venerdì 22 maggio 2009

L'avidità della Globalizzazione

Quella che, da parte degli esperti, viene definita situazione di incertezza, e che appare ormai come l’unico punto fermo nell’evoluzione di questa crisi, non viene smentita nemmeno dai risultati delle trimestrali di alcuni grandi istituti finanziari americani. Dopo le richieste di aiuto rivolte all’amministrazione statunitense, quella di George W. Bush prima e quella di Barack Obama poi, e la conseguente ratifica dei due piani, firmati rispettivamente da Henry Paulson e Tim Geithner, destinati a rifinanziare le banche in gravi difficoltà economiche, ora gli stessi enti creditizi promettono di rimborsare a breve i prestiti ottenuti dal Governo. È il caso di Jp Morgan che, per bocca dell’amministratore delegato, Jamie Dimon, ha rassicurato gli operatori finanziari, dichiarando l’imminente restituzione dei fondi, pari a venticinque miliardi di dollari, ottenuti lo scorso ottobre. «Potremmo dare i soldi indietro domani stesso» ha annunciato con una certa baldanza Dimon, limitandosi a sostenere che la sua Jp Morgan è, esclusivamente, in attesa delle istruzioni del governo sulle modalità di rimborso. Accanto a Jp Morgan, anche Goldman Sachs, leader assoluto dei poteri forti finanziari, ha espresso identica convinzione nella capacità di restituzione del finanziamento pubblico di dieci miliardi di dollari. Sarà il mercato a finanziare l’operazione attraverso l’emissione a pagamento di nuove azioni, per rafforzare il patrimonio sociale. La crisi, dunque, è già alle nostre spalle? E allora, perché gli Usa hanno commesso il clamoroso errore di far fallire Lehman Brothers, altro colosso della finanza mondiale, scatenando il panico sulle piazze finanziarie globali?
Qualcosa non quadra, ed i dimostranti no global lo hanno capito domandandosi perché dovremmo “noi” pagare per una crisi causata da “loro”?
I timori, espressi da Jacques Attali, sull’inutilità delle decisioni prese in sede di G20, sono comprensibili, alla luce dei provvedimenti sinora licenziati dagli organismi internazionali di controllo sulla finanza e sul credito. «Sarà un fallimento – aveva dichiarato Attali – perché si prenderanno decisioni per le agenzie di rating, per gli hedge fund ma nulla verrà fatto per intervenire sulla City di Londra che è il posto più pericoloso». Effettivamente, le uniche direttive uscite dal vertice internazionale sono incentrate sulla revisione dell’impianto complessivo delle regole di funzionamento e monitoraggio della finanza, ma nessuna indicazione concreta è stata fornita per uscire definitivamente dall'attuale situazione d’impasse. Le preoccupazioni dell’economista francese si rivolgono, in modo particolare, all’insostenibile incremento del debito sia pubblico che privato. Tra il 2006 e il 2007, infatti, il debito complessivo degli Usa rappresentava circa il 350% del Pil. Oggi siamo a ben oltre cinque volte la ricchezza nazionale prodotta in un anno dagli States. Continuando di questo passo, e tentando di risolvere il problema con massicce iniezioni di denaro pubblico, il rischio che si corre è quello di rinviare ancora di qualche anno la crisi, ingigantendone, tuttavia, gli effetti devastanti.
E i tanto temuti asset tossici? Si comincia a non parlarne quasi più. Sono stati per mesi descritti come il cuore del problema, risolto il quale, si sarebbe potuta vedere la luce in fondo al tunnel. E invece? Nulla di tutto ciò. Niente è dato sapere sul reale valore di questi titoli, né sulla loro diffusione. Non si conoscono le caratteristiche tecniche, dato disponibile a pochi stregoni dell’alta finanza e si è perso, completamente, il controllo sulle dinamiche di “contagio” della tossicità. Le banche, infatti, non hanno ancora comunicato agli organismi di controllo gli importi ed il valore effettivo o presunto di questi titoli e permangono seri dubbi su come registrarli nei prossimi bilanci. Potrebbero essere oggetto di clamorose svalutazioni che provocherebbero ulteriori tonfi sul mercato borsistico, oppure potrebbero essere contabilizzati in voci specifiche in attesa di istruzioni da parte dei Governi, impegnati nel difficile compito di uscire dal cul de sac nel quale gran parte del mondo è stato cacciato per colpa delle furberie di pochi.
