martedì 30 giugno 2009

Il patriota

La scorsa settimana il Congresso Americano ha approvato il disegno di legge sugli stanziamenti supplementari di guerra. Facendo un affronto a tutti coloro che pensavano di aver votato un candidato pacifista, l’attuale presidente invierà altri 106 miliardi di dollari che non ci sono per continuare lo spargimento di sangue in Afghanistan e in Iraq, senza fare alcun accenno ad un piano per riportare i soldati a casa. Molti rappresentanti del congresso che votavano quando ci si opponeva ad ogni richiesta di stanziamenti supplementari di guerra nel corso della precedente amministrazione, ora sembra che abbiano cambiato registro. Un voto per finanziare la guerra è un voto a favore della guerra. Il Congresso esercita le sue prerogative costituzionali con la forza delle risorse finanziarie, e finché il Congresso continuerà a permettere questi pericolosi interventi all’estero, non c’è alcuna fine all’orizzonte, fino a quando non ci troveremo di fronte al completo collasso economico.
Viste le loro abitudini di spesa, un collasso dell’economia sembra essere lo scopo del Congresso e di questa amministrazione. Sul mercato interno Washington spende impunemente, salvando e nazionalizzando qualunque cosa gli capiti tra le mani, e gli aiuti stranieri e il finanziamento al FMI previsti in questo disegno di legge si possono definire esattamente come un salvataggio internazionale!
Mentre gli americani arrancano nel corso della peggior flessione economica dai tempi della Grande Depressione, questo disegno di legge sugli stanziamenti supplementari fa pervenire 660 milioni di dollari a Gaza, 555 milioni di dollari ad Israele, 310 milioni di dollari all’Egitto, 300 milioni di dollari alla Giordania e 420 milioni di dollari al Messico. All’incirca 889 milioni di dollari verranno inviati alle Nazioni Unite per le cosiddette missioni di “peacekeeping” e quasi un miliardo di dollari verrà inviato all’estero per fronteggiare la crisi finanziaria globale al di fuori dei nostri confini. Quasi 8 miliardi di dollari saranno spesi per contrastare una “potenziale influenza pandemica” che potrebbe portare a vaccinazioni obbligatorie senza alcuna ragione precisa se non quella di arricchire le aziende farmaceutiche che fabbricano il vaccino.
Forse il dato più scandaloso sono i 108 miliardi di dollari di prestito garantito al Fondo Monetario Internazionale. Queste nuovi prestiti garantiti consentiranno a questa rovinosa organizzazione di continuare a spendere i soldi dei contribuenti americani per sostenere i leader corrotti e favorire delle dannose politiche economiche all’estero.
L’invio al FMI dei soldi dei contribuenti americani non solo danneggia i cittadini degli Stati Uniti ma è dimostrato che danneggia anche coloro che si ha la presunzione di aiutare. Insieme ai prestiti al FMI arrivano anche le necessarie modifiche della politica del FMI, chiamate Programmi di Variazione Strutturale, equivalenti ad un keynesianismo forzato. Si tratta dello stesso modello economico fantasioso che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti, e i prestiti al FMI sono il cavallo di Troia per mettere in ginocchio gli altri. Forse il fatto più preoccupante è che i leader delle nazioni destinatarie tendono ad interessarsi più ai desideri delle élite internazionali che ai desideri e ai bisogni delle loro popolazioni. Argentina e Kenya sono solamente due esempi di paesi che hanno seguito gli ordini del FMI e sono caduti nel baratro. Spesso l’FMI consiglia alle nazioni più povere una svalutazione della loro moneta, un’operazione che ha rovinato ripetutamente questi paesi già dissanguati. Esiste anche un lungo elenco di feroci dittatori che l’FMI ha sostenuto candidamente e che ha sostenuto con prestiti che hanno lasciato le loro popolazioni oppresse con enormi quantità di debito sulle spalle senza poter mostrare alcun miglioramento economico.
Facendo pervenire i soldi americani al FMI, il Congresso americano sta causando nient’altro che malvagità e oppressione globale. Per non parlare del fatto che non esiste alcuna autorità costituzionale nel farlo. La nostra continua presenza in Iraq e in Afghanistan non ci rende più sicuri in patria ma, di fatto, indebolisce la nostra sicurezza nazionale. Ron Paul, canditato repubblicano alle presidenziali del 2008 come repubblicano indipendente, si è opposto in modo veemente a questo disegno di legge sugli stanziamenti supplementari ed è rimasto costernato nel vederlo approvare con tale disinvoltura. Per fortuna esistono ancora dei veri patrioti.

domenica 28 giugno 2009

Povera Patria

Quando Berlusconi è stato accolto alla Casa Bianca da Obama, questi gli parlava senza rivolgergli lo sguardo. Emblema del nuovo stato di considerazione del nostro paese nello scacchiere mondiale, non solo comunque a causa del nostro Silvio nazionale. Da quanto la Nato è stata allargata ai paesi dell'est,il nostro paese non è più l’avamposto della “democrazia” occidentale.
Di questo ne sentiremo a breve le conseguenze.
La perdita della nostra posizione geo-strategica implica la ridefinizione anche del ruolo economico. Oggi non sarebbe plausibile un “piano Marshall” che produsse il “boom economico” a cavallo degli anni 50 e 60. L’intenso sviluppo nella penisola, sopratutto nel “triangolo industriale”, ebbe come risultato voluto l’implementazione del “modello americano” di vita e del consumismo nella vita quotidiana: dai supermercati, al frigorifero, all’automobile e vacanze di massa. Non solo per "saldare" le strutture economiche agli stereotipi del capitalismo, ma per consentire l’insediamento delle multinazionali d’oltreoceano (es:Coca Cola) per condizionare gli stili di vita delle persone.Il ruolo dell’italia è cambiato.
Dal 1992, vista la sparizione di ogni minaccia "comunista" sulla penisola, hanno provato a rimuovere la vecchia classe di governo per far posto ad una più accondiscendente a consentire il saccheggio del paese tramite "liberalizzazioni". Hanno provato iniziando una profonda "rieducazione” al modello americano in funzione della penetrazione delle corporation. La creazione quindi di una società multirazziale (da cui l'immigrazione selvaggia mai regolata) dedita al consumo, spersonalizzata, basata sul materialismo storico come unico stile di vita consentito.
E attraverso questo modello che in Europa la sinistra “radicale” era solo uno strumento utilizzato dalle lobby americane. Del resto il “68” parigino fu una costruzione elaborata, finanziata e promossa dalla CIA.
Si è parlato di riforma scolastica in questi giorni. La sistematica demolizione della scuola pubblica è in corso da decenni (dal ’68) allo scopo di creare un meticciato di rintrucilliti teledipendenti assoggettati al rito del lavoro schiavistico per acquistare prodotti di cui non hanno bisogno.
E per plasmare un modello di società “fluida” servono appunto “valori” in luogo dei “principi”.Trionfo del puro “relativismo”. Se la vita umana è sacra “per principio” essa diventa inviolabile ed intangibile. Diversamente se ad essa viene attribuito un “valore”, può essere assecondata a qualcos’altro a cui maggior pregio può essere conferito. Dopo avere “sdoganato” divorzio, aborto “terapeutico” e, di fatto la “dolce morte”, poi toccherà alla pedofilia “responsabile” (in Olanda esiste già un Partito dei Pedofili), al suicidio come “scelta di (non) vita”, perfino ai rapporti sessuali con animali come “virtù” di libertà. Il “valore” è centrale nella teoria del consumo, in quanto relativo, poiché sarà sempre superato da qualcosa che “varrà” di più la pena di acquistare.Perfino insigni “giuristi” furbescamente leggono “valori” nella costituzione quando per definizione una carta costituzionale dovrebbe unicamente provvedere saldi principi fondanti. L’invasione di stranieri del resto è totalmente pianificata. L’altro principale fine è quello di generare un flusso di capitali verso la “nuova frontiera” dell’impero, i nuovo paesi Nato ripetendo lo schema che fu attuato nel dopoguerra con il già citato piano Marshall. Oltre 22 mila imprese italiane in Romania stanno letteralmente catapultando quel paese dal medioevo di Ceausescu all’edonismo hollywoodiano in meno di una generazione. I milioni di immigrati dell’Est europeo guadagnano masse di denaro, in modo lecito o illecito non ha importanza, purchè arricchiscano quei paesi bisognosi di adeguarsi agli standard globalisti. Nonostante la disoccupazione galoppante, la priorità della Casta sono i “rifugiati”. Restringendosi il mercato del lavoro cercano di farli entrare nella pubblica amministrazione. In un paese con la giustizia allo sfascio si studiano “bypass” giuridici per scardinare una norma del 1931 che limita ai cittadini italiani l'assunzione nei servizi pubblici. Le agenzie di lavoro interinale furono istituite dal governo dell’Ulivo, espediente per “aprire” il mercato del lavoro e favorire la “coloratura” del tessuto produttivo. E tali agenzie sono quasi tutte in mano a società americane.
Lo stesso governo di centrosinistra abolì le licenze commerciali per immettere gli stranieri nel circuito del piccolo commercio. Oggi siamo sommersi da negozi “etnici”, parrucchieri “etnici”, ristoranti “etnici” E nel nord anche le pizzerie sono da equiparare a luoghi di ristoro “esteri”, naturalmente con la presenza di grosse catene di supermercati in cui si vedono sempre più prodotti “globali”: formato “maxisconto” di cornflakes, alcolici in confezione famiglia, preservativi ai frutti di bosco e via di seguito.
Un flusso incessante di capitali è un nuovo piano Marshall verso quei paesi ex sovietici e neo atlantici, finanziato dai poveracci emigrati, a spese nostre tasche stavolta. Gli unici che ci guadagnano sono, al solito, grosse società americane come Western Union, Moneygram e Paypal sopratutto. Le poste italiane disponevano di un’ottima rete di trasferimento di denaro, basata a Firenze, smantellata per fare posto a Moneygram. Non avendo più importanza geopolitica il disastro dell’italietta devastata è già segnato. Il nostro paese è già al tramonto. Abbandonata dal suo padrone come una cagna con la rogna, ridotta da “portaerei naturale” nel Mediterraneo a zona di passaggio, in crescente declino economico, sociale e culturale è destinata ad uscire dai “grandi” e posizionarsi al livello dei paesi stile sudamerica.
I primi segni già sono presenti.
La corruzione straripante e sfrontata di una classe politica di inamovibili. L’impoverimento dei ceti medi in favore di un'élite oligarchica, spocchiosa e strafottente. Contrariamente a quanto annunciato da Nomisma di Prodi, il prezzo delle case è in continuo aumento, causa prima la pressione immigratoria. A breve, complice la crisi economica, il problema abitativo diverrà così grande che ai margini delle città si formeranno tendopoli e baraccopoli di senzatetto, come nel primo dopoguerra, o gli attuali USA e Sudamerica. A guisa degli stati “zerbino” le pensioni anche da noi stanno divenendo “simboliche”, cioè non in grado di sostentare gli anziani dunque costretti a lavorare, mendicare o ricorrere a espedienti per sopravvivere. In italia i “viaggi della speranza” nel settore sanitario erano finora riservati alla ricerca di donatori di organi o a qualche nuova cura per i tumori. Ora, assistiamo all’emigrazione anche per ottenere cure odontoiatriche e riabilitative. Perché da noi gli impianti dentari o semplici otturazioni sono talmente costosi da essere al di fuori della portata di pensionati e precari. Un singolo “impianto”, cioè l’inserimento di un perno nell’osso mandibolare su cui viene avvitato il dente artificiale, può costare almeno 1000 euro, più il resto, preparazione all’intervento, lastra per vedere com’è l’osso e “corona”. A meno di non andare in Romania o Ungheria dove si può fare tutto per meno della metà.
L’establishment infingardo lo sa e fa di tutto per nasconderlo. Con i reiterati richiami all’“italianità”, le “grandi opere” più nelle chiacchiere che nei fatti.
Con il patetico, anacronistico, antistorico “saluto romano” della bambola gonfiabile-ministro a chiamare una patria, una “heimat” che sentono scivolare via come sabbia tra le dita nell’incedere del Nuovo Ordine Mondiale. Si spiega in definitiva la sorta di furore mistico che accompagna la conservazione di una compagnia aerea “di bandiera”.
Gli italiani sono degli “zingari” (come disse Erwin Rommel) i cui politici, graditi alla CIA, sono tenuti al guinzaglio e guai se sgarrano. Bettino Craxi, che pure era un tagliagole di origine siculo-albanese messo lì da loro, fu fatto fuori poiché, più che sul caso della mancata consegna dei terroristi dell’Achille Lauro nel famoso episodio di Sigonella, stava impedendo di fatto l'imminente saccheggio delle risorse industriali e finanziarie del paese avvenuto negli anni 90.Questo è il “valore” autentico del'Italia. Un vuoto che si allarga ogni giorno di più, in stato terminale, un paese senza speranza, destinato a finire nel dimenticatoio, come una barzelletta insulsa, come una canzone senza morale o un quadro senza “valore”. Povera Patria.

