giovedì 25 giugno 2009

Il valore della "Democrazia"

Dittatura, democrazia, libertà, laicismo, religione. Tutte parole pesanti che, spesso, in Italia, siamo abituati ad usare un po’ al di fuori del loro contesto e con troppa disinvoltura, dimenticandoci cosa significano, superficialmente abituati come siamo, a dare tutto per scontato.
Ma, mentre nel nostro Paese la politica è scesa a livelli sempre più infimi, in Iran si susseguono violente repressioni con morti e feriti per le strade. Le immagini di quello che succedendo tornano alla mente in rapida successione. Cosa ne sappiamo noi dell’Iran? Poco e nulla. La rivoluzione islamica di Khomeyni sembra relegato nelle nebbie della storia, una rivoluzione di cui si ebbe coscienza coscienza per la prima volta leggendone le cronache romanzate dal best seller di Ken Follet. Recentemente poi Persepolis, la meravigliosa riduzione cinematografica del fumetto di Marjane Satrapi, ha contribuito a dare il suo supporto. Attraverso gli occhi della protagonista, le vicende iraniane assumevano una prospettiva a-storica,diventando universali: vicende di sempre e di tutti, di uomini e di donne comuni che nella vita di tutti i giorni si trovano a misurarsi con l’estremismo religioso contro la tolleranza e la laicità, con la dittatura contro la libertà, con ciò che si ritiene giusto contro ciò che è permesso dalla faqìh (la riduzione giurisprudenziale della sharì’a islamica, la “legge di Dio”).
Infatti, anche un regime modernista, come quello dello Shah, che promuoveva libertà politiche quali il voto alle donne o la laicizzazione delle scuole, ma che mancava la modernizzazione economica e sociale –– quindi incapace di creare benessere - ha finito per perdere quella solida base di consenso essenziale per guidare un paese. Il governo autocratico dello Shah ha quindi innescato quelle proteste e quelle insurrezioni che, sedate nel sangue, hanno favorito la vittoria degli ulema (o mullà) religiosi e permesso il ritorno dall’esilio dell’Ayatollah Khomeyni, decretando l’instaurazione, nel 1979, della Repubblica islamica. Da quel momento si ebbe anche una cruenta retrocessione dei diritti individuali a favore della restaurazione e del conservatorismo, classicamente di carattere religioso.
In un Iran, quindi, che oggi, volente o nolente, è attraversato dalla globalizzazione e dall’informazione internazionale ma dove i diritti più fondamentali sono ancora calpestati e dove il presidente Ahmadinejad minaccia continuamente il mondo con lo spettro atomico (paventando quindi il rischio perenne di una guerra), quanto potevano resistere le persone comuni? Quanto si può resistere al sopruso e alla perenne paura?
Sicuramente non molto e il fatto che le proteste si siano accese dopo le elezioni, ci dà la cifra di quanto quel momento di libertà e decisione collettiva rappresentasse, al contempo, uno sfogo e una speranza nel cambiamento. Al grido di “dov’è il mio voto?” si è riversata nelle strade e nelle piazze tutta la frustrazione per il mancato risultato elettorale. Di fronte all’impossibilità di un’alternativa poi, è ovvio che l’unica via a rimanere aperta è quella della violenza. L’Iran di oggi, quindi, sia da monito e memento per tutti del valore della democrazia.

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