L’esposizione dei dati e le previsioni economiche, assomigliano sempre di più ad esercizi cabalistici per apprendisti stregoni e la numerologia del Fondo Monetario Internazionale e del Financial Stability Forum, non è da meno. Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, da anni al timone del Financial Stability Forum, ha illustrato alla Banca dei regolamenti internazionali, le linee guida sui nuovi principi da introdurre nella disciplina finanziaria, per effettuare una corretta valutazione degli asset tossici. Il loro ammontare complessivo, ma questa è solo la stima della Banca dei regolamenti internazionali, si aggira ancora sui 1.200 miliardi di dollari. Per l’Fmi, invece, le perdite potenziali derivanti dai titoli spazzatura, potrebbero raggiungere i quattromila miliardi di dollari. Dato, quest’ultimo, soggetto a continue e preoccupanti revisioni al rialzo da un anno a questa parte.
Fmi e FSF hanno già ottenuto il via libera a un allargamento dei loro compiti di controllo e di intervento. Insieme al potere, però, dovrebbero aumentare anche le responsabilità.
Ma anche gli enti sovranazionali saranno sottoposti a processi di revisione delle funzioni e dei poteri a loro attribuiti. Sia l’Fmi, guidato dal francese Dominique Strauss-Kahn, sia il FSF di Draghi, hanno già ottenuto il via libera ad un allargamento consistente dei compiti (ma non delle responsabilità) di controllo e di intervento sull’economia. L’Fmi, in particolare, ha ottenuto dal G20 di Londra un ulteriore dote di 500 miliardi di dollari per finanziare programmi a sostegno dei Paesi in crisi e il direttivo, guidato da Draghi, sarà trasformato in Financial Stability Board, un organismo allargato a Commissione Europea e Paesi del G20 finalizzato a predisporre i piani di emergenza per la gestione di crisi finanziarie transfrontaliere e a prevenire il rischio di altre crisi sistemiche.
Un altro giro di vite spetta anche alle agenzie di rating, quelle società deputate alla valutazione di imprese e titoli quotati nei mercati regolamentati. Sono aziende pagate profumatamente dalle stesse società valutate, per emettere un giudizio sulla solidità patrimoniale e l’affidabilità del loro committente. Non è difficile, dunque, spiegarsi il perché abbiano preso in passato qualche “abbaglio” o non siano riuscite a mettere in guardia mercati ed investitori sul rischio nascosto dietro qualche società sull’orlo del fallimento. Da Parmalat a Lehman, infatti il passo è breve e una riforma in questo senso era necessaria. Il cosiddetto “sistema bancario ombra”, quel pozzo senza fondo, formato dai titoli spazzatura, si è alimentato anche grazie alla “sbadataggine” delle agenzie di rating che hanno potuto rimestare nel torbido anche grazie agli effetti della deregulation che ha svincolato mercato ed operatori da normative certe e controlli affidabili. Sul mercato del credito immobiliare si sta per abbattere un’altra tempesta: quella degli “alt-a”e quella degli “option arm”, mutui ad alto rischio per un ammontare che supera i mille miliardi di dollari.
