domenica 31 maggio 2009

Il Ricatto Cinese

Richard Fisher, presidente della Federal Reserve Bank di Dallas, ha detto: "Funzionari anziani del governo cinese mi hanno messo sulla graticola per sapere se abbiamo intenzione di monetizzare le azioni della nostra legislatura. Devono avermelo chiesto un centinaio di volte in Cina. Ad ogni singolo incontro mi hanno chiesto dei nostri acquisti dei Buoni del Tesoro. Questa sembrava essere la principale preoccupazione di coloro che hanno investito i loro surplus principalmente negli Stati Uniti", ha dichiarato allo Wall Street Journal.
Il suo recente viaggio in estremo oriente sembra essere un forte promemoria del fatto che la cultura "confuciana" asiatica della giusta azione non guarda con benevolenza alla disinvolta politica anglosassone dello stampare denaro.
Mr. Fisher, il maggiore falco della Fed, è stato un fiero oppositore della decisione di comprare il debito del Tesoro, temendo che avrebbe portato a confondere il confine tra politica fiscale e monetaria, e avrebbe potuto troppo facilmente degenerare in un finanziamento di spese incontrollate in stile argentino. E' stato d'accordo però col fatto che la Fed sia stata forzata a intraprendere azioni di emergenza dopo che il sistema finanziario si è "letteralmente disintegrato".
Né, ha aggiunto, vi era un eccessivo rischio che decollasse l'inflazione. La Fed di Dallas usa un metodo di "media tagliata " basato su 180 prezzi che esclude mosse estreme ed è ampiamente ammirato per la sua accuratezza.
"Abbiamo una moderata deflazione qui", ha detto. Fisher, che ha studiato a Oxford, è un veemente sostenitore del libero mercato e del processo Schumpeteriano della "distruzione creativa" e ha guidato una fervente campagna per avvertire gli americani dell'"enorme buco" nel sistema sanitario e pensionistico dovuto, nel corso degli anni, ad una classe politica sconsiderata.
"Noi della Dallas Fed riteniamo che il totale superi i 99000 miliardi di dollari" ha detto in Febbraio. "La situazione è una vostra stessa creazione. Quando rimproverate i vostri parlamentari o senatori o presidenti per il casino in cui siamo, in realtà state rimproverando voi stessi. Siete voi ad averli eletti," ha affermato. Il suo avvertimento arriva nel mezzo della crescente paura che l'America possa perdere il suo rating AAA come nazione.
Il rischio per quello che sembra essere il ricatto cinese.

sabato 30 maggio 2009

La Rabbia sull'Europa

Alla vigilia delle elezioni europee gli elettori non stanno mostrando interesse per un Parlamento dalle funzioni limitate e confuse. Sovrastato da una “commissione” che funge da governo autocratico, i cui inamovibili rappresentanti sono designati dai governi. Nessun elettore ha mai scelto Solana o Barroso, ma è reale il rischio che i loro incarichi da vitalizi diventino... ereditari.
Il disinteresse è altresì rafforzato dalla tragicomica vicenda della Costituzione europea, due volte bocciata nelle urne dagli elettori, ma il responso è stato olimpicamente ignorato. Sarà approvata dai deputati nazionali, con raggiri e manovre di corridoi molto stretti. L’unica cosa chiara nell’Unione Europea (UE) alle prese con le raffiche gelide di una crollo del 5% della produzione, è l’indiscussa e totale autorità della Banca Centrale Europea: si impone ai parlamenti nazionali, a quello di Strasburgo e a tutti gli elettorati.
Questo è il veridico governo del blocco europeo, ridotto all’essenza scarnificata dell’utopia ultraliberista: mercato e moneta. Null’altro. Non ha una politica sociale, tantomeno una linea internazionale coerente perchè é privo di una visione geo-politica nitida. Senza una difesa autonoma propria perché ha scelto la subalternità agli Stati Uniti, quando rafforzò la camicia di forza della NATO, all'indomani dell’implosione dell’Unione sovietica e della scomparsa del Patto di Varsavia. L’intregrazione europea, da quando è passata dalle mani dei pochi statisti di rilievo che la fondarono a quelle dei tecnocrati della finanza, si è svilita a mera applicazione di “5 macro-dogmi liberisti”, facendo un ardito salto acrobatico da 6 a 27 Paesi. Grandi quantità, statistiche, PIL, trionfalismi immotivati e zero visione strategica. Proprio nel momento in cui sta tramontando l'unipolarismo e -con esso- la supremazia "occidentale".
Il furore globalista ha imposto alle economie dell’est europeo, integralmente statalizzate, il passaggio a tappe forzate alla deregulation, de-nazionalizzazione, privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali europee e nord-americane. Un elettroshoc dottrinario dal monopolismo statale a quello privato, senza preservativi ammortizzanti.
Oggi, l’area dell’est è una cavia per la re-ingegneria darwinista del FMI, che si appresta a mandarla in bancarotta irreversibile, con lo stesso modus operandi che affossò il Brasile, i piccoli e medi dragoni ecc. Ieri, il fulmineo e velleitario “allargamento” ad est aveva meritato gli applausi scalmanati dei falchi di Washington. Ringalluzziti, brindavano alla “nuova Europa” con il piombo nelle ali, rimpolpata di vassalli con acute fobie antirusse e desiderosi di capitalizzare la loro vocazione di "cavalli di Troia". L’utopismo delle elites, della BCE e di Bruxelles ha così generato una entità informe, un meta-Stato con un processo decisionale contradditorio e paralizzante, soprattutto in questa fase di deglobalizzazione, dopo i crack della sbornia ultraliberista.
L’Europa non ha materie prime e neppure l’energia. Per il petrolio dipende dai Paesi arabi e per il gas dalla Russia, ciononostante promuove una politica estera anti-araba ed aggressivamente anti-russa. La dipendenza energetica è un dato di fatto del blocco europeo, come pure la necessità della cooperazione con i russi per le forniture di gas. Come si spiega allora il velleitarismo di incorporare l’Ucraina e la Georgia nella NATO? Come si giustificano le provocatorie manovre della NATO in corso nel Caucaso?
E’ una contraddizione schizofrenica tra obiettivi e strumenti per ottenerli, tra proiezione geo-politica ed iniziativa militare che -ahinoi- non è sovrana nè autonoma. L’UE è ostaggio delle fobie anti-russe non solo dei polacchi e dei cechi, ma persino delle micro-repubbliche del Baltico. Per di più, la versione osé dell'atlantismo è immutata dal tempo dei Bush. E' come se non fosse accaduto nulla. Non hanno assimilato che lo scacco degli Stati Uniti in Iraq ha comportato la perdita del feudo sudamericano. Che perderá l'Ue con la barcollante avventura atlantista in Afganistan? Con ogni probabilitá, il ritorno della questione sociale al centro del dibattito pubblico e la ripresa della lotta di classe.
La “Commissione” di Bruxelles è ondivaga e non riesce a coniugare gli interessi concreti dell’Europa con quelli di un traballante egemonismo assoluto che gli Stati Uniti cercano di resuscitare con la NATO. Gli Stati Uniti Occidentali o "grande mercato trans-atlantico" sono una chimera da incubo.
C’è un conflitto di interessi tra il blocco europeo e quello anglo-sassone, rafforzato da un anacronistico processo decisionale basato sulla rotazione semestrale. Basti pensare che l’attuale manovratore della UE –il ceco Vaclav Klaus- è convinto che il crack finanziario è stato generato dalle troppe limitazioni imposte dagli Stati (sic) e dal troppo interventismo pubblico (sic-sic). Ed è un fervente partigiano dell’istallazione di armamento strategico degli Stati Uniti nella Repubblica Ceca.
L'Europa è in stato confusionale, si compiace delle amputazioni inferte dalle elites al suo peculiare stato-sociale, la de-industrializzazione accelerata e l'espatrio del sistema produttivo. Le sovvenzioni statali alla banca e alla borsa responsabile del disastro è l'ultima arrogante risposta dei "banchieri centrali".
Trincerati dietro la muraglia ideologica della loro "autonomia", esercitano il potere di disporre a proprio piacimento degli erari e delle risorse delle nazioni. Al pari della "Commissione" non sono stati eletti da nessuno, e si arrogano il diritto di imporre unilateralmente le terapie per curare le malattie da loro stessi create.
A seguito di ciò, monta sorda e minacciosa la marea crescente di rabbia e frustrazione dei Popoli d'Europa che rischierà di travolgere queste élite non solo inutili, ma addirittura dannosi ai propri governati.
Nella crisi globale, i Paesi meglio attrezzati a fronteggiare l'inevitabile de-globalizzazione sono quelli in cui la "autonomia" delle banche centrali e della finanza non è un dogma, vedi Cina. Questo è un motivo per cui le elezioni europee rischiano di essere forvianti: non affrontando i veri problemi, ma pretendono di illudere della loro presunta "democraticità" e di influenzare i processi decisionali del continente..
La crisi sociale ed economica che sta montando nel vecchio continente, esploderà prima o poi e la rabbia montante che la seguirà spazzerà via questa Europa delle Burocrazie e non dei Popoli. Alla fine ci sarà il rischio di veder scorrere di nuovo il sangue sul suolo Europeo.

venerdì 29 maggio 2009

Prove di Forza Generale

Durante la celebrazione del Giorno della Vittoria nella Piazza Rossa di Mosca, dove si è esibito l'impressionante potere militare nucleare e convenzionale della Russia, il presidente Dimitri Medvedev ha lanciato un avvertimento contro le "imprudenze militari" e ha affermato che la Russia “difenderà fermamente i suoi interessi”. Sempre durante il suo discorso, con un velato messaggio alla NATO, Medvedev non ha risparmiato critiche a riguardo delle “avventure militari” di alcuni paesi, con chiara allusione alla Georgia, che Mosca accusa di aggressione contro la regione separatista georgiana dell'Ossezia del Sud. Nel frattempo forze dell'alleanza atlantica hanno iniziato manovre militari in Georgia, un'enclave strategica "Nato", circondata da forze militari russe da agosto dell’anno scorso.
I trenta giorni che dovrebbero durare le manovre della NATO, in una regione altamente militarizzata e con le due flotte navali posizionate una di fronte dell'altra nel Mar Nero, preannunciano un crescente stato di tensione nel Caucaso. Martedì 5 Maggio la NATO ha iniziato in Georgia esercitazioni militari congiuntamente anche a vari paesi non alleati, che hanno generato già il malcontento della Russia e delle repubbliche separatiste dell’Ossezia del Sud ed Akbhazia.
"Qualunque aggressione contro i nostri cittadini riceverà la dovuta risposta", ha detto, ripetendo la giustificazione utilizzata dalla Russia nello scorso agosto per schierare le sue truppe in Ossezia del Sud – nella quale la maggioranza della popolazione sono cittadini russi. Anche Medvedev, che ricevette un anno fa la valigetta col "bottone nucleare" (che gli permette di controllare i comandi dell'arsenale atomico della Russia) ha reso gli onori agli 8,6 milioni di soldati russi (stima in realtà che è destinata a salire) caduti nella “Grande Guerra Patriottica”, come si chiama in questo paese il capitolo sovietico 1941 -45 della Seconda Guerra Mondiale.
"La nostra vittoria sul fascismo" nella Seconda Guerra Mondiale "è un gran esempio ed una gran lezione per tutti i paesi, una lezione che continua ad essere attuale quando appaiono soggetti che consentono imprudenze militari", ha detto Medvedev all’inizio della maggiore e più spettacolare parata militare che si sia realizzata durante il Giorno della Vittoria nella Russia moderna. Il discorso di Medvedev era diretto alla Georgia (e dunque alla NATO) paese con il quale la Russia ebbe una breve guerra il passato agosto. Mosca intervenne nella regione secessionista georgiana dell’ Ossezia del Sud per difendere le sue forze di pace ed i suoi cittadini, quando Tbilisi cercò di recuperare il controllo di questo territorio con la forza.
Nella sfilata, varie guardie d’onore portavano lo Stendardo della Vittoria nella Piazza Rossa mentre un'orchestra di 1.000 musicisti suonava marce militari. Questa fu la bandiera che venne issata sull'edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, per segnare la fine di quella che è conosciuta come la Grande Guerra Patriottica dell'ex Unione Sovietica. La parata, alla quale hanno partecipato 9.000 effettivi delle Forze Armate, ha costituito una dimostrazione del potere nucleare e convenzionale delle Forze Armate Russe.
Davanti al Cremlino sono passati gli ultimi carri armati da combattimento T-90, veicoli blindati e cannoni, oltre ai suoi imponenti missili nucleari strategici Topol-M ed i lanciarazzi multipli Smerch (Uragano). La Russia ha mostrato per la prima volta il suo sistema antiaereo S-400 Triumph, Sam-21 Growler in codice Nato.
Circa 70 elicotteri ed aeroplani da combattimento – più del doppio rispetto a quelli che parteciparono alla parata dell'anno scorso – hanno sorvolato la Piazza Rossa a soli 300 metri di altezza. In questa occasione è stato presentato l'elicottero d’attacco Mil Mi-28, (Havoc in codice Nato) che può essere utilizzato di giorno e di notte e in condizioni meteorologiche delle più avverse. Alla fine, i russi hanno potuto osservare il maggiore bombardiere del mondo, il Tupolev Tuo-160 (Blackjack, in codice NATO), dell'epoca della Guerra Fredda.
Medvedev ha assistito alla parata, la maggiore dal 1990, vicino al Primo Ministro Vladimir Putin, (il potere nell’ombra della Russia che decise ripristinare le grandiose sfilate dell'era sovietica), e al Ministro della Difesa, Anatoli Serdiukov, che ha passato in rassegna le truppe. Dall’anno scorso, quando venne reintrodotto l’armamento pesante nelle parate militari, le "stelle" della sfilata del Giorno della Vittoria sono i missili balistici intercontinentali Topol-M, l'arma più temibile dell'arsenale russo, con testata nucleare da 550 kt.
E' stato inoltre sfoggiato ciò che è considerata l'orgoglio dell'industria militare russa: il missile-tattico-operativo Iskander-M, capace di superare lo scudo antimissilistico degli Stati Uniti.
Inoltre, i presenti e i milioni di russi che hanno seguito la parata in televisione, hanno potuto vedere le batterie di difesa aerea munite di missili terra-aria S-300 PMU "Favorit" e S-400 "Triumf" e i lanciarazzi Smerch - il più potente lanciarazzi d'artiglieria a livello mondiale - Grad e Ciclone, usati dall’Esercito Russo in Cecenia. Tra l'armamentario convenzionale in dotazione, il più atteso è stato il carro armato T-90, capace di saltare da un aeroplano in marcia e raggiungere una velocità di circa 70 chilometri l’ora (gioiello tecnologico russo...).
Hanno sorvolato la Piazza Rossa i caccia Su-25, Su-27 e Mig-29, e i bombardieri strategici supersonici Tuo-160 che possono raggiungere velocità fino a 2.230 chilometri orari, e gli elicotteri Ka-50 e Mi-28.
Medvedev considera che un nuovo accordo di sicurezza debba essere un'alternativa alla NATO, la cui espansione all’Est è considerata da Mosca una minaccia per la sua sicurezza, e all’euroatlantismo" che il Cremlino considera anacronistico.
Nelle esercitazioni militari NATO che si stanno effettuando nel Caucaso, partecipano 650 militari di 20 paesi alleati e soci, compresi nove Stati membri (Spagna, Stati Uniti, Canada, Grecia, Turchia, Regno Unito, Albania, Croazia ed Ungheria), altri dieci paesi soci dell'Alleanza: Georgia, Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Bosnia e Herzegovina, l'ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Serbia, Moldavia, Kazakistan, Svizzera ed Emirati Arabi.
Secondo gli analisti russi, si tratta di una pericolosa riedizione di una "escalation militare" posta in un scenario internazionale dominato da una crisi recessiva difficile che si va a sommare ad altro pericoloso fronte aperto nella regione petrolifera già segnata da conflitti in Pakistan ed Afghanistan. Parallelamente, le relazioni tra la Russia e la NATO hanno sperimentato un brusco giro di tensione che lascia senza effetto le conversazioni bilaterali che erano iniziate dopo il conflitto armato di agosto dell'anno scorso nella regione separatista della Georgia.
La risposta del Cremlino ai movimenti militari NATO nel Caucaso è consistita - oltre a dimostrare il suo potere militare nella parata - in una serie di annunci in relazione alla sua corsa agli armamenti militari.
La settimana scorsa il Presidente Russo ha annunciato che a partire dal 2011, la Russia comincerà il riarmo e la modernizzazione a grande scala delle sue Forze Armate, che nel 2012 avranno più di un milione di effettivi.
Il Ministro russo della Difesa, Anatoli Serdiukov, venerdì ha annunciato che il progetto militare approvato non prevede nessun taglio economico all’apparato militare delle forze di dissuasione nucleare.
"Tutto si mantiene inalterato. Non abbiamo toccato quasi niente: né la ricerca, né i prototipi sperimentali, né la modernizzazione e le commesse. Tutto ciò è stato e continua ad essere una nostra priorità", ha affermato Serdiukov in una dichiarazione al quotidiano Rossiyskaya Gazeta. La Russia prevede di spendere più di 1,5 miliardi di rubli in programmi di ricerca, sviluppo, riparazione ed acquisizione di materiale bellico nel periodo che va dal 2009 al 2011.
Lo sviluppo di missili Topol-M, RS-24 e Bulavá, come dei sottomarini strategici della classe Yuri Dolgoruki (Progetto 955 Boreo), viene definito come obiettivo prioritario nell'ambito delle forze di dissuasione nucleare.
In questi ultimi giorni, la Russia ha installato poderose basi operative nella regione del Caucaso oltre ad avere posizionato la sua flotta navale nel Mar Nero. Ha rinforzato le sue linee militari nella frontiera tra Ossezia del Sud (epicentro del conflitto) e Georgia.
La nuova dimostrazione di forza di Mosca e gli annunci della sua corsa nucleare dovrebbero essere fattori dissuasivi e di avvertimento all'asse USA-NATO-Europa, in una regione chiave della disputa strategica per il controllo delle risorse energetiche dell’Eurasia, che già ebbe il suo primo conflitto armato nella "guerra di Georgia" nell’agosto dell’anno scorso.
Prove di forza generali in virtù del confronto prossimo venturo con l'occidente terminale.

