mercoledì 29 luglio 2009

L'allunaggio mai avvenuto

Perdonatemi, ma oramai mi sono convinto, non per abbracciare un idea a prescindere, ma vagliando prove ed elementi verificabili. I viaggi lunari rappresentano certamente il punto più alto mai raggiunto nella storia della tecnologia, della scienza e del progresso umano, e il loro valore simbolico è talmente profondo che è impossibile trovare un qualunque altro evento storico che abbia una pari forza di suggestione.
Mettere in dubbio la loro effettiva realizzazione significa quindi, prima di tutto, andare a distruggere uno dei simboli più importanti di tutta la nostra storia moderna, ed è naturale per chiunque provare una istintiva ritrosia di fronte a questa ipotesi. Riconoscere che i viaggi lunari non furono mai effettuati significa inoltre riconoscere che l’intera umanità sarebbe stata ingannata con perfido cinismo, per moltlssimi anni, proprio da coloro a cui affidiamo le sorti del nostro futuro: i governi, la scienza, e le istituzioni in generale. Rimane quindi doppiamente difficile, in qualunque ambito o situazione, cercare di sostenere la tesi dell’inganno, proprio a causa della natura umana, e della nostra abitudine istintiva ad affidarci a certe sicurezze comprovate. Chi però preferisce basare le proprie convinzioni sull’osservazione dei fatti, e non su idee preconcette, nel caso della Luna si trova di fronte ad una tale quantità di indizi negativi, che suggeriscono l’inganno, da far impallidire persino la montagna di prove a favore dell’autoattentato dell’11 settembre.
Ma i meccanismi mentali rimangono identici, per cui in un caso come nell’altro si assisterà alle acrobazie più impensabili da parte di chi vuole a tutti i costi respingere questa ipotesi, e si dedica a cercare di spiegare pazientemente ciascuna “anomalia”, dimenticandosi nel frattempo di guardarle nel loro insieme.
Esattamente come per l’undici settembre (e per il caso Kennedy), esistono ormai in internet centinaia di pagine che riportano ogni singola diatriba, su ciascun argomento “lunare”, nelle quali viene detto assolutamente tutto e il contrario di tutto. Con un risultato complessivo, per chi cerca di capirci qualcosa, uguale a zero. A costoro purtroppo non rimane che rimboccarsi le maniche, e approfondire personalmente gli argomenti – almeno i più importanti - fino ad essere in grado di farsi una propria opinione, in un senso come nell’altro. Vi sono invece due obiezioni di fondo, sull’ipotesi dell’inganno lunare, che non sono “comandate” dai meccanismi inconsci di cui sopra, ma che sono condivise da moltissime persone a livello razionale.
La prima è: Come sarebbe possibile mettere in piedi una macchinazione del genere, che prevede necessariamente il coinvolgimento di migliaia di persone, senza pensare che qualcuno prima o poi parli e sveli tutto?
La seconda è: Se davvero gli americani non fossero andati sulla Luna, perchè i russi avrebbero taciuto, invece di denunciarli di fronte al mondo?
Riguardo alla prima obiezione, non sta scritto da nessuna parte che sia necessario mettere al corrente migliaia di persone per inscenare le passeggiate lunari. Bastano anzi pochissime persone, collocate al posto giusto, per fare di tutti gli altri proprio le prime vittime dell’inganno collettivo. Se ad esempio qualcuno fosse stato in grado di manipolare il segnale ricevuto dal radiotelescopio australiano di Honeysuckle Creek, che ritrasmetteva in tutto il mondo le immagini provenienti dalla Luna, ecco che di colpo i primi ad essere ingannati sarebbero stati proprio le migliaia di tecnici della missione Apollo, che da Houston seguivano con trepidazione le gesta di Armstrong e Aldrin sulla superficie lunare. A quel punto, non solo non era più necessario assicurarsi che tutti costoro mantenessero il segreto per sempre, ma diventavano loro stessi i più accaniti difensori della versione ufficiale, in quanto “presenti in prima persona” al momento dell’allunaggio.
