venerdì 15 maggio 2009

Lo Tsunami Inglese

Il surplus commerciale creato dai servizi finanziari - finanziari, non del credito trasformato in hedge fund da osteria - nel Regno Unito ha toccato i 43 miliardi di sterline lo scorso anno nonostante la crisi economica globale.
A garantire questo risultato insperato la capacità delle banche di ottenere profitto dalle valute straniere, dai derivati e dalle transazioni su securities. Di più, il settore bancario è cresciuto a livello di assets totali del 14% toccando quota 7,9 miliardi di sterline. A certificare tutto questo è stata l'altro giorno la Ifsl, International Financial Services London, la potente associazione della City meglio nota come “gli Invisibili” per la sua capacità di muoversi nell'ombra e avere sempre una mano libera per dirigere gli avvenimenti.
Chissà se questi dati faranno recedere Gordon Brown dall'assurda decisione di innalzare al 50% l'aliquota per i redditi superiori a 150mila sterline, misura che sta già facendo preparare i bagagli a moltissimi hedge funds con base nella capitale britannica. L'ultimo in ordine di tempo è quello diretto da Crispin Odey, uno dei più potenti del Regno, dettosi pronto a trasferire l'attività a Ginevra - dove il governo elvetico ha già pronti i tappeti rossi, visto che dopo tante chiacchiere franco-tedesche la discussione sul segreto bancario è già finita nel dimenticatoio - o a Hong Kong, mentre Guy Hands, numero uno del fondo Terra Firma Capital Partners, che controlla la casa discografica Emi, ha già annunciato il trasferimento off-shore a Guernsey.
Insomma, la Gran Bretagna rischia di pagare a caro prezzo la svolta populista del suo leader. Ma niente paura, l'ora di Gordon Brown è politicamente vicina: lo scandalo sui rimborsi spese di ministri e parlamentari altro non è che una trappola ben orchestrata - e con timing perfetto - per mettere nell'angolo il premier, visto che quei dati dovevano essere diffusi - con ovvie censure - nel mese di luglio e invece, guarda caso, sono capitati sulle scrivanie del Daily Telegraph proprio ora che la popolarità del Labour è pari a zero.
Insomma, il tanto vituperato settore finanziario crea profitti, posti di lavoro e soprattutto cash da immettere nell'esangue mercato azionario. Il quale, da qualche settimana, sembra invece conoscere un rally rialzista insperato. Bene, godetevelo finché dura perché non durerà molto. A testimoniarlo non è solo la sua irrazionalità - i titoli che hanno conosciuto i maggiori rialzi, quasi del 70%, sono quelli che fino a poche settimane fa erano vittime dello short selling mentre gli altri, quelli su cui si andava long, solo del 21% - ma bensì il fatto che la scelta della Bank of England di stampare e immettere altri 50 miliardi di sterline cash sul mercato non rappresenta un stimolo per la ripresa ma la certezza di una terza ondata di crisi bancaria attesa per fine giugno, inizio luglio. Come predetto dal capo economista della filiale di Deutsche Bank, George Buckley, la crisi rischia di essere a "w", ovvero con tre picchi verso l'alto e due cali di intensità verso il basso. Il terzo picco sarebbe quindi quello previsto per l'inizio dell'estate.
Come a gennaio, dopo la ripresa dai crolli di ottobre, furono Royal Bank of Scotland ed Hbos a rimettere in crisi l'intero sistema, ora si teme per la bolla assicurativa (la cui esplosione potrebbe creare un effetto domino sui risparmi da garantire a livello statale devastante) e per qualche default in Europa continentale. Il fatto che nel mese di marzo le Borse abbiano guadagnato il 40% non è un buon segnale, visto che anche il 1931 iniziò con un trend rialzista spaventoso e sappiamo come andò a finire. Il Giappone nell'ultima decade ha conosciuto quattro picchi (relativamente del 33, 55, 44, 79 per cento ed ora è in recessione, se non stagflazione), mentre Wall Street ne registrò ben sette durante la Grande Depressione: non tutto ciò che luccica, insomma, è davvero oro.
La decisione della Bank of England, almeno stando alle indiscrezioni che filtrano con il contagocce da Threadneedle Street, come anticipato non sarebbe direttamente legata solo alle preoccupazioni interne bensì all'allarme pressoché inascoltato lanciato dal Fondo Monetario Internazionale riguardo gli assets tossici in possesso delle banche continentali europee, capaci di scaricare soltanto un quinto dei titoli tossici dai loro libri contro la metà di quelli americani e che ora devono racimolare 375 miliardi di dollari di capitale fresco. Come già scritto in un precedente articolo, la Bafin tedesca, l'ente regolatore del mercato finanziario, ha stimato in 1,1 trilioni di dollari le esposizioni a titoli tossici delle banche della sola Germania: per questo a Basilea cominciano a chiedere con sempre maggiore insistenza stringenti stress test per le banche europee sulla falsa riga di quanto avvenuto in America.
E per qualche strano motivo l'Abi, l'Associazione bancaria italiana, si è già detta contraria. Il perché appare un mistero, visto che se non ho nulla di cui vergognarmi o peggio da nascondere, un bello stress test non può che fare bene e anzi infondere fiducia ai mercati che torneranno a salire e a rendere i titoli bancari appetibili in un bargain market. Ma forse proprio per questo non vogliono farlo...
Nel 1931, ricordava ieri Ambrose Evans-Pritchard sul Sunday Telegraph, la primavera dei mercati fu mite, anzi decisamente incoraggiante. Poi il crollo in Austria di Credit-Anstalt portò con sé, in un domino che si spera di non dover ripetere, l'intera Europa continentale. Guarda caso, dopo l'inguaiata Germania è proprio l'Austria a dover fare i conti con un'esposizione di capitali verso l'Est europeo, tecnicamente già in default se non fosse per i prestiti di Fondo Monetario e Banca Mondiale, pari al 70% del suo Pil e con cds sul debito in allarmante rialzo.
Corsi e ricorsi, tocchiamo ferro... E smettiamola di entusiasmarci per la Borsa e i suoi rialzi, sempre più simili alle affascinanti onde che annunciano lo tsunami. Un tipico Tsunami Inglese.

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