giovedì 21 maggio 2009

Pearl Harbour, L'Infamia - Parte II

L’amministrazione americana non è mai stata il vero attore delle guerre più recenti, ma solo una pallida comparsa. Il soggetto pubblico su cui riversare tutte le colpe. Le reali motivazioni che spinsero il Presidente Roosevelt a catapultare il popolo americano in guerra, conducono inequivocabilmente ad alcuni dei retroscena meno divulgati del secondo conflitto mondiale. Ecco ad esempio cosa è clamorosamente “sfuggito” agli storici della versione ufficiale. Nell’estate del 1940 (prima dell’emanazione del protocollo McCollum), Roosevelt elaborò un piano di politica estera volto ad isolare economicamente il Giappone e le forze dell’asse con una serie di embarghi. Ma la circostanza quantomeno “anomala”, è che la Casa Bianca stava riservatamente operando al contempo per garantire a questi stessi paesi nemici la scorta di risorse energetiche a loro necessarie per intraprendere una lunga guerra proprio contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Roosevelt scelse infatti di dare corso alle vere provocazioni (del protocollo McCollum) solo quando il Giappone venne ritenuto in grado di sostenere il conflitto. Pertanto, i giapponesi ricevettero tutto l’approvvigionamento di materie prime (in particolare il petrolio) di cui avevano bisogno persino durante il proclamato embargo.
Nei mesi di luglio e ottobre del 1940, in pieno regime di apparente isolamento economico del Giappone, il Call Bullettin di San Francisco fotografò degli operai sul molo del porto cittadino mentre stavano tranquillamente provvedendo allo stoccaggio di numerosi container nelle stive di due navi da trasporto nipponiche. Si trattava della “Tasukawa Maru” e della “Bordeau Maru”, entrambe, vennero caricate con ingenti quantità di quel materiale ferroso di cui aveva fortemente bisogno l’industria pesante Giapponese, un paese ritenuto ufficialmente ostile. Una volta terminate le operazioni di carico, il naviglio prese il largo e fece rotta verso la madrepatria. Ma non si trattò solo di un caso isolato perché la scena era destinata a ripetersi in modo quasi surreale per tutto il 1940 e il 1941 persino dopo lo scoppio del conflitto.
La vicenda in questione non era certo sfuggita ai servizi segreti americani che annotarono tutti gli spostamenti delle navi da trasporto giapponesi. E anche per quanto concerneva i rifornimenti di petrolio, la violazione delle restrizioni avvenne in modo sistematico e del tutto evidente. L’embargo infatti non fu mai applicato alle raffinerie ubicate sulla costa occidentale degli Stati Uniti, pertanto è lecito concludere che l’osannato isolamento del Giappone fosse solo una manovra politica di facciata.
A dispetto dei proclami formali, la Casa Bianca si adoperò dietro le luci dei cronisti per sostenere le capacità belliche Giapponesi. Lo scopo era quello di prepararlo all’imminente conflitto già in agenda dei poteri forti. Un assunto questo che, per quanto possa apparire assurdo a chi ha sempre creduto alla favola dell’imperialismo americano (o viceversa, ha riposto la massima fiducia nei metodi democratici dell’amministrazione USA), non solo risponde al vero, ma dimostra come l’opinione pubblica sia stata sempre spudoratamente manipolata.
Il console generale giapponese rassicurò infatti il suo governo che al di là dei proclami formali, Roosevelt e il suo esecutivo, stavano chiudendo un occhio sui rifornimenti “americani” affermando letteralmente: “Tutti i nostri permessi di esportazione sono stati garantiti. Le agenzie americane da cui acquistiamo il petrolio procedono e stabiliscono accordi soddisfacenti con le autorità governative di Washington”.
L’alto funzionario diplomatico giapponese specificò inoltre che era riuscito ad acquistare una miscela speciale di petrolio greggio eludendo facilmente i divieti imposti con l'embargo. Nel messaggio segreto poi cifrato, compare dettagliatamente la portata dell’acquisto; 44.000 tonnellate (ben 321.000 barili) dall’Associated Oil Company. Peraltro il dispaccio diplomatico terminava concludendo: “I rivenditori di petrolio americano della zona di San Francisco che vendono alla Mitsui e alla Mitsubishi, dei quali il principale è l’Associated Oil Company, credono che non ci sarà alcuna difficoltà nel continuare la spedizione di comune carburante al Giappone”.