giovedì 28 maggio 2009

Il Risiko Asiatico

Nella cacofonia delle condanne provenienti da ogni parte del mondo in seguito al secondo test nucleare della Corea del Nord, non c’è stato alcun accenno al modo in cui il reticente paese stalinista abbia ottenuto all'inizio le sue armi. Sono state armi pagate dal governo degli Stati Uniti. Sia l’amministrazione Clinton che l’amministrazione Bush hanno avuto un ruolo fondamentale nell’aiutare Kim Jong-Il a sviluppare le capacità nucleari della Corea del Nord a partire dalla metà degli anni Novanta.
L’ipocrisia che viene sprigionata da ogni fronte come reazione alla notizia che la Corea del Nord ha testato un dispositivo nucleare sotterraneo della potenza pari a 10 volte quella del primo test condotto nell’ottobre 2006 è simile a quando gli Stati Uniti denunciarono il possesso da parte dell’Iraq di armi chimiche e batteriologiche come motivo per invadere il paese nel 2003, avendo ovviamente prima controllato le ricevute, dato che fu Donald Rumsfeld all’inizio a fare da intermediario sull'accordo di fornitura di quelle armi a Saddam.
Rumsfeld fu anche colui che si occupò del contratto da 200 milioni di dollari per inviare attrezzature e servizi per la costruzione di due reattori ad acqua leggera in Corea del Nord nel gennaio 2000 quando era un direttore esecutivo della ABB (Asea Brown Boveri). Wolfram Eberhardt, un portavoce della ABB, ha confermato che Rumsfeld partecipò a quasi tutte le riunioni del consiglio di amministrazione durante il suo incarico presso l’azienda. L’amministrazione Clinton d'altra parte nel 1994 acconsentì nel rimpiazzare i reattori nucleari nordcoreani fabbricati in patria con reattori ad acqua leggera. I cosiddetti “esperti” pagati dal governo sostennero che i reattori ad acqua leggera non potevano essere utilizzati per costruire bombe atomiche. Non è di quest’avviso Henry Sokolski, responsabile del Non-Proliferation Policy Education Centre di Washington, il quale ha dichiarato che “i reattori ad acqua leggera potevano essere utilizzati per produrre decine di bombe al plutonio sia in Corea del Nord che in Iran. Questo vale per tutti i reattori ad acqua leggera. E’ un fatto deprimente che la politica americana ha cercato di nascondere. Questi reattori sono come tutti gli altri, hanno il potenziale per fabbricare delle armi. Quindi si potrebbe smetterla di rifornire il peggior trasgressore di accordi sul nucleare con i mezzi per acquisire le stesse armi di cui stiamo cercando di impedirne l’acquisizione,” ha detto Sokolski.
Il Dipartimento di Stato americano ha sostenuto che i reattori ad acqua leggera non potevano essere utilizzati per produrre materiale adatto per una bomba ma nel 2002 aveva incalzato la Russia per terminare la sua collaborazione nucleare con l’Iran perché non si voleva che l’Iran avesse armi di distruzione di massa. A quell’epoca la Russia stava costruendo reattori ad acqua leggera in Iran. Secondo il Dipartimento di Stato, i reattori ad acqua leggera in Iran potevano produrre materiale nucleare ma per qualche motivo questa regola non si applica alla Corea del Nord.
Nell’aprile 2002 l’amministrazione Bush annunciò che avrebbe stanziato 95 milioni di dollari dei contribuenti americani per iniziare la costruzione degli “innocui” reattori ad acqua leggera in Corea del Nord. Bush sosteneva che foraggiare di armi il dittatore megalomane Kim Jong-Il con il potenziale per produrre un centinaio di testate atomiche all’anno era “vitale per gli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti.” Bush elargì altre somme di denaro nel gennaio 2003, come venne riportato da Bloomberg News.
Bush stanziò i fondi malgrado la notizia allarmante, riportata dai quotidiani sudcoreani, che era stata ritrovata la testata di un missile nordcoreano in Alaska.
La costruzione dei reattori era stata infine sospesa, ma la Corea del Nord aveva una fonte alternativa attraverso la quale poter ottenere i segreti nucleari vitali per costruire un arsenale atomico - il patrimonio della CIA e contrabbandiere internazionale di armi AQ Khan. Nel 2004, il Dr. Abdul Qadeer Khan, il padre della bomba atomica del Pakistan, ha ammesso la condivisione della tecnologia nucleare attraverso una rete mondiale di contrabbando che comprendeva strutture in Malesia che fabbricavano le principali parti per le centrifughe. Il collaboratore di Khan B.S.A. Tahir gestiva una società di facciata al largo di Dubai che inviava i componenti delle centrifughe in Corea del Nord.
Nonostante le autorità olandesi avessero fin dal 1975 dei forti sospetti sulle attività di Khan, la CIA impedì loro di arrestarlo in ben due occasioni.
“L’uomo era seguito da quasi dieci anni e ovviamente costituiva un problema serio. Ma mi fu detto che i servizi segreti potevano gestire la faccenda in modo più efficace”, ha detto l’ex primo ministro olandese Ruud Lubbers. “L’Aia non aveva l’ultima parola nella vicenda. Ce l’aveva Washington.”
Lubbers ha dichiarato che a Khan era permesso di entrare ed uscire dai Paesi Bassi con la benedizione della CIA, e alla fine gli fu permesso di diventare “il principale venditore di un’estesa rete internazionale per la proliferazione di tecnologia e know-how nucleare” stando allo stesso George W. Bush, e di vendere segreti nucleari che hanno consentito alla Corea del Nord di fabbricare armi atomiche.
“Lubbers sospetta che Washington abbia permesso le attività di Khan perché il Pakistan era un alleato fondamentale nella lotta contro i sovietici,” riferisce il CFP.All’epoca, il governo americano finanziava e armava i mujahideen come Osama bin Laden. Venivano addestrati dall’intelligence pakistana per combattere i soldati sovietici in Afghanistan. Anwar Iqbal, il corrispondente da Washington del quotidiano pakistano Dawn, ha detto all’ISN Security Watch che le affermazioni di Lubbers potrebbero essere esatte. “Tutto questo faceva parte di una pazzesca strategia di lungo termine. Gli Stati Uniti sapevano che il Pakistan stava sviluppando armi atomiche ma non gliene importava nulla perché non sarebbero state utilizzate contro di loro. Erano un deterrente contro l’India, e forse contro i sovietici.”
Nel settembre 2005 venne alla luce il fatto che il tribunale di Amsterdam che aveva condannato Khan a quattro anni di carcere nel 1983, aveva perso la documentazione relativa al caso. Il vicepresidente del tribunale, il giudice Anita Leeser, accusò la CIA di aver rubato i fascicoli. “C’è qualcosa che non quadra, non perdiamo le cose in questo modo” disse la Leeser durante la trasmissione televisiva NOVA. “Trovo sconcertante che la gente perda dei fascicoli che hanno un obiettivo politico, soprattutto se questo avviene su richiesta della CIA. E’ incredibile.”
Nel 2005, il presidente pakistano Pervez Musharaf riconobbe che Khan aveva fornito le centrifughe e i progetti alla Corea della Nord.
Tenendo presente questa vicenda, lo shock, la condanna e l’indignazione espressa dal governo americano in risposta al secondo test nucleare della Corea del Nord sono a dir poco intrise di ipocrisia. Attraverso le loro politiche di aiuto alla Corea del Nord per costruire dei reattori ad acqua leggera, e attraverso la preziosa risorsa della CIA AQ Khan che fu protetto ad ogni livello mentre aiutava a fornire alla Corea del Nord gli strumenti per fabbricare un arsenale nucleare, lo stesso governo degli Stati Uniti è direttamente complice di aver fornito al dittatore Kim Jong-Il le armi nucleari che sta ora condannando.
Allora la domanda da porsi è perché?
La Corea del Nord è controllata da una dittatura ereditaria stalinista che sta affamando due milioni di abitanti in favore della costruzione di un esercito di un milione di soldati. Alcuni hanno aumentato questa cifra a quattro milioni, un quarto della popolazione totale. Nella parte settentrionale del paese esiste un sistema di campi di lavoro in cui coloro che hanno “espresso il minimo parere politico” vengono, insieme alle loro famiglie, torturati, violentati e giustiziati. Vengono compiuti dei terribili esperimenti biochimici su un gran numero di persone. I bambini vengono messi al mondo e pestati a sangue dalle guardie del campo. Se una madre si mette a gridare mentre le guardie prendono a calci il bambino, questa viene immediatamente giustiziata da un plotone d’esecuzione. Le guardie vengono ricompensate con gratifiche e promozioni per strappare gli occhi ai prigionieri.
Il popolo nordcoreano è assoggettato ad un governo da che sta utilizzando il cibo come un’arma. Forse è per questo che l’Unione Europea e gli Stati Uniti, attraverso il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, hanno ripreso ad inviare centinaia di migliaia di tonnellate di aiuti alimentari alla fine del febbraio 2003. Questi aiuti vanno direttamente alla dittatura al potere, che poi decide chi li dovrà ricevere in base al livello di fedeltà allo stato. Gli aiuti alimentari accrescono solamente il potere di Kim Jong-Il ma tutto questo viene tenuto nascosto dalle Nazioni Unite con una retorica umanitaria strappalacrime. Il denaro serve a consentire alla leadership nordcoreana di vivere nel grembo del lusso occidentale con casinò e auto nuove fiammanti.
Il Presidente Bush ha dichiarato pubblicamente di disprezzare Kim Jong-Il ma la sua amministrazione, come già fece Bill Clinton prima di lui, ha armato fino ai denti la Corea del Nord con oltre 200 testate nucleari.
Ma ancora una volta la domanda diventa sempre più assillante: perché gli Usa hanno armato fino ai denti la Corea del Nord?
La risposta è al tempo disarmante e terrificante: per la Cina.
Armare fino ai denti l'ex alleato consentirebbe di creare un pericoloso e serio problema sia per la Cina che la confinante Russia con conseguenze inimmaginabili nel caso di un probabile conflitto con la stessa Cina.
Gli alti comandi di Pechino stanno prendendo seriamente in considerazione al possibilità di un confronto armato con il suo ex protetto. Non si esclude l'utilizzo di ben tre importanti armate nella Manciuria per un attacco preventivo contro le basi Nord Coreane ed un massiccio attacco aereo contro le installazioni di stoccaggio e produzione delle armi nucleari.
Il sistema mediatico nel frattempo, insieme ad Obama, alle Nazioni Unite, ad Israele e tutti gli altri, stanno manifestando la loro solenne condanna del fatto che la Corea del Nord stia testando la medesima tecnologia di armamento nucleare che all’inizio le era stata finanziata dallo stesso governo degli Stati Uniti.Ma in realtà spingono al confronto militare verso la Cina per depotenziare e mettere in sofferenza il potente gigante Asiatico, e guadagnare tempo nel gioco globale della supremazia, a spese della sofferenza di milioni di esseri umani.Il solito tragico Risiko sulla pelle di tutti quanti noi.

