sabato 27 giugno 2009

Uno sguardo sul Libano

Incredibilmente, la verità arriva da Gerusalemme: «La dura realtà è che, nonostante i risultati elettorali, gli Sciiti del Libano si vanno rafforzando, e alle forze “vincitrici” occorrerà trovare un punto d’incontro con loro». Il risultato della partita di domenica che il 7 giugno si è giocata in Libano, e che i media europei non hanno mancato di celebrare come una sconfitta dell’estremismo islamico, ha avuto un esito diverso da come viene raccontato.
«La maggioranza delle persone non ha votato questo governo» dichiara Graeme Bannermann, che ha monitorato le elezioni per conto dell’Istituto Democratico Nazionale. Lo stesso leader di Hezbollah e capo del fronte dell’8 Marzo, pur congratulandosi con la coalizione avversaria per il risultato, ha precisato che il Libano è ora dotato di una maggioranza parlamentare che non coincide con la maggioranza popolare.
I numeri gli danno ragione: il blocco del partito di Dio, dei Liberi Patrioti del cristiano maronita Michel Aoun e dei nazionalisti siriani ha ottenuto circa 100.000 voti in più dell’alleanza del sunnita Saad al Hariri, figlio dell’ex primo ministro ucciso nell’attentato a Beirut del 2005, comprendente i socialisti progressisti del druso Walid Jumblatt e i partiti Kata’ib e Forze Libanesi, guidati rispettivamente dai cristiani Amil Gemayal e Samir Geagea.
A risultare decisive sembrano essere state le fratture dell’area cristiana. Proprio il maronita Aoun si è rivelato il punto debole della coalizione retta dagli sciiti di Hezbollah. L’ex generale ha infatti ottenuto consensi inferiori alle aspettative, fallendo nel tentativo di strappare all’avversario i seggi decisivi dei distretti cattolici di Zahle e del Metn. C’è poi da considerare la complessità del sistema elettorale, tutt’ora profondamente ancorato alle divisioni religiose che riflettono la composizione della società libanese.
Il Paese è suddiviso in 26 «constituencies», ciascuna delle quali ha un candidato ufficiale di uno dei gruppi religiosi nazionali, che può competere solo con rappresentanti dello stesso gruppo religioso. Il sistema è connesso alla complessa struttura confessionale libanese. Al 60% della popolazione musulmana spetta il 50% dei mandati suddivisi tra sunniti, sciiti, drusi e alaviti; il 40% di cittadini cristiani di fede maronita, ortodossa e cattolica elegge il restante 50% di deputati.
L’accordo risale al National Pact del 1943. Secondo la costituzione non scritta del Paese, il presidente del Libano deve essere un cristiano maronita, il capo del governo un sunnita, mentre agli sciiti spetta la carica di portavoce del parlamento.
Si aggiunga che si è andati al voto con una versione modificata della legge elettorale del 1962, la quale prevede la suddivisione dei distretti elettorali in circoscrizioni amministrative ristrette al posto delle precedenti macro-regioni. Questo ha significato, in termini elettorali, l’affermarsi di un notabilato locale interprete del clima di «riconciliazione» siro-saudita, in grado di sponsorizzare listoni blindati sostenuti da uomini d’affari influenti vicini alla lista di Hariri, ma soprattutto volti ad escludere gli esponenti del riformismo locale.
Ma il vero nemico di Hezbollah sono state le ingerenze straniere, ed in particolar modo quelle occidentali, che hanno ostentato in più occasioni il loro sostegno alla coalizione guidata dal figlio di Hafik Hariri. A tale proposito, è opportuno notare che l’affermazione del blocco del 14 marzo sarebbe stata difficilmente raggiungibile senza il voto di decine di migliaia di libanesi all’estero, ai quali i petrodollari dell’Arabia Saudita, ostile agli sciiti, hanno pagato il viaggio affinché partecipassero alla consultazione elettorale.
Ad aprile il segretario di Stato Hillary Clinton era stata la prima ad esporsi. Mentre era impegnata a raccomandare alle potenze straniere di non interferire nelle elezioni libanesi, ha colto l’occasione di chiarire che il sostegno americano era indirizzato alle cosiddette «voci moderate». Visita lampo, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro. A maggio è stata la volta del vice presidente Joe Biden, che ha sgombrato il campo da ogni equivoco: gli Stati Uniti avrebbero «valutato la natura dei programmi di assistenza destinati al Libano a seconda della composizione del futuro governo e della sua politica». Del resto, se Hezbollah avesse preso il potere, i finanziamenti americani all’esercito libanese sarebbero terminati perché divenuti illegali, in quanto destinati ad un gruppo terrorista. Infine è toccato allo stesso presidente Obama, nel discorso del dialogo tenuto al Cairo il 4 giugno, laddove ha intenzionalmente evidenziato l’importanza del contributo delle minoranze religiose, in particolare quella dei cristiani maroniti, in nome della «ricchezza della diversità» - tralasciando il fatto che nessuna singola confessione religiosa libanese costituisce, considerata singolarmente, una maggioranza. Venuto a conoscenza dell’esito della votazione, il presidente americano si è congratulato con i libanesi per il «coraggio» e «l’impegno democratico» dimostrati.