Allo storico cablogramma diplomatico, fanno poi da inquietante contorno le registrazioni militari USA a proposito delle rotte di carico e scarico regolarmente effettuate dalle petroliere dirette in Giappone. E poiché, i servizi informativi americani monitorarono costantemente i movimenti delle navi da trasporto nipponiche su esplicito ordine della Casa Bianca, è legittimo supporre che Roosevelt, non poteva non sapere cosa stava realmente accadendo.
Le navi con il prezioso carico di oro nero americano erano dirette verso il deposito petrolifero di Tokuyama. E solo nel periodo compreso tra il luglio 1940 e l’aprile 1941 risulta accertato che i rifornimenti petroliferi “americani” ammontarono a quasi 9.200.000 barili. Tutte le rotte degli approvvigionamenti giapponesi vennero intercettati e schedati dai radiogoniometri militari americani dalla Stazione SAIL, il centro di controllo del Navy’s West Communication Intelligence Network (sistema dei servizi informativi di comunicazione della costa occidentale della Marina USA, WCCI) ubicata vicino Seattle. Gli impianti radio della Mackay Radio & Telegraph, Pan American Airways, RCA Communications e Globe Wireless fornirono ulteriori preziose informazioni.
L’ampio ed efficientissimo sistema di monitoraggio USA si estendeva lungo tutta la costa occidentale, da Imperial Beach in California sino a Dutch Harbor in Alaska.
In conclusione quindi, i servizi informativi e il Presidente dovevano sapere perfettamente che la maggior parte del petrolio giapponese proveniva dall’impianto di raffinazione californiano della Associated Oil Company di Port Company. Un continuo andirivieni di navi da trasporto portò infatti il prezioso carburante direttamente a Tokuyama, la principale base di rifornimento della flotta militare giapponese.
Qualcuno però si accorse per tempo di quanto stava effetivamente avvenendo dietro le verità ufficiali e denunciò il fatto pubblicamente. Così, accadde che proprio mentre Roosevelt si dava affanno nell’apparire un Presidente pacifista dinanzi alla Nazione, il deputato del Missouri Philip Bennet rilasciò la seguente eloquente dichiarazione: “…..Ma i nostri ragazzi non verranno mandati all’estero, dice il Presidente. Sciocchezze, signor Presidente; Già ora si sta provvedendo a preparargli le cuccette sulle nostre navi da trasporto. Gia ora i cartellini per l’identificazione di morti e feriti vengono stampati dalla ditta di William C. Ballatyne & Co. di Washington”.
E anche se all’epoca dei fatti tale affermazione “fuori dal coro” di P. Bennet passò quasi completamente inosservata, le indagini storiche del dopoguerra gli hanno conferito pienamente ragione. Roosevelt, come tutti i politici a cui è stato consentito l'accesso alle “stanze dei bottoni”, non fece altro che obbedire alle direttive dell’alta finanza, ovvero, ottemperò scrupolosamente agli ordini degli “invisibili” magnati a cui i popoli pagano il debito pubblico attraverso le tasse. Illuminante in tal senso, l’amara considerazione personale di Curtis Dall, il genero di F.D. Roosevelt,: “Per molto tempo pensai che (Roosevelt)...avesse nutrito molti pensieri e progetti a beneficio del suo paese, gli USA. Ma non era così. La maggior parte dei suoi pensieri, le sue “cartucce” politiche, per così dire, erano state attentamente fabbricate per lui dal Consiglio sulle relazioni estere/Gruppo finanziario per un mondo unito. Brillantemente e con grande slancio, come fossero un bel pezzo d'artiglieria, egli sparò quelle “cartucce” prefabbricate in mezzo a un bersaglio inaspettato, il popolo americano, e così comprò e confermò il suo rapporto politico internazionalista”.
E a dispetto di ciò che continua ad affermare la storia patinata della versione ufficiale, non rimane quindi che svelare chi erano e che intenzioni avevano i potenti “consiglieri” di F.D.R. che tanto ascendente avevano su di lui.