sabato 27 giugno 2009

Uno sguardo sul Libano

Incredibilmente, la verità arriva da Gerusalemme: «La dura realtà è che, nonostante i risultati elettorali, gli Sciiti del Libano si vanno rafforzando, e alle forze “vincitrici” occorrerà trovare un punto d’incontro con loro». Il risultato della partita di domenica che il 7 giugno si è giocata in Libano, e che i media europei non hanno mancato di celebrare come una sconfitta dell’estremismo islamico, ha avuto un esito diverso da come viene raccontato.
«La maggioranza delle persone non ha votato questo governo» dichiara Graeme Bannermann, che ha monitorato le elezioni per conto dell’Istituto Democratico Nazionale. Lo stesso leader di Hezbollah e capo del fronte dell’8 Marzo, pur congratulandosi con la coalizione avversaria per il risultato, ha precisato che il Libano è ora dotato di una maggioranza parlamentare che non coincide con la maggioranza popolare.
I numeri gli danno ragione: il blocco del partito di Dio, dei Liberi Patrioti del cristiano maronita Michel Aoun e dei nazionalisti siriani ha ottenuto circa 100.000 voti in più dell’alleanza del sunnita Saad al Hariri, figlio dell’ex primo ministro ucciso nell’attentato a Beirut del 2005, comprendente i socialisti progressisti del druso Walid Jumblatt e i partiti Kata’ib e Forze Libanesi, guidati rispettivamente dai cristiani Amil Gemayal e Samir Geagea.
A risultare decisive sembrano essere state le fratture dell’area cristiana. Proprio il maronita Aoun si è rivelato il punto debole della coalizione retta dagli sciiti di Hezbollah. L’ex generale ha infatti ottenuto consensi inferiori alle aspettative, fallendo nel tentativo di strappare all’avversario i seggi decisivi dei distretti cattolici di Zahle e del Metn. C’è poi da considerare la complessità del sistema elettorale, tutt’ora profondamente ancorato alle divisioni religiose che riflettono la composizione della società libanese.
Il Paese è suddiviso in 26 «constituencies», ciascuna delle quali ha un candidato ufficiale di uno dei gruppi religiosi nazionali, che può competere solo con rappresentanti dello stesso gruppo religioso. Il sistema è connesso alla complessa struttura confessionale libanese. Al 60% della popolazione musulmana spetta il 50% dei mandati suddivisi tra sunniti, sciiti, drusi e alaviti; il 40% di cittadini cristiani di fede maronita, ortodossa e cattolica elegge il restante 50% di deputati.
L’accordo risale al National Pact del 1943. Secondo la costituzione non scritta del Paese, il presidente del Libano deve essere un cristiano maronita, il capo del governo un sunnita, mentre agli sciiti spetta la carica di portavoce del parlamento.
Si aggiunga che si è andati al voto con una versione modificata della legge elettorale del 1962, la quale prevede la suddivisione dei distretti elettorali in circoscrizioni amministrative ristrette al posto delle precedenti macro-regioni. Questo ha significato, in termini elettorali, l’affermarsi di un notabilato locale interprete del clima di «riconciliazione» siro-saudita, in grado di sponsorizzare listoni blindati sostenuti da uomini d’affari influenti vicini alla lista di Hariri, ma soprattutto volti ad escludere gli esponenti del riformismo locale.
Ma il vero nemico di Hezbollah sono state le ingerenze straniere, ed in particolar modo quelle occidentali, che hanno ostentato in più occasioni il loro sostegno alla coalizione guidata dal figlio di Hafik Hariri. A tale proposito, è opportuno notare che l’affermazione del blocco del 14 marzo sarebbe stata difficilmente raggiungibile senza il voto di decine di migliaia di libanesi all’estero, ai quali i petrodollari dell’Arabia Saudita, ostile agli sciiti, hanno pagato il viaggio affinché partecipassero alla consultazione elettorale.
Ad aprile il segretario di Stato Hillary Clinton era stata la prima ad esporsi. Mentre era impegnata a raccomandare alle potenze straniere di non interferire nelle elezioni libanesi, ha colto l’occasione di chiarire che il sostegno americano era indirizzato alle cosiddette «voci moderate». Visita lampo, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro. A maggio è stata la volta del vice presidente Joe Biden, che ha sgombrato il campo da ogni equivoco: gli Stati Uniti avrebbero «valutato la natura dei programmi di assistenza destinati al Libano a seconda della composizione del futuro governo e della sua politica». Del resto, se Hezbollah avesse preso il potere, i finanziamenti americani all’esercito libanese sarebbero terminati perché divenuti illegali, in quanto destinati ad un gruppo terrorista. Infine è toccato allo stesso presidente Obama, nel discorso del dialogo tenuto al Cairo il 4 giugno, laddove ha intenzionalmente evidenziato l’importanza del contributo delle minoranze religiose, in particolare quella dei cristiani maroniti, in nome della «ricchezza della diversità» - tralasciando il fatto che nessuna singola confessione religiosa libanese costituisce, considerata singolarmente, una maggioranza. Venuto a conoscenza dell’esito della votazione, il presidente americano si è congratulato con i libanesi per il «coraggio» e «l’impegno democratico» dimostrati.
Ma forse l’intervento più grave è stato quello proveniente da Israele, dichiaratosi preoccupato per il possibile battesimo di uno Stato terrorista. Per Israele «Stato terrorista» non significa uno Stato governato da Hezbollah, ma anche soltanto uno Stato con un esponente di Hezbollah al governo. Per scongiurare la temuta eventualità, Tel Aviv aveva scatenato da mesi i suoi agenti dello spionaggio, tanto da spingere il presidente libanese Michel Suleiman a denunciare i tentativi di soffiare sul fuoco della divisione settaria allo scopo di dividere il Paese.
Nella settimana precedente le consultazioni elettorali, il ministro della Difesa israeliano aveva esplicitamente avvertito il Libano che una vittoria di Hezbollah avrebbe messo in pericolo l’intero Paese, non soltanto le roccaforti del partito. Ehud Barak ha dichiarato che questa volta i bombardamenti sarebbero stati estesi a tutto il territorio, e nessun villaggio sarebbe restato immune, a prescindere dall’orientamento religioso. Il Generale Michael Ben-Baruch ha precisato al Jerusalem Post: «Nell’ultima guerra, cercammo di colpire le attività di Hezbollah. La prossima volta colpiremo per distruggere». Come se non lo avessero già fatto nel 2006.
All’indomani dello spoglio elettorale, Israele non ha perso tempo, subito paventando che Hezbollah voglia riguadagnare il prestigio perduto sferrando un attacco al confine. Il ministero degli Esteri ha già fatto sapere che riterrà il nuovo governo responsabile di qualunque operazione militare abbia luogo sul territorio libanese: «Qualunque sia il governo, esso dovrà assicurarsi che il Libano non diventi una base per la violenza diretta contro Israele e gli israeliani, e dovrà impegnarsi per l’implementazione delle risoluzioni 1.559 e 1.701», che chiedono la smilitarizzazione di tutte le milizie non controllate dal governo centrale.
Le risoluzioni delle Nazioni Unite valgono, notoriamente, per tutti i Paesi ad esclusione di Israele. Le scuole di pensiero israeliane sono tutte in fermento: il Kadima è certo che Nasrallah sia sul punto di ordinare un attacco per ribadire l’influenza del partito. Altri, invece, deducono dalla sua sconfitta la volontà di Teheran di compiere il riavvicinamento diplomatico verso Washington, non in nome del dialogo sia chiaro, ma al solo scopo di guadagnare tempo in vista del completamento del programma nucleare. Comunque la si voglia guardare il pericolo resta, dicono a Tel Aviv, così come la necessità di una guerra. Di autodifesa, naturalmente.
E’ palese che gli israeliani non siano ancora riusciti a metabolizzare la sconfitta del 2006, e stiano cercando una scusa per riaprire le ostilità. La guerra del Libano non è ancora finita, e non finirà fino a quando Israele non avrà soddisfatto le sue ambizioni geopolitiche.
Il desiderio è quello di ampliare il confine settentrionale fino al fiume Litani e creare a Beirut un regime amico. Il piano di annessione della zona a sud del corso del Litani risale alla fondazione dello Stato israeliano, quando il primo ministro David Ben Gurion descrisse i futuri confini del suo Paese in questi termini: «A nord il fiume Litani, al sud il Monte Sinai e, ad est, il deserto siriano, inclusa la Transgiordania». Nel 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, con la consueta scusa della necessità di creare una «zona di sicurezza». L’invasione del 1982 causò la morte di oltre 20.000 civili, oltre alla distruzione dell’economia libanese. Nel 2000, il Libano è stato risparmiato grazie alla resistenza della nuova milizia di Hezbollah. Gli obiettivi di Israele sono stati fissati da tempo, e non sono cambiati. Il disegno è quello della creazione del «Greater Israel», di assurgere cioè ad indiscussa potenza mediorientale, riducendo le nazioni arabe circostanti ad uno stato di permanente dipendenza di natura coloniale. I metodi sono quelli adottati a Gaza: distruzione di infrastrutture, massacro impietoso dei civili, abbandono senza scrupoli delle regole di guerra. Per eventuali istruzioni, consultare il manuale approntato nel 1996 dalla premiata ditta Perle-Feith-Wurmer, destinato al compagno di merende Bibi Netanyahu: «A clean break - a new strategy for securing the realm», laddove fornisce le indicazioni necessarie a «ricostruire il Sionismo del ventunesimo secolo»:
«Assicurare il fronte settentrionale. La Siria minaccia Israele attraverso il Libano. Un approccio efficace, che godrebbe del favore americano, potrebbe consistere nel prendere l’iniziativa lungo il confine settentrionale impegnando militarmente Siria, Iran ed Hezbollah… stabilire il precedente che la Siria non è immune dagli attacchi provenienti dal Libano, con le forze israeliane che colpiscono gli obiettivi militari siriani in Libano e, laddove ciò si mostrasse insufficiente, essere pronti a colpire obiettivi in territorio siriano».
Il coinvolgimento della Siria è essenziale perché Israele possa realizzare la costruzione di una pipeline da Mosul ad Haifa ed inserirsi stabilmente al vertice del mercato petrolifero. Come osserva Michel Chossudovsky: «Non si tratta di un conflitto tra Hezbollah ed Israele, così come lo raccontano i media occidentali. La guerra in Libano fa parte di una più ampia road map militare». Il piano a cui America e Israele hanno lavorato a lungo è quello di rafforzare l’alleanza tra Tel Aviv e Ankara per ottenere il controllo militare di un corridoio che si estenda dalle coste israelo-libanesi al Mediterraneo orientale, alla frontiera tra Siria e Turchia».
La sovranità libanese, in tale prospettiva, non è altro che una delle vittime della strategia complessiva, cioè il collegamento diretto di Israele ai depositi del Caspio così da essere in grado di rifornire i mercati dell’Estremo Oriente dal suo porto di Eilat sul Mar Rosso.
Per questi motivi è assai improbabile che Israele voglia condividere lo «sguardo in avanti» proposto da Barack Obama. La maggior parte degli analisti è comunque d’accordo nel ritenere che poco o nulla sia cambiato nell’equilibrio politico libanese in seguito alle elezioni della settimana scorsa. Ottenuta l’elezione di tutti gli undici esponenti candidati, Hezbollah continuerà ad avere il ruolo fondamentale conquistato nel maggio del 2008 in Qatar, quando le forze politiche libanesi decisero di porre fine ai disordini e costituire un governo di unità nazionale, riconoscendo all’opposizione un potere di veto sulle decisioni governative fondato sul controllo di 11 dei 30 seggi componenti l’esecutivo (secondo la formula «un terzo più uno»). Gli accordi di Doha hanno sostanzialmente consentito ad Hezbollah di rimanere «la» resistenza, con una sua milizia incaricata di liberare il sud del Paese dall’occupazione israeliana.
Benjamin Ryan, direttore associato del programma Stati Uniti-Libano all’Aspen Institute, crede che, una volta formato il nuovo governo, l’opposizione perderà tale diritto di veto, e con esso la capacità di paralizzare l’attività dell’esecutivo, mentre Marc Lynch del Foreign Policy Magazine si augura che questo non accada, perché significherebbe trascinare nuovamente il Paese nel caos. Dal canto suo, Nasrallah ha affermato di non avere difficoltà a riconoscere che Saad Hariri sia il nuovo primo ministro e di essere disponibile ad un incontro, ma esclude che siano in questione l’arsenale del partito, il suo ruolo di resistenza legittima o il fatto che Israele sia uno Stato nemico.
Secondo Greame Bannermann il problema sarà di Hariri, perché «i suoi sostenitori internazionali sono di un parere, ma tocca a lui gestire le pressioni nel suo Paese, col suo partito che non vuole accettare compromessi e quella grande parte di elettori che invece è a favore di un accordo con Hezbollah». Per ora appare scongiurato il rischio di una guerra imminente. Nella visita di venerdì scorso, l’inviato americano George Mitchell ha espresso la convinzione che una pace in Medio Oriente non debba essere raggiunta a spese del Libano. L’affermazione non sarà di certo piaciuta al governo israeliano, che a distanza di un paio di giorni ha dovuto subire l’ennesimo oltraggio, ossia l’incontro senza precedenti tra Xavier Solana, Alto Rappresentante della politica estera europea, e Hussein Hajj Hassan, esponente di Hezbollah. Israele incassa freddamente e ribadisce che Hezbollah non è un interlocutore credibile neanche per i cittadini libanesi, che l’hanno punito per il conflitto del 2006. Dice che i libanesi hanno detto no al partito sciita, all’Iran e pure alla Siria.
La ferita non si è rimarginata, e Israele continua a tramare. Come un bambino prepotente e capriccioso non è lì per trattare, vuole tutto e subito, e guai a contrariarlo. I Libanesi non hanno intenzione di accontentarlo? Allora sappiano che sarà Israele a punire Hezbollah, e che questo è solo l’intervallo, prima del secondo tempo di una guerra che non è ancora finita.
Perché la guerra, per Israele, non finisce mai.