Ma forse l’intervento più grave è stato quello proveniente da Israele, dichiaratosi preoccupato per il possibile battesimo di uno Stato terrorista. Per Israele «Stato terrorista» non significa uno Stato governato da Hezbollah, ma anche soltanto uno Stato con un esponente di Hezbollah al governo. Per scongiurare la temuta eventualità, Tel Aviv aveva scatenato da mesi i suoi agenti dello spionaggio, tanto da spingere il presidente libanese Michel Suleiman a denunciare i tentativi di soffiare sul fuoco della divisione settaria allo scopo di dividere il Paese.
Nella settimana precedente le consultazioni elettorali, il ministro della Difesa israeliano aveva esplicitamente avvertito il Libano che una vittoria di Hezbollah avrebbe messo in pericolo l’intero Paese, non soltanto le roccaforti del partito. Ehud Barak ha dichiarato che questa volta i bombardamenti sarebbero stati estesi a tutto il territorio, e nessun villaggio sarebbe restato immune, a prescindere dall’orientamento religioso. Il Generale Michael Ben-Baruch ha precisato al Jerusalem Post: «Nell’ultima guerra, cercammo di colpire le attività di Hezbollah. La prossima volta colpiremo per distruggere». Come se non lo avessero già fatto nel 2006.
All’indomani dello spoglio elettorale, Israele non ha perso tempo, subito paventando che Hezbollah voglia riguadagnare il prestigio perduto sferrando un attacco al confine. Il ministero degli Esteri ha già fatto sapere che riterrà il nuovo governo responsabile di qualunque operazione militare abbia luogo sul territorio libanese: «Qualunque sia il governo, esso dovrà assicurarsi che il Libano non diventi una base per la violenza diretta contro Israele e gli israeliani, e dovrà impegnarsi per l’implementazione delle risoluzioni 1.559 e 1.701», che chiedono la smilitarizzazione di tutte le milizie non controllate dal governo centrale.
Le risoluzioni delle Nazioni Unite valgono, notoriamente, per tutti i Paesi ad esclusione di Israele. Le scuole di pensiero israeliane sono tutte in fermento: il Kadima è certo che Nasrallah sia sul punto di ordinare un attacco per ribadire l’influenza del partito. Altri, invece, deducono dalla sua sconfitta la volontà di Teheran di compiere il riavvicinamento diplomatico verso Washington, non in nome del dialogo sia chiaro, ma al solo scopo di guadagnare tempo in vista del completamento del programma nucleare. Comunque la si voglia guardare il pericolo resta, dicono a Tel Aviv, così come la necessità di una guerra. Di autodifesa, naturalmente.
E’ palese che gli israeliani non siano ancora riusciti a metabolizzare la sconfitta del 2006, e stiano cercando una scusa per riaprire le ostilità. La guerra del Libano non è ancora finita, e non finirà fino a quando Israele non avrà soddisfatto le sue ambizioni geopolitiche.
Il desiderio è quello di ampliare il confine settentrionale fino al fiume Litani e creare a Beirut un regime amico. Il piano di annessione della zona a sud del corso del Litani risale alla fondazione dello Stato israeliano, quando il primo ministro David Ben Gurion descrisse i futuri confini del suo Paese in questi termini: «A nord il fiume Litani, al sud il Monte Sinai e, ad est, il deserto siriano, inclusa la Transgiordania». Nel 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, con la consueta scusa della necessità di creare una «zona di sicurezza». L’invasione del 1982 causò la morte di oltre 20.000 civili, oltre alla distruzione dell’economia libanese. Nel 2000, il Libano è stato risparmiato grazie alla resistenza della nuova milizia di Hezbollah. Gli obiettivi di Israele sono stati fissati da tempo, e non sono cambiati. Il disegno è quello della creazione del «Greater Israel», di assurgere cioè ad indiscussa potenza mediorientale, riducendo le nazioni arabe circostanti ad uno stato di permanente dipendenza di natura coloniale. I metodi sono quelli adottati a Gaza: distruzione di infrastrutture, massacro impietoso dei civili, abbandono senza scrupoli delle regole di guerra. Per eventuali istruzioni, consultare il manuale approntato nel 1996 dalla premiata ditta Perle-Feith-Wurmer, destinato al compagno di merende Bibi Netanyahu: «A clean break - a new strategy for securing the realm», laddove fornisce le indicazioni necessarie a «ricostruire il Sionismo del ventunesimo secolo»:
«Assicurare il fronte settentrionale. La Siria minaccia Israele attraverso il Libano. Un approccio efficace, che godrebbe del favore americano, potrebbe consistere nel prendere l’iniziativa lungo il confine settentrionale impegnando militarmente Siria, Iran ed Hezbollah… stabilire il precedente che la Siria non è immune dagli attacchi provenienti dal Libano, con le forze israeliane che colpiscono gli obiettivi militari siriani in Libano e, laddove ciò si mostrasse insufficiente, essere pronti a colpire obiettivi in territorio siriano».