Nonostante le dichiarazioni di cauto ottimismo, provenienti da più parti, dunque, sono ben altre le preoccupazioni che non consentono il ritorno al sereno, sulle piazze finanziarie globali. La crisi nel settore immobiliare americano, infatti, non accenna ad arretrare. Quasi quattro milioni di case unifamiliari e otto milioni di appartamenti sono, attualmente, in vendita negli States. Questo l’effetto combinato dei mutui subprime e della recessione economica. Tuttavia, sta per abbattersi sul mercato del credito immobiliare un’altra tempesta: quella degli “alt-a”, una tipologia di mutui ad alto rischio, per un controvalore di mille miliardi di dollari, e quella degli “option arm” (adjustable rate mortgages), per un ammontare che supera i 500 milioni di dollari. Questi finanziamenti, destinati, al pari dei mutui subprime, ad un target di clientela ad alto rischio di insolvenza, godono di una rata iniziale contenuta. Rata che, a distanza di 3 o 5 anni, viene rinegoziata dalla banca, come da previsioni contrattuali, fino a raggiungere il 30% in più rispetto a quella inizialmente stipulata.
L’elemento che desta qualche comprensibile preoccupazione, riguarda le date di rinegoziazione. Mentre, infatti, i mutui subprime sono stati, in gran parte, già rinegoziati (con i disastrosi effetti sopra richiamati), i mutui “alt-a” e gli “option arm” giungeranno alla rinegoziazione negli anni compresi tra il 2010 e il 2011, portandosi appresso le immaginabili conseguenze di altri pignoramenti e fallimenti individuali che, a detta degli esperti, sfioreranno il 50%.
Che questa sia certamente la fine del capitalismo e della globalizzazione è ipotesi difficile da sostenere. Che, invece, si sia giunti alle soglie di un nuovo corso per l’economia è una considerazione più probabile. Senza dubbio non per scelta ma per necessità. Stiamo, infatti, assistendo ad un fenomeno ben sintetizzato dal ministro per l’economia, Giulio Tremonti, con la formula «questo non è il principio della fine, ma la fine di un principio», frase che faceva riferimento alla fine del capitalismo a debito.
Ma anche a detta dello studioso tedesco, Ralph Dahrendorf, abbiamo assistito, nell’ultimo secolo, ad un progressivo e nefasto passaggio dal capitalismo di risparmio a quello di consumo, fino all’attuale capitalismo del debito. Una modifica genetica della struttura stessa del capitalismo che ha abbandonato la produzione e la creazione di valore, in nome del commercio di derivati. Una sconfitta dichiarata dell’economia reale, in favore della finanza virtuale.
Ora che la frittata è fatta e che il capitalismo del debito ha mostrato i suoi drammatici effetti, si sta correndo un altro rischio: la graduale sostituzione degli enormi debiti privati accumulati, con un altrettanto massiccio debito pubblico. Le maxi operazioni di bailout e la nazionalizzazione di alcuni importanti istituti finanziari, rappresentano l’ennesimo spostamento del carico debitorio, prodotto dall’inettitudine e dall’avidità dei privati sulle spalle dei contribuenti. Situazione ben descritta dal film documentario American Casino di Andrew e Leslie Cockburn, recentemente presentato al Tribeca Film Festival di New York. In questo film-denuncia, colpiscono le parole di un executive di Bear Stearns, una delle prime banche americane sull’orlo del default, che, desiderando rimanere nell’anonimato, ha illustrato i passi che hanno portato allo scoppio della bolla dei mutui subprime e dei derivati. «Wall Street ha peccato di leggerezza – dichiara il manager – devo anche dire, però, che chi comprava era un idiota, anche lui motivato dalla stessa molla, l’avidità». E proprio queste ultime parole ci riportano alla memoria gli strali poundiani contro la grande usurocrazia internazionale, un sistema nato per soggiogare i popoli grazie al potere del denaro. Ezra Pound, poeta economista americano, che per una vita si è occupato di economia, in compagnia degli eretici del XX secolo, negli ultimi anni di vita, spinse più in là la sua riflessione: «in materia di usura ho sbagliato tutto. No! La moneta non è la radice del male. La radice è l’avarizia, la brama di monopolio».

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