venerdì 26 giugno 2009

Tripolare

Certo che ne capitano di cose nel mondo. La rivolta giovanile in Iran che contesta la rielezione del presidente Ahmadinejad (ma già sembra che sia pilotata dall'esterno), la proposta inevitabile del primo ministro israeliano che, forse per la prima volta, dice “Stato Palestinese” (in maniera tale da venire opportunamente rifiutata dai collaborazionisti della ex OLP), le sanzioni dell’ONU alla Corea Del Nord per le loro prove nucleari (tanto di nascosto vengono finanziati dagli stessi Stati Uniti) e altri rumori coprono i movimenti destinati a creare poli di potere politico alternativi a quelli degli Stati Uniti. Ad esempio, le due riunioni che hanno avuto luogo questa settimana ai piedi degli Urali ad Ekaterimburg. Si chiamava sotto il regime sovietico Sverdlosk e non è una città qualsiasi: lì furono fucilati lo zar e la sua famiglia in una fredda mattina di luglio del 1918 e lì cadde battuto a maggio del 1960 l’U2 spia che era pilotato da Gary Powers. Oggi la storia è diversa. I leader dei sei grandi paesi che integrano l’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (OCS)- Cina, Russia, Uzbekistàn, Kirghizistan, Tajikistan e Kazakistan- hanno esaminato le possibilità di un mutuo interscambio diverso dalla sfera statunitense. Martedì 16, Dimitri Medvedev, ha inaugurato l’incontro- al quale hanno assistito Iran, India, Pakistan e Mongolia in qualità di osservatori- e ha allertato l’Organizzazione ad usare le rispettive monete nazionali per i pagamenti reciproci nel commercio intra-OCS(forse una divisa nel futuroo un paniere), abbandonando il dollaro. Il presidente Medvedev lo ha detto chiaramente nelle sue dichiarazioni nella conferenza di aprile del G-20 e al Forum Economico Internazionale dell’ultimo 5 giugno: ha definito artificiale il sistema unipolare, basato su “un gran centro di consumo finanziato da un deficit sempre più grande e da debiti sempre maggiori, senza la riserva di divise che prima possedeva e con un regime dominante di calcolo di beni e di rischi” (Johnson’s Russia List, 8/06/09). Detto in un altro modo: la Russia non vuole continuare a supportare le spese statunitensi che, tra le altre cose, alimentano la accerchiamento militare dell'Eurasia, le guerre in M.O e uno scudo antimissile a due passi da Mosca.
Il punto centrale della questione per l'OCS è la capacità degli Usa di stampare quantità illimitate di dollari con cui pagano le loro importazioni, comprano aziende e immobili in altri paesi, mantengono più di 750 basi militari in tutto il pianeta e che finiranno nelle banche centrali estere creando una scelta di ferro: o subordinazione della moneta nazionale al dollaro, con la conseguenza conosciuta da tutti, o “reinvestimento” in buoni del Tesoro degli Stati Uniti con un basso interesse. Oggi quattro milioni di milioni di questi buoni sono tra le riserve monetarie nelle banche centrali di tutto il mondo. Non è più da vari decenni il contribuente nordamericano colui che finanzia il Pentagono e contribuisce ad alimentare buona parte del deficit delle finanziarie degli Stati Uniti, ma sono gli investimenti obbligatori stranieri in buoni del Tesoro.
I paesi della OCS desiderano utilizzare le loro monete nazionali- così si beneficeranno dei rispettivi crediti- e applicare questo metodo con le altre nazioni. La Cina ha pattuito accordi commerciali con il Brasile e la Malaysia in yuani renminbi (Wall Street Journal, 06-09). Gli Stati Uniti sono il più grande debitore del concerto internazionale, ma non sembrano disponibili ad autoimporsi le regole di austerità che l’FMI dà agli altri.
Lo stesso martedì 16 è nato il BRIC, acronimo di Brasile, Russia, India e Cina, anche esso ad Ekaterimburgo, dove ha avuto luogo la sua prima riunione. Forse sarà l’unico blocco multilaterale inventato da un analista che si occupa di investimenti bancari, Jim O’Neill, della Goldman Sachs, che nel 2001 ha creato la sigla spiegando che i quattro paesi domineranno l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo. La dichiarazione finale che hanno emesso dice testualmente: “Crediamo che sia veramente necessario avere un sistema di divise stabili, di facile pronostico e più diversificato” (Wall Street, 16-06-09). Uguale alla OCS e una nuova pressione contro il dollaro.
La crescita economica dei membri del BRIC è evidente. In un decennio hanno duplicato la loro partecipazione nel PIL mondiale: è passata dal 7,5 % negli anni 90 a più del 15 % nel 2008 (Financial Times, 15-06-09). Si accentua il contrasto tra il declino delle economie super sviluppate del G-7 e quella emergente dei grandi paesi latinoamericani ed euroasiatici. I profili del debito pubblico degli uni e degli altri lo mostrano: quello degli Stati Uniti sale all’ 80 % del PIL, quello dell’Italia a più del 100 %, del Giappone al 199 %. Dall’altra parte del tavolo si incontrano, tra gli altri, il Brasile con il 45 %, Indonesia 34%, Corea del Sud 28%, Cina 18% e la Russia appena 6% (Global Research , 10-06-09). Il mono-impero dovrà quindi restringersi?

giovedì 25 giugno 2009

Il valore della "Democrazia"

Dittatura, democrazia, libertà, laicismo, religione. Tutte parole pesanti che, spesso, in Italia, siamo abituati ad usare un po’ al di fuori del loro contesto e con troppa disinvoltura, dimenticandoci cosa significano, superficialmente abituati come siamo, a dare tutto per scontato.
Ma, mentre nel nostro Paese la politica è scesa a livelli sempre più infimi, in Iran si susseguono violente repressioni con morti e feriti per le strade. Le immagini di quello che succedendo tornano alla mente in rapida successione. Cosa ne sappiamo noi dell’Iran? Poco e nulla. La rivoluzione islamica di Khomeyni sembra relegato nelle nebbie della storia, una rivoluzione di cui si ebbe coscienza coscienza per la prima volta leggendone le cronache romanzate dal best seller di Ken Follet. Recentemente poi Persepolis, la meravigliosa riduzione cinematografica del fumetto di Marjane Satrapi, ha contribuito a dare il suo supporto. Attraverso gli occhi della protagonista, le vicende iraniane assumevano una prospettiva a-storica,diventando universali: vicende di sempre e di tutti, di uomini e di donne comuni che nella vita di tutti i giorni si trovano a misurarsi con l’estremismo religioso contro la tolleranza e la laicità, con la dittatura contro la libertà, con ciò che si ritiene giusto contro ciò che è permesso dalla faqìh (la riduzione giurisprudenziale della sharì’a islamica, la “legge di Dio”).
Infatti, anche un regime modernista, come quello dello Shah, che promuoveva libertà politiche quali il voto alle donne o la laicizzazione delle scuole, ma che mancava la modernizzazione economica e sociale –– quindi incapace di creare benessere - ha finito per perdere quella solida base di consenso essenziale per guidare un paese. Il governo autocratico dello Shah ha quindi innescato quelle proteste e quelle insurrezioni che, sedate nel sangue, hanno favorito la vittoria degli ulema (o mullà) religiosi e permesso il ritorno dall’esilio dell’Ayatollah Khomeyni, decretando l’instaurazione, nel 1979, della Repubblica islamica. Da quel momento si ebbe anche una cruenta retrocessione dei diritti individuali a favore della restaurazione e del conservatorismo, classicamente di carattere religioso.
In un Iran, quindi, che oggi, volente o nolente, è attraversato dalla globalizzazione e dall’informazione internazionale ma dove i diritti più fondamentali sono ancora calpestati e dove il presidente Ahmadinejad minaccia continuamente il mondo con lo spettro atomico (paventando quindi il rischio perenne di una guerra), quanto potevano resistere le persone comuni? Quanto si può resistere al sopruso e alla perenne paura?
Sicuramente non molto e il fatto che le proteste si siano accese dopo le elezioni, ci dà la cifra di quanto quel momento di libertà e decisione collettiva rappresentasse, al contempo, uno sfogo e una speranza nel cambiamento. Al grido di “dov’è il mio voto?” si è riversata nelle strade e nelle piazze tutta la frustrazione per il mancato risultato elettorale. Di fronte all’impossibilità di un’alternativa poi, è ovvio che l’unica via a rimanere aperta è quella della violenza. L’Iran di oggi, quindi, sia da monito e memento per tutti del valore della democrazia.

