mercoledì 3 giugno 2009

La differenza

Gerhard Schroeder è il vero vincitore della partita Opel finita con la sconfitta definitiva della Fiat (e quindi americana) per poterla rilevare. Gli stati uniti volevano impedire l'ingresso del capitale russo nella vicenda, sempre per mantenere separati gli europei dalla Russia continentale.
Inoltre rappresenta uno dei pochi politici europei "pensanti" che ha fatto una scelta, l'integrazione economica della Germania con la Russia, e la persegue con accanimento e determinazione al fine di sganciare il proprio paese, il termine in voga è "disaccoppiare le rispettive economie", dall'area influenza angloamericana per ripristinare un minimo di autonomia decisionale e di interesse nazionale. Persino la canceliera Merkel, sua antagonista politica nelle ultime elezioni, è stata costretta ad abbassare la testa per non spaccare il governo su una questione così delicata e a concordare con la presidenza americana la cessione della casa automobilistica della General Motors alla cordata russa della Magna. Ma sopratutto è riuscito ad effettuare questi "giochi di potere" diciamo così al di fuori della politica prettamente detta, dal posto di presidente della società russo tedesca della "Nordstream" che dovrebbe consentire l'approvvigionamento di gas russo "direttamente" alla Germania scavalcando tutti i paesi confinanti che richedevano il dazio di passaggio.
Gli Anglo Americani lo odiano e hanno fatto di tutto per sputtanarlo tramite i media, ma gli interessi che rappresenta (sopratutto Confindustriali tedeschi per non parlare della possibilità di mantenere decine di migliaia di posti di lavoro in Germania) sono stati sufficienti a rendere nulli i loro attacchi mediatici. Per converso se la prendono con il nostro presidente del consiglio.
I giornalisti "stipendiati" dal Nostro, avvalorano l’ipotesi del “complotto” internazionale ai suoi danni, Ma più di complotto parlerei di una insuperabile capacità di Berlusconi di farsi male da solo, mai superato però dalla sinistra alla "Tafazzi", e al contempo di questi atteggiamenti di rivalsa, tipici da checca isterica del potere americano, che se la prendono con l'anello debole del loro dominio, non potendo affrontare di petto Schroeder. Altro che "complotto Bilderberg", accozzaglia di depredatori danarosi che pretendono di governare il mondo, e spesso ci riescono più per l'incapacità di coloro che li devono contrastare che altro. E dato che il governo italiano è visto a Washington come la testa di ponte mediterranea della Russia di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev, la quale oggi è ai ferri corti con gli Stati Uniti tanto quanto lo era ai tempi di George W. Bush, la voglia di tirare le somme e dire che per la Casa Bianca (e per il “circolo Bilderberg”) Berlusconi è un ostacolo da rimuovere è forte.
I fedelissimi del premier, per ora preferiscono puntare l’indice altrove. Tipo Niccolò Ghedini, che dice di vedere in atto «una forma di strategia di isolamento dell’Italia» e la imputa alla voglia di certi “poteri economici” di bloccare la Fiat nel momento in cui sta cercando di diventare una multinazionale dell’automobile. Ma è una lettura che rischia di peccare di ingenuità. Ciò che sta creando problemi agli Stati Uniti, infatti, non è la Fiat, ma la politica estera ed energetica italiana. In particolare, l’asse tra Berlusconi e Putin, cementato dalle intese tra Eni e Gazprom.
Un quotidiano per primo aveva scritto, sei mesi fa, che Berlusconi era riuscito a «portare l’Italia nella sfera d’influenza del Cremlino e allontanarla dall’orbita americana». Oggi lo stesso concetto appare tra le righe dei commentatori di sinistra. La situazione, da allora, si è persino fatta più complicata. Perché all’epoca alla scrivania dello studio ovale della Casa Bianca sedeva Bush, un amico del nostro presidente del consiglio. Con il quale i rapporti politici erano stati molto meno idilliaci di quanto destra e sinistra volessero far credere (lo scorso settembre il vicepresidente americano Dick Cheney era venuto a Roma per criticare l’appoggio dato da Berlusconi all’operazione militare russa in Georgia), ma il feeling