Dietro i protagonisti ufficiali della storia che abbiamo studiato nelle c.d. “scuole” dell’obbligo, operano senza mai apparire, i membri e i programmi della vera casta di comando, i c.d. “poteri forti”. Una elite di persone che gestisce il potere da padre in figlio e che da secoli tiene letteralmente sotto controllo l’economia (e quindi anche la politica) delle nazioni. Sono i proprietari esclusivi delle banche centrali, delle assicurazioni, dei monopoli energetici, dell’industria e dei grandi canali d’informazione. I suoi rappresentanti non si riconoscono realmente in alcuna specifica nazionalità poiché si ritengono al di sopra di qualunque di essa, considerandosi a tutti gli effetti i veri signori del mondo. Ed ecco a tal proposito cosa ebbe a dichiarare già nel lontano 1733, un illustre esponente dei grandi casati finanziari che oggi possiedono letteralmente le banche centrali, il finanziere Amschel Mayer Bauer Rothschild (capostipite dell’impero Rothschild): “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre più sotto il nostro potere”. Dal quel remoto 1733 però, il tempo non sembra essere passato invano e gli strumenti dei manipolatori sono stati affinati. Nella storia contemporanea sono sorte infatti vere e proprie istituzioni paragovernative che lavorano a porte chiuse per realizzare i programmi di dominio dell’alta finanza. E come intuito da Curtis Dall, una di queste moderne organizzazioni che maggiormente diresse l’operato di Roosevelt è il CFR (Council on Foreign Relations). Una sedicente organizzazione “filantropica” fondata nel 1921, con il finanziamento della famiglia Rockefeller. Alla costituzione del CFR parteciparono 650 “eletti”, “il Gotha del mondo degli affari" e suoi membri di spicco furono sempre all’ombra del Presidente americano di turno. Ed è quindi proprio a costoro che si deve attribuire la vera paternità del protocollo McCollum. In qualità di ministro della guerra di Roosevelt ad esempio, agiva in “prima linea” Henry Stymson, un personaggio che “guarda caso” era anche uno dei membri fondatori del CFR. Il suo coinvolgimento nel piano di provocazione, emerge chiaramente dalle righe del suo stesso diario: “Affrontiamo la delicata questione di come realizzare una schermaglia diplomatica che faccia apparire il Giappone dalla parte del torto e gli faccia compiere, scopertamente, il primo passo falso”. E sempre a tal proposito, lo scrittore George Morgenstern, ha pubblicato il libro “Pearl Harbor, The Story Of The Secret War” in cui è stato esaustivamente documentato come il Giappone venne trascinato in guerra dalla strategia d'azione dei membri del CFR.
Poiché come noto, a molte guerre corrispondono molti soldi e infinito potere per gli oscuri signori dell'alta finanza. Una volta conclusi i conflitti, saranno infatti sempre loro a decidere le condizioni di riparazione della nazione di turno che è stata messa in ginocchio. Ai popoli di entrambe le parti belligeranti invece, non resterà che l’amaro compito di leccarsi le ferite tra un camposanto e l'altro, aspettando di sapere quanto dovranno pagare per le spese di guerra (“vinta” o persa che sia). Con l’ingresso dell’America nel secondo conflitto mondiale avvenne infatti un colossale trasferimento di ricchezza dalla casse pubbliche a quelle private; Il bilancio federale USA a cavallo del decennio 1930-1939 era di “appena” 8 miliardi di dollari l’anno, nel 1945 invece, il debito per sostenere la guerra fece impennare i grafici contabili fino 303 miliardi di quota. Il costo globale del conflitto (nei soli termini economici) sostenuto dagli americani, fu ufficialmente di 321 miliardi di dollari, più del doppio di quanto il governo federale aveva “scucito” ai contribuenti nei 152 anni di storia che vanno dal 1789 al 1941. Gli eventi bellici peraltro, non rappresentano solo il grande business dei banchieri, ma sono anche un subdolo ed efficacissimo strumento di azione politica. Vengono infatti concepiti a tavolino come formidabile pretesto per instaurare a guerra finita, gli assetti politici e sociali a loro più congeniali. Si muovono a piccoli passi per realizzare il progetto secolare del “nuovo ordine mondiale”. Uno scopo che del resto trapela esaustivamente dalle stesse parole pronunciate da James Warburg (insigne esponente dei poteri forti) solo pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale:
"Che vi piaccia o no, avremo un governo mondiale, o col consenso o con la forza".
Tra gli altri invisibili personaggi della storia che “suggerirono” a Roosevelt gli obiettivi da raggiungere durante la sua presidenza, compare il nome eccellente di Bernard M. Baruch. Un illustre membro dell’alta finanza e del CFR che presiedette al Comitato delle industrie belliche durante la Prima guerra mondiale e che poi negoziò anche le condizioni delle riparazioni tedesche nel trattato di Versailles. La sua autorevolissima voce venne sempre e perentoriamente ascoltata dai presidenti americani.
