia si è scoperto un paese senza manutenzione". Una frase che si adatta perfettamente ad un sisma che ha distrutto non solo una città ma un modo di concepire la vita: furbizia
Non ho mai compreso perché, quando avvengono disastri naturali, non si possano discutere le modalità degli interventi: pare quasi il vecchio “non parlare con il manovratore” dei tram.
Ora, se è ovvio che non si debbano trascinare in polemiche coloro i quali sono in quel momento “operativi” – i vari Corpi dello Stato, le figure istituzionali, ecc – la classe politica, per quel che mi consta, non sta scavando in Abruzzo.
Quel “non parlare con il manovratore” sembra quasi sovrapporsi ad un proverbio popolare: “Passata la festa, gabbato lo Santo”. Il problema è che di queste “feste” – nel Belpaese – ne sono state “gabbate” sin troppe: la tragedia del Belice (terremoto) e, parecchie persone che nel 1968 persero la casa, ancora oggi vivono nelle baracche. Se durante l’emergenza non si può parlare – e dopo scatta il dimenticatoio – quando si decide? E cosa?
Oggi contiamo i danni al patrimonio artistico, ma riflettiamo che le antiche costruzioni hanno retto meglio di quelle costruite una manciata d’anni or sono: la “Casa dello Studente” de L’Aquila era recentissima. Quindi, a forza di non parlare con il manovratore quando “manovra” – e di trovarlo fuori sede quando l’emergenza è finita – si finisce per non parlare mai con nessuno: un concetto perfettamente coerente con una classe politica auto-referenziale, che ha sancito de iure – con la legge elettorale “porcata” di Calderoli – che gli italiani possono votare soltanto quelli che loro decidono esser degni d’essere eletti. Anche alle elezioni, è vietato “parlare” con il manovratore. Se decidessimo d’infrangere la regola – e di rischiare la multa per chi parla al manovratore – cosa potremmo raccontare?
Per prima cosa, vorremmo che Giampaolo Giuliani fosse ascoltato dai vertici delle istituzioni e del mondo scientifico, per capire la portata e le possibilità che si potrebbero ricavare dal suo lavoro.
Non è possibile individuare con certezza il luogo e l’ora del sisma, ma solo quella di uno “sciame sismico” in una determinata area?
Bene: stabilita l’area ed un intervallo temporale, sarebbe possibile posizionare anzitempo i soccorsi. Una cosa è far partire da Roma un’autocolonna di soccorsi a sisma avvenuto, un’altra avere in loco i soccorsi, le tende, le cucine da campo, ecc. Dove dormono, oggi, gli abruzzesi colpiti dal terremoto? Nelle auto: ecco la prova.
Iniziare a scavare con mezzi idonei subito, non dopo molte ore, aumenterebbe senz’altro la possibilità di successo nella ricerca dei sopravvissuti. Ci rendiamo conto di quale sofferenza sia rimanere sotto le macerie, soli, angosciati, col timore d’essere schiacciati da un istante all’altro? Non dobbiamo discutere di niente? Nemmeno sul “come” cercare d’abbreviare le sofferenze altrui? Non meritiamo nemmeno il gasolio (eventualmente sprecato) per spostare le autocolonne? I soldi così “risparmiati”, saranno fruiti dalle banche per coprire i “buchi” da loro stesse creati con le truffe? Da quel che si capisce dalla stampa, inoltre, la tecnologia usata da Giuliani non sembra roba da fantascienza: rilevatori di Radon collegati in rete ed un programma di gestione. La “Grande Italia” non può permettersi qualche milione di euro per capire se è possibile proteggere meglio gli italiani? Perché, allora, i miliardi (non milioni) di euro per il ponte sullo Stretto di Messina sono considerati irrinunciabili?
Cemento e voti, voti e cemento: ecco perché i terremoti non devono essere prevedibili. Con una bella ricostruzione (ricordiamo la pioggia di soldi in Irpinia!), il ceto politico e l’imprenditoria corrotta al seguito mettono i “piedi al caldo” per decenni. Per avere più voti ci vogliono più soldi, e bisogna quindi risparmiare sul cemento: meglio! La prossima volta, cadrà di nuovo e ricostruiremo! Il PIL crescerà!