martedì 23 giugno 2009

Sulle Soglie della Guerra

I 1.464 miliardi di dollari di spese militari nel pianeta e l’espansione geometrica dei guadagni dei consorzi di armi di Europa e Stati Uniti, sono la prova più inconfutabile della relazione simbiotica di sopravvivenza stabilita dal sistema capitalista con i conflitti armati e le occupazioni militari. L'uno si retroalimenta dall’altro e entrambi i termini dell'equazione formano la pietra angolare dell’esistenza stessa del sistema che oggi controlla il mondo. In un solo decennio le spese militari sono aumentate del 50% e di fronte alla crescente “militarizzazione” del pianeta una domanda perseguita gli esperti: per quale guerra si preparano le potenze?”
Finita l’Unione Sovietica e i processi della rivoluzione armata degli anni 70, oggi il sistema capitalista non ha nemici strategici che si domandino la possibilità di uno scontro militare aperto come durante l’epoca della Guerra Fredda.
Cionostante una spesa mondiale che sale ormai alla cifra incredibile di 1.464 miliardi di dollari (oltre ai miliardari affari per le industrie delle armi) marca uno scenario di crescente escalation militare delle potenze e dei paesi in tutti i continenti. Le potenze si preparano per una nuova guerra capitalista?
La spesa militare globale è cresciuta del 4% nel 2008 ed ha raggiunto la cifra record di $1.464 miliardi, il 50% in più rispetto al 1999, in base ad uno studio dell’Istituto di Investigazione per la Pace Internazionale di Stoccolma (SIPRI) divulgato nella capitale svedese.
“La crisi finanziaria globale ancora non ha avuto ripercussioni negli introiti e benefici delle grandi imprese delle armi”, segnala il SIPRI.
Questa cifra equivale al 2,4 % del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale e a 217 dollari per ogni abitante del pianeta, secondo l’organismo svedese.
Il più grande incremento spetta agli Stati Uniti (58%), le rispettive assegnazioni di Washington sono aumentate di 219.000 milioni di dollari dal 1999. Si sono quasi triplicate le spese militari in Cina e in Russia, fino a $ 42.000 milioni e $ 24.000 milioni rispettivamente.
Un notevole incremento delle spese militari è stato registrato in India, Arabia Saudita, Iran, Israele, Brasile, Corea del Sud, Algeria e Gran Bretagna, secondo il SIPRI. Di questa cifra, l’attuale preventivo della Difesa degli Usa supera il 50% del totale della spesa in armi nel mondo. Finalmente il “sogno americano” di Obama si materializza in numeri: il preventivo destinato all’area della Difesa (il Pentagono) che include le guerre militari e le politiche occupazionali si aggira sui 730.000 milioni di dollari per l’esercizio fiscale 2009. Allo stesso tempo, le occupazioni militari degli Usa in Iraq e in Afghanistan “hanno generato una spesa supplementare di 903.000 milioni di dollari solo per gli Stati Uniti” nel periodo 1999-2008, ha aggiunto Sam Perlo- Freeman, direttore del progetto del SIPRI sulla spesa militare.
La prima potenza imperiale è, senza sorpresa, il paese con le più grandi spesa in armi nel mondo, per il SIPRI.
Per il SIPRI le spese degli Stati Uniti già rappresentano quasi un 42% di tutto il totale, più che gli altri 14 paesi riuniti, nel lascito della politica dell’ex presidente George W.Bush. Dal 1999, le spese della difesa statunitense è aumentata di un 67% (a valuta costante), per situarsi in 607.000 milioni di dollari l’anno scorso e arrivare a 730.000 milioni nella finanziaria fiscale del 2009.
Le spese militari globali hanno raggiunto, nel 2007, 1.200 miliardi di dollari essendo aumentati i costi della “guerra al terrorismo” e delle operazioni dell’occupazione statunitense in Iraq e in Afghanistan.
“L’idea della 'guerra contro il terrorismo' ha stimolato molti paesi a vedere i propri problemi attraverso una lente altamente militarizzata, usando questo argomento per giustificare le loro alte spese militari”, spiega Sam Perlo-Freeman, investigatore dell’istituto svedese. In questo modo si verifica la relazione diretta della “guerra al terrorismo” con i guadagni e l’espansione dei consorzi di armi degli Usa, che risultano essere, insieme alle industrie petrolifere e alle aziende di servizi (che includono le compagnie di assicurazioni private), i principali beneficiari delle invasioni e delle occupazioni militari, sia in Iraq come in Afghanistan come nei conflitti attuali e potenziali nel M.O e in tutto il pianeta, tra i quali sono già pianificate azioni militari contro l’Iran e la Siria.
In un dossier di giugno del 2008, il SIPRI affermava che i 12 paesi del Sud America, dopo il summit dei Presidenti dell’UNASUR, realizzato a Brasilia, progettano di costruire un Consiglio di Difesa regionale, hanno aumentato le loro spese in armi durante il 2007 di un 25%. Si tratta di un record per i paesi di questa regione, che viene iscritto in una tendenza mondiale all’aumento della spesa in armi capeggiata dagli Usa.
In base ai dati del SIPRI, la spesa nella difesa dei paesi del Sud America ha raggiunto i 50000 milioni di dollari nel 2008 contro i 39961 nel 2007. La crescita della spesa militare corrisponde ad una tendenza generale dei paesi sud americani.
Per quanto riguarda la cifra globale della spesa del Sud America, il 55% (più della metà) con 27.40 milioni di dollari spetta al Brasile, che per popolazione, territorio e PIL rappresenta la metà dei 12 paesi della regione.
Nella lista delle più alte spese segue la Colomba con 6.746 milioni di dollari, cifra che viene destinata al Piano Colombia ed alla guerra contro la Farc, al terzo posto si trova il Cile con 5.395 milioni di dollari e quarto è il Venezuela con 3.321 milioni di dollari, paese che dà alla sezione militare priorità politica.
La Cina, come la Russia, ha triplicato negli ultimi dieci anni la sua spesa in armi, e nel 2008 si è convertita per la prima volta nel secondo paese della lista dopo gli Stati Uniti. Pechino e Mosca hanno triplicato il loro bilancio militare in questo periodo, e la Russia “mantiene i suoi piani di spendere ulteriormente nonostante i suoi severi problemi economici”, indica lo studio del SIPRI.
Il SIPRI calcola che la Cina ha comprato armi per un totale di 84.900 milioni di dollari, che rappresenta un 6% della spesa militare nel mondo, davanti alla Francia (4,5) e Gran Bretagna ( 4,5).
“ In Cina, l’aumento (della spesa in armi) segue da vicino la crescita economica ed è vincolato alle sue aspirazioni di incrementare il suo potere” nello scenario internazionale, dice il SIPRI.
La Russia, allo stesso modo che la Cina, ha approfittato dell’euforia economica degli anni precedenti alla crisi internazionale per riaffermare le sue ambizioni di superpotenza, salendo fino al quinto posto nella lista del SIPRI.
La spesa militare nel MedioOriente si è ridotta leggermente nel 2008, ma il SIPRI vede questa discesa come qualcosa di temporaneo dovuto al fatto che “molti paesi della regione (stanno) pianificando grandi acquisti di armi”. I paesi dell’Asia e del M.O aumenteranno la loro spesa militare durante i prossimi 20 anni per affrontare le tensioni che aumentano in queste regioni, ha detto questa settimana un alto rappresentate del gigante aerospaziale Boeing citato dalla agenzia EFE.
“Crediamo che questi mercati siano quelli che avranno più espansione”, ha dichiarato il presidente della Boeing Intergrated Defence Systems, Jim Albagh, alla stampa di Singapore. Ha spiegato che a molti governi dell’Asia e del M.O preoccupa molto l’aumento di focolai di tensione regionali e approfitteranno della spinta delle loro economie per investire più risorse nella protezione delle loro frontiere e delle rotte commerciali.
Il concetto di “capitalismo transazionale” significa, nell’era informatica, la presenza di un “capitalismo senza frontiere” poggiato su due pilastri fondamentali: la speculazione finanziaria informatizzata (con sede territoriale a Wall Street) e la tecnologia militare- industriale di ultima generazione (la cui massima espressione di sviluppo si concentra nel Complesso Militare Industriale degli Stati Uniti)
Come si è già verificato nella pratica, dopo che i carri armati e gli aerei nordamericani convertono in rifiuti infrastrutture, strade ed edifici dei paesi invasi militarmente, arriva l’esercito delle aziende transazionali a prendere al balzo la favolosa palla capitalista della “ricostruzione”.
La combinazione del superpotere militare Usa con il superpotere economico-finanziario di Wall Street, ha dato come risultato l’Impero Unico, il cui raggio d’influenza e dominio comprende più di 180 paesi nei quali gli Stati Uniti hanno una presenza diretta o un'influenza militare in questo momento.
In base ad un dossier della Comission on Reviw of Overseas Military Facility Structure of the Usa, gli Stati Uniti dispongono di più di 450000 militari effettivi nel mondo, quasi la metà in “situazione di combattimento”, contano su una rete di 825 installazioni militari in diversi luoghi del pianeta (15 grandi, 19 medie e 826 di grandezza minore), 5 comandi funzionali aerei, terrestri e navali (tra di loro il Comando Sud e la IV flotta) e 5 comandi geografici, ai quali si è aggiunta la recente creazione dell'AFRICOM.
L’attuale preventivo destinato alla Difesa è 15 volte superiore a quello destinato al Dipartimento di Stato, ed il Pentagono dispone di 200 volte il personale destinato all’area della politica estera.
Per avere un’idea approssimativa della cifra totale destinata alla Difesa Usa nel 2009, la stessa equivale a più del doppio del PIL (produzione annuale) di un paese petrolifero come il Venezuela e a più del triplo del PIL del Cile, e a quasi 20 volte quello della Bolivia.
Ma c’è un paragone ancora più da incubo: quello che richiede l’ONU per “combattere la fame” nel mondo (700 milioni di dollari) equivale a solo l’1 % della finanziaria per la Difesa Usa. Il Pentagono farà la parte del leone nella finanziaria del 2009 con 730.000 milioni di dollari destinati a sostenere la gigantesca struttura militare della prima potenza imperiale su scala globale.
Inoltre, la siderale finanziaria della Difesa ingrassa l’espansione geometrica dei guadagni dei consorzi di armi del Complesso Militare Industriale statunitense, ed è la prova più irrefutabile della relazione simbiotica di sopravvivenza stabilita tra il sistema capitalista sionista con i conflitti armati e le occupazioni militari.
In questo scenario- come si può apprezzare dalla grandezza della finanziaria per la Difesa- i primi passi del “sogno americano” di Obama sono già cominciati. Benvenuti sulla soglia della Terza Guerra Mondiale.

lunedì 22 giugno 2009

I poveri di Ahmadinejad


Da Massimo Fini riceviamo e publichiamo volentieri il suo intervento.- PiermaFrost

Il ministro Bondi, replicando a certe farneticazioni di D’Alema, ha affermato: “Chi ha vinto le elezioni ha il diritto di governare”. Ineccepibile. Ma questo principio non vale a Teheran, dove il presidente uscente Ahmadinejad ha vinto le elezioni con il 62,64% contro il 34,7% del suo principale avversario, il “moderato” Mousavi.

I sostenitori di quest’ultimo, affermando che la vittoria di Ahmadinejad è frutto di brogli, non hanno accettato il verdetto delle urne e sono scesi in piazza incendiando automobili, cassonetti, spaccando vetrine, creando posti di blocco. E tutta la stampa occidentale si è schierata al suo fianco. Ora, spostamenti attraverso brogli, del 30% dei voti non sarebbero possibili nemmeno in una dittatura bulgara. Se così non fosse Mousavi non avrebbe potuto svolgere del tutto liberamente la propria campagna elettorale, con cortei, manifestazioni di piazza e tutto quanto occorre per cercare il consenso.