personale era sempre rimasto solido. Con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca il governo italiano ha dovuto ricominciare da zero, e non è impresa facile. Anche perché Obama è personaggio freddo, calcolatore, che alla politica dei rapporti personali preferisce di gran lunga la realpolitik degli interessi. Così l’Italia, che più di tanto non ha da dare agli Stati Uniti, è stata messa nella “seconda fascia” degli alleati europei, quelli meno importanti. Stessa sorte toccata alla Spagna di José Luis Zapatero, a dimostrazione del fatto che con Obama non conta essere di destra o di sinistra, ma solo quello che puoi dare alla causa statunitense.
E l’Italia, in questo momento, sta dando soprattutto rogne. Al dipartimento di Stato americano, dove le mosse dell’Eni sono seguite con attenzione - e non certo da oggi - non è passato inosservato l’accordo siglato il 15 maggio (proprio mentre in un hotel di Atene era in corso il summit del “club Bilderberg”) tra Eni e Gazprom, ultima grande intesa strategica tra le due aziende che fanno capo al governo italiano e quello russo. L’accordo prevede che la portata del gasdotto South Stream, attraverso il quale nel 2015 il gas russo arriverà copioso in Europa e soprattutto in Italia, aumenti da 31 miliardi di metri cubi l’anno a 63 miliardi. Quanto basta, in teoria, per fornire all’Italia i quattro quinti del suo fabbisogno di metano. L’enorme infrastruttura minaccia di uccidere il gasdotto rivale, Nabucco, quando questo è ancora in fase di progettazione. E Nabucco è fortemente voluto dall’amministrazione statunitense, perché farebbe arrivare in Europa il gas di Turkmenistan, Kazakistan e Paesi vicini, sottraendolo al controllo russo. La Ue sarebbe meno dipendente dal gas del Cremlino, la Russia perderebbe potere politico nei confronti dell’Europa (oltre a una quantità di soldi difficile da quantificare) e gli Stati Uniti incasserebbero una bella vittoria nello scacchiere della geopolitica.
Il problema, appunto, è costituito da governo italiano ed Eni. Che a parole appoggiano ambedue i progetti, ma in realtà hanno a cuore soprattutto quello che li lega alla Russia e a Gazprom. Paolo Scaroni, amministratore delegato del cane a sei zampe, ormai dice apertamente di non credere più al progetto sponsorizzato dagli Stati Uniti. «Nabucco decollerà solo quando avrà il gas di Turkmenistan, Kazakistan e forse dell’Iran. Da quanto ho letto, questo non accadrà», ha detto Scaroni dopo l’accordo con Gazprom. Lui stesso, pochi giorni prima, siglando la maxi-intesa con i russi, aveva detto che dietro all’ampliamento della capacità di trasporto del gasdotto c’è «un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare dal territorio dell’Ucraina». In quelle stesse ore, Berlusconi commentava che «dovremmo essere felici che un paese amico ci dia la possibilità di avere l’energia di cui abbiamo bisogno». Almeno su questo il Premier è riuscito a dire parole di sacrosanta verità. L’Unione europea (e gli Stati Uniti) avrebbero preferito invece mantenere in gioco l’Ucraina.
Insomma, le certezze sono che il patto tra Roma e Mosca è davvero d’acciaio, e che l’intesa non è solo economica, ma politica. Questo per Washington è un problema. Fino a che punto l’amministrazione Obama intenda spingersi e fin dove possa arrivare, è tutto da vedere. Ma alla Casa Bianca non sono mai andati troppo per il sottile quando si tratta di avere il controllo degli idrocarburi. E credere che certe abitudini siano tramontate solo perché adesso comanda un afroamericano democratico rischia di rivelarsi un errore fatale.
Ma la cosa che colpisce di più in questa storia è il modo con cui due personaggi totalmente diversi, Schroeder e Berlusconi, siano riusciti ad ottenere obbiettivi primari e non futili mantenendo in piedi tutto il loro peso politico. Ma con una considerevole eccezione: mentre per il tedesco non si riesce a trovare un punto debole su cui attaccarlo con successo, per Berlusconi esiste solo l'imbarazzo della scelta. La conseguenza di un'innegabiole differenza di carattere per gestire gli interessi di una nazione.

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