La stessa cosa può dirsi per i giornalisti, per i politici, e per tutti coloro che in qualche modo si trovarono ad aver parte di quell’avventura; invece di migliaia di bocche da tenere cucite, si sarebbero creati altrettanti guardiani fedeli, pronti ad aggredire chiunque osasse mettere in dubbio la versione ufficiale, proprio perchè convinti in prima persona di quanto accaduto. La stessa obiezione, sulle “migliaia di persone coinvolte che poi bisogna far tacere”, è stata avanzata anche per l’undici settembre, ma poi si è visto come in realtà bastassero pochissimi personaggi, piazzati al posto giusto, per ritardare o deviare le operazioni della difesa di quel tanto da permettere agli aerei dirottati – o chi per essi – di giungere tranquillamente a bersaglio.
Rimangono naturalmente esclusi da questo discorso gli astronauti, sui quali andrebbe scritto un capitolo a parte. Ma sappiamo bene che i militari americani non scherzano (la NASA è un ente civile solo di facciata, ma è gestita in tutto e per tutto come un braccio esterno del Pentagono), e specialmente quando ci sono di mezzo questioni di questa magnitudine non stanno certo a guardare per il sottile. Chiunque lavori per loro è legato da giuramento al proprio silenzio, e chi sgarra ha delle probabilità di sopravvivenza pari a quelle di un pesce gettato in mezzo al deserto.
Non è questo l’ambito per approfondire, ma chi vuole farlo può certamente iniziare a studiare la vicenda di Gus Grissom e compagni, che morirono bruciati vivi durante un test di Apollo 1, perchè pare che non fossero troppo d’accordo con l’idea della messinscena lunare. E non furono gli unici a morire in modo sospetto. Fra tumori fulminanti e incidenti in auto, infarti e incidenti in moto, più della metà dei moonwalkers se ne sono andati prima del previsto.
Nella stessa ottica, si spiega anche meglio lo strano comportamento di quelli rimasti in vita - dal silenzio ormai quarantennale di Armstrong alle profonde crisi depressive di Aldrin, dalla “deriva mistica” di Irwin alla fondazione della scuola noetica di Mitchell - i quali abbandonarono tutti la NASA entro pochi anni dalla fine del programma Apollo.
Se c’è infine un momento nel quale è impossibile non vedere la difficoltà estrema, nel recitare un ruolo che non gli appartiene, è proprio la conferenza stampa alla quale parteciparono subito dopo il rientro i tre astronauti di Apollo 11. Ciascuno giudichi da solo se questi sono tre “eroi dello spazio” al culmine di una esilarante carriera, che li ha visti realizzare un sogno impossibile, oppure tre poveracci che non vedono l’ora di scappare lontano dai riflettori e dalle domande dei giornalisti.
La seconda obiezione, sul silenzio dei russi, è invece basata su una presunzione errata, e cioè che basti denunciare un falso del genere per essere presi seriamente. Guardate solo la fatica che fa oggi un qualunque critico della versione ufficiale ad essere preso seriamente, e provate a pensare se a negare quei viaggi fossero stati proprio coloro che avevano appena perso la gara spaziale con gli americani. Avrebbero fatto la stessa tenerezza che fa la volpe quando dice che “tanto l’uva non è ancora matura”, ma solo dopo essersi presi delle sonore pernacchie da parte di tutto il mondo. In realtà esistono già da tempo dei giochi trasversali molto più complessi, a livello spaziale, fra russi e americani, e di questi il programma spaziale congiunto – che iniziò proprio, curiosamente, durantre le missioni Apollo – è soltanto la punta dell’iceberg. Questi giochi escludono a priori una qualunque denuncia pubblica di quel tipo, che avrebbe portato – se mai presa seriamente - alla fine immediata di ogni progetto spaziale, russo o americano che fosse. Nessuno rompe il giocattolo che gli da da vivere, anche se ogni tanto gli tocca perdere una partita: se c’è una cosa che qualunque militare teme, su una sponda come sull’altra, è proprio la fine dei finanziamenti governativi, e se c’è una cosa per cui lo stesso militare sarebbe disposto a tutto, su una sponda come sull’altra, è proprio il proseguimento illimitato di quei finanziamenti.
In ogni caso, comunque la si guardi, la faccenda dello sbarco lunare rischia di solcare profondamente le coscienze collettive come nessun'altro evento della storia umana: la falsità come metodo di manipolazione delle coscienze e della verità.