Ha detto Ahmadinejad: “Per gli occidentali le elezioni sono valide quando vincono i loro amici, sono nulle se le vincono i loro avversari”. Purtroppo ha ragione. C’è il precedente del 1991 in Algeria quando le prime elezioni libere dopo trent’anni di una dittatura sanguinaria furono vinte dal Fis (Fronte islamico di salvezza) con il 78% dei voti e subito annullate, con il plauso e le pressioni dell’Occidente, dando così origine alla sanguinosa guerra civile algerina.
Noi abbiamo una percezione completamente distorta dell’Iran, lo consideriamo un residuo del Medioevo. Nella Repubblica teocratica si può abortire fino al 45° giorno, esiste il divorzio, l’operazione per cambiare sesso è pagata dalla mutua, la prostituzione è legale, il numero dei laureati è superiore al nostro, le donne votano e, benché portino il velo (il gran chiodo fisso dell’Occidente), possono accedere a tutti i mestieri.
Quando negli anni ’80, seguendo la guerra che Saddam aveva sostenuto contro l’Iran, sono stato a lungo a Teheran, notai che anche la piccola borghesia iraniana non solo conosceva i nostri grandi, Dante, Petrarca, Boccaccio, ma leggeva Moravia e Calvino, gli autori del momento. Noi della cultura persiana conosciamo, quando va bene, Omar Kayam.
Caliamo quindi le arie.
Se Ahmadinejad ha vinto è perché rappresenta gli interessi e i valori dei due terzi della popolazione iraniana, quella più povera, disagiata anche se non necessariamente la più incolta, mentre Mousavi rappresenta i ricchi che strizzano l’occhio all’Occidente. E a noi piacerebbe tanto che si tornasse all’Iran dello Scià (propagandato dai nostri Oggi e Gente che ci facevano vedere Soraya o Farah Diba che passavano da una vacanza all’altra), dove una sottilissima striscia di borghesia, il 2%, faceva vita da nababbi e il resto della popolazione pativa la fame.

Massimo Fini

domenica 21 giugno 2009

I telefoni sull'Iran

La notizia di una possibile frode elettorale si è sparsa per Teherán alla velocità della luce e ha fatto scendere in piazza i sostenitori dell’ayatollah Rafsanjani contro quelli dell’ayatollah Khamenei. Questo caos è stato provocato dietro le quinte dalla CIA, che semina la confusione sommergendo gli iraniani di SMS contraddittori. Thierry Meyssan spiega questo esperimento di guerra psicologica.
"Nel marzo del 2000 la segretaria di Stato Madeleine Albright ha riconosciuto che l’amministrazione Eisenhower organizzò un cambio di regime in Iran nel 1953 e che questo avvenimento storico spiega l’attuale ostilità degli iraniani per gli Stati Uniti. La settimana passata, durante il suo discorso al Cairo rivolto ai mussulmani, il presidente Obama ha riconosciuto ufficialmente che «in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo nell’abbattimento di un governo iraniano eletto democraticamente".
A quell'epoca, l’Iran era controllato da una monarchia da operetta diretta dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Questi era stato insediato sul trono dai britannici, che avevano obbligato suo padre, l’ufficiale cosacco filonazista Reza Pahlavi, a dimettersi. Però lo shah si ritrovava un Primo Ministro nazionalista, Mohammed Mossadeq. Quest’ultimo, con l’appoggio dell’ayatollah Abu al-Qassem Kachani, nazionalizzò le risorse petrolifere. Furiosi, i britannici convinsero gli Stati Uniti a fermare la deriva iraniana prima che il paese sprofondasse nel comunismo. Allora la CIA mise in moto l’«Operazione Ajax», diretta ad abbattere Mossadeq con l’aiuto dello shah e sostituirlo con il generale nazista Fazlollah Zahedi, fino allora imprigionato dai britannici. Zahedi instaurò il regime di terrore più crudele dell’epoca, mentre lo shah faceva da copertura ai suoi abusi posando per le riviste di gossip occidentali.
"L’Operazione Ajax fu diretta dall’archeologo Donald Wilber, lo storico Kermit Roosevelt (nipote del presidente Theodore Roosevelt) e dal generale Norman Schwartzkopf senior (il cui figlio omonimo fu comandante dell’Operazione Tormenta nel Deserto). Tale operazione è tuttora un modello di sovversione. La CIA progetta uno scenario che dà l’impressione di una sollevazione popolare mentre si tratta di un’operazione segreta. Il punto culminante dello spettacolo fu una manifestazione a Teheran, con 8.000 comparse pagate dall’Agenzia, per fornire foto convincenti alla stampa occidentale".
La storia si ripete? Washington ha rinunciato ad attaccare militarmente l’Iran e ha dissuaso Israele da prendere questa iniziativa. Per ottenere un «cambio di regime», l’amministrazione Obama preferisce giocare la carta -meno pericolosa anche se più incerta- dell’azione segreta. In occasione delle elezioni presidenziali iraniane, grandi manifestazioni contrappongono nelle piazze di Teheran i sostenitori del presidente Mahmud Ahmadinejad e la sua guida Ali Khamenei da una parte e i sostenitori del candidato sconfitto Mir Hossein Moussavi e dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altra. Tali manifestazioni riflettono una profonda divisione nella società iraniana tra un proletariato nazionalista e una borghesia che lamenta la sua emarginazione dalla globalizzazione economica. Agendo dietro le quinte, Washington cerca di influire sugli avvenimenti per abbattere il presidente rieletto. Ancora una volta l’Iran è un terreno di sperimentazione di metodi innovativi di sovversione. Nel 2009 la CIA si basa su una nuova arma: il controllo dei telefoni cellulari. Da quando c’è stata una diffusione generalizzata dei cellulari, i servizi segreti anglosassoni hanno moltiplicato le loro capacità di intercettazione. Mentre l’ascolto dei telefoni fissi necessita dell’installazione di cavi di derivazione, e pertanto di agenti sul terreno, l’ascolto dei cellulari si può fare a distanza grazie alla rete Echelon. Tuttavia questo sistema non permette di intercettare le comunicazioni telefoniche via Skype, e da qui il successo dei telefoni Skype nelle zone di conflitto. Così la National Security Agency (NSA) ha di recente proposto ai provider di tutto il mondo di fornire la loro collaborazione. Quelli che hanno accettato sono stati retribuiti generosamente.
Nei Paesi che occupano -Iraq, Afghanistan e Pakistan- gli anglosassoni intercettano tutte le conversazioni telefoniche effettuate tramite cellulari o in connessione con questi. L’obiettivo non è quello di ottenere trascrizioni di questa o quella conversazione, ma individuare le «reti sociali». In altre parole i telefoni sono i delatori che permettono di conoscere con chi si relaziona una certa persona. A partire da qui si possono individuare le reti di resistenza. Successivamente i telefoni permettono di localizzare gli obiettivi individuati e «neutralizzarli».
Per questo nel febbraio 2008 i ribelli afghani hanno ordinato ai diversi gestori di interrompere le loro attività tutti i giorni dalle 17:00 alle 3:00, per impedire che gli anglosassoni seguissero i loro movimenti. Le antenne di quelli che non hanno obbedito a quest’ordine sono state distrutte.
Al contrario (eccetto la centrale telefonica danneggiata per errore), l’esercito israeliano si è ben guardato di bombardare le antenne telefoniche a Gaza durante l’operazione Piombo Fuso nel dicembre 2008-gennaio 2009. Qui compare un cambiamento totale di strategia da parte degli occidentali. Dalla guerra del Golfo prevaleva la «teoria dei cinque anelli» del colonnello John A. Warden: il bombardamento delle infrastrutture telefoniche era considerato un obiettivo strategico per diffondere la confusione nella popolazione e contemporaneamente interrompere le comunicazioni tra i centri di comando e i combattenti. Ora è il contrario, è necessario proteggere le infrastrutture delle telecomunicazioni. Durante i bombardamenti di Gaza, l’operatore Jawwal ha fornito credito ai suoi abbonati, ufficialmente per aiutarli, in realtà per interesse degli israeliani.
Spingendosi più oltre, i servizi segreti anglosassoni e israeliani hanno sviluppato metodi di guerra psicologica basati sull’utilizzo estensivo dei cellulari. Nel luglio 2008, dopo lo scambio di prigionieri e cadaveri tra Israele e Hezbollah, i robot hanno inviato decine di migliaia di chiamate ai cellulari libanesi. Una voce in arabo avvertiva di non partecipare in alcun modo alla resistenza e denigrava Hezbollah. Il ministro libanese delle Telecomunicazioni Jibran Bassil, ha presentato una denuncia all’ONU contro questa flagrante violazione della sovranità del Paese.
Sulla stessa linea, decine di migliaia di libanesi e siriani ricevettero una chiamata automatica, nell’ottobre 2008, che offriva 10 milioni di dollari per qualsiasi informazione che permettesse di localizzare e liberare i soldati israeliani prigionieri. Le persone interessate a collaborare dovevano rivolgersi a un numero nel Regno Unito.
Questo metodo viene ora utilizzato in Iran per intossicare la popolazione con la diffusione di notizie allarmistiche e per canalizzare il malcontento che suscitano.
In primo luogo è stata diffusa via SMS durante la notte dello scrutinio la notizia che il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (equivalente al Tribunale Costituzionale) aveva informato Mir Hossein Moussavi della sua vittoria. Così l’annuncio, diverse ore dopo, dei risultati ufficiali -la rielezione di Mahmud Ahmadinejad con il 65% dei voti- apparve come un’enorme frode. Tuttavia, tre giorni prima, Moussavi e i suoi amici consideravano sicura la netta vittoria di Ahmadinejad e si sforzavano di spiegarla con gli squilibri nella campagna elettorale. Così l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani articolava le sue lamentele in una lettera aperta. Gli istituti statunitensi di sondaggi in Iran pronosticavano un vantaggio di Ahmadinejad di 20 punti su Moussavi. In nessun momento è parsa possibile la vittoria di Moussavi, anche se è probabile che i brogli abbiano accentuato il margine tre i due candidati.
Successivamente sono stati selezionati dei cittadini tra quelli che si sono fatti conoscere in Internet per conversare su Facebook o tra gli abbonati alle linee di informazione Twitter. Quindi hanno ricevuto, sempre tramite SMS, le informazioni -vere o false- sull’evoluzione della crisi politica e sulle manifestazioni in corso. Si trattava di messaggi anonimi che diffondevano notizie di sparatorie e di numerosi morti; notizie che ad oggi non hanno avuto conferma. Per una sfortunata coincidenza di calendario, l’impresa Twitter ha dovuto sospendere il servizio per una notte, il tempo necessario per la manutenzione delle sue installazioni. Ma il Dipartimento di Stato USA è intervenuto per obbligarla a sospendere questa operazione. Secondo il New York Times, queste azioni hanno contribuito a seminare la sfiducia nella popolazione.
Simultaneamente, con un nuovo sforzo, la CIA ha mobilitato i militanti anti iraniani negli Stati Uniti e nel Regno Unito per aumentare il disordine. E’ stata distribuita una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:
- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.
- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.
-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo.
Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro.
Gli stati maggiori di tutto il mondo seguono con attenzione gli avvenimenti a Teheran. Tutti cercano di valutare l’efficacia di questo nuovo metodo di sovversione nel laboratorio iraniano. E’ ovvio che il processo di destabilizzazione ha funzionato. Ma non è sicuro che la CIA possa canalizzare i manifestanti perché essi stessi facciano quello che ha rinunciato a fare il Pentagono se non desiderano farlo: cambiare il regime, chiudere con la rivoluzione islamica.