mercoledì 27 maggio 2009

L'Atomica del Terzo Reich

Come ho avuto modo di scrivere precedentemente, il mondo creato dalle ceneri della seconda guerra mondiale sta in forte vibrazione e rischia, come probabile, di frantumarsi a causa delle mille tensioni e nodi che vengono al pettine dopo il venire meno dei fattori fondanti che avevano creato il sistema postbellico (la fine dell'URSS e adesso il collasso USA). E mentre continuo a ricercare tra analisi storiche e scorribande notturne (pacifiche per carità) gli elementi miliari di quel mondo, sono incappato in diversi esegeti che continuano ad effettuare studi su quello che veramente è stato il Nazismo non solo a livello culturale, ma sopratutto a livello scientifico, economico e che sia riuscito ad influenzare il mondo odierno anche e sopratutto dopo la fine dell'ultima guerra.
Tra queste influenze, particolare attenzione riguardano quelle relative alla storia dell'Uranio Nazista ed al progetto di Bomba Atomica (chiamata da loro Bomba di Deflagrazione) surrogata dalle prove fin qui raccolte al riguardo. Esistono infatti evidenze che testimoniano come i gerarchi di Hitler ebbero contatti con alti ufficiali dei servizi USA, tra cui il futuro capo della CIA A.Dulles, e con militari per negoziare lo scambio tra un sottomarino ,l’U-234, e la loro libertà.
Martin Bormann, capo del partito nazista e segretario personale del Furher, trattò lo scambio col sommergibile U-234 prima della caduta di Berlino, nell’Aprile 1945. Gli storici tradizionali sostengono che Bormann morì durante la fuga da Berlino, il primo Maggio 1945. In realtà ci sono prove di continui depistaggi, subornazione di testimoni (tutti rigorosamente iscritti al partito Nazista), corpi morti somiglianti al gerarca nazista nonché l'alterazione delle documentazioni degli archi dentali e delle impronte.
In tal senso risulta essenziale la testimonianza di Erich Kempka, autista di Hitler e di Arthur Axmann, capo della gioventù hitleriana, a lui profondamente legati e fedeli al nazismo fino alla loro morte. Nonostante nessuno dei due avesse detto di aver visto con certezza Bormann morto, questa è la tesi che viene normalmente accreditata. Su Bormann, condannato in contumacia per crimini di guerra durante il processo di Norimberga, venne spiccata una taglia, mantenuta per molti anni. Bormann fu più volte avvistato nei trent’anni che seguirono la guerra. La pretesa tomba del compagno di fuga di Bormann, il capo della Gestapo Heinrich Mueller, venne dissotterrata nel 1963 e si trovò che conteneva tre scheletri, nessuno corrispondente a Mueller.
Torneremo in seguito sulle modalità di fuga di Bormann e del suo ruolo dell'internazionale Nazista creato dopo la guerra di cui l'ODESSA (Organizzazione degli ex SS) era solo un braccio operativo di recupero e salvataggio degli ex membri. Prove recenti hanno altre sì dimostrato che l'aviazione e la marina Alleata, sopratutto Statunitense, avevano monitorano e tenuto sotto controllo l'unità navale in questione da quando lasciò Amburgo il 1° Maggio, attraversando il canale della Manica pieno zeppo di caccia e navi da guerra alleate che rendevano praticamente impossibile far passare uno spillo senza esserne venuti a conoscenza. Il sottomarino ha poi lasciato il suo carico "umano" sulle coste di Vigo nella Spagna di Franco (probabilemnte Bormann ed il capo della Gestapo Mueller), ed effettuato il viaggio di sola andata verso la costa orientale degli USA, che nel frattempo avevano dato disposizione all'unità navale "nemica" di non considerare alcuna comunicazione proveniente dalla sede della Royal Navy Inglese presente nella sede di Halifax riguardante la consegna di qualunque unità navale tedesca a seguito della resa del 7 Maggio del '45.
Cosa conteneva però il sottomarino U-234 di così importante per essere stata una merce di scambio per consentire di lasciare liberi e protetti dei gerarchi Nazisti che gli Americani stavano tecnicamente combattendo? Risultano tra i documenti di carico del sottomarino che si è arreso il 14 Maggio direttamente alla nave americana USS Sutton.
La lista dei materiali immagazzinati sul sommergibile tedesco (Unterseeboot) U-234 XB, erano:

- 560 kg di ossido di uranio in dieci contenitori in oro, con un livello di purezza elevatissimo
-due aerei jet da caccia Messerschmidt 262 completamente smontati (il Messerschmidt fu il primo aviogetto e venne utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale)
- silenziosi siluri a propulsione elettrica
- progetti per costruire i temuti missili V-2 a propulsione chimica
- proiettili all’uranio impoverito destinati alla difesa contraerea ed all'uso anticarro
- sistema di detonatori ad infrarossi per la bomba al plutonio
- contenitori di acqua pesante
- moderatore di reattori nucleari di benzil cellulosa

Il primo indizio importante ritrovato consiste in un dispaccio segreto del Comando delle Operazioni Navali di Washington che indicava come l’uranio fosse stato immagazzinato per il trasporto in barili assieme ad una quantità di oro (metallo molto stabile, veniva usato per poter maneggiare l’uranio arricchito e per evitare la contaminazione e la corrosione). L’uranio arricchito è una componente essenziale per la costruzione della bomba atomica, poiché è fissile. Nel 1945, un’oncia di uranio valeva 100.000 dollari, quindi non stupisce che si usasse oro per isolarlo, poiché il valore dell’uranio naturale non avrebbe giustificato la spesa. Negli Stati Uniti, all’epoca, l’uranio naturale veniva trasportato in barili di acciaio o contenitori imbottiti privi di protezione anti corrosione. Stando ad un sommergibilista, personale della Marina USA - senza capire il significato della scritta U-235 (uranio arricchito) - in seguito allo scarico delle casse, testò con dei contatori geiger alcune parti del sommergibile per verificarne la radioattività. Gli strumenti registrarono una forte contaminazione.
Dalle diverse indagini e valutazioni risulta che, nel lontano 1945, l’uranio delle prime bombe atomiche USA e la tecnologia dei proiettili all’uranio impoverito siano stati ceduti dai gerarchi nazisti in cambio dell’immunità. I 560 kg di uranio arricchito fu poi destinato alla bombe nucleari di Hiroschima (Alamogordo nel test denominato Trinity era un test della Bomba al Plutonio).
La consegna era stata negoziata in cambio dell’immunità per Martin Bormann ed Heinrich Müller (sbarcati prima in Spagna), e per gli altri gerarchi nazisti che erano a bordo, fra i quali: Johann Heinrich Fehler, Heinz Schlicke, Wolfgang Hirschfeld, Ulrich Kessler, Kay Nieschling, il Dr. Walter, Hideo Tomonaga e Genzo Shosi (questi ultimi, giapponesi, vennero eliminati - avvelenati - durante il viaggio del sommergibile perché stavano scoprendo l’intrigo e volevano impedire che quelle armi potessero essere usate contro il Giappone).
Ma la domanda da porsi è: perché gli Usa avevano bisogno di questo uranio? Non avevano il "mitico" Progetto Manhattan per costruirsi la propria bomba atomica? La risposta risiede in un documento riservato per il presidente Roosvelt del 11 Novembre del 1944. In esso si evidenzia chiaramente che gli USA avevano poco uranio arricchito e tantissimo plutonio. Per avere sufficiente quantità di uranio arricchito per costruire una Bomba Atomica avrebbero dovuto attendere il mese di Novembre del 1945 ( quindi circa un anno dopo) mentre erano pericolosamente indietro per la realizzazione degli inneschi della bomba al plutonio, dato che non riuscivano a farla detonare correttamente benché stessero lavorando assiduamente da oltre un anno e mezzo sui sistemi di innesco. In tali condizioni si sarebbe avuto solo l'esplosione di una bomba "sporca": molte radiazioni e nessuna detonazione. I toni del documento erano molto preoccupati dato che non solo venivano a seguito di alcune segnalazioni dell'intelligence sul primo test riuscito dell'Atomica Tedesca nell'isola di Rugen sul Baltico, ma anche della prospettiva che la necessità di uno sbarco in forze sul Giappone Metropolitano, previsto per il settembre del 1945, avrebbe sicuramente provocato un altissimo numero di caduti(stimati in circa 1.000.000 di soldati americani dopo i bagni di sangue di Iwo Jima e Okinawa) ed un altissimo rischio di dividere la conquista giapponese con i nemici prossimo venturi : i sovietici. Difatti, nell'offensiva dell'agosto del '45 in Manciuria e Cina a seguito degli accordi di Postdam, effettivamente i russi spazzarono via con la loro forza e potenza intere armate giapponesi in men che non si dica, validando una minaccia della loro presenza militare nell'area.
Con l'uranio fornito dai tedeschi, colmavano il gap della quantità insufficiente ( la Bomba ad Hiroshima era all'uranio e non furono mai fatti i test perché già eseguiti dai Tedeschi) mentre i sistemi di innesco ad infrarossi consentirono di risolvere i problemi di detonazione della Bomba al Plutonio (test del poligono di Trinity ad Alamogordo e bomba su Nagasaki).
In virtù di queste considerazioni, gli Alti Piani di Washington decisero di accettare il patto con il demonio Nazista, ma così facendo persero la loro "anima" con conseguenze che vediamo anche oggi - stato di polizia perenne (Patriot Act e affini)- e che discuteremo in successivi interventi. Il prezzo pagato ancora oggi per ottenere l'Atomica Nazista.

martedì 26 maggio 2009

Immigrati, non integrati

Nella liberale e liberissima Olanda una stimata professoressa di economia, Samira Dahru, musulmana, è stata sospesa dall’insegnamento perché, seguendo i dettami della propria religione, si rifiuta di dare la mano agli uomini. Samira ha fatto ricorso in giudizio ma il Tribunale diUtrecht le ha dato torto.
È l’eterno dilemma se gli immigrati debbano integrarsi nei Paesi in cui vanno a vivere, adottarne gli usi, i costumi, la mentalità. Alcuni sostengono il dovere, anzi l’obbligo, dell’immigrato di integrarsi, di imparare la nostra lingua, di introiettare i valori della nostra Costituzione, di adottare i nostri usi e costumi.
Ma non credo che possa essere una posizione valida.
L’unico dovere di un immigrato è quello che ha, o dovrebbe avere, ogni cittadino italiano: rispettare le leggi del nostro Paese. Integrarsi è una possibilità, non un obbligo. Se uno vuole mantenere integralmente la propria cultura è libero di farlo tranne che negli aspetti in cui questa cultura contrasta con le leggi dello Stato. Stringere la mano, per tornare all’episodio da cui abbiamo preso spunto, è una pratica, una prassi, un’abitudine, un costume occidentale, come, per gli uomini, portare la cravatta, non una disposizione di legge. In Russia gli uomini, salutandosi, sono (o erano) abituati a baciarsi sulla bocca. Ma nessuno, nemmeno Stalin, ha mai preteso che gli occidentali in visita in Unione Sovietica facessero altrettanto.
Del resto generazioni di italiani hanno vissuto a New York, a Brooklin, senza spiccicare una parola di inglese, e ancora oggi, fra i più anziani, esistono persone che non parlano la lingua di quel Paese, ma nessuno dubita che siano cittadini americani a tutti gli effetti, con gli stessi diritti, e gli stessi doveri, degli altri americani. E voler obbligare gli immigrati (di qualsiasi tipo e non esistono, grazie a dio, solo i musulmani), significa sottoporli a una doppia violenza. La prima è stata quella di sradicarli dal loro Paese d’origine. Perché, come ho cercato di spiegare tante vole, è stato il nostro modello di sviluppo a disintegrare l’economia e la socialità di quasi tutti i popoli di quello che chiamiamo, con sottinteso disprezzo, Terzo Mondo, costringendo quelle genti, che per secoli e millenni avevano vissuto, e spesso, a loro modo prosperato, su un’economia di sussistenza, alla fame. La seconda violenza è che si pretenda di fatto, che rinuncino alla propria identità per omologarsi alla nostra. È un concetto totalitario, quello che io ho chiamato, in un libro che ha avuto molta fortuna, "Il vizio oscuro dell’Occidente", la sua incapacità di accettare "l’altro da sè". Io, immigrato, ho il diritto di conservare intatta la mia cultura, di non aver nessuna considerazione dei valori, individualisti, della nostra Costituzione, ciò che solo conta è che rispetti le leggi che da questa discendono anche se non l’approvo e anzi la disprezzo. Peraltro se un occidentale va a vivere in Mali, non gli viene richiesto di adottare i costumi maliani, di vestire come gli abitanti del luogo, di aderire ai loro valori e di credere, magari, alla stregoneria. Può conservare integra la propria identità occidentale, vivere in quel Paese pur non comprendendone e accettandone i valori, deve solo rispettarne le leggi. Che è lo stesso obbligo, ma nulla di più, che ha l’immigrato in Italia.
In questa già grottesca vicenda olandese si è inserito il Comitato Pari Opportunità il quale ha difeso il diritto di una donna musulmana di non stringere la mano "purché non faccia differenza fra uomini e donne". Una sorta di "par condicio" al contrario. Così l’ineffabile Comitato per difendere Samira da un obbligo gliene ha appioppato un altro.