martedì 28 luglio 2009

Manipolati

C’è qualcosa di profondamente ributtante nel vedere quello che stanno facendo Repubblica e l’Espresso intorno agli scandali di Berlusconi. Ma non è il semplice fastidio provocato dal miserrimo livello raggiunto nel pubblicare le telefonate delle prostitute, è qualcosa di molto più profondo e arcaico, ce va a cozzare con il più intimo senso di giustizia della natura umana.
O forse è un disperato gesto di ribellione, che nasce nel sentirsi manipolati al di là di ogni accettabile limite. O forse ancora è il fastidio per questa viscida ipocrisia, da parte delle suddette testate, nel travestirsi da “giornalismo” solo quando la cosa torna utile, ben sapendo di non aver mai assolto a quel compito per il resto dei giorni dell’anno.
Insomma, deve essere qualcosa di profondamente grave, se una persona che non ha mai provato la minima simpatia politica per Berlusconi, si ritrova oggi incapace di gioire per la sua ormai inevitabile discesa agli inferi.
Sembra quasi che il vederlo sconfitto su un territorio così poco “politico”, dopo averlo visto scorrazzare indisturbato sulla carcassa della nostra nazione, non faccia che ricordarci tutto il male impunito a cui abbiamo dovuto assistere in tutti questi anni.
Impunito, naturalmente, grazie alla connivenza del sudetto giornalismo di facciata. In certi momenti viene addirittura il sospetto che togliere di mezzo Berlusconi in questo modo - rumoroso ma in fondo innocuo - sia il supremo lasciapassare per un disastro sociale, economico e morale al quale i nostri “giornalisti” hanno assistito silenti sin dall’inizio – avallandolo quindi - e che mai a questo punto vorrebbero sentirsi ricordare. Qualunque sia l’ipotesi giusta, rimane questa pervasiva sensazione che i giustizieri siano mille volte più indegni, laidi e corrotti del giustiziato. Ed è questo che risulta inaccettabile.