Ecco la risposta ai tanti “perché?” sui condomini costruiti pochi anni or sono ed afflosciati come castelli di carte! Non lo possiamo dire ora perché è “fare polemica”? E quando dovremmo dirlo, di grazia, quando ci risponderete con un’alzata di spalle dandoci pure delle Cassandre?
Non tiriamo in ballo il “contributo” delle Mafie perché è un argomento desueto: queste cose, gli italiani le sanno già alle Elementari.
Stupisce, poi, che il Governo abbia risposto “no, grazie, dopo” alle offerte d’aiuto giunte dall’estero: quel “dopo” cosa prelude, la proprietà privata di chi restaurerà le opere?
Se l’Europa fosse quella “cosa” rivolta ai bisogni dei cittadini – e non un’accozzaglia di burocrati privilegiati, succubi e complici del sistema bancario – ogni nazione dovrebbe mettere in campo – pronta all’intervento in pochissimo tempo – un settore di una forza multinazionale di pronto intervento per le emergenze: chissà perché, per andare in giro per il mondo a fare “Operazioni di Polizia internazionale”, ci riescono benissimo? Della serie: i francesi tengono pronta una struttura da campo per la diagnostica, i tedeschi le attrezzature per le demolizioni controllate, gli italiani le unità cinofile, gli spagnoli le corsie ospedaliere, gli olandesi le cucine da campo, ecc.
Con accordi in sede europea – e meno tempo perso a correre dietro ai banchieri – ci sarebbe una forza di rapido intervento completa per ogni aspetto di una possibile emergenza.
Le comunità sul territorio dovrebbero, a loro volta, redigere precisi piani per l’accoglienza – in tempi brevissimi – degli aerei cargo provenienti dai vari Paesi ed itinerari e mezzi per i trasferimenti: con un po’ d’organizzazione, la mattina dopo il sisma sarebbero potuti essere operativi in zona migliaia di tecnici specializzati con attrezzature idonee. Questa è vera politica, signori miei, non chiacchiere.
Invece, il Governo ha risposo con un “no, grazie, al massimo dopo” che non ci è piaciuto per niente, perché giustificato soltanto da un “ce la caviamo da soli” che è tutto da verificare. Questo atteggiamento puzza d’orgoglio – quando non ce ne dovrebbe essere per niente, poiché è normale ricevere aiuto quando serve – e ci sovvengono lontane reminescenze, qualcosa che valica i decenni per approdare nel Ventennio. Sapore d’orgogliosa autarchia.
Invece, bisognerebbe spiattellare ai quattro venti che la Difesa non è ancora riuscita, a parecchi giorni dal sisma, a mettere insieme 1.000 soldati da inviare nelle zone sinistrate: sarà perché si stanno preparando per andare a “proteggere” le elezioni afgane?
E, le testimonianze dei sopravvissuti, narrano che nelle prime ore dopo il sisma si scavava con le mani: sarà pure “eroico”, ma ci chiediamo come viene percepito tale “eroismo” da chi è sotto le macerie.
Insomma, ancora una volta la politica – nazionale ed europea – si scontra con le esigenze delle popolazioni: da un lato si chiede intervento sociale (emergenze, disoccupazione, stato sociale, assistenza) e dall’altro si risponde con le parole d’ordine desuete della globalizzazione: efficienza, salvataggio delle banche, lavorare di più, guadagnare di meno, essere precari. Anche i terremotati d’Abruzzo proveranno sulla loro pelle la “precarietà”, poiché – spente le telecamere – il gran circo mediatico li ignorerà. Le elezioni? Le vincerà questo o quello, tanto i nomi non li scegliamo di certo noi – con in mano le televisioni si fa tutto – e se non basterà le truccheranno pure. Questa non è solo un’emergenza sociale, la vera emergenza sociale è la rotta di collisione fra le necessità reali delle popolazioni – più diritti, meno arbitrio – ed il diktat delle caste: più schiavi, meno cittadini. La tragica nemesi di un paese senza futuro.

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