sabato 20 giugno 2009

La verità contro i miti

Metz, Francia. La visita in Normandia del presidente americano Barack Obama, per commemorare il 65mo anniversario dello sbarco, ci ha portato a riflettere sull’intero corso della Seconda Guerra Mondiale e sulla sua perdurante propaganda come sui miti che tuttora ne circondano il ricordo. Ci sono almeno quattro di questi “miti” che sono particolarmente irritanti e fuorvianti.
- Primo: L’esercito francese non si è semplicemente arreso né è fuggito via nel 1940, così come proclamano gli Americani conservatori che non sanno nulla. Il Blitz tedesco che fra il maggio ed il giugno 1940 ha colpito la Francia travolgendo e scuotendo le sue armate come foglie sotto una tempesta, ha segnato una rivoluzione storica nel modo di condurre la guerra. La guerra lampo ha agito unendo la rapidità di movimento delle armate e della fanteria mobile, la precisione dei punti da bombardare, una logistica di supporto flessibile e nuove alte tecnologie in 3 C: comando, controllo e comunicazioni. Nel 1940 la Germania era al vertice nel mondo per le tecnologie avanzate: il 75% di tutti i trattati tecnologici erano perciò stati scritti in tedesco. Le armate francesi ed i generali, addestrati a rispondere secondo i metodi della I Guerra Mondiale, furono sopraffatti da questo modo veloce di combattere. La Francia si basava ancora su una popolazione che in larga parte si occupava di agricoltura. L’attacco lampo, che ora viene adottato da tutte le forze armate più moderne, era studiato per colpire la mente più che il corpo, paralizzando la sua capacità di gestire grandi spiegamenti di forze o di combattere. I tedeschi chiamarono “pallottola d’argento” questa loro strategia.
E in effetti lo era. La Francia si affidava ancora ai corrieri per consegnare informazioni vitali. La Germania fu leader nel mondo nell’uso delle radiocomunicazioni mobili. E’ stupefacente sapere che il comandante in capo delle Forze armate francesi, Generale Gamelin, non aveva ancora il telefono nel suo quartier generale appena fuori Parigi. Le forze di spedizione inglesi ben preparate, furono battute in Francia altrettanto velocemente di quelle francesi, e si salvarono soltanto abbandonando i loro alleati francesi e dileguandosi attraverso il canale della Manica. Nessuna armata al mondo, in quel momento avrebbe potuto resistere davanti alla guerra lampo tedesca, strategicamente pianificata dal brillante Erich Von Manstein e portata avanti dagli audaci Heinz Guderian ed Erwin Rommel, tre dei più grandi generali della storia moderna.
Ma essi furono anche incredibilmente fortunati. Una bomba su un ponte tedesco sulla Mosa, o l’impossibilità di attraversare la foresta delle Ardenne con i mezzi bellici avrebbero potuto significare una differenza sostanziale tra vincere e perdere. I Francesi avevano momentaneamente spostato le riserve più deboli proprio nel settore che la Germania attaccò. Fu, come ebbe a dire Wellington dopo Waterloo, un dannato vicolo cieco. La nuova fluida tattica germanica infranse le armate francesi. Essi non riuscirono a riordinare le loro file nonostante la loro fiera resistenza. Gli agili panzer tedeschi furono costantemente dietro di loro incalzandoli. Una ritirata sotto il fuoco è la più difficile e pericolosa delle azioni militari. Dopo sei settimane, e la pugnalata alle spalle dell’Italia di Mussolini, le armate francesi furono disintegrate. La Francia perse 217 mila uomini e altri 400 mila feriti. Paragonate queste cifre alle perdite dell’America, 416 mila morti, in quattro anni di guerra nel Pacifico e in Europa. Ma alla fine la Francia non soffrì una perdita pari a quella della I Guerra Mondiale : 2 milioni di morti. La Germania perse 46 mila uomini nel corso delle varie azioni, altri 121 mila furono feriti e perdette 1000 velivoli. Se paragoniamo i dati, gli Stati Uniti, l’Inghilterra e il Canadà persero qualcosa come 10 mila soldati fra morti e feriti nel giorno dello sbarco in Normandia.
-Secondo. Le fortificazioni francesi della Linea Maginot non furono tecnicamente aggirate, come racconta il mito. I tedeschi attaccarono la zona Nord Occidentale della parte terminale della Linea, passando attraverso la foresta Belga-francese delle Ardenne, lungo una strada che era stata creata in precedenza, nel 1939, dall’esercito francese che aveva svolto in questa zona le esercitazioni belliche. Fu l’immobilità dell’esercito francese che fallì e non la Linea Maginot. Può anche essere stata troppo costosa, avere richiesto l’impegno di troppi uomini ed essere diventata il simbolo del modo di difendersi della Francia, ma la grande struttura fortilizia (la Grande muraglia di Francia) adempì bene lo scopo per cui era stata costruita. La Linea era stata progettata solo per difendere le industrie del carbone e dell’acciaio dell’Alsazia e della Lorena, e lo fece.
I tedeschi decisero che un attacco alla Linea sarebbe stato troppo costoso in termini di uomini ed optarono per una strada diversa, attraverso il Belgio.
Ma a causa della falda freatica delle Fiandre e del fatto che la Francia non aveva voluto costruire fortificazioni davanti agli alleati belgi, i confini Franco-Belgi avevano solo ridottissime difese fisse.
Per ironia della sorte, dopo che i tedeschi erano entrati a Sedan, sulla Mosa, un distaccamento dei Francesi, tenuto di riserva per proteggere questo punto vitale, si spostò ad est sulla breccia di Stenay per proteggere la Linea Maginot da un aggiramento e in tal modo aprì la strada ai panzer di Guderian che entrarono così nella Francia Nord Occidentale dietro le linee francesi. La seconda grandiosa operazione anfibia nell’Europa Occidentale durante la II Guerra Mondiale fu l’attraversamento del Reno, un fatto completamente dimenticato, che i tedeschi effettuarono sotto il fuoco nemico nel Giugno del 1940. Quelli che difesero l’inconquistata Maginot mantennero la loro posizione sino all’armistizio. Quelli che hanno preso in giro la Francia per avere costruito una fortezza che supponevano “aggirabile” dovrebbero conoscere le “inespugnabili” moderne fortificazioni statunitensi a Manila e il Forte Singapore edificato dagli inglesi che furono entrambe presi alle spalle dall’esercito imperiale giapponese. Le tanto vantate difese della “Westwall” e costiere non si comportarono meglio.
-Terzo. La Wehrmacht e la Luftwaffe tedesche furono sconfitte molto prima dello sbarco. Nel commemorare la guerra, dobbiamo ricordare il coraggio e il valore degli intrepidi soldati e piloti russi che, come i soldati tedeschi, combatterono in modo magnifico sebbene per un regime criminale. La Seconda Guerra Mondiale in Europa non fu vinta per lo sbarco in Normandia, come vuole il mito. L’esercito e l’aviazione tedesche erano già state sconfitte dalle titaniche battaglie del fronte orientale.
I numeri parlano da soli. Gli eserciti Sovietici distrussero il 75 / 80% delle divisioni tedesche, 4 milioni di soldati, e la maggior parte della Luftwaffe. La Russia perdette almeno 14 milioni di uomini ed un analogo numero di civili. L’Armata rossa distrusse 507 divisioni Axi. Sul fronte occidentale, dopo lo sbarco, gli alleati distrussero 176 divisioni tedesche in cattive condizioni.
Quando gli alleati atterrarono in Normandia, incontrarono le forze tedesche già colpite e prive di copertura aerea, in difficoltà per la mancanza di carburante e di rifornimenti, incapaci di muoversi in tempi brevi. Nonostante questo i tedeschi combatterono come tigri. Se gli americani, gli inglesi e i canadesi avessero dovuto affrontare la Wehrmacht e la Luftwaffe del 1940 il risultato sarebbe stato molto diverso.
- Quarto. La Seconda Guerra Mondiale non fu una lotta tra il bene e il male, tra le democrazie occidentali e le potenze totalitariste, come tuttora erratamente si ritiene. Fu un conflitto per i territori e per le risorse che ha visto contrapporsi tra loro l’Impero Britannico che controllava il 25% dell’intero globo, l’Impero Francese, l’Impero Olandese e quello Belga e, più tardi, l’impero Statunitense (che possedeva le Filippine, possedimenti nel Pacifico, l’isola di Cuba e l’America Centrale), contro gli imperi italiano e Giapponese. L’Unione Sovietica era essa stessa un Impero. Nel 1939, le uniche grandi potenze senza colonie, che quindi non rappresentavano un potere imperiale, erano la Germania (che aveva perso le sue poche colonie nella Prima Guerra Mondiale) e la Cina. Una volta conclusa la guerra l’Inghilterra e l’Olanda, che protestarono per avere subìto le crudeltà dell’occupazione nazista, chiesero di poter riavere le loro antiche colonie, alcune delle quali avevano dichiarato la propria indipendenza.
E’ difficile chiamare tutto questo una crociata per la libertà. Fu certamente una liberazione per la popolazione bianca della Germania e dell’Europa occupata. Ma non lo fu per le popolazioni dell’Asia e dell’Africa. Comunque, alla fine, la guerra mise in moto forze che avrebbero sicuramente determinato la fine del colonialismo. Il collasso dell’Impero britannico, che Winston Churchill aveva cercato di difendere ad ogni costo, aprì la strada alla decolonizzazione di tutto il mondo. E questo non dobbiamo dimenticarlo.

venerdì 19 giugno 2009

Strani soldi

E’ già diventata un gossip la notizia di qualche giorno fa riguardante il maxi-sequestro di titoli di stato americani per il valore di 134,5 miliardi dollari (si letto bene miliardi). Del resto 134 miliardi di dollari sono un pò tantini per passare inosservati. Eppure, il caso – per quanto bizzarro – è stato praticamente ignorato dai grandi media statunitensi, aggiungendo mistero al mistero.
Faccio il punto della situazione per chi non è al corrente della faccenda. Il 3 giugno scorso la Guardia di Finanza italiana ferma a 40 km da Chiasso due uomini giapponesi sulla cinquantina che viaggiavano su un treno diretto in Svizzera. Durante la perquisizione si scopre che i due uomini stavano cercando di esportare oltre 134 miliardi di dollari in buoni del tesoro emessi dalla Federal Reserve statunitense nascosti in uno scompartimento segreto dei loro bagagli. La cosa ancora piu’ sconcertante è che il ‘bottino’ era rappresentato da 249 bond del valore nominale di 500 milioni di dollari ciascuno e 10 bond Kennedy da 1 miliardo cad. Al momento non è ancora stato accertato se i titoli sequestrati siano autentici o dei falsi. Entrambe le possibilità offrono degli scenari da panico internazionale.
Dopo essere apparsa su alcune testate giornalistiche italiane (vedi ad es. La Repubblica del 5 giugno e Il Giornale del 6 giugno), la notizia è scomparsa dai media nazionali e solo ora riemerge nella blogosphere con dettagli sempre piu’ allarmanti. Ne cito solo alcuni:
- Nonostante l’enorme somma sequestrata, sembra che i due giapponesi siano stati rilasciati dalle autorità italiane con una minaccia di dover pagare una multa di 38 miliardi di euro (pari a circa il 40% del valore totale) nel caso i bond sequestrati fossero autentici. Gulp! A questo proposito il blog Informazione Scorretta osserva che 38 miliardi di euro corrispondono a circa un paio di manovre finanziarie italiane… una somma che ci salverebbe dal baratro economico per un pò. Eppure, come ho già detto, nessuno ne parla. Mah.
- Secondo la Guardia di Finanza di Como che sta investigando sul caso si tratta quasi certamente di titoli falsi dato che nel 1934, data riportata sui bond sequestrati, non esistevano titoli con un taglio così alto. Se davvero fosse così ci sarebbe da chiedersi chi sono i mandanti di una simile operazione. Perché se è vero che da sempre numerosi paesi ospitano illustri falsari che producono enormi quantità di banconote da 100 dollari false, nel caso in questione il fatto che si tratti di bond di tagli così elevati fa pensare a manovre che profumano di complotto politico. A questo proposito AsiaNews osserva:

"Vale la pena ricordare che vi sono alcuni precedenti storici. Durante la Seconda guerra mondiale molti Paesi hanno messo in circolazione banconote nemiche perfettamente contraffatte. In certi casi le stesse banche centrali, come ad esempio la Banca d’Italia sessantacinque anni fa – ed è un fatto storicamente accertato -hanno emesso esse stesse due o più titoli iscritti nel registro del debito pubblico nazionale con identico codice. In tal modo si poteva emettere più moneta, tutta egualmente autentica, di quanta veniva ufficialmente dichiarata. Sessantacinque anni fa era però in corso una cruenta guerra mondiale, oggi no (almeno non dichiarata).
Chi potrebbe beneficiare dall’instabilità finanziaria di un paese come gli Stati Uniti? Già chi sà chi sia....