lunedì 27 luglio 2009

Falsa Sicurezza

“Altro che ronde! In Italia la situazione è vergognosa (perché) non esiste la certezza della pena!” A parlare non è un no-global, né un personaggio che avversa Berlusconi, ma il capo della Polizia di Stato della Repubblica Italiana, Antonio Manganelli.
Già lo scorso anno, Manganelli si prodigava a denunciare i pericoli dovuti all’indulto: “I crimini impuniti (sono) una vergogna vissuta ogni giorno… in Italia non esiste la certezza della pena… gli sforzi della polizia vengono vanificati”. Quello che osserva Manganelli noi italiani dobbiamo verificarlo per forza, avendo come capo di governo un personaggio che si è macchiato di numerosi reati ma non ha mai fatto un giorno di galera. Il fatto è che proprio chi vuole una realtà in cui prevale la legge del più forte, e in cui i cittadini si sentano insicuri, si spaccia per fautore della “sicurezza”.
Delle due l’una: o si è onesti e dunque si vuole vivere in un paese senza crimini, oppure si è disonesti e si punta a creare paura e insicurezza per meglio turlupinare. Dunque, un governo capeggiato da un delinquente non potrà, per via di logica, garantire alcuna vera “sicurezza”. E infatti, non sfugge ai più attenti che la questione della “sicurezza” è strategica, e permette al regime di raggiungere diversi obiettivi:
1) Far accettare l’idea della militarizzazione del paese. Da alcuni anni persino la Tv non fa altro che trasmettere molte produzioni in cui gli “eroi” sono poliziotti o carabinieri. La parata militare (sospesa negli anni Settanta fino al 1982), è stata ripresa in grande stile negli ultimi anni. In poche parole, si vuole far capire che le cosiddette “forze dell’ordine” devono avere un ruolo importante nel paese. La contraddizione sta nel fatto, come vedremo, che esse non sono realmente potenziate o rese operative sempre.
2) Seminare panico verso gli stranieri, descritti dalla propaganda come criminali e responsabili dei reati commessi nel nostro paese. Le statistiche dicono che la maggior parte dei reati è commessa da italiani. Certamente esiste la criminalità straniera, ma seminare panico non è il miglior modo di affrontarla.
3) Reprimere chi si vuole e quando si vuole. Si vuole fare in modo che il reato non rappresenti per forza l’elemento che deve far scattare il comportamento repressivo. Si vuole creare una situazione in cui anche coloro che non hanno fatto mai nulla di criminale possano essere perseguiti o repressi.
4) Si vuole scoraggiare i dissidenti dei paesi del Terzo mondo dal credere di poter continuare a lottare contro i poteri criminali che dominano nel loro paese (protetti dalle autorità occidentali) espatriando.
5) Sviare l'attenzione da altre vicende, come gli intrallazzi di governo e la crescente povertà a cui il paese sta andando incontro.
La propaganda relativa alla “sicurezza” non riguarda soltanto la repressione degli immigrati, ma anche il presunto pericolo di “neo-fascismo e ultras”.
Non molti ricordano che in seguito alle violenze negli stadi Berlusconi iniziò a parlare di pacchetto di misure anti-violenza o “sicurezza”. Per capire ci si può addentrare brevemente, senza pretese di essere esaustivi, sul terreno della tifoseria violenta. Lo scorso anno il questore di Napoli, Antonino Puglisi, che non è certo nemmeno lui un no-global o un anarchico, ebbe a dire: ''Sappiamo che tra i gruppi del tifo organizzato ci sono collegamenti con frange della criminalità organizzata. Stiamo vagliando l'accaduto e nelle prossime ore, dopo l'incontro che avremo nel pomeriggio in Procura, potremo esprimere una valutazione più precisa''.
Il governo però si affrettò a far sapere che forse c’era stata ''una errata valutazione degli avvenimenti da parte anche della prefettura e della questura''. Dopo le parole di Puglisi, si ebbe una mobilitazione generale del Ministero dell’Interno, della Lega calcio e del capo di polizia Manganelli.
I mass media, spesso portano in prima pagina il “mostro ultras o naziskin” ma evitano di spiegare gli elementi del fenomeno e le responsabilità del sistema. Qui non si nega l’esistenza di persone violente che vogliono approfittare della situazione per sfogarsi negli stadi o perseguitando i più deboli, ma si vuole sostenere che sarebbe possibile affrontare questo problema, e magari organizzare iniziative (sociali o culturali) che avversino il comportamento violento. Con tutto il degrado sociale e culturale che i giovani “respirano” tutti i giorni, mantenere l’equilibrio non deve essere certo facile, specie se non si ha alle spalle una famiglia adeguata. Il nostro contesto alimenta la “pseudo-cultura delle fazioni” e l’idea che per sentirsi “forti” occorra “sconfiggere” qualcuno, anche con la violenza.
Nei gruppi di ultras c’è una rigida gerarchia e un capo che “detta legge”, inducendo gli altri a comportarsi come vuole lui e creando il “branco” violento. Ovviamente, questi capi sono identificabili.
C’è chi sostiene che i capi degli ultras siano pilotati. Ad esempio, dichiara Mario Corsi, conduttore in una radio dei tifosi romanisti: "Se il governo strumentalizza le curve, vuol dire che è alla canna del gas..(quanto accaduto ieri sera all'Olimpico) appare gestito per fare forte pressione sul governo” (che doveva prendere decisioni sul “Salvacalcio”). Secondo il sociologo Alessandro Dal Lago, gli ultras hanno la complicità delle società calcistiche , che data la situazione non chiara di dissesti finanziari avrebbero interesse a ricevere aiuti dal governo, e le violenze potrebbero mascherare questi aiuti o renderli accettabili. Sta di fatto che diversi gruppi ultras avrebbero ricevuto finanziamenti e aiuti di vario tipo dalle società calcistiche e da imprese private. Oggi in Italia questo è vietato da una legge entrata in vigore nel 2007.
Quando i media si sono occupati in modo ossessivo di ultras, sono anche arrivati i decreti "danarosi" per le società calcistiche. Già ai tempi del governo Prodi, si piangeva miseria ma si approfittava del trambusto creato dagli ultras per approvare decreti che, in sordina, davano aiuti finanziari di vario tipo alle società calcistiche. Ricordiamo che anche lo scorso anno erano stati fatti progetti per sostenere quel miscuglio di affari-banche-politica che oramai il calcio italiano rappresenta.
Quest’anno, il disegno di legge firmato Lolli-Butti dovrebbe prevedere un finanziamento alla costruzione di alcuni stadi. Non sarebbe certo il primo aiuto finanziario alle società di calcio, che sono società private quotate in borsa, basti pensare al decreto-salvacalcio del 2003, che permise allo stesso Berlusconi di intascare non poco denaro. Questo cosa ha a che fare con le ronde e gli immigrati?
Anche se non sembra, