sabato 16 maggio 2009

La vita di Vasco

Non l’hanno rovinato né il successo né gli eccessi. E le sue parole, dopo quasi 30 anni da star, sono ancora piene di calore e dolore e meraviglia
Più chiaro di così: Vasco apre i concerti dell’ultimo tour e lo dice esplicitamente. Non come una riflessione estemporanea. Non come qualcosa che gli è venuto in mente chissà come e che (beh, se ne dicono tante) gli sembra un bel modo di iniziare. Non è solo una stramberia accattivante. Uno di quei mix che non ti aspetti tra cultura accademica e pop, Andy Warhol di Zocca provincia di Modena. Uno di quei testacoda che li fai di proposito e per puro divertimento – una sorsata di anticonformismo e tre gocce di adrenalina, giusto pour épater le bourgeois, ivi incluso il bourgeois che è in te e di cui non sei proprio capace di liberarti – tanto poi, vecchia volpe della strada e dello show, recuperi la direzione abituale e prosegui imperterrito.
Vasco Rossi lo scandisce. Quasi lo sillaba. «Spinoza diceva che chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza. Noi siamo qui questa sera per portarvi un po’ di gioia. GIOIA. GIO-IA-A-A.»
Lo dice, lo fa. Sprigiona l’energia che ha dentro per oltre due ore, senza tornare mai più sulla citazione iniziale. Mica è una lezione universitaria. Mica è la traccia del tema in classe all’esame di maturità.
Poca teoria. Molta pratica. Chi se ne frega se parli benissimo e poi ti perdi in un bicchier d’acqua. O di birra. O di whisky. O di quel che è. Metti che Vasco levava il nome di Spinoza. Metti che diceva solo che chi detiene il potere eccetera eccetera. Era all’incirca lo stesso. Una buona idea da condividere. Un ottimo punto di partenza. Un’osservazione da tenere a mente per dopo, per quando sarai tornato a casa e avrai ricominciato a fare la tua vita. Come dopo certe feste: che in mezzo allo spasso (se no che festa è?) viene fuori anche una cosa più seria, che ti rimane dentro e che riemerge in seguito.
Adesso, però, ci divertiamo con la musica. Ci scaldiamo con la musica e badiamo solo a stare bene. La nostra gioia contro il loro progetto di tristezza. La nostra libertà contro i loro condizionamenti. Senti qua che chitarre. Senti qua che batteria. E che basso. E tutto il resto. Senti qua che roba. Senti qua.
57 anni ed è ancora un ragazzo. E' uno che ce l’ha con le regole e le buone maniere quando sono solo l’involucro del nulla. La buccia tirata a lucido, e tenuta insieme a forza, di un frutto marcito. L’ipocrisia di un mondo che da te pretende tutto e che in cambio non ti dà niente. Solo un sacco di oggetti in cambio di un sacco di lavoro o, quanto meno, di un’entusiastica interminabile promettente sequela di sì.
E se poi vai a casa e ti ammazzi, perché la vita così ti fa schifo, chi se ne frega. Morto un cliente se ne trova un altro. Da ragazzo, ‘sta cosa qua, la avverti con l’istinto. A loro, agli adulti, non gliene importa di chi sei e di cosa provi. Gli importa che non gli crei problemi mentre si fanno gli affari loro. Tu giochi e loro fanno sul serio. Tu perdi tempo e loro vanno dritti al sodo. Tu sei sempre in ritardo di almeno un giro. Loro si battono per la vittoria e, quando gli capita di doppiarti, se la ridono soddisfatti. Eccolo lì, il ragazzino. Il bamboccio. Il buono a nulla.
Vasco ha 57 anni, ma non si è mica dimenticato. Se lo guardi in faccia vedi i segni, le rughe, le tracce del tempo che è passato e che lui non fa nulla per nascondere. Se lo ascolti a occhi chiusi senti le parole, e soprattutto il tono, di uno che non ha mai smesso di fare a modo suo. Uno che non bada solo ai risultati ma al modo in cui si ottengono, al modo in cui si sono cercati. Uno che se anche combini un disastro – ma in buona fede, senza cattiveria e senza malignità – non ti fa la paternale ma ti dà una mano a rimetterti in piedi. Magari dopo essersi incazzato sì, e pure tanto, ma non come un sergente, o un generale, che redarguisce le reclute: come un amico che ti ha prestato la moto e che, ora, se la ritrova distrutta.
Gli chiedono: «Sei l’esempio vivente che si può essere maestri di vita senza volerlo. Capisco che non ci tieni, ma è un dato di fatto e uno alla fine dovrà accettarlo, credo. Come la vivi questa cosa?»
Risponde: «Non è che non ci tengo, è che non lo sono. Non sono certo un esempio da seguire, io sono un caso molto particolare. Come si dice in tivù: sono un esperimento da non ripetere a casa. Non sono un maestro di vita. La racconto semplicemente. Parlo di emozioni e sentimenti che spesso non si confesserebbero nemmeno a un amico. Ma sono veri e profondi. E soprattutto sono quelli che provano tutti. Tutto qua. Sono una espressione, non una guida. Quelli che si riconoscono nelle mie canzoni sono già così, non lo diventano.»
Sarà. Ma l’ascendente rimane, e passa di mano in mano da un’infornata di ragazzi all’altra. Se per maestro di vita si intende uno che dispensa consigli, perle di saggezza che ti sollevano dal problema di trovarti da te le soluzioni, è chiaro che lui non lo è e non intende esserlo. E lo stesso discorso, naturalmente, vale per l’essere o non essere un esempio, nel senso di un modello da seguire passo passo nelle sue diverse manifestazioni. Non è che ogni sua azione meriti di essere incorniciata e osservata estaticamente in attesa di replicarla. Non è che per arrivare allo stesso risultato, alla stessa somma, bisogna per forza incolonnare le sue stesse identiche cifre.
L’esempio c’è, ma è più sfumato. È un riverbero, più che un’intenzione. L’insegnamento – del tutto involontario, come quello di un artigiano che va avanti col proprio lavoro senza sapere, o curarsi, di essere osservato – non è tanto in quello che lui fa ma nel modo in cui lo attraversa: accettando che insieme al bello ci sia il brutto; accettando che le cose si rivelino diverse da quello che sembravano, e che quella diversità, per lo più, equivalga a un peggioramento. Un’accettazione che aiuta a farsi trovare preparati, quando arriva la botta che ti fa barcollare o che, addirittura, ti spedisce al tappeto, ma che non è certo un’anestesia, un antidoto che ti accompagna per sempre e che ti mette al riparo dalla sofferenza, dall’amarezza.
«La realtà che vedo mi fa veramente schifo. Mi ha deluso proprio, la realtà. La realtà è una cosa molto triste e odiosa, se la vedi così, nuda e cruda. Ecco perché ho rivalutato molto i sogni e le illusioni: perché aiutano a vivere meglio. Qualsiasi sogno o illusione: credere in una persona, credere in una donna, in un rapporto, in un amore. Avere una fede. Non è importante che sia vera. L’importante è crederci, perché credendoci tu vivi meglio.»2
Infatti. Deluso e disilluso sono considerati sinonimi, ma forse è una conclusione affettata. Per essere delusi – da qualcosa o da qualcuno, oppure, ancora peggio, da qualcosa e da qualcuno – bisogna coltivare delle aspettative, dei desideri, addirittura dei sogni. Si immagina un avvenimento e lo si modella su ciò che si è. O, piuttosto, su ciò che si aspira ad essere. E se poi la realtà non è all’altezza di quelle aspettative, allora si incassa il colpo e si sposta lo sguardo altrove. Per ricominciare a cercare. Per trovare una nuova visione da seguire, da coltivare, da mettere alla prova.
La disillusione è qualcosa di più profondo, di più definitivo. È l’errore di valutazione che si cristallizza in paura, nel terrore di sbagliare di nuovo. La sconfitta che induce ad appendere i guantoni al chiodo. Che trasforma il pugile, il combattente, in uno spettatore.
Meglio continuare a darle e a prenderle, invece. E sapere che certe volte vinci per puro caso e che certe altre perdi perché te lo sei proprio meritato. Sapere che c’è, e ci sarà, un po’ di gente che ti vuole bene lo stesso, comunque vada: te non sei mica il campione che credi o che volevi, ma loro ti vogliono bene lo stesso. Basta che non racconti troppe balle. E che non te la tiri troppo quando va bene.
C’è sempre il rischio di essere fraintesi, per quelli come Vasco. L’intensità, che è una qualità dell’anima, viene facilmente scambiata con la mera velocità, che è un trucchetto dei sensi. Le parole di Vita spericolata, di Vado al massimo, di Siamo solo noi (e di chissà quante altre), avevano fatto pensare che in fondo la sua fosse solo l’ennesima riproposizione del mito della “gioventù bruciata”. Una corsa incontro al nulla. Il bisogno di accumulare senza sosta esperienze eccitanti. Un’affermazione di sé talmente frenetica e unilaterale da contenere, e sviluppare, i germi dell’autodistruzione.
C’era molto altro, invece. E con l’andare del tempo è emerso in modo inequivocabile, sia nei versi delle canzoni che nelle frasi delle interviste. Rifiutare il conformismo (o meglio: gli innumerevoli conformismi che ci si offrono, e specialmente quelli occulti che si camuffano da avanguardia o da trasgressione) non mira affatto allo stordimento. Mira alla verità. Magari una verità del tutto soggettiva, ma ugualmente diversa, e antitetica, rispetto alle finzioni che ci circondano e che ci vorrebbero imporre. L’idea, l’ambizione, è superare le barriere ingiustificate e andare a vedere cosa c’è e se ne vale la pena, non scavalcare la recinzione dei giardinetti per farsi beffe del divieto e calpestare le aiuole. E ridacchiare come scemi.
«Mi è sempre piaciuto frequentare i limiti di tutto. Ma la libertà ha un senso se è comunque all’interno di un limite, perché sennò non è libertà: è caos.»
Una vita spericolata, ma vita.

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