Nato in Texas nel 1870 da un agiatissimo esponente del Ku Klux Klan, l'ultra miliardario Bernard Mannes Baruch divenne il “consigliere” di ben sei presidenti USA. Dal massone Woodrow Wilson (1912) al massone Eisenhower (1950), fu sempre lui ad esempio a “persuadere” il Presidente Wilson circa la necessità di coinvolgere l’America nella prima guerra mondiale. E persino la creazione di un organo governativo volto esclusivamente a sostenere lo sforzo bellico americano fu una sua idea. Nulla di strano quindi se al nuovo ente vennero conferiti ampi poteri speciali nella pianificazione della produzione industriale. Come del resto è naturale, che a capo di esso finì per essere nominato proprio lui, Bernard Baruch, il mentore del Presidente.
Una volta al comando del “War Industry Board”, tutte le commesse relative al materiale bellico e logistico passarono nelle sue mani, dagli stivali ai mezzi corazzati. Affari d’oro che non si limitarono agli approvvigionamenti americani ma che si estesero in buona misura anche agli ordinativi degli altri eserciti alleati. E come denunciò nel 1919 dalla Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W. J. Graham) che indagò sui profitti che quell’organo rese possibili, si trattò di: “un governo segreto…sette uomini scelti dal Presidente hanno concepito l’intero sistema di acquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare…dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata”.
In seguito, fu possibile ripetere tale collaudato “modus operandi” grazie ai “consigli” che Baruch diede al presidente F. D. Roosevelt, nella guerra contro Hitler: questa volta però l’organo pianificatore si chiamò War Production Board. A dirigerlo venne nominato Harry Hopkins, un uomo di fiducia del signor Baruch.
Tornando alle circostanze militari che condussero all’attacco di Pearl Harbor, già a partire dall’ultima settimana del settembre 1940, un esperto team di crittografi americani riuscì a decodificare entrambi i principali codici segreti utilizzati dai Giapponesi. Tutte le comunicazioni diplomatiche riservate vennero quindi tradotte con il “codice Purple” mentre i dispacci militari nipponici segreti poterono essere interpretati con il codice “Kaigun Ango” in tempi sufficientemente brevi. La riuscita decodificazione dei codici però, venne mantenuta nel massimo riserbo anche tra le stesse autorità militari USA, in quanto, come anzidetto, si fece in modo che i dispacci dei servizi informativi giungessero direttamente al Presidente.
Le reali potenzialità dell’intelligence USA vennero “a galla” solo più tardi, grazie alle rivelazioni del contrammiraglio Royal Ingersoll, assistente capo delle operazioni navali. Egli spiegò infatti che già prima di Pearl Harbor i servizi informativi americani erano in grado di scoprire in anticipo la strategia navale di guerra e le operazioni tattiche del Giappone. Una verità esplosiva documentata da una lettera scritta il 4 ottobre 1940 e indirizzata da Ingersoll ai due ammiragli James Richardson e Thomas Hart. La missiva, estremamente chiara e dettagliata, precisava che la marina americana iniziò il rilevamento dei movimenti e delle posizioni delle navi da guerra giapponesi nell’ottobre 1940: “Ogni spostamento rilevante della flotta dell’Orange (che nel codice USA significava Giappone) è stato previsto ed è disponibile un flusso continuo di informazioni riguardanti le attività diplomatiche dell’Orange”.
Peraltro come vedremo, i giapponesi, furono protagonisti di talmente tanti errori madornali nell’effettuare le loro comunicazioni riservate, che diventa davvero difficile poi riuscire a credere nella versione ufficiale dell'attacco a “sorpresa”.
L'ammiraglio giapponese Yamamoto infatti, ruppe imprudentemente il silenzio radio il 25 novembre 1941. I messaggi in questione ordinavano alla 1° flotta aerea di prendere il volo il 26 novembre dalla base di Hitokappu per dirigersi in acque Hawaiiane e attaccare così la flotta americana all'ancora di Pearl Harbor. Precisò addirittura latitudine e longitudine della rotta da percorrere.
Come noto, l’attacco venne poi rimandato al 7 dicembre, ma ciò non toglie che i servizi informativi americani sapessero ormai quali fossero le reali intenzioni giapponesi. E come minimo, la base di Pearl Harbor avrebbe dovuta essere stata posta in stato di allerta. Ma ecco qui di seguito riprodotto il testo letterale dei due messaggi intercettati dai sevizi informativi americani:

1) “Il 26 novembre l'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti, deve lasciare di Hitokappu e giungere al 42° di latitudine nord per 170° di longitudine est nel pomeriggio del 3 dicembre e completare velocemente il rifornimento”.

2) “L'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti e ponendo estrema attenzione a sottomarini e velivoli, deve avanzare in acque Hawaiiane e alla vera apertura delle ostilità attaccare la forza principale degli Stati Uniti alle Hawaii infiggendole un colpo mortale (neretto dell’autore). Il primo attacco aereo è previsto per l'alba del giorno X. La data esatta sarà fornita in un ordine successivo. Una volta completato l'attacco aereo, la forza operativa, mantenendo una stretta collaborazione e prestando attenzione al contrattacco nemico, dovrà abbandonare velocemente le acque nemiche e fare rotta verso il Giappone. Se i negoziati con gli Stati Uniti avranno esito positivo, l'unità operativa dovrà essere pronta a tornare immediatamente a radunarsi”.

Paradossalmente però, solo gli uomini di fiducia del Presidente erano stati autorizzati a seguire l’ evoluzione della crisi con il Giappone. Ed è probabilmente proprio per tale motivo che quel fatidico 7 dicembre 1941, il “miracolato” ammiraglio Anderson (ex direttore dei servizi informativi e stretto collaboratore di Roosevelt) sopravvisse indenne all’attacco. Egli infatti, al momento dell’incursione aerea non si trovava a bordo di nessuna delle sue navi da guerra, ma al sicuro nella sua tranquilla residenza di Diamod Head.
Per un’altra “strana” ironia della sorte, la stazione di monitoraggio americano delle Hawaii (la c.d. stazione cinque) era proprio uno dei principali centri d’intercettazione dei messaggi in codice Purple giapponesi. E ciononostante, la strage non poté essere evitata, poiché, come già ampiamente chiarito, i messaggi giapponesi, una volta decriptati venivano inviati direttamente al Presidente, senza passare quindi per l’alto comando locale. Una circostanza per così dire “anomala” che fece da preludio al sacrificio umano di migliaia di americani.
A denunciare le “stranezze” della catena informativa ci sono le proteste documentate e archiviate dell’ammiraglio Kimmel. Il quale, al sopraggiungere della primavera del 1940, si rese conto di essere stato tagliato fuori dal servizio informativo. A provarlo c’è la sua richiesta del 18 febbraio 1940 rivolta all’ammiraglio Stark per ottenere che venisse nominato un responsabile dei servizi a cui fare capo per risolvere la “confusione”. Lo scopo di Kimmel naturalmente, era quello di ottenere che qualche ufficiale qualificato gli facesse pervenire i rapporti di natura segreta senza “malintesi”.
La risposta di Stark però, arrivò solo dopo un mese circa, esattamente il 22 marzo. In essa veniva perentoriamente affermato quanto segue: “I servizi segreti della Marina sono pienamente consapevoli della loro responsabilità di tenervi adeguatamente informato”. Ma siccome Kimmel fino a quel momento non aveva mai ricevuto alcuna informazione “sensibile”, dovette prendere atto che si trattava solo di rassicurazioni del tutto formali. In sostanza era stato totalmente escluso dal circuito informativo per ordini che potevano provenire solo dalla Casa Bianca. Tuttavia, cosciente della gravità del pericolo che correva la sua flotta, decise comunque di esercitare nuove pressioni ufficiali. E dopo aver atteso invano un cambiamento della situazione fino al 26 maggio 1940, inviò una ulteriore richiesta direttamente ai servizi informativi. Il messaggio recitava quanto segue: “Informare immediatamente il comandante in capo della flotta del Pacifico di tutti gli sviluppi importanti attraverso i mezzi più rapidi a disposizione.
Nel cablogramma, l’ammiraglio sottolineò persino che la sua esigenza di essere tempestivamente informato, era da ritenersi un “principio militare cardine”. Ma anche quest’ultimo tentativo si rivelò vano, e al termine del luglio 1941 Kimmel poté constatare amaramente, di essere stato ormai definitivamente escluso dall’intelligence.