lunedì 25 maggio 2009

Il tempo delle scelte

Un buon dottore riferisce sempre al paziente la sua reale condizione e comincia col fare una corretta diagnosi sulla condizione del paziente. Un cattivo dottore invece non è in grado di fare una corretta diagnosi oppure nasconde la veritá al paziente, il che è anche peggio.
Quando si dice ad un malato terminale come veramente stanno le cose, prima di farsene una ragione il paziente prima è incredulo ed in seguito cerca di negare ció che gli sta accadendo; incredulitá per cui il paziente ritiene che il medico abbia fatto un errore sbagliando la diagnosi. Quando la diagnosi è confermata, la disperazione lo porta a negare: 'è impossibile, dice, che stia succedendo proprio a me’.
Un bravo medico aiuta il paziente ad attraversare questo processo doloroso, cercando di fargli accettare la situazione; solo allora la cura puó iniziare. Qualcosa del genere accade, anche se in modo metaforico, quando i cittadini sono colpiti da disordini sociali che sono la conseguenza di crisi profonde derivanti da ció che Carl G. Jung chiamava ‘epidemie della mente e dell’anima’.
Come un buon medico, cerchiamo di indicare gli eventi attuali che riflettono la fine drastica di un ciclo a livello globale, anche se i media volutamente guardano dall'altra parte, e la maggior parte dei politici hanno le idee poco chiare su quello che sta succedendo, mentre la massa della popolazione in tutte le nazioni vede e sente la crisi ma non è in grado di trovare una spiegazione (incredulitá), e infine ci sono alcuni intellettuali realmente in grado di capire quello che sta succedendo e dove stiamo andando a finire ma trovano la situazione troppo difficile da accettare (negazione delle conseguenze).
La crisi finanziaria globale appena esplosa l'anno scorso altro non era e non è che l’inizio della fine irreversibile del sistema finanziario globale, parte di un modello controllato per il raggiungimento di diversi obiettivi. Questi obiettivi vanno ben oltre gli scopi finanziari, nel senso che si tende verso lo stadio successivo: il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale [New World Order (NWO), ndt]; questo è nient’altro che la costituzione di un governo globale. Al tempo abbiamo anche descritto i tre progetti base, 'Piani', dell’elite del NWO:

-il Piano A cerca di risolvere la crisi finanziaria in corso attraverso pure e semplici misure finanziarie: questo metodo è risultato inefficace.

-il Piano B cerca di risolvere la crisi attraverso una revisione complessiva dell’ intero sistema finanziario, per cui tra l’ altro si pensa di introdurre un nuovo dollaro coperto dagli ‘infallibili’ lingotti d’oro. Questo dovrebbe permettere alle oligarchie mondiali di trasferire la valanga di perdite di Wall Street e dei banchieri europei in altre parti del pianeta (per esempio in Cina, la quale ha un ruolo non trascurabile nell’attuale crisi, e in America Latina).

Attraverso il piano C, infine, si cerca di muovere le pedine della scacchiera, per cosi dire, in modo da scatenare una guerra mondiale.
Mentre il primo si è rivelato inutilizzabile, gli altri due stanno per essere messi in atto.
Per prima cosa si deve puntualizzare che il nuovo ordine mondiale non rispecchia lo stadio attuale della struttura politica internazionale: è piú che altro un termine generico. Perciò abbiamo avuto diversi “Nuovi Ordini Mondiali” nell’ultimo secolo:

- Nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale, quando furono creati il Council on Foreign Relations (New York) ed il Royal Institute of International Affaires (Londra) come organizzazioni per il controllo e la pianificazione politica mondiale promuovendo gli interessi anglo-americani e sionisti in tutto il mondo.
- Nel 1945, quando il bipolarismo del dopoguerra prese piede: cioé Breton Woods, Jalta, l’ ONU e la guerra fredda.
- Nel 1991, dopo il crollo dell’ Unione Sovietica e l’ avvento della globalizzazione, come annunciato da Bush padre (11 settembre 1991).
- Nel 2008, quando la morente e ambigua globalizzazione cede il passo a qualcosa di molto piú ambiguo: un governo mondiale coercitivo e autoritario, come annunciato nel Financial Times londinese l’ 8 dicembre 2008 da Gideon Rachman.

Oggi stiamo sperimentando il violento stadio che precede l’imposizione di questo nuovo ordine, i cui obiettivi sono:

- Dissoluzione di tutti i governi e autoritá nazionali (la rinuncia alla sovranitá nazionale promossa dal CFR, dalla Commissione Trilaterale e dal Gruppo Bilderberg).
- Il crepuscolo degli Stati Uniti come superpotenza ‘indispensabile’ (per questo Obama veniva accolto nello Studio Ovale)
- Il drastico spopolamento del globo (isteria pandemia)
- Sorveglianza elettronica totale e controllo dei cittadini sopravissuti (pratiche da guerra psicologica che abbassano le difese della popolazione contro l’ inoculazione).
- Monopolio centralizzato e stretto controllo sulla politica, l’economia, la finanza, l’ sercito, la cultura, i mezzi d’informazione, la tecnologia e perfino le pratiche religiose.
Tutto questo puó essere raggiunto soltanto per mezzo della guerra. Il piano C è stato appena attivato.

Negli ultimi mesi la Cina ha osservato gli USA e i parassiti di Wall Street molto accuratamente. La Cina vorrebbe capire cosa ne sará dei 1.7 mila miliardi di riserve in dollari che detengono (questa situazione è chiamata ‘la bomba atomica cinese’ da alcuni osservatori a Washington). Gli USA non danno spiegazioni perché in realtá di risposte non ne hanno. Se la Cina dovesse prendere una decisione drastica (come ad esempio cambiare le proprie riserve di dollari americani in euro in tempi brevissimi), si avrebbe come conseguenza il crollo del dollaro americano (il suddetto piano B è stato studiato appunto per questa eventualità). In effetti, una delle maggiori fonti finanziarie atte a coprire il debito pubblico americano è proprio la Cina, la quale fino a poco tempo fa assorbiva appunto gran parte del debito pubblico degli USA (oggi questo bisogno necessita di ben 170 miliardi di dollari alla settimana).
Il recente misterioso volo a bassa quota dell’ Air Force One su Manhattan, che ha provocato molto panico e perfino l’ evacuazione sia del World Financial Center che di altri grattacieli sembra essere connesso con la situazione generale: sembra che Obama e alcuni del suo staff abbiano deciso di incontrare i rappresentanti e garanti della Cina e di altre potenze estere con l’obiettivo di raggiungere un accordo/soluzione. Il problema è che Obama non è arrivato ad un accordo con i piani piú alti che hanno l’ ultima parola e che hanno deciso diversamente, ordinando all'Air Force One di atterrare a Washington DC in maniera piuttosto minacciosa. Temendo il peggio il pilota dell’Air Force ha deciso di proteggere il velivolo facendo in modo che venisse ‘visto’ sui cieli di New York da milioni di persone cosi che i due caccia F-16 che lo scortavano non facessero niente di ‘strano’ (vedi i video su YouTube degli incredibili voli a bassa quota). Gli inviati dei creditori esteri degli USA, inclusa la Cina, sono poi anche stati coinvolti in uno scontro a fuoco avvenuto poco dopo con degli agenti dell’ FBI; scontro che ha provocato la morte di diversi agenti.

Lo stato di Israele va avanti col piano annunciato per l’attacco unilaterale dell’Iran. Abbiamo parlato di questo per oltre due anni. Sará un attacco unilaterale premeditato e ingiustificato da parte di Israele, l’unico stato del Medio Oriente che detiene armi di distruzione di massa (400 pezzi nucleari avuti dagli USA) e che lascia intendere di volerle usare; la scusa è naturalmente il programma nucleare dell’Iran. Il quotidiano londinese Times rende noto nell’edizione del 18 aprile 2009 che le forze aeree israeliane sono pronte all’attacco ed aspettano soltanto il via libera dal nuovo primo ministro della destra estrema Benjamin Netanyahu, dall’ancor piú estremista ministro degli esteri Avigdor Lieberman e dall’alto commando del IDF (Forze di Difesa Israeliane) (vedi l’articolo ‘Israele è pronto a bombardare le basi nucleari iraniane). Questo attacco provocherebbe una guerra di dimensioni enormi e l’uso di armi di distruzione di massa biologiche, chimiche e nucleari. Le fonti israeliane riferiscono che lo stato è pronto ad attaccare l’ Iran con o senza il consenso da parte del governo Obama, ben sapendo che il potere sionista in America è piú forte di qualsiasi governo, sia esso democratico o repubblicano. Netanyahu incontrerá Obama il 18 maggio. In ogni caso, con l’attacco di Israele e la risposta dell’Iran, il governo americano si vedrá costretto dal potere sionista negli USA a combattere al fianco di Israele (vedi ‘La lobby israeliana e la politica estera americana’, Stephen Walt & John Mearsheimer); tutto questo è stato appena ratificato nel Daily Telegraph del 7 maggio.
Il ‘detonatore israeliano’ va di pari passo col riposizionamento delle truppe americane lungo i confini, come suggerito dal pensiero strategico di Zbigniew Brzezinski che vuole lo spostamento di buona parte delle truppe dall’Iraq all’Afghanistan e al Pakistan, focalizzando l’attenzione sui Talebani e i pozzi petroliferi nel mar Caspio. L’Afghanistan si trova in una condizione di totale confusione con i Talebani che hanno preso possesso della parte migliore del paese. Oggi si trovano a 160 km da Islamabad, in Pakistan, paese che deve affrontare una crisi altrettanto tremenda. Le bombe americane cadono su Afghanistan e Pakistan ogni giorno mentre i governi fantoccio di questi stati non fanno nulla per porre fine a questa situazione. L’Iran, la Russia e la Cina, da spettatori e secondo i loro propri interessi, seguendo diversi criteri d’allarme, osservano attentamente queste manovre offensive (aggravate dalla pericolosa strategia della NATO contro la Russia in Polonia e in altre parti dell’ Europa). I tre comunque riconoscono di avere gli stessi avversari: gli Stati Uniti (per Russia e Cina), Israele e gli USA (per l’Iran); una vera formula esplosiva, ma un rischio necessario per l’oligarchia del Nuovo Ordine Mondiale tesa ad introdurre un governo globale.
Questo dovrebbe essere un campanello d’ allarme per tutti gli stati del mondo, in quanto quest’ ordine comprende tutte le nazioni, e gli stati che si rifiutassero di entrare volontariamente nel ‘club’ che ruota intorno agli USA, il Regno Unito e Israele (ed ai loro rispettivi interessi) sarebbero automaticamente banditi come antidemocratici e antisemiti; quello che succederebbe dopo si puó benissimo immaginare.

Le banche americane ed europee sono in bancarotta, cosi come molte industrie (la Chrysler è stata proprio l’ultima a cadere), gli assicuratori globali sono tecnicamente falliti, mentre la maggior parte delle istituzioni finanziarie sono deboli, per usare un eufemismo, o totalmente improduttive, per usare un termine che si addice di piú alla situazione reale. I maggiori governi mondiali sono costretti a sostenere finanziariamente la maggior parte delle aziende, il che è un’ ulteriore prova che il capitalismo senza regole, quando lasciato ai suoi propri meccanismi senza interventi da parte dello stato, porta ad un sistema vicino a quello sovietico in cui lo stato controlla le societá (naturalmente troppo importanti per poter crollare) e porta avanti un’economia finalizzata alla protezione della nomenklatura dei ‘banksters’ (“banchieri gansters”).
Ancora una volta assistiamo al medesimo ciclo: prima si ha la privatizzazione di larghi profitti che va avanti per decenni; profitti che vanno a riempire le tasche di banchieri, investitori, speculatori e parassiti di ogni genere. Quando poi l’ intero sistema crolla, come sta succedendo in questo momento, le gigantesche perdite sono ‘socializzate’ per mezzo di fondi governativi che includono denaro proveniente dalle imposte e denaro coniato apposta per salvare coloro che dovrebbero essere in prigione; tutti gli altri sono lasciati al proprio destino.
L'iper-inflazione tecnica del dollaro è un fatto, anche se nessuno ancora lo dichiara apertamente. Ci si sta rendendo conto che la recessione di USA, Europa e Asia è molto peggio di quanto ci si aspettasse, dicono gli esperti.
Milioni di persone stanno perdono il posto di lavoro e i mezzi di sussistenza, le case, le pensioni, e i risparmi di una vita; milioni di persone cominciano a farsi sentire nelle strade con manifestazioni come i “tea-parties” [recenti manifestazioni di protesta negli USA N.d.r] e sommosse: rappresaglia e repressione.

Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e direttore della Yeshiva University a Tel Aviv, è divenuto un simbolo del classico banchiere truffaldino che ha parte integrante nel sistema capitalistico senza regole (che usa il modello piramidale Ponzi come modello base), con i suoi 70 miliardi di dollari rubati ad altri investitori (oh, questi sembrano essere preda di una versione moderna di cannibalismo, mangiando la loro stessa carne).
Si dovrebbe comunque essere piú gentili con ‘Bernie’ Madoff in quanto egli si sta assumendo tutte le colpe e le critiche derivanti dal modello Ponzi, mentre in realtá è l’ intero sistema finanziario a rispecchiare tale modello. Questo è il modo in cui CitiCorp (William Rhodes, Robert Rubin), la Bank of America, Goldman Sachs (Henry Paulson, Timothy Geithner), Morgan Stanley, AIG (Maurice Greenberg) e gli altri istituti assicurativi e banche, hanno sempre operato. Per avere un’idea piú chiara di quello che sta succedendo dietro le quinte, si prenda come esempio Freddie Mac, il cui nuovo direttore finanziario, il 41enne David Kellermann, si è suicidato. Fonti dell’intelligence russa ritengono che la causa piú probabile per questa morte sia legata al fatto che Kellermann aveva scoperto che Freddie Mac ha finanziato con piú di 50 miliardi di dollari le organizzazioni che fanno capo agli interessi di Israele, cosi che quest’ informazione avrebbe dovuto essere resa nota proprio da lui. Bisogna anche ricordare che quando alla fine dello scorso anno Freddie Mac crolló, uno dei suoi direttori era Rahm Emanuel, ossia l’attuale capo di gabinetto del presidente Obama con doppia cittadinanza (americana e israeliana), e per di piú sospettato di far parte dei servizi segreti israeliani.
Sembrerebbe che un’ altra cortina fumogena sia stata imposta ai mezzi d’ informazione di tutto il mondo, in modo da evitare che gli articoli che parlano della suddetta situazione vengano messi nelle prime pagine. Fino ad ora si sono verificati soltanto 2000 casi di H1N1 in tutto il mondo, e i 160 decessi in Messico riportati da FoxNews alcune settimane fa sono scesi a 30; lo stesso vale per il resto del mondo. I media hanno provocato isteria, generando quella che viene chiamata ‘isteria da pandemia’, per la gioia delle grosse ditte farmaceutiche che registrano vendite record di Oseltamivir e altre medicine contro l’influenza. I fautori del NWO (Nuovo Ordine Mondiale) sono anche stati in grado di testare l’efficacia delle tattiche di guerra psicologica posta in atto al fine di avere il controllo su fasce molto ampie di popolazione. Vaccini di massa e quarantena, voli cancellati: questo è un circo globale; lo stesso avvenne nel caso dell’ influenza aviaria nel 2004/2005 (che ne è stato poi?). Non c’è dubbio che ad un certo punto verrá sintetizzato un virus selettivo focalizzato a determinati gruppi sociali (è stato forse l’ HIV un precursore?), in quanto uno degli obiettivi chiave del governo mondiale è proprio quello di favorire la decrescita demografica del pianeta, come consigliato da Henry kissinger nel National Security Strategic Memorandum 200 del 1974.

Per concludere, le sette questioni di cui si parla in quest’ articolo non dovrebbero essere considerate isolate e sconnesse; al contrario sono strettamente legate tra loro e dovrebbero essere perció lette in chiave olistica, come parte di una strategia piú vasta mirante all’ imposizione di un regime globale in un modo o nell’altro. Parlare di tali questioni come legate tra loro e fare previsioni sul loro effetto a medio e lungo termine ci permette di capire cosa sta realmente accadendo nel mondo; il che è molto diverso da quello che si sente alla CNN, FoxNews, la BBC, il New York Times, il Washington Post, il Daily Telegraph, ABC, CBS o NBC. In breve, la questione chiave che ci si dovrebbe porre dovrebbe diventare sempre piú chiara a tutti quanti: quanto tempo ci rimane? Quanto tempo abbiamo realmente negli Stati Uniti, in Europa, in Argentina e nell’intero pianeta? Ognuno giudichi a modo suo, ognuno faccia le proprie scelte. Si puó scegliere di essere come Homer Simpson, facendo zapping tutto il tempo, oppure scegliere di intervenire in questo disastro globale, a prescindere da dove ci troviamo, passando ai fatti. Sta arrivando l'ora in cui si dovranno fare comunque delle scelte.
Qualsiasi cosa si abbia intenzione di fare, è meglio che si cominci subito.

domenica 24 maggio 2009

IL blocco mentale

Sessant’anni di mentalità, di poteri, istituzioni internazionali, una linea economica di riferimento, tutto questo nella nostra percezione non passa in un istante. I commenti politici degli ultimi mesi sono ancora immersi in quel sistema, ma tutto è cambiato. Il mondo uscito dal 1945 ha avuto una lunga continuità che in pochi mesi si è sgretolata. La Grande Crisi procede a dispetto delle idee aggrappate ai vecchi tempi.
A maggio 2009, il rapporto mensile di Leap/Europe 2020 - il sito francese che ha previsto meglio di tanti altri soggetti l’evolversi dell’attuale crisi - scrive proprio che ci siamo, che in questa primavera il mondo farà l’ultimo passo prima di uscire dal quadro di riferimento dei poteri globali degli ultimi sessant’anni, e uscirà soprattutto dalla sua versione “semplificata”, quella impostaci negli ultimi vent’anni, dopo la fine del sistema sovietico.
La fine di un’era rende già subito inutilizzabile il cruscotto di strumenti che sinora hanno guidato le azioni di chi ha preso le più importanti decisioni economiche. I tentativi disperati di salvare il sistema finanziario globale guidato da Londra e New York hanno fatto impazzire tutte le bussole, influenzate dalle manipolazioni di istituti finanziari, banche centrali e governi.
Le immissioni astronomiche di liquidità che hanno invaso il sistema finanziario globale per un anno, specie il sistema USA, hanno portato gli operatori politici e finanziari a perdere completamente contatto con la realtà. Europe 2020 li paragona ai sub che vengono colpiti da narcosi da azoto (detta anche ‘ebbrezza da alti fondali’), i quali manifestano un’euforia che li spinge ad andare più a fondo quando avrebbero invece bisogno di riemergere. Anche nel caso della finanza c’è un’ebbrezza – lo vediamo in qualche rally borsistico di queste settimane – che distrae dal vero pericolo, per il quale non c’è più la lucidità necessaria in termini di orientamento né ci sono più strumenti adatti.
L’ebbrezza si scontrerà prestissimo con la realtà. La vera solida realtà.
Dieci anni fa, fra le prime 20 istituzioni finanziarie al mondo per capitalizzazione, 11 erano statunitensi, 4 britanniche, 2 giapponesi, 2 svizzere e due giapponesi.
Oggi, le prime 3 sono cinesi, mentre di statunitensi ne sono rimaste 3, intanto che molte fallivano. Il cambiamento è avvenuto nel giro di brevissimo tempo. Sono tempi insoliti, con paragoni che devono fare il passo del secolo, ossia salti di generazioni.
Europe 2020 fa tre esempi illuminanti.

1) Da quando nel 1694, ossia 315 anni fa, venne creata la Banca d’Inghilterra, il tasso d’interesse non aveva mai toccato un livello più basso di quello attuale, lo 0,5%.
2) Nel 2008 la Caisse des Dépôts et Consignations, un istituto finanziario che fa da braccio operativo dello Stato francese, ha chiuso il bilancio in rosso per la prima volta dalla sua fondazione, avvenuta 193 anni fa, nel 1816. La Caisse era passata per monarchie, repubbliche, fasi imperiali, guerre mondiali, crisi, senza mai conoscere una perdita.
3) Nell’aprile 2009 la Cina è diventato il primo partner commerciale del Brasile, un genere di evento che altre volte ha annunciato un cambio di guardia nella leadership planetaria.

Due secoli fa gli inglesi soppiantavano i portoghesi e questo coincise con l’inizio della grande potenza britannica a livello globale. Gli USA sostituirono il Regno Unito come partner principale del Brasile negli anni Trenta del XX secolo, e la cosa coincise con un passaggio di ruolo internazionale che poi vide la preponderanza statunitense.
Assieme a questo senso di assoluta novità, sono preoccupanti le sensazioni di dejà-vu, nell’ora in cui cerchiamo di dar forma alla crisi. Una prima cosa da chiedersi è se una crisi possa avere una forma. I grafici provano a dare una risposta. Le tendenze dei mercati azionari nel corso delle quattro maggiori crisi economiche dell’ultimo secolo mostrano una evidente convergenza fra la curva della crisi del 1929 e quella di oggi.
Ma la questione fondamentale da chiedersi è un’altra. L’impegno profuso per reagire alla Grande Crisi andrà a buon fine? Ci chiediamo cioè se gli enormi interventi dei governi e delle banche centrali, nel breve volgere dei prossimi mesi, siano in grado di bilanciare una tendenza storica così robusta che va in direzione contraria. Ci chiediamo se sia possibile spendere bene cifre così difficili da assorbire. Insomma mettiamo in discussione sia lo “stimulus plan” degli USA, sia l’omologo cinese, due piani monstre che sembrano volersi sporcare le mani con l’economia reale.
Europe 2020 vede un ostacolo insormontabile rispetto all’efficacia dei mega-piani di stimolo messi in campo da Obama e Hu Jintao. È la “barriera della capacità di assorbimento”. Cioè l’esistenza di un limite “fisico” alla capacità di spendere enormi risorse pubbliche in tempi sensati, con progetti funzionali, con burocrazie capaci di far procedere il meccanismo di spesa.
Tutti conosciamo la fatica del processo europeo, la lunga storia di tentativi e adattamenti che ancora – nonostante decenni di ricalibrature – rendono la capacità di spesa ben lontana dal 100%, con ampie aree di corruzione, spreco, ininfluenza sui fondamentali dell’economia. A Stati Uniti e Cina manca perfino il tempo, la risorsa oggi più importante, quando invece i risultati dovrebbero far capolino immediatamente per rasserenare i cuori di milioni di persone, e confortare i portafogli vicini a questi cuori. I leader dell’Unione europea e le autorità che presiedevano ai bilanci hanno scoperto già all'inizio degli anni novanta l’esistenza di una barriera in relazione alla capacità di un sistema-Paese di “assorbire” gli aiuti allocati per il suo sviluppo economico.
Se calcolato su base annua, il piano di Obama corrisponde a 182 miliardi di euro, quello cinese a 215 miliardi. L’Europa dei fondi strutturali dispone di circa 70 miliardi di euro per anno. Ciascuno dei piani di stimolo economico varati da Washington e Pechino è dunque circa tre volte più grande dei fondi europei, proprio quei fondi che scontano tuttora la “barriera della capacità di assorbimento”.

Capite ora quanto è inedita la portata del problema.

Cina e USA devono dimostrare immediatamente una capacità di assorbimento enormemente più vasta di quella europea, pur rodata da vent’anni di pratiche.
Dovranno, qui ed ora, tener conto delle loro dimensioni continentali, con tutte le diversità locali, le differenze stridenti fra territori e sistemi subregionali. Proprio come l’Europa.
Diversa rispetto all’Europa sarà però l’infrastruttura pubblica: molto meno sviluppata in USA, molto di più in Cina, ma in entrambi i casi non abbastanza preparata e formata per gestire in pochi mesi tanta complessità operativa.
Il dilemma è inventarsi un flusso di procedure e risorse che non può permettersi il lusso di arrestarsi nei colli di bottiglia, né sopportare carenze progettuali, né farsi vanificare da mafie agguerrite che spolpano i fondi.
Nel mentre il ticchettio della crisi va avanti. Dal febbraio 2008 al febbraio 2009 gli Stati Uniti hanno perso oltre 4 milioni di posti di lavoro, e la tendenza si accelera. In queste situazioni il rischio immediato è che ogni euro, ogni dollaro, ogni yuan renminbi investito dalle autorità pubbliche generi sempre meno valore aggiunto. O non viene speso del tutto, o viene speso male.
Nei casi peggiori, gli effetti degli incentivi sono perfino negativi, perché possono creare delle “bolle” a livello locale, o erigono cattedrali nel deserto, senza impatti sull’economia. Oppure selezionano imprenditori specializzati a massimizzare il denaro pubblico, anziché l’economicità delle loro imprese. Nei casi davvero peggiori, come ci dice anche l’esperienza italiana, incancreniscono la corruzione sistemica a livello di governo locale, fino a creare vaste reti criminali in grado di condizionare la politica e rendere non rendicontabili i risultati.

Le avvisaglie di queste difficoltà ci sono già.