- Un’altra pista emersa nei giorni scorsi è quella che implica direttamente il Ministero del Tesoro americano. A questo proposito, secondo il periodico AmericaOggi potrebbe trattarsi di fondi del Tarp, Troubled Asset Relief Program, il fondo speciale del governo americano di sostegno per i titoli finanziari “problematici”. I soldi in questione sarebbero cioè dei fondi emessi dal Ministero del Tesoro statunitense che non sono ancora stati impegnati e che sono stati “inaspettatamente” scoperti dall’amministrazione di Obama in attesa di poterli usare senza dover chiedere un’ulteriore approvazione dal Congresso. Domanda: e che ci facevano ben 134 miliardi di dollari TARP nelle mani di due giapponesi su un treno italiano diretto in Svizzera? Perché cioè stavano uscendo zitti zitti dal nostro Paese nelle mani di due illustri sconosciuti di nazionalità asiatica?
- Il blog Informazione Scorretta invece suggerisce l’ipotesi del complotto russo, osservando che stranamente la cifra di 134 miliardi corrisponde quasi esattamente all’importo complessivo dei bond che a marzo di quest’anno erano nelle mani di investitori russi. Doppio mah. Oppure anche no, dato che gli stessi russi proprio in questi giorni minacciano apertamente di tagliare i loro investimenti in buoni del tesoro agli Stati Uniti. Se il bottino di Chiasso fosse stato loro non ci sarebbero annunci ufficiali da parte della Banca Centrale di Mosca. O no? A meno che l’annuncio serva a mascherare qualcosa andato storto. Mha!
- C’è invece chi esclude categoricamente che i buoni del tesoro sequestrati siano dei falsi facendo presente che il loro taglio è troppo alto per essere negoziato clandestinamente senza dare nell’occhio. Secondo alcuni economisti, gli unici a possedere bond di questo tipo sono solo le banche centrali. Banche come, ad esempio – io la butto lì – quella giapponese che cercherebbe di vendere i suoi titoli americani al miglior offerente senza farsi troppo notare da paesi come Cina o Russia che stanno pensando di fare la stessa cosa prima che sia troppo tardi. A questo proposito è interessante osservare che proprio l’altro giorno il ministro degli Interni giapponese Kunio Hatoyama ha inviato una lettera di dimissioni con una giustificazione ritenuta da alcuni poco credibile connessa ad un disaccordo relativo alla conferma di un incarico di vertice alle Poste giapponesi… Magari lui ne sa qualcosa di tutta sta facenda. Triplo mah.
Un’ultima considerazione, come fa notare la stessa AmericaOggi, nel caso i bond si rivelino autentici c’è da chiedersi come si comporterà il nostro governo in merito alla penale:
Imporrà il pagamento di una penale da 38 miliardi di euro – rischiando uno scontro con Paesi alleati – o, senza versamento dell’ammenda, restituirà i titoli al Paese proprietario – mostrando al mondo intero che l’Italia è una sorta di protettorato semicoloniale e soprattutto violando la legge e la Costituzione italiana? Per il premier Berlusconi si tratta (si tratterebbe) di una bella responsabilità anche personale, visto che le conseguenze legali e penali sono (sarebbero) a suo carico.
E io che pensavo che certe storie esistessero solo nei film di 007.

giovedì 18 giugno 2009

"Veline" poco velate

Recentemente il Times di Londra è arrivato a scrivere un editoriale dove chiama il capo di governo di un Paese europeo (il nostro) “clown” e “buffone sciovinista”, e ciò solo per motivi di indignazione politica. Un quotidiano della portata del Times, voce del conservatorismo mondiale, non si muove così violentemente per così poco (Noemi e festini), né è pensabile che abbiano scoperto solo oggi che Silvio Berlusconi alla guida del G8 è come un elefante dentro una cristalleria. La scusante ufficiale per quell’editoriale di fuoco ai danni del Cavaliere è risibile. Che il "Cavaliere" sia capace di farsi male da solo, che basi il suo personalismo sul sostgegno e sulla propaganda dei media e che molto spesso diventa ridicolo anche nel suo modo di procedere, non toglie forza ad un motivo certamente più importante sotteso a talii attacchi. Per analogia possiamo far riferimento alla caduta dal potere del dittatore indonesiano Suharto nel 1998. Uno dei peggiori assassini di massa del XX secolo, era il cocco di mamma degli USA e della Gran Bretagna, che lo adoravano perché obbediva puntigliosamente a ogni diktat dell’establishment economico neoliberale d’Occidente e soddisfaceva ogni sua voracità di profitto, naturalmente a scapito dell’esistenza di milioni di disgraziati suoi connazionali.
Nel 1997 Suharto fece l’errore delle sua vita: disobbedì al Tesoro americano (leggi Fondo Monetario Internazionale), una sola volta. L’allora Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, gli disse due parole secche. Fine di Suharto.
Molto probibilmente lo stesso meccanismo potrebbe essere messo in opera col nostro capo di governo, reo di aver fatto fatto qualcosa di non gradito, o che stia obbedendo a tali interessi esogeni al nostro paese. Da quì l’attacco del Times.
Una ipotesi che lo possa spiegare la si trova seguendo la pista che gli investigatori del Watergate intrapresero: seguire i soldi. Per l’establishment degli interessi coinvolti del resto non è altrettanto facile sbarazzarsi di Berlusconi rispetto a Suharto, dato che le cose sono molto più complesse per un capo eletto democraticamente. Di mezzo c’è la sua gente (noi) che (ahimè) lo vota, e continua a votarlo. In quei casi la strategia è altra, e nel mondo anglosassone si chiama ‘character assassination’. Lo si dipinge sui maggiori media compiacenti come uno scandaloso incapace (anche se fosse vero, dovrebbero essere gli italiani a dirlo), si fanno cordate con alcuni media dell’opposizione interna, e si spera che in tal modo egli ne riceva un danno elettorale e, soprattutto, gli si manda un messaggio, chissà mai che non si ravveda. Purtroppo per i manovratori, in questo caso hanno a che fare con gli italiani, e questo non l’avevano valutato appieno.
Berlusconi entrò sulla scena politica facendosi passare come il tipico Liberista economico (Liberal Economics), colui cioè che invoca privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Nelle Corporate Boards della City di Londra come a Bruxelles fu un giubilo unico. Era il 1994, Tangentopoli aveva appena eliminato quella fastidiosa classe politica così statalista, popolana, centralista, che non piaceva affatto alla classe dei neoliberisti rampanti di Londra e Washington. L’ipotesi che Tangentopoli sia stata teleguidata dall’esterno proprio per far strada alla Liberal Economics sul modello Thatcher/Reagan, non è cospirazionismo beceero. Fu discussa molto seriamente in un convegno in una sera estiva del 2002 con l’ex magistrato del pool Gherardo Colombo durante una tavola rotonda sull'argomento.Dopo pochi mesi fu chiaro che l’uomo di Arcore era tutto meno che un purista del mercato. Prima cosa, nella sua compagine di governo troneggiavano (ancora oggi) partiti simil-nazionalisti con legami molto radicati con le classi medio-basse, e avversi al concetto di leadership finanziaria sovranazionale incontrastata. Secondo, e ancor più cruciale, Berlusconi non dava segno di voler trasformare la ricca Italia in una trincea del capitalismo speculativo d’assalto, col minor numero di regole possibili, e paradiso degli investitori selvaggi. E mai lo ha fatto. L’Italia dei tre mandati del Cavaliere rimane ancora oggi un Paese tradizionalista nel Capitale, nelle banche, zeppo di zavorre statali, poco profittevole (questo fra parentesi ci ha salvato in sostanza dal crack finanziario USA, ma agli investitori frega nulla di noi cittadini e dei nostri risparmi). L’ipotesi di fondo è dunque che nella stanza dei bottoni i famelici Padroni si siano spazientiti dopo anni di frustrazione dei loro piani per l'Italia, ergo l’attacco del Times (sicuramente l'inizio di una lunga serie).
Nel 2004 la prestigiosa e influente fondazione di destra neoliberale Stockholm Network di Londra pubblica un rapporto dove si legge “Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (due teorici ultra Liberisti italiani) sono delusi dalla differenza fra la retorica del Libero Mercato di Silvio Berlusconi e la sua reale capacità di fornire le tangibili riforme dell’ostinata burocrazia statale italiana”. Parole che trovano eco su decine di pubblicazioni della destra economica europea, sigle troppo oscure per questo contesto, ma tutte improntate a un senso di delusione verso le politiche economiche di Silvio. Passano due anni e il noto Economist (che non è proprio quel bastione di progressismo che si pensa) scrive: “L’Italia necessita urgentemente di riforme radicali, ma la coalizione di Berlusconi, che in teoria doveva essere dedita al Liberismo economico, ha fatto quasi nulla nei suoi 5 anni al governo”. Da notare che siamo nel 2006, a poco dall'avvento del governo Prodi, che riceverà in quegli anni il plauso di una ridda di fanatici del Libero Mercato, come il Fondo Monetario Internazionale, e il motivo c’è. Prodi alla Commissione Europea fu uno dei falchi del Liberismo economico, e nella stanza dei bottoni sapevano bene a quel punto che per ottenere le radicali riforme del lavoro e della finanza, in Italia era sui dalemiani che bisognava puntare, visti i tentennamenti di Silvio. Dopo pochi giorni esce il tedesco Der Spiegel: “L’amministrazione Berlusconi non ha mai mantenuto le promesse di taglio alle tasse, ulteriori privatizzazioni, e riforme strutturali necessarie per aumentare la competitività e privare le burocrazie del potere”.
Dopo pochissimo dall’elezione di Prodi, l’università di Harvard negli USA indice un seminario ultra neoliberal sull’economia italiana, presente anche Gianfranco Pasquino. Nella pubblicazione degli atti si leggono le parole di Alberto Alesina, professore ‘Nathaniel Ropes’ di politica economica nel prestigioso ateneo, che dopo aver ricordato i compiti futuri del bravo Prodi, dice: “L’Italia ha problemi gravissimi, ha bisogno di una iniezione di libero mercato con riforme economiche neo liberali fra cui ridurre le tasse, tagli all’impiego pubblico e alle pensioni, rafforzare il settore dei servizi, e rendere più facili i licenziamenti”. Cioè una pessima pagella, a suo dire, dei precedenti anni di Berlusconi, che anche l’Economist continuava a definire “assai scarsi di riforme delle insostenibili pensioni e dell’inflessibile (dato che siamo riluttanti a piegharci a 90°) mercato del lavoro”, da parte di un leader “mai veramente interessato alle riforme”. Il fuoco di sbarramento contro il ‘disobbediente’ Cavaliere è a questo punto massiccio. Le bordate arrivano anche dagli USA, e proprio guarda caso allo scadere del breve mandato Prodi. Il cavaliere poi, nelle elezioni del 2008, ha provato a giocare sporco truccando le elezioni, ma è stato fermato anche dall'esterno.Il Wall Street Journal, voce dei falchi fra i falchi della finanza di destra, scrive a pochi giorni dalle elezioni del 2008 che “Berlusconi ci ha deluso in economia durante il suo ultimo mandato”. La vicenda Alitalia sta infuriando, cioè, sta infuriando gli investitori esteri assetati di affari sul cadavere della nostra linea aerea, mentre Berlusconi osa ipotizzare una cordata italiana per il salvataggio. Scrive il WSJ: “Berlusconi la scorsa settimana se n’è uscito contro la vendita di Alitalia, e questo è un segnale di mancanza di dedizione alle riforme". “Air France-KLM volevano garanzie che i sindacati e i politici non bloccassero le dolorose ristrutturazioni (per i lavoratori solamente ovvio)” E dopo due righe di plauso per il compiacente Veltroni, il quotidiano dà l’affondo: “Berlusconi aveva promesso tagli alle tasse, riforme del mercato del lavoro e liberalizzazioni, ma ha fallito in tutto. Egli si è rivelato più un nemico corporativo del Libero Mercato che un Liberista economico disposto a fare ciò che è necessario”.
Alitalia non va giù agli investitori internazionali, e infatti non poteva mancare la regina dei loro quotidiani, il Financial Times, che tenta nel settembre del 2008 di mandare un richiamo all’insubordinato Cavaliere, suggerendogli di “… seguire l’esempio della Thatcher, e di sfidare i sindacati a scoprire le carte, così da far scoppiare l’ascesso di 30 anni di relazioni sindacali italiane irresponsabili e dannose”. E ancora: “Nonostante la sua immagine da imprenditore neoliberale, Berlusconi, dicono i critici, si trova a suo agio a fare il dirigista statale, con l’Alitalia in primis. La compagnia viene consegnata a un gruppo italiano e sottratta ai compratori stranieri”. E che il Financial Times avesse anch’egli dichiarato una guerra permanente a Berlusconi, anche se con metodi decisamente più ortodossi di quelli del Times, lo dimostra quanto ha scritto poche settimane fa, con toni sprezzanti: “Il suo primo governo nel 1994 non ha combinato nulla. I suoi cinque anni al potere dal 2001 al 2006 sono stati noti per aver fallito di nuovo nell’introdurre in Italia le riforme Liberiste così essenziali al Paese per essere competitivo nell’eurozona”.
Ricordiamo che questo coro martellante che pronuncia sempre le parole magiche ‘Riforme’ e ‘Liberismo’, altro non chiede se non la solita ricetta precedentemente descritta: privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti (come peraltro leggibile nelle dichiarazioni riportate). La ricetta, cioè, che di noi persone e del nostro sangue versato se ne fregano, e che pretende solo una cosa: Unlimited Corporate Profits: profitti illimitati!. Ne è un esempio brillante una delle raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale (vedi Tesoro USA) fatte all’Italia allo scadere del 2008, altro rimbrotto al Cavaliere. E’ profferta con un linguaggio omeopatico, ma la si può leggere fra le righe: “Gli autori apprezzano in Italia gli sforzi per diminuire la disoccupazione (si preoccupano dei nostri senza lavoro?). Gli autori incoraggiano una seconda tornata di riforme del mercato del lavoro, per rafforzare il legame fra redditi e produttività (vale a dire il valore e la qualità di vita della persona misurato unicamente in termini di contributo al profitto altrui). Gli stipendi devono adeguarsi alle differenze regionali (gabbie salariali, su cui il FMI insiste da tempo), il lavoro a tempo indeterminato deve essere più flessibile (già praticamente non più in offerta, qui si chiede che sostanzialmente scompaia), in tandem con una rete di ammortizzatori sociali maggiorati (ci risiamo, socializzare i danni e privatizzare i profitti, cioè lo Stato paga per la disperazione dei lavoratori, le aziende licenziano e si ri-quotano in borsa).” Questa abiezione sociale orripilante è ciò che realmente si cela dietro alla parola ‘Riformismo’ (Rutelli, Prodi e D’Alema + seguaci prendano nota: con loro la sinistra perderà sempre!).
Ma torniamo a Silvio. L’ultimo avvertimento gli giunge proprio dal Times il 7 maggio 2009, e in toni inequivocabili: “Nei suoi due maggiori mandati Berlusconi ha fallito nelle riforme così disperatamente urgenti in Italia… La UE e l’OECD continuamente rivelano l’eccessiva regolamentazione del business (in Italia, nda). I lavoratori statali rimangono protetti e le sue sbandierate riforme del sistema pensionistico sono state minimali, le tasse rimangono alte, e la resistenza del suo governo a tagliare la spesa pubblica è enorme”.
Tre settimane dopo, il possente quotidiano britannico perderà di colpo la sua celebrata compostezza dopo 224 anni, e dalle sue pagine partirà un attacco sgangherato e volgare a Silvio Berlusconi. Vi si leggerà che è “un clown”, “un buffone sciovinista”, un playboy patetico, la cui performance con le signorine e nei confronti degli italiani curiosi della vicenda Noemi è inaccettabile, per il bene della democrazia e del mondo intero. Certo, come no.
E così, di nuovo, l’Italia antagonista di sinistra si è fatta infinocchiare elegendo a suo paladino l’ennesimo baraccone di destra neoliberale, e insiste nell’ignorare che ciò che gli sta corrompendo la vita non è il lodo Alfano, o Emilio Fede, né il burattino Berlusconi, ma sua maestà Il Burattinaio, leggi Liberal Economics and Corporate Power. Eppure Clinton ce l’aveva detto: “It’s the economy, stupid”. E dato che dobbiamo dire "Scusa Bill" per quello che ha subito all'epoca in confronto al nostro, possiamo comprendere che queste "veline" non sono poi così tanto coperte.