Alla fine della guerra Kimmel dichiarerà infatti: “Non comprendo e non comprenderò mai perché io sia stato privato delle informazioni disponibili a Washington”.
Dalla testimonianza dell’ammiraglio che fu il comandante in capo della flotta nel Pacifico, si può quindi ragionevolmente concludere che il popolo americano e la maggior parte dei suoi alti ufficiali venne tenuta completamente all'oscuro dei reali retroscena che determinarono la guerra. Le registrazioni, le testimonianze e i documenti che lo rivelano vennero tutte “incredibilmente” ignorate dalle varie indagini che si svolsero tra il 1941 e il 1946 fino agli accertamenti congressuali del 1995. Ma le prove di una cospirazione a danno delle nazioni ci sono e aspettano solo di trovare udienza nei circoli mediatici di massa. Ambedue i messaggi di Yamamoto che ordinarono l’attacco su Pearl Harbor ad esempio, sono riportati testualmente nei libri scritti da alcuni ufficiali della Marina americana come: “Pearl Harbor” del vice-ammiraglio Homer N. Wallin e in “The Campaigns of The Pacific War” redatto dalla Divisione analisi navali del rilevamento bombardamenti strategici degli Stati Uniti.
Peraltro la stazione "H" dei servizi americani, intercettò e decriptò almeno altri 13 messaggi "sensibili" di Yamamoto, il cui testo è curiosamente risultato mancante dagli archivi della Marina. Sappiamo comunque per certo che furono trasmessi con il segnale di radio-chiamata RO SE 22 tra le 13.00 del 24 novembre e le 15.54 del 26 novembre, appena una decina di giorni prima dell’attacco giapponese (ibid p.66). Tutti i documenti originali in questione erano stati ceduti nel 1979 agli archivi nazionali del Presidente Jimmy Carter.
L'indagine ufficiale del Congresso, concluse invece che i servizi di spionaggio americano, “persero contatto” con le navi giapponesi nei giorni precedenti all’attacco, in quanto queste, avevano scrupolosamente mantenuto il silenzio radio.
Ma a smentire la versione ufficiale esistono anche altre prove schiaccianti come le registrazioni dei servizi informativi olandesi. Dalla disamina di queste infatti, è stato appurato che gli ammiragli al comando delle navi da guerra giapponesi, violarono il silenzio radio rimanendo costantemente in contatto con Tokyo. E quindi, tanto la loro posizione quanto le loro intenzioni furono necessariamente captate durante tutti i 25 giorni che vanno dal 12 novembre al 7 dicembre 1941, cioè sino alla data del fantomatico attacco a “sorpresa”. Peraltro uno dei messaggi intercettati il 18 novembre venne addirittura inviato “in chiaro” e in caratteri latini, quindi interpretabile anche senza codici.
Pertanto, la testimonianza del generale olandese Hein ter Poorten, smentì palesemente la versione ufficiale della commissione d’inchiesta. Egli, infatti non esitò a confermare che anche i suoi crittografi della “Kamer 14” possedevano prove che dimostravano una minacciosa concentrazione di navi giapponesi nei pressi delle isole Curili già alcuni giorni prima dell'attacco di Pearl Harbor.
Il resoconto rilasciato dall’ammiraglio Harold Stark davanti alla Commissione congressuale del 1945-6 attesta poi inequivocabilmente che quest’utlimo, al contrario dell’ammiraglio Kimmel, era stato informato del massiccio raduno giapponese nella baia di Hottokappu prima del 7 dicembre 1941. E come accertò ancora una indagine congressuale del 1945, il 3 dicembre 1941 (quindi 4 giorni prima dell'attacco giapponese), furono intercettati e decifrati altri messaggi che svelavano ( a chi ancora non lo avesse capito) la decisione giapponese di dichiarare la guerra agli Stati Uniti con un colpo di mano.
Anche le registrazioni originali di questi messaggi però, “sparirono misteriosamente” dagli archivi della Marina (ibidem): in ultima analisi, la commissione unica congressuale d'indagine sull'attacco a Pearl Harbor cercò solo di insabbiare le prove del complotto contro le nazioni.
"Ieri, 7 Dicembre, data che resterà simbolo di infamia, gli Stati Uniti d'America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati da forze aeree e navali dell'impero giapponese...".
F.D.Roosevelt nel discorso alla Nazione dell'8 dicembre 1941.
Un'infamia ed un inganno contro il popolo Americano.

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