In USA le agenzie che hanno in carico la realizzazione del programma potranno dare informazioni sui progetti solo nell’ottobre 2009 e “forse” (che per i burocrati significa “non prima di”) durante la primavera del 2010, fuori tempo massimo perché la cosa abbia senso («USA Today, 6 maggio 2009»). I canali di spesa già oliati non ci sono. In Cina la fantasia dei burocrati è arrivata a prescrivere per tutti i funzionari pubblici del distretto di Gongan (provincia di Hubei) l’«obbligo di fumare» per stimolare l’economia dell’area, fortemente basata sulla produzione di sigarette. Davvero la Grande Crisi produce notizie. L’uomo morde il cane.
Rimane la notizia vera di una crisi senza precedenti e in avvitamento. I piani di stimolo ridurranno forse la caduta dell’occupazione, sebbene con effetti marginali. Ma il lascito sarà terribile per la finanza pubblica. In Cina ci sarà un drastico calo delle riserve finanziarie. Negli USA ci saranno un deficit e un debito meno sostenibili, o forse proprio del tutto insostenibili. Per la prima volta nella storia le risorse del livello federale sono diventate l’introito più importante per i singoli Stati, e gli effetti saranno duraturi.
Quanto a noi, in Italia, l’informazione è lontana dal raccontare la dimensione della crisi. Addirittura un crollo del PIL intorno al -6% è capace di passare quasi inosservato. Le conseguenze di un blocco mentale.

sabato 23 maggio 2009

La torre del Bilderberg

L’esperto giornalista investigativo Jim Tucker ha svelato il programma del Bilderberg 2009, che racchiude il progetto per un Dipartimento Mondiale della Sanità e del Tesoro e una depressione abbreviata piuttosto che una prolungata flessione economica.
Partecipando all’Alex Jones Show, Tucker ha detto che l’ex primo ministro svedese nonché abituale partecipante al gruppo Bilderberg Carl Bildt, “ha tenuto un discorso nel quale appoggiava la trasformazione dell’OMS in un Dipartimento Mondiale della Sanità e la trasformazione dell’FMI in un Dipartimento Mondiale del Tesoro, entrambi naturalmente sotto l’egida delle Nazioni Unite.”
Tucker ha fatto notare che tali manovre rappresenterebbero dei passi enormi verso il governo mondiale che il Bilderberg si sta accingendo a realizzare ma il cui completamento, negli ultimi 10 anni, è sempre fallito.
Tucker ha spiegato che il Bilderberg è molto determinato nel porre l’accento sui problemi causati dalla crisi economica, oltre alla minaccia di una pandemia, come strumento per giustificare la centralizzazione del potere.
Secondo Tucker, Bildt ha parlato anche del riscaldamento globale nel contesto di una tassa a livello mondiale sulle emissioni di carbonio, da tempo una parte del programma del Bilderberg. Questa tassa globale, che verrebbe pagata direttamente alle Nazioni Unite, sarebbe introdotta in maniera graduale, innanzitutto come un’imposta appena percettibile alla pompa di benzina, prima di essere aumentata una volta perfezionata, ha detto Tucker.
In merito all’importante Trattato di Lisbona, che è stato messo al tappeto dopo la bocciatura dei cittadini irlandesi lo scorso anno, Tucker ha detto che il Bilderberg, per farlo approvare, sta pensando di inviare in segreto dei suoi rappresentanti in Irlanda per parlare con i leader politici locali. L’Unione Europea richiede che tutti gli stati membri ratifichino il Trattato prima della sua approvazione e ai cittadini irlandesi verrà di nuovo chiesto di votare un referendum alla fine di quest’anno, nonostante avessero già dato parere negativo al Trattato tredici mesi fa.
Tucker ha detto che un aspetto importante della riunione del Bilderberg di quest’anno è stato l’impegno per convincere il Presidente Obama “ad introdurre di nascosto la ratifica del Trattato del Tribunale Penale Internazionale”, inviandolo al Senato per la sua votazione.
“Le loro strategie sono queste,” ha detto Tucker. “Obama dovrà adulare i tanti membri delle frange più a sinistra dei Democratici che vogliono davvero il Trattato del Tribunale Penale Internazione ma che hanno così paura a votarlo perché la gente è fortemente contraria a rinunciare alla propria sovranità... vigliacchi politici... così Obama dovrà adularli e dirà loro di non preoccuparsi, avremo altri liberali al Senato dopo le elezioni del 2010 e poi nel gennaio 2011, quando il nuovo Senato si sarà insediato, potrete ratificarlo un sabato notte quando sarà troppo tardi per i giornali delle domenica pubblicare la notizia e i talk show non potranno riprogrammare i loro palinsesti... non ci saranno delle ritorsioni politiche.”
Tucker ha confermato le informazioni divulgate inizialmente da Daniel Estulin, secondo cui il Bilderberg avrebbe discusso se far affondare l’economia in modo rapido oppure trascinarla in una lenta e straziante depressione. “Il Segretario al Tesoro Geithner e Carl Bildt hanno caldeggiato una recessione di breve durata e non una recessione lunga 10 anni... in parte perché una recessione di 10 anni danneggerebbe gli stessi industriali che aderiscono al Bilderberg... anche se vogliono avere un Dipartimento Mondiale del Lavoro e un Dipartimento Mondiale del Tesoro, desiderano ancora fare un sacco di soldi e una recessione lunga costerebbe troppo a livello industriale perché nessuno comprerebbe più i loro giocattoli... la tendenza è quella di tenerla breve,” ha detto Tucker.
Tucker ha concluso osservando che i membri del Bilderberg alla riunione di quest’anno avevano delle facce molto serie e che geopoliticamente “le cose si stanno mettendo male per loro. Gli americani stanno rispondendo, gli europei stanno rispondendo e il loro programma si sta bloccando.”
Alla fine è sempre stato un sogno umano, e quindi fallace, l'idea di creare un unico governo mondiale non democraticamente eletto né controllato. Il fattore umano corrompe anche i progetti più ambiziosi. Non a caso al Torre di Babele è caduta anche per questo motivo. La torre del Bilderberg.

venerdì 22 maggio 2009

L'avidità della Globalizzazione

Quella che, da parte degli esperti, viene definita situazione di incertezza, e che appare ormai come l’unico punto fermo nell’evoluzione di questa crisi, non viene smentita nemmeno dai risultati delle trimestrali di alcuni grandi istituti finanziari americani. Dopo le richieste di aiuto rivolte all’amministrazione statunitense, quella di George W. Bush prima e quella di Barack Obama poi, e la conseguente ratifica dei due piani, firmati rispettivamente da Henry Paulson e Tim Geithner, destinati a rifinanziare le banche in gravi difficoltà economiche, ora gli stessi enti creditizi promettono di rimborsare a breve i prestiti ottenuti dal Governo. È il caso di Jp Morgan che, per bocca dell’amministratore delegato, Jamie Dimon, ha rassicurato gli operatori finanziari, dichiarando l’imminente restituzione dei fondi, pari a venticinque miliardi di dollari, ottenuti lo scorso ottobre. «Potremmo dare i soldi indietro domani stesso» ha annunciato con una certa baldanza Dimon, limitandosi a sostenere che la sua Jp Morgan è, esclusivamente, in attesa delle istruzioni del governo sulle modalità di rimborso. Accanto a Jp Morgan, anche Goldman Sachs, leader assoluto dei poteri forti finanziari, ha espresso identica convinzione nella capacità di restituzione del finanziamento pubblico di dieci miliardi di dollari. Sarà il mercato a finanziare l’operazione attraverso l’emissione a pagamento di nuove azioni, per rafforzare il patrimonio sociale. La crisi, dunque, è già alle nostre spalle? E allora, perché gli Usa hanno commesso il clamoroso errore di far fallire Lehman Brothers, altro colosso della finanza mondiale, scatenando il panico sulle piazze finanziarie globali?
Qualcosa non quadra, ed i dimostranti no global lo hanno capito domandandosi perché dovremmo “noi” pagare per una crisi causata da “loro”?
I timori, espressi da Jacques Attali, sull’inutilità delle decisioni prese in sede di G20, sono comprensibili, alla luce dei provvedimenti sinora licenziati dagli organismi internazionali di controllo sulla finanza e sul credito. «Sarà un fallimento – aveva dichiarato Attali – perché si prenderanno decisioni per le agenzie di rating, per gli hedge fund ma nulla verrà fatto per intervenire sulla City di Londra che è il posto più pericoloso». Effettivamente, le uniche direttive uscite dal vertice internazionale sono incentrate sulla revisione dell’impianto complessivo delle regole di funzionamento e monitoraggio della finanza, ma nessuna indicazione concreta è stata fornita per uscire definitivamente dall'attuale situazione d’impasse. Le preoccupazioni dell’economista francese si rivolgono, in modo particolare, all’insostenibile incremento del debito sia pubblico che privato. Tra il 2006 e il 2007, infatti, il debito complessivo degli Usa rappresentava circa il 350% del Pil. Oggi siamo a ben oltre cinque volte la ricchezza nazionale prodotta in un anno dagli States. Continuando di questo passo, e tentando di risolvere il problema con massicce iniezioni di denaro pubblico, il rischio che si corre è quello di rinviare ancora di qualche anno la crisi, ingigantendone, tuttavia, gli effetti devastanti.
E i tanto temuti asset tossici? Si comincia a non parlarne quasi più. Sono stati per mesi descritti come il cuore del problema, risolto il quale, si sarebbe potuta vedere la luce in fondo al tunnel. E invece? Nulla di tutto ciò. Niente è dato sapere sul reale valore di questi titoli, né sulla loro diffusione. Non si conoscono le caratteristiche tecniche, dato disponibile a pochi stregoni dell’alta finanza e si è perso, completamente, il controllo sulle dinamiche di “contagio” della tossicità. Le banche, infatti, non hanno ancora comunicato agli organismi di controllo gli importi ed il valore effettivo o presunto di questi titoli e permangono seri dubbi su come registrarli nei prossimi bilanci. Potrebbero essere oggetto di clamorose svalutazioni che provocherebbero ulteriori tonfi sul mercato borsistico, oppure potrebbero essere contabilizzati in voci specifiche in attesa di istruzioni da parte dei Governi, impegnati nel difficile compito di uscire dal cul de sac nel quale gran parte del mondo è stato cacciato per colpa delle furberie di pochi.
L’esposizione dei dati e le previsioni economiche, assomigliano sempre di più ad esercizi cabalistici per apprendisti stregoni e la numerologia del Fondo Monetario Internazionale e del Financial Stability Forum, non è da meno. Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, da anni al timone del Financial Stability Forum, ha illustrato alla Banca dei regolamenti internazionali, le linee guida sui nuovi principi da introdurre nella disciplina finanziaria, per effettuare una corretta valutazione degli asset tossici. Il loro ammontare complessivo, ma questa è solo la stima della Banca dei regolamenti internazionali, si aggira ancora sui 1.200 miliardi di dollari. Per l’Fmi, invece, le perdite potenziali derivanti dai titoli spazzatura, potrebbero raggiungere i quattromila miliardi di dollari. Dato, quest’ultimo, soggetto a continue e preoccupanti revisioni al rialzo da un anno a questa parte.
Fmi e FSF hanno già ottenuto il via libera a un allargamento dei loro compiti di controllo e di intervento. Insieme al potere, però, dovrebbero aumentare anche le responsabilità.
Ma anche gli enti sovranazionali saranno sottoposti a processi di revisione delle funzioni e dei poteri a loro attribuiti. Sia l’Fmi, guidato dal francese Dominique Strauss-Kahn, sia il FSF di Draghi, hanno già ottenuto il via libera ad un allargamento consistente dei compiti (ma non delle responsabilità) di controllo e di intervento sull’economia. L’Fmi, in particolare, ha ottenuto dal G20 di Londra un ulteriore dote di 500 miliardi di dollari per finanziare programmi a sostegno dei Paesi in crisi e il direttivo, guidato da Draghi, sarà trasformato in Financial Stability Board, un organismo allargato a Commissione Europea e Paesi del G20 finalizzato a predisporre i piani di emergenza per la gestione di crisi finanziarie transfrontaliere e a prevenire il rischio di altre crisi sistemiche.
Un altro giro di vite spetta anche alle agenzie di rating, quelle società deputate alla valutazione di imprese e titoli quotati nei mercati regolamentati. Sono aziende pagate profumatamente dalle stesse società valutate, per emettere un giudizio sulla solidità patrimoniale e l’affidabilità del loro committente. Non è difficile, dunque, spiegarsi il perché abbiano preso in passato qualche “abbaglio” o non siano riuscite a mettere in guardia mercati ed investitori sul rischio nascosto dietro qualche società sull’orlo del fallimento. Da Parmalat a Lehman, infatti il passo è breve e una riforma in questo senso era necessaria. Il cosiddetto “sistema bancario ombra”, quel pozzo senza fondo, formato dai titoli spazzatura, si è alimentato anche grazie alla “sbadataggine” delle agenzie di rating che hanno potuto rimestare nel torbido anche grazie agli effetti della deregulation che ha svincolato mercato ed operatori da normative certe e controlli affidabili. Sul mercato del credito immobiliare si sta per abbattere un’altra tempesta: quella degli “alt-a”e quella degli “option arm”, mutui ad alto rischio per un ammontare che supera i mille miliardi di dollari.
Nonostante le dichiarazioni di cauto ottimismo, provenienti da più parti, dunque, sono ben altre le preoccupazioni che non consentono il ritorno al sereno, sulle piazze finanziarie globali. La crisi nel settore immobiliare americano, infatti, non accenna ad arretrare. Quasi quattro milioni di case unifamiliari e otto milioni di appartamenti sono, attualmente, in vendita negli States. Questo l’effetto combinato dei mutui subprime e della recessione economica. Tuttavia, sta per abbattersi sul mercato del credito immobiliare un’altra tempesta: quella degli “alt-a”, una tipologia di mutui ad alto rischio, per un controvalore di mille miliardi di dollari, e quella degli “option arm” (adjustable rate mortgages), per un ammontare che supera i 500 milioni di dollari. Questi finanziamenti, destinati, al pari dei mutui subprime, ad un target di clientela ad alto rischio di insolvenza, godono di una rata iniziale contenuta. Rata che, a distanza di 3 o 5 anni, viene rinegoziata dalla banca, come da previsioni contrattuali, fino a raggiungere il 30% in più rispetto a quella inizialmente stipulata.
L’elemento che desta qualche comprensibile preoccupazione, riguarda le date di rinegoziazione. Mentre, infatti, i mutui subprime sono stati, in gran parte, già rinegoziati (con i disastrosi effetti sopra richiamati), i mutui “alt-a” e gli “option arm” giungeranno alla rinegoziazione negli anni compresi tra il 2010 e il 2011, portandosi appresso le immaginabili conseguenze di altri pignoramenti e fallimenti individuali che, a detta degli esperti, sfioreranno il 50%.
Che questa sia certamente la fine del capitalismo e della globalizzazione è ipotesi difficile da sostenere. Che, invece, si sia giunti alle soglie di un nuovo corso per l’economia è una considerazione più probabile. Senza dubbio non per scelta ma per necessità. Stiamo, infatti, assistendo ad un fenomeno ben sintetizzato dal ministro per l’economia, Giulio Tremonti, con la formula «questo non è il principio della fine, ma la fine di un principio», frase che faceva riferimento alla fine del capitalismo a debito.
Ma anche a detta dello studioso tedesco, Ralph Dahrendorf, abbiamo assistito, nell’ultimo secolo, ad un progressivo e nefasto passaggio dal capitalismo di risparmio a quello di consumo, fino all’attuale capitalismo del debito. Una modifica genetica della struttura stessa del capitalismo che ha abbandonato la produzione e la creazione di valore, in nome del commercio di derivati. Una sconfitta dichiarata dell’economia reale, in favore della finanza virtuale.
Ora che la frittata è fatta e che il capitalismo del debito ha mostrato i suoi drammatici effetti, si sta correndo un altro rischio: la graduale sostituzione degli enormi debiti privati accumulati, con un altrettanto massiccio debito pubblico. Le maxi operazioni di bailout e la nazionalizzazione di alcuni importanti istituti finanziari, rappresentano l’ennesimo spostamento del carico debitorio, prodotto dall’inettitudine e dall’avidità dei privati sulle spalle dei contribuenti. Situazione ben descritta dal film documentario American Casino di Andrew e Leslie Cockburn, recentemente presentato al Tribeca Film Festival di New York. In questo film-denuncia, colpiscono le parole di un executive di Bear Stearns, una delle prime banche americane sull’orlo del default, che, desiderando rimanere nell’anonimato, ha illustrato i passi che hanno portato allo scoppio della bolla dei mutui subprime e dei derivati. «Wall Street ha peccato di leggerezza – dichiara il manager – devo anche dire, però, che chi comprava era un idiota, anche lui motivato dalla stessa molla, l’avidità». E proprio queste ultime parole ci riportano alla memoria gli strali poundiani contro la grande usurocrazia internazionale, un sistema nato per soggiogare i popoli grazie al potere del denaro. Ezra Pound, poeta economista americano, che per una vita si è occupato di economia, in compagnia degli eretici del XX secolo, negli ultimi anni di vita, spinse più in là la sua riflessione: «in materia di usura ho sbagliato tutto. No! La moneta non è la radice del male. La radice è l’avarizia, la brama di monopolio».

