martedì 26 maggio 2009

Immigrati, non integrati

Nella liberale e liberissima Olanda una stimata professoressa di economia, Samira Dahru, musulmana, è stata sospesa dall’insegnamento perché, seguendo i dettami della propria religione, si rifiuta di dare la mano agli uomini. Samira ha fatto ricorso in giudizio ma il Tribunale diUtrecht le ha dato torto.
È l’eterno dilemma se gli immigrati debbano integrarsi nei Paesi in cui vanno a vivere, adottarne gli usi, i costumi, la mentalità. Alcuni sostengono il dovere, anzi l’obbligo, dell’immigrato di integrarsi, di imparare la nostra lingua, di introiettare i valori della nostra Costituzione, di adottare i nostri usi e costumi.
Ma non credo che possa essere una posizione valida.
L’unico dovere di un immigrato è quello che ha, o dovrebbe avere, ogni cittadino italiano: rispettare le leggi del nostro Paese. Integrarsi è una possibilità, non un obbligo. Se uno vuole mantenere integralmente la propria cultura è libero di farlo tranne che negli aspetti in cui questa cultura contrasta con le leggi dello Stato. Stringere la mano, per tornare all’episodio da cui abbiamo preso spunto, è una pratica, una prassi, un’abitudine, un costume occidentale, come, per gli uomini, portare la cravatta, non una disposizione di legge. In Russia gli uomini, salutandosi, sono (o erano) abituati a baciarsi sulla bocca. Ma nessuno, nemmeno Stalin, ha mai preteso che gli occidentali in visita in Unione Sovietica facessero altrettanto.
Del resto generazioni di italiani hanno vissuto a New York, a Brooklin, senza spiccicare una parola di inglese, e ancora oggi, fra i più anziani, esistono persone che non parlano la lingua di quel Paese, ma nessuno dubita che siano cittadini americani a tutti gli effetti, con gli stessi diritti, e gli stessi doveri, degli altri americani. E voler obbligare gli immigrati (di qualsiasi tipo e non esistono, grazie a dio, solo i musulmani), significa sottoporli a una doppia violenza. La prima è stata quella di sradicarli dal loro Paese d’origine. Perché, come ho cercato di spiegare tante vole, è stato il nostro modello di sviluppo a disintegrare l’economia e la socialità di quasi tutti i popoli di quello che chiamiamo, con sottinteso disprezzo, Terzo Mondo, costringendo quelle genti, che per secoli e millenni avevano vissuto, e spesso, a loro modo prosperato, su un’economia di sussistenza, alla fame. La seconda violenza è che si pretenda di fatto, che rinuncino alla propria identità per omologarsi alla nostra. È un concetto totalitario, quello che io ho chiamato, in un libro che ha avuto molta fortuna, "Il vizio oscuro dell’Occidente", la sua incapacità di accettare "l’altro da sè". Io, immigrato, ho il diritto di conservare intatta la mia cultura, di non aver nessuna considerazione dei valori, individualisti, della nostra Costituzione, ciò che solo conta è che rispetti le leggi che da questa discendono anche se non l’approvo e anzi la disprezzo. Peraltro se un occidentale va a vivere in Mali, non gli viene richiesto di adottare i costumi maliani, di vestire come gli abitanti del luogo, di aderire ai loro valori e di credere, magari, alla stregoneria. Può conservare integra la propria identità occidentale, vivere in quel Paese pur non comprendendone e accettandone i valori, deve solo rispettarne le leggi. Che è lo stesso obbligo, ma nulla di più, che ha l’immigrato in Italia.
In questa già grottesca vicenda olandese si è inserito il Comitato Pari Opportunità il quale ha difeso il diritto di una donna musulmana di non stringere la mano "purché non faccia differenza fra uomini e donne". Una sorta di "par condicio" al contrario. Così l’ineffabile Comitato per difendere Samira da un obbligo gliene ha appioppato un altro.

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