mercoledì 17 giugno 2009

L'inganno dell'acquiescienza

Solo piccoli segnali, per ora. Ma nel grigiore complessivo brillano con forza: in diverse nazioni europee i lavoratori di aziende in procinto di essere ristrutturate, e quindi di ridurre gli organici, reagiscono all’incombere dei licenziamenti. Invece di restare in attesa dei sussidi pubblici, affrontano di petto i manager, o gli stessi proprietari, e pur di riuscire a incontrarli faccia a faccia arrivano a sequestrarli. Quello che vogliono è evidente: costringere i loro “capi” a starli a sentire. A guardarli negli occhi. A rendersi conto che dietro i numeri dei loro asettici report sulla “forza lavoro” ci sono persone in carne e ossa, persone che hanno ciascuna una propria vita da portare avanti e una dignità da mantenere e che, perciò, non possono essere trattate alla stregua di una qualsiasi altra voce di costo, da tagliare disinvoltamente in nome di Sua Maestà l’Utile di Bilancio. Questi lavoratori, di cui in Italia si è parlato solo di sfuggita e guardandosi bene dal ragionare a fondo sulle implicazioni del loro comportamento, possono anche non rendersene conto, ma quello che hanno fatto va molto al di là della propria specifica rivendicazione e assume il valore di un esempio, di un grande esempio che andrebbe seguito su vasta, su vastissima scala. Questi lavoratori – che in qualche modo ci riportano ai tempi delle prime lotte sindacali, ricordandoci che non ci può essere vittoria senza lotta e che nessun miglioramento salariale e normativo è mai piovuto dal Cielo, ovverosia dalla generosità spontanea degli imprenditori – si scuotono di dosso i condizionamenti degli ultimi decenni e, finalmente, rimettono in discussione il decisionismo unilaterale che si è affermato dagli Anni Ottanta in poi. Ronald Reagan, Mister Deregulation, che licenzia in blocco alcune migliaia di controllori di volo statunitensi, dopo averli minacciati di farlo se non avessero posto termine allo sciopero. Margaret Thatcher, la Lady di Ferro (ma anche il ferro può arrugginire, alla lunga), che stronca i minatori inglesi dopo mesi e mesi di braccio di ferro, complice l’ascendente acquisito sull’opinione pubblica per mezzo della guerra delle Falkland. Patriottismo malinteso. Arroganza del potere scambiata per fermezza morale. I minatori che cedono di schianto. La Thatcher che trionfa. Il thatcherismo, il reaganismo, che si impongono come modelli universali di gestione sociale ed economica: che accidenti vogliono questi lavoratori, questi pezzenti, questi filocomunisti nemici del Mercato e della Libera Impresa?
Gli abbiamo dato retta fin troppo a lungo.
Adesso basta. Adesso si fa, si torna a fare, a modo nostro. Perché è il denaro che stabilisce la proprietà. È la proprietà che stabilisce le strategie aziendali. Strategie, esatto: come sul campo di battaglia. I generali comandano e le truppe eseguono. Nessuna discussione è lecita. Nessuna ribellione è possibile. Nessuna ribellione verrà tollerata.
Qui in Italia non è ancora successo. Eppure, sequestri a parte, un piccolo segnale di risveglio ce l’abbiamo avuto anche noi. Sabato 16 aprile, a Torino, il segretario della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini, è stato duramente contestato da alcuni esponenti dei Cobas. Invece di limitarsi a fischiarlo, però, hanno fatto qualcosa di più. Sono saliti sul palco e l’hanno spintonato. Attenzione: non picchiato; spintonato. Nulla di realmente violento, a meno di utilizzare come metro di giudizio quello delle educande, ma è bastato a scatenare reazioni di grande allarme. E anche ignorando Calderoli, che come al solito si è lasciato prendere la mano affrettandosi ad assimilare i dissidenti ai “brigatisti”, l’orientamento generale è stato quello della riprovazione assoluta: non è bello, non è giusto, non si fa. Secondo Sergio D’Antoni, ex leader della Cisl e oggi deputato Pd, azioni siffatte non hanno «nessun senso. Solo far parlare di sé». Secondo Pietro Ichino, professore di Diritto del Lavoro alla Statale di Milano e senatore, anch’egli nelle file del Pd, quelle di Torino vanno liquidate come «minuscole minoranze nel movimento sindacale. Il problema è che sono abituate da anni a esercitare un potere di veto sulla maggioranza. Lo sviluppo di pratiche e metodi di democrazia sindacale aiuterà ad isolarli e ad impedire che questi episodi si ripetano».
Sono solo due esempi tra i tanti, ma la dicono lunga sull’approccio. Sulla sua deliberata, e simulata, e interessata miopia, che ha come obiettivo non già la difesa dei lavoratori ma la loro neutralizzazione. La logica, ancora una volta, resta quella del “lasciate fare a noi e non preoccupatevi di nient’altro”. Assioma: date le condizioni obiettive, il sindacato otterrà comunque il massimo che si poteva ottenere. Corollario: se il risultato è modesto bisogna accontentarsi, essendo palese che non si poteva fare di più.
È assecondando questa impostazione, che siamo arrivati dove siamo arrivati. È avallando questo teorema sballato, che è molto più funzionale alla salvaguardia del sindacato come istituzione che non alla tutela dei suoi associati, che le condizioni salariali e normative sono fatalmente peggiorate. In tutti questi anni, le grandi organizzazioni sindacali non hanno fatto altro che chiedere ai lavoratori di essere “ragionevoli”. Una volta c’era da contenere l’inflazione. Un’altra volta c’era da accrescere la produttività. Un’altra volta ancora c’era da andare in soccorso dei conti traballanti dell’Inps. E sempre, invariabilmente, l’onere del cambiamento (in peggio) è ricaduto sui lavoratori. Sui quali, nel frattempo, si abbattevano gli altri colpi inferti sia dal “libero mercato” che dalle strategie valutarie della Bce, dall’escalation dei prezzi determinata dall’abbandono della lira in favore dell’euro alla crescita esponenziale dei prezzi nel settore immobiliare, con le parallele ripercussioni sui mutui. Tuttora, come se niente fosse, la politica e il sindacato pretendono di continuare nella stessa direzione. Anzi, facendo leva sulla crisi internazionale, si aspettano che rispetto al passato vi sia ancora più comprensione, ancora più disponibilità al sacrificio. La litania è bell’e pronta. E può sembrare persino convincente, se non si ha la lucidità di metterla in discussione rifiutandone le premesse. La predica è sommessa per un verso e perentoria per l’altro. Tempi difficili: bisogna avere pazienza. Momenti durissimi: bisogna stare calmi e tirare avanti alla meno peggio, sperando che passi. Ma intanto la produzione crolla. Intanto la disoccupazione aumenta. Intanto, com’è giusto, almeno qualcuno inizia a chiamarsi fuori dalla pantomima di questo sindacato che afferma i diritti solo a chiacchiere e che poi non li sa o non li vuole far valere in sede contrattuale. Questo sindacato che dovrebbe essere sempre pronto a dare battaglia e che alla fine non la dà mai. Questo sindacato che si illude, ancor più dei partiti, di essere “l’unico e il solo”, oggetto obbligatorio di adesione generalizzata. E permanente. E fideistica. L’importante non è quello che si raccoglie: l’importante è aver fatto la propria parte. Piccoli, disciplinati inservienti del Grande Meccanismo Economico. Umili, efficienti portatori d’acqua al mulino della Globalizzazione. Lieti di sopravvivere, sia pure con crescenti difficoltà nel presente e più nessuna certezza sul futuro.

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