giovedì 21 maggio 2009

Pearl Harbour, L'Infamia - Parte II

L’amministrazione americana non è mai stata il vero attore delle guerre più recenti, ma solo una pallida comparsa. Il soggetto pubblico su cui riversare tutte le colpe. Le reali motivazioni che spinsero il Presidente Roosevelt a catapultare il popolo americano in guerra, conducono inequivocabilmente ad alcuni dei retroscena meno divulgati del secondo conflitto mondiale. Ecco ad esempio cosa è clamorosamente “sfuggito” agli storici della versione ufficiale. Nell’estate del 1940 (prima dell’emanazione del protocollo McCollum), Roosevelt elaborò un piano di politica estera volto ad isolare economicamente il Giappone e le forze dell’asse con una serie di embarghi. Ma la circostanza quantomeno “anomala”, è che la Casa Bianca stava riservatamente operando al contempo per garantire a questi stessi paesi nemici la scorta di risorse energetiche a loro necessarie per intraprendere una lunga guerra proprio contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Roosevelt scelse infatti di dare corso alle vere provocazioni (del protocollo McCollum) solo quando il Giappone venne ritenuto in grado di sostenere il conflitto. Pertanto, i giapponesi ricevettero tutto l’approvvigionamento di materie prime (in particolare il petrolio) di cui avevano bisogno persino durante il proclamato embargo.
Nei mesi di luglio e ottobre del 1940, in pieno regime di apparente isolamento economico del Giappone, il Call Bullettin di San Francisco fotografò degli operai sul molo del porto cittadino mentre stavano tranquillamente provvedendo allo stoccaggio di numerosi container nelle stive di due navi da trasporto nipponiche. Si trattava della “Tasukawa Maru” e della “Bordeau Maru”, entrambe, vennero caricate con ingenti quantità di quel materiale ferroso di cui aveva fortemente bisogno l’industria pesante Giapponese, un paese ritenuto ufficialmente ostile. Una volta terminate le operazioni di carico, il naviglio prese il largo e fece rotta verso la madrepatria. Ma non si trattò solo di un caso isolato perché la scena era destinata a ripetersi in modo quasi surreale per tutto il 1940 e il 1941 persino dopo lo scoppio del conflitto.
La vicenda in questione non era certo sfuggita ai servizi segreti americani che annotarono tutti gli spostamenti delle navi da trasporto giapponesi. E anche per quanto concerneva i rifornimenti di petrolio, la violazione delle restrizioni avvenne in modo sistematico e del tutto evidente. L’embargo infatti non fu mai applicato alle raffinerie ubicate sulla costa occidentale degli Stati Uniti, pertanto è lecito concludere che l’osannato isolamento del Giappone fosse solo una manovra politica di facciata.
A dispetto dei proclami formali, la Casa Bianca si adoperò dietro le luci dei cronisti per sostenere le capacità belliche Giapponesi. Lo scopo era quello di prepararlo all’imminente conflitto già in agenda dei poteri forti. Un assunto questo che, per quanto possa apparire assurdo a chi ha sempre creduto alla favola dell’imperialismo americano (o viceversa, ha riposto la massima fiducia nei metodi democratici dell’amministrazione USA), non solo risponde al vero, ma dimostra come l’opinione pubblica sia stata sempre spudoratamente manipolata.
Il console generale giapponese rassicurò infatti il suo governo che al di là dei proclami formali, Roosevelt e il suo esecutivo, stavano chiudendo un occhio sui rifornimenti “americani” affermando letteralmente: “Tutti i nostri permessi di esportazione sono stati garantiti. Le agenzie americane da cui acquistiamo il petrolio procedono e stabiliscono accordi soddisfacenti con le autorità governative di Washington”.
L’alto funzionario diplomatico giapponese specificò inoltre che era riuscito ad acquistare una miscela speciale di petrolio greggio eludendo facilmente i divieti imposti con l'embargo. Nel messaggio segreto poi cifrato, compare dettagliatamente la portata dell’acquisto; 44.000 tonnellate (ben 321.000 barili) dall’Associated Oil Company. Peraltro il dispaccio diplomatico terminava concludendo: “I rivenditori di petrolio americano della zona di San Francisco che vendono alla Mitsui e alla Mitsubishi, dei quali il principale è l’Associated Oil Company, credono che non ci sarà alcuna difficoltà nel continuare la spedizione di comune carburante al Giappone”.
Allo storico cablogramma diplomatico, fanno poi da inquietante contorno le registrazioni militari USA a proposito delle rotte di carico e scarico regolarmente effettuate dalle petroliere dirette in Giappone. E poiché, i servizi informativi americani monitorarono costantemente i movimenti delle navi da trasporto nipponiche su esplicito ordine della Casa Bianca, è legittimo supporre che Roosevelt, non poteva non sapere cosa stava realmente accadendo.
Le navi con il prezioso carico di oro nero americano erano dirette verso il deposito petrolifero di Tokuyama. E solo nel periodo compreso tra il luglio 1940 e l’aprile 1941 risulta accertato che i rifornimenti petroliferi “americani” ammontarono a quasi 9.200.000 barili. Tutte le rotte degli approvvigionamenti giapponesi vennero intercettati e schedati dai radiogoniometri militari americani dalla Stazione SAIL, il centro di controllo del Navy’s West Communication Intelligence Network (sistema dei servizi informativi di comunicazione della costa occidentale della Marina USA, WCCI) ubicata vicino Seattle. Gli impianti radio della Mackay Radio & Telegraph, Pan American Airways, RCA Communications e Globe Wireless fornirono ulteriori preziose informazioni.
L’ampio ed efficientissimo sistema di monitoraggio USA si estendeva lungo tutta la costa occidentale, da Imperial Beach in California sino a Dutch Harbor in Alaska.
In conclusione quindi, i servizi informativi e il Presidente dovevano sapere perfettamente che la maggior parte del petrolio giapponese proveniva dall’impianto di raffinazione californiano della Associated Oil Company di Port Company. Un continuo andirivieni di navi da trasporto portò infatti il prezioso carburante direttamente a Tokuyama, la principale base di rifornimento della flotta militare giapponese.
Qualcuno però si accorse per tempo di quanto stava effetivamente avvenendo dietro le verità ufficiali e denunciò il fatto pubblicamente. Così, accadde che proprio mentre Roosevelt si dava affanno nell’apparire un Presidente pacifista dinanzi alla Nazione, il deputato del Missouri Philip Bennet rilasciò la seguente eloquente dichiarazione: “…..Ma i nostri ragazzi non verranno mandati all’estero, dice il Presidente. Sciocchezze, signor Presidente; Già ora si sta provvedendo a preparargli le cuccette sulle nostre navi da trasporto. Gia ora i cartellini per l’identificazione di morti e feriti vengono stampati dalla ditta di William C. Ballatyne & Co. di Washington”.
E anche se all’epoca dei fatti tale affermazione “fuori dal coro” di P. Bennet passò quasi completamente inosservata, le indagini storiche del dopoguerra gli hanno conferito pienamente ragione. Roosevelt, come tutti i politici a cui è stato consentito l'accesso alle “stanze dei bottoni”, non fece altro che obbedire alle direttive dell’alta finanza, ovvero, ottemperò scrupolosamente agli ordini degli “invisibili” magnati a cui i popoli pagano il debito pubblico attraverso le tasse. Illuminante in tal senso, l’amara considerazione personale di Curtis Dall, il genero di F.D. Roosevelt,: “Per molto tempo pensai che (Roosevelt)...avesse nutrito molti pensieri e progetti a beneficio del suo paese, gli USA. Ma non era così. La maggior parte dei suoi pensieri, le sue “cartucce” politiche, per così dire, erano state attentamente fabbricate per lui dal Consiglio sulle relazioni estere/Gruppo finanziario per un mondo unito. Brillantemente e con grande slancio, come fossero un bel pezzo d'artiglieria, egli sparò quelle “cartucce” prefabbricate in mezzo a un bersaglio inaspettato, il popolo americano, e così comprò e confermò il suo rapporto politico internazionalista”.
E a dispetto di ciò che continua ad affermare la storia patinata della versione ufficiale, non rimane quindi che svelare chi erano e che intenzioni avevano i potenti “consiglieri” di F.D.R. che tanto ascendente avevano su di lui.
Dietro i protagonisti ufficiali della storia che abbiamo studiato nelle c.d. “scuole” dell’obbligo, operano senza mai apparire, i membri e i programmi della vera casta di comando, i c.d. “poteri forti”. Una elite di persone che gestisce il potere da padre in figlio e che da secoli tiene letteralmente sotto controllo l’economia (e quindi anche la politica) delle nazioni. Sono i proprietari esclusivi delle banche centrali, delle assicurazioni, dei monopoli energetici, dell’industria e dei grandi canali d’informazione. I suoi rappresentanti non si riconoscono realmente in alcuna specifica nazionalità poiché si ritengono al di sopra di qualunque di essa, considerandosi a tutti gli effetti i veri signori del mondo. Ed ecco a tal proposito cosa ebbe a dichiarare già nel lontano 1733, un illustre esponente dei grandi casati finanziari che oggi possiedono letteralmente le banche centrali, il finanziere Amschel Mayer Bauer Rothschild (capostipite dell’impero Rothschild): “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre più sotto il nostro potere”. Dal quel remoto 1733 però, il tempo non sembra essere passato invano e gli strumenti dei manipolatori sono stati affinati. Nella storia contemporanea sono sorte infatti vere e proprie istituzioni paragovernative che lavorano a porte chiuse per realizzare i programmi di dominio dell’alta finanza. E come intuito da Curtis Dall, una di queste moderne organizzazioni che maggiormente diresse l’operato di Roosevelt è il CFR (Council on Foreign Relations). Una sedicente organizzazione “filantropica” fondata nel 1921, con il finanziamento della famiglia Rockefeller. Alla costituzione del CFR parteciparono 650 “eletti”, “il Gotha del mondo degli affari" e suoi membri di spicco furono sempre all’ombra del Presidente americano di turno. Ed è quindi proprio a costoro che si deve attribuire la vera paternità del protocollo McCollum. In qualità di ministro della guerra di Roosevelt ad esempio, agiva in “prima linea” Henry Stymson, un personaggio che “guarda caso” era anche uno dei membri fondatori del CFR. Il suo coinvolgimento nel piano di provocazione, emerge chiaramente dalle righe del suo stesso diario: “Affrontiamo la delicata questione di come realizzare una schermaglia diplomatica che faccia apparire il Giappone dalla parte del torto e gli faccia compiere, scopertamente, il primo passo falso”. E sempre a tal proposito, lo scrittore George Morgenstern, ha pubblicato il libro “Pearl Harbor, The Story Of The Secret War” in cui è stato esaustivamente documentato come il Giappone venne trascinato in guerra dalla strategia d'azione dei membri del CFR.
Poiché come noto, a molte guerre corrispondono molti soldi e infinito potere per gli oscuri signori dell'alta finanza. Una volta conclusi i conflitti, saranno infatti sempre loro a decidere le condizioni di riparazione della nazione di turno che è stata messa in ginocchio. Ai popoli di entrambe le parti belligeranti invece, non resterà che l’amaro compito di leccarsi le ferite tra un camposanto e l'altro, aspettando di sapere quanto dovranno pagare per le spese di guerra (“vinta” o persa che sia). Con l’ingresso dell’America nel secondo conflitto mondiale avvenne infatti un colossale trasferimento di ricchezza dalla casse pubbliche a quelle private; Il bilancio federale USA a cavallo del decennio 1930-1939 era di “appena” 8 miliardi di dollari l’anno, nel 1945 invece, il debito per sostenere la guerra fece impennare i grafici contabili fino 303 miliardi di quota. Il costo globale del conflitto (nei soli termini economici) sostenuto dagli americani, fu ufficialmente di 321 miliardi di dollari, più del doppio di quanto il governo federale aveva “scucito” ai contribuenti nei 152 anni di storia che vanno dal 1789 al 1941. Gli eventi bellici peraltro, non rappresentano solo il grande business dei banchieri, ma sono anche un subdolo ed efficacissimo strumento di azione politica. Vengono infatti concepiti a tavolino come formidabile pretesto per instaurare a guerra finita, gli assetti politici e sociali a loro più congeniali. Si muovono a piccoli passi per realizzare il progetto secolare del “nuovo ordine mondiale”. Uno scopo che del resto trapela esaustivamente dalle stesse parole pronunciate da James Warburg (insigne esponente dei poteri forti) solo pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale:
"Che vi piaccia o no, avremo un governo mondiale, o col consenso o con la forza".
Tra gli altri invisibili personaggi della storia che “suggerirono” a Roosevelt gli obiettivi da raggiungere durante la sua presidenza, compare il nome eccellente di Bernard M. Baruch. Un illustre membro dell’alta finanza e del CFR che presiedette al Comitato delle industrie belliche durante la Prima guerra mondiale e che poi negoziò anche le condizioni delle riparazioni tedesche nel trattato di Versailles. La sua autorevolissima voce venne sempre e perentoriamente ascoltata dai presidenti americani.
Nato in Texas nel 1870 da un agiatissimo esponente del Ku Klux Klan, l'ultra miliardario Bernard Mannes Baruch divenne il “consigliere” di ben sei presidenti USA. Dal massone Woodrow Wilson (1912) al massone Eisenhower (1950), fu sempre lui ad esempio a “persuadere” il Presidente Wilson circa la necessità di coinvolgere l’America nella prima guerra mondiale. E persino la creazione di un organo governativo volto esclusivamente a sostenere lo sforzo bellico americano fu una sua idea. Nulla di strano quindi se al nuovo ente vennero conferiti ampi poteri speciali nella pianificazione della produzione industriale. Come del resto è naturale, che a capo di esso finì per essere nominato proprio lui, Bernard Baruch, il mentore del Presidente.
Una volta al comando del “War Industry Board”, tutte le commesse relative al materiale bellico e logistico passarono nelle sue mani, dagli stivali ai mezzi corazzati. Affari d’oro che non si limitarono agli approvvigionamenti americani ma che si estesero in buona misura anche agli ordinativi degli altri eserciti alleati. E come denunciò nel 1919 dalla Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W. J. Graham) che indagò sui profitti che quell’organo rese possibili, si trattò di: “un governo segreto…sette uomini scelti dal Presidente hanno concepito l’intero sistema di acquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare…dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata”.
In seguito, fu possibile ripetere tale collaudato “modus operandi” grazie ai “consigli” che Baruch diede al presidente F. D. Roosevelt, nella guerra contro Hitler: questa volta però l’organo pianificatore si chiamò War Production Board. A dirigerlo venne nominato Harry Hopkins, un uomo di fiducia del signor Baruch.
Tornando alle circostanze militari che condussero all’attacco di Pearl Harbor, già a partire dall’ultima settimana del settembre 1940, un esperto team di crittografi americani riuscì a decodificare entrambi i principali codici segreti utilizzati dai Giapponesi. Tutte le comunicazioni diplomatiche riservate vennero quindi tradotte con il “codice Purple” mentre i dispacci militari nipponici segreti poterono essere interpretati con il codice “Kaigun Ango” in tempi sufficientemente brevi. La riuscita decodificazione dei codici però, venne mantenuta nel massimo riserbo anche tra le stesse autorità militari USA, in quanto, come anzidetto, si fece in modo che i dispacci dei servizi informativi giungessero direttamente al Presidente.
Le reali potenzialità dell’intelligence USA vennero “a galla” solo più tardi, grazie alle rivelazioni del contrammiraglio Royal Ingersoll, assistente capo delle operazioni navali. Egli spiegò infatti che già prima di Pearl Harbor i servizi informativi americani erano in grado di scoprire in anticipo la strategia navale di guerra e le operazioni tattiche del Giappone. Una verità esplosiva documentata da una lettera scritta il 4 ottobre 1940 e indirizzata da Ingersoll ai due ammiragli James Richardson e Thomas Hart. La missiva, estremamente chiara e dettagliata, precisava che la marina americana iniziò il rilevamento dei movimenti e delle posizioni delle navi da guerra giapponesi nell’ottobre 1940: “Ogni spostamento rilevante della flotta dell’Orange (che nel codice USA significava Giappone) è stato previsto ed è disponibile un flusso continuo di informazioni riguardanti le attività diplomatiche dell’Orange”.
Peraltro come vedremo, i giapponesi, furono protagonisti di talmente tanti errori madornali nell’effettuare le loro comunicazioni riservate, che diventa davvero difficile poi riuscire a credere nella versione ufficiale dell'attacco a “sorpresa”.
L'ammiraglio giapponese Yamamoto infatti, ruppe imprudentemente il silenzio radio il 25 novembre 1941. I messaggi in questione ordinavano alla 1° flotta aerea di prendere il volo il 26 novembre dalla base di Hitokappu per dirigersi in acque Hawaiiane e attaccare così la flotta americana all'ancora di Pearl Harbor. Precisò addirittura latitudine e longitudine della rotta da percorrere.
Come noto, l’attacco venne poi rimandato al 7 dicembre, ma ciò non toglie che i servizi informativi americani sapessero ormai quali fossero le reali intenzioni giapponesi. E come minimo, la base di Pearl Harbor avrebbe dovuta essere stata posta in stato di allerta. Ma ecco qui di seguito riprodotto il testo letterale dei due messaggi intercettati dai sevizi informativi americani:

1) “Il 26 novembre l'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti, deve lasciare di Hitokappu e giungere al 42° di latitudine nord per 170° di longitudine est nel pomeriggio del 3 dicembre e completare velocemente il rifornimento”.

2) “L'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti e ponendo estrema attenzione a sottomarini e velivoli, deve avanzare in acque Hawaiiane e alla vera apertura delle ostilità attaccare la forza principale degli Stati Uniti alle Hawaii infiggendole un colpo mortale (neretto dell’autore). Il primo attacco aereo è previsto per l'alba del giorno X. La data esatta sarà fornita in un ordine successivo. Una volta completato l'attacco aereo, la forza operativa, mantenendo una stretta collaborazione e prestando attenzione al contrattacco nemico, dovrà abbandonare velocemente le acque nemiche e fare rotta verso il Giappone. Se i negoziati con gli Stati Uniti avranno esito positivo, l'unità operativa dovrà essere pronta a tornare immediatamente a radunarsi”.

Paradossalmente però, solo gli uomini di fiducia del Presidente erano stati autorizzati a seguire l’ evoluzione della crisi con il Giappone. Ed è probabilmente proprio per tale motivo che quel fatidico 7 dicembre 1941, il “miracolato” ammiraglio Anderson (ex direttore dei servizi informativi e stretto collaboratore di Roosevelt) sopravvisse indenne all’attacco. Egli infatti, al momento dell’incursione aerea non si trovava a bordo di nessuna delle sue navi da guerra, ma al sicuro nella sua tranquilla residenza di Diamod Head.
Per un’altra “strana” ironia della sorte, la stazione di monitoraggio americano delle Hawaii (la c.d. stazione cinque) era proprio uno dei principali centri d’intercettazione dei messaggi in codice Purple giapponesi. E ciononostante, la strage non poté essere evitata, poiché, come già ampiamente chiarito, i messaggi giapponesi, una volta decriptati venivano inviati direttamente al Presidente, senza passare quindi per l’alto comando locale. Una circostanza per così dire “anomala” che fece da preludio al sacrificio umano di migliaia di americani.
A denunciare le “stranezze” della catena informativa ci sono le proteste documentate e archiviate dell’ammiraglio Kimmel. Il quale, al sopraggiungere della primavera del 1940, si rese conto di essere stato tagliato fuori dal servizio informativo. A provarlo c’è la sua richiesta del 18 febbraio 1940 rivolta all’ammiraglio Stark per ottenere che venisse nominato un responsabile dei servizi a cui fare capo per risolvere la “confusione”. Lo scopo di Kimmel naturalmente, era quello di ottenere che qualche ufficiale qualificato gli facesse pervenire i rapporti di natura segreta senza “malintesi”.
La risposta di Stark però, arrivò solo dopo un mese circa, esattamente il 22 marzo. In essa veniva perentoriamente affermato quanto segue: “I servizi segreti della Marina sono pienamente consapevoli della loro responsabilità di tenervi adeguatamente informato”. Ma siccome Kimmel fino a quel momento non aveva mai ricevuto alcuna informazione “sensibile”, dovette prendere atto che si trattava solo di rassicurazioni del tutto formali. In sostanza era stato totalmente escluso dal circuito informativo per ordini che potevano provenire solo dalla Casa Bianca. Tuttavia, cosciente della gravità del pericolo che correva la sua flotta, decise comunque di esercitare nuove pressioni ufficiali. E dopo aver atteso invano un cambiamento della situazione fino al 26 maggio 1940, inviò una ulteriore richiesta direttamente ai servizi informativi. Il messaggio recitava quanto segue: “Informare immediatamente il comandante in capo della flotta del Pacifico di tutti gli sviluppi importanti attraverso i mezzi più rapidi a disposizione.
Nel cablogramma, l’ammiraglio sottolineò persino che la sua esigenza di essere tempestivamente informato, era da ritenersi un “principio militare cardine”. Ma anche quest’ultimo tentativo si rivelò vano, e al termine del luglio 1941 Kimmel poté constatare amaramente, di essere stato ormai definitivamente escluso dall’intelligence.
Alla fine della guerra Kimmel dichiarerà infatti: “Non comprendo e non comprenderò mai perché io sia stato privato delle informazioni disponibili a Washington”.
Dalla testimonianza dell’ammiraglio che fu il comandante in capo della flotta nel Pacifico, si può quindi ragionevolmente concludere che il popolo americano e la maggior parte dei suoi alti ufficiali venne tenuta completamente all'oscuro dei reali retroscena che determinarono la guerra. Le registrazioni, le testimonianze e i documenti che lo rivelano vennero tutte “incredibilmente” ignorate dalle varie indagini che si svolsero tra il 1941 e il 1946 fino agli accertamenti congressuali del 1995. Ma le prove di una cospirazione a danno delle nazioni ci sono e aspettano solo di trovare udienza nei circoli mediatici di massa. Ambedue i messaggi di Yamamoto che ordinarono l’attacco su Pearl Harbor ad esempio, sono riportati testualmente nei libri scritti da alcuni ufficiali della Marina americana come: “Pearl Harbor” del vice-ammiraglio Homer N. Wallin e in “The Campaigns of The Pacific War” redatto dalla Divisione analisi navali del rilevamento bombardamenti strategici degli Stati Uniti.
Peraltro la stazione "H" dei servizi americani, intercettò e decriptò almeno altri 13 messaggi "sensibili" di Yamamoto, il cui testo è curiosamente risultato mancante dagli archivi della Marina. Sappiamo comunque per certo che furono trasmessi con il segnale di radio-chiamata RO SE 22 tra le 13.00 del 24 novembre e le 15.54 del 26 novembre, appena una decina di giorni prima dell’attacco giapponese (ibid p.66). Tutti i documenti originali in questione erano stati ceduti nel 1979 agli archivi nazionali del Presidente Jimmy Carter.
L'indagine ufficiale del Congresso, concluse invece che i servizi di spionaggio americano, “persero contatto” con le navi giapponesi nei giorni precedenti all’attacco, in quanto queste, avevano scrupolosamente mantenuto il silenzio radio.
Ma a smentire la versione ufficiale esistono anche altre prove schiaccianti come le registrazioni dei servizi informativi olandesi. Dalla disamina di queste infatti, è stato appurato che gli ammiragli al comando delle navi da guerra giapponesi, violarono il silenzio radio rimanendo costantemente in contatto con Tokyo. E quindi, tanto la loro posizione quanto le loro intenzioni furono necessariamente captate durante tutti i 25 giorni che vanno dal 12 novembre al 7 dicembre 1941, cioè sino alla data del fantomatico attacco a “sorpresa”. Peraltro uno dei messaggi intercettati il 18 novembre venne addirittura inviato “in chiaro” e in caratteri latini, quindi interpretabile anche senza codici.
Pertanto, la testimonianza del generale olandese Hein ter Poorten, smentì palesemente la versione ufficiale della commissione d’inchiesta. Egli, infatti non esitò a confermare che anche i suoi crittografi della “Kamer 14” possedevano prove che dimostravano una minacciosa concentrazione di navi giapponesi nei pressi delle isole Curili già alcuni giorni prima dell'attacco di Pearl Harbor.
Il resoconto rilasciato dall’ammiraglio Harold Stark davanti alla Commissione congressuale del 1945-6 attesta poi inequivocabilmente che quest’utlimo, al contrario dell’ammiraglio Kimmel, era stato informato del massiccio raduno giapponese nella baia di Hottokappu prima del 7 dicembre 1941. E come accertò ancora una indagine congressuale del 1945, il 3 dicembre 1941 (quindi 4 giorni prima dell'attacco giapponese), furono intercettati e decifrati altri messaggi che svelavano ( a chi ancora non lo avesse capito) la decisione giapponese di dichiarare la guerra agli Stati Uniti con un colpo di mano.
Anche le registrazioni originali di questi messaggi però, “sparirono misteriosamente” dagli archivi della Marina (ibidem): in ultima analisi, la commissione unica congressuale d'indagine sull'attacco a Pearl Harbor cercò solo di insabbiare le prove del complotto contro le nazioni.
"Ieri, 7 Dicembre, data che resterà simbolo di infamia, gli Stati Uniti d'America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati da forze aeree e navali dell'impero giapponese...".
F.D.Roosevelt nel discorso alla Nazione dell'8 dicembre 1941.
Un'infamia ed un inganno contro il popolo Americano.

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