mercoledì 17 giugno 2009

L'inganno dell'acquiescienza

Solo piccoli segnali, per ora. Ma nel grigiore complessivo brillano con forza: in diverse nazioni europee i lavoratori di aziende in procinto di essere ristrutturate, e quindi di ridurre gli organici, reagiscono all’incombere dei licenziamenti. Invece di restare in attesa dei sussidi pubblici, affrontano di petto i manager, o gli stessi proprietari, e pur di riuscire a incontrarli faccia a faccia arrivano a sequestrarli. Quello che vogliono è evidente: costringere i loro “capi” a starli a sentire. A guardarli negli occhi. A rendersi conto che dietro i numeri dei loro asettici report sulla “forza lavoro” ci sono persone in carne e ossa, persone che hanno ciascuna una propria vita da portare avanti e una dignità da mantenere e che, perciò, non possono essere trattate alla stregua di una qualsiasi altra voce di costo, da tagliare disinvoltamente in nome di Sua Maestà l’Utile di Bilancio. Questi lavoratori, di cui in Italia si è parlato solo di sfuggita e guardandosi bene dal ragionare a fondo sulle implicazioni del loro comportamento, possono anche non rendersene conto, ma quello che hanno fatto va molto al di là della propria specifica rivendicazione e assume il valore di un esempio, di un grande esempio che andrebbe seguito su vasta, su vastissima scala. Questi lavoratori – che in qualche modo ci riportano ai tempi delle prime lotte sindacali, ricordandoci che non ci può essere vittoria senza lotta e che nessun miglioramento salariale e normativo è mai piovuto dal Cielo, ovverosia dalla generosità spontanea degli imprenditori – si scuotono di dosso i condizionamenti degli ultimi decenni e, finalmente, rimettono in discussione il decisionismo unilaterale che si è affermato dagli Anni Ottanta in poi. Ronald Reagan, Mister Deregulation, che licenzia in blocco alcune migliaia di controllori di volo statunitensi, dopo averli minacciati di farlo se non avessero posto termine allo sciopero. Margaret Thatcher, la Lady di Ferro (ma anche il ferro può arrugginire, alla lunga), che stronca i minatori inglesi dopo mesi e mesi di braccio di ferro, complice l’ascendente acquisito sull’opinione pubblica per mezzo della guerra delle Falkland. Patriottismo malinteso. Arroganza del potere scambiata per fermezza morale. I minatori che cedono di schianto. La Thatcher che trionfa. Il thatcherismo, il reaganismo, che si impongono come modelli universali di gestione sociale ed economica: che accidenti vogliono questi lavoratori, questi pezzenti, questi filocomunisti nemici del Mercato e della Libera Impresa?
Gli abbiamo dato retta fin troppo a lungo.
Adesso basta. Adesso si fa, si torna a fare, a modo nostro. Perché è il denaro che stabilisce la proprietà. È la proprietà che stabilisce le strategie aziendali. Strategie, esatto: come sul campo di battaglia. I generali comandano e le truppe eseguono. Nessuna discussione è lecita. Nessuna ribellione è possibile. Nessuna ribellione verrà tollerata.
Qui in Italia non è ancora successo. Eppure, sequestri a parte, un piccolo segnale di risveglio ce l’abbiamo avuto anche noi. Sabato 16 aprile, a Torino, il segretario della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini, è stato duramente contestato da alcuni esponenti dei Cobas. Invece di limitarsi a fischiarlo, però, hanno fatto qualcosa di più. Sono saliti sul palco e l’hanno spintonato. Attenzione: non picchiato; spintonato. Nulla di realmente violento, a meno di utilizzare come metro di giudizio quello delle educande, ma è bastato a scatenare reazioni di grande allarme. E anche ignorando Calderoli, che come al solito si è lasciato prendere la mano affrettandosi ad assimilare i dissidenti ai “brigatisti”, l’orientamento generale è stato quello della riprovazione assoluta: non è bello, non è giusto, non si fa. Secondo Sergio D’Antoni, ex leader della Cisl e oggi deputato Pd, azioni siffatte non hanno «nessun senso. Solo far parlare di sé». Secondo Pietro Ichino, professore di Diritto del Lavoro alla Statale di Milano e senatore, anch’egli nelle file del Pd, quelle di Torino vanno liquidate come «minuscole minoranze nel movimento sindacale. Il problema è che sono abituate da anni a esercitare un potere di veto sulla maggioranza. Lo sviluppo di pratiche e metodi di democrazia sindacale aiuterà ad isolarli e ad impedire che questi episodi si ripetano».
Sono solo due esempi tra i tanti, ma la dicono lunga sull’approccio. Sulla sua deliberata, e simulata, e interessata miopia, che ha come obiettivo non già la difesa dei lavoratori ma la loro neutralizzazione. La logica, ancora una volta, resta quella del “lasciate fare a noi e non preoccupatevi di nient’altro”. Assioma: date le condizioni obiettive, il sindacato otterrà comunque il massimo che si poteva ottenere. Corollario: se il risultato è modesto bisogna accontentarsi, essendo palese che non si poteva fare di più.
È assecondando questa impostazione, che siamo arrivati dove siamo arrivati. È avallando questo teorema sballato, che è molto più funzionale alla salvaguardia del sindacato come istituzione che non alla tutela dei suoi associati, che le condizioni salariali e normative sono fatalmente peggiorate. In tutti questi anni, le grandi organizzazioni sindacali non hanno fatto altro che chiedere ai lavoratori di essere “ragionevoli”. Una volta c’era da contenere l’inflazione. Un’altra volta c’era da accrescere la produttività. Un’altra volta ancora c’era da andare in soccorso dei conti traballanti dell’Inps. E sempre, invariabilmente, l’onere del cambiamento (in peggio) è ricaduto sui lavoratori. Sui quali, nel frattempo, si abbattevano gli altri colpi inferti sia dal “libero mercato” che dalle strategie valutarie della Bce, dall’escalation dei prezzi determinata dall’abbandono della lira in favore dell’euro alla crescita esponenziale dei prezzi nel settore immobiliare, con le parallele ripercussioni sui mutui. Tuttora, come se niente fosse, la politica e il sindacato pretendono di continuare nella stessa direzione. Anzi, facendo leva sulla crisi internazionale, si aspettano che rispetto al passato vi sia ancora più comprensione, ancora più disponibilità al sacrificio. La litania è bell’e pronta. E può sembrare persino convincente, se non si ha la lucidità di metterla in discussione rifiutandone le premesse. La predica è sommessa per un verso e perentoria per l’altro. Tempi difficili: bisogna avere pazienza. Momenti durissimi: bisogna stare calmi e tirare avanti alla meno peggio, sperando che passi. Ma intanto la produzione crolla. Intanto la disoccupazione aumenta. Intanto, com’è giusto, almeno qualcuno inizia a chiamarsi fuori dalla pantomima di questo sindacato che afferma i diritti solo a chiacchiere e che poi non li sa o non li vuole far valere in sede contrattuale. Questo sindacato che dovrebbe essere sempre pronto a dare battaglia e che alla fine non la dà mai. Questo sindacato che si illude, ancor più dei partiti, di essere “l’unico e il solo”, oggetto obbligatorio di adesione generalizzata. E permanente. E fideistica. L’importante non è quello che si raccoglie: l’importante è aver fatto la propria parte. Piccoli, disciplinati inservienti del Grande Meccanismo Economico. Umili, efficienti portatori d’acqua al mulino della Globalizzazione. Lieti di sopravvivere, sia pure con crescenti difficoltà nel presente e più nessuna certezza sul futuro.

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