Il coinvolgimento della Siria è essenziale perché Israele possa realizzare la costruzione di una pipeline da Mosul ad Haifa ed inserirsi stabilmente al vertice del mercato petrolifero. Come osserva Michel Chossudovsky: «Non si tratta di un conflitto tra Hezbollah ed Israele, così come lo raccontano i media occidentali. La guerra in Libano fa parte di una più ampia road map militare». Il piano a cui America e Israele hanno lavorato a lungo è quello di rafforzare l’alleanza tra Tel Aviv e Ankara per ottenere il controllo militare di un corridoio che si estenda dalle coste israelo-libanesi al Mediterraneo orientale, alla frontiera tra Siria e Turchia».
La sovranità libanese, in tale prospettiva, non è altro che una delle vittime della strategia complessiva, cioè il collegamento diretto di Israele ai depositi del Caspio così da essere in grado di rifornire i mercati dell’Estremo Oriente dal suo porto di Eilat sul Mar Rosso.
Per questi motivi è assai improbabile che Israele voglia condividere lo «sguardo in avanti» proposto da Barack Obama. La maggior parte degli analisti è comunque d’accordo nel ritenere che poco o nulla sia cambiato nell’equilibrio politico libanese in seguito alle elezioni della settimana scorsa. Ottenuta l’elezione di tutti gli undici esponenti candidati, Hezbollah continuerà ad avere il ruolo fondamentale conquistato nel maggio del 2008 in Qatar, quando le forze politiche libanesi decisero di porre fine ai disordini e costituire un governo di unità nazionale, riconoscendo all’opposizione un potere di veto sulle decisioni governative fondato sul controllo di 11 dei 30 seggi componenti l’esecutivo (secondo la formula «un terzo più uno»). Gli accordi di Doha hanno sostanzialmente consentito ad Hezbollah di rimanere «la» resistenza, con una sua milizia incaricata di liberare il sud del Paese dall’occupazione israeliana.
Benjamin Ryan, direttore associato del programma Stati Uniti-Libano all’Aspen Institute, crede che, una volta formato il nuovo governo, l’opposizione perderà tale diritto di veto, e con esso la capacità di paralizzare l’attività dell’esecutivo, mentre Marc Lynch del Foreign Policy Magazine si augura che questo non accada, perché significherebbe trascinare nuovamente il Paese nel caos. Dal canto suo, Nasrallah ha affermato di non avere difficoltà a riconoscere che Saad Hariri sia il nuovo primo ministro e di essere disponibile ad un incontro, ma esclude che siano in questione l’arsenale del partito, il suo ruolo di resistenza legittima o il fatto che Israele sia uno Stato nemico.
Secondo Greame Bannermann il problema sarà di Hariri, perché «i suoi sostenitori internazionali sono di un parere, ma tocca a lui gestire le pressioni nel suo Paese, col suo partito che non vuole accettare compromessi e quella grande parte di elettori che invece è a favore di un accordo con Hezbollah». Per ora appare scongiurato il rischio di una guerra imminente. Nella visita di venerdì scorso, l’inviato americano George Mitchell ha espresso la convinzione che una pace in Medio Oriente non debba essere raggiunta a spese del Libano. L’affermazione non sarà di certo piaciuta al governo israeliano, che a distanza di un paio di giorni ha dovuto subire l’ennesimo oltraggio, ossia l’incontro senza precedenti tra Xavier Solana, Alto Rappresentante della politica estera europea, e Hussein Hajj Hassan, esponente di Hezbollah. Israele incassa freddamente e ribadisce che Hezbollah non è un interlocutore credibile neanche per i cittadini libanesi, che l’hanno punito per il conflitto del 2006. Dice che i libanesi hanno detto no al partito sciita, all’Iran e pure alla Siria.
La ferita non si è rimarginata, e Israele continua a tramare. Come un bambino prepotente e capriccioso non è lì per trattare, vuole tutto e subito, e guai a contrariarlo. I Libanesi non hanno intenzione di accontentarlo? Allora sappiano che sarà Israele a punire Hezbollah, e che questo è solo l’intervallo, prima del secondo tempo di una guerra che non è ancora finita.
Perché la guerra, per Israele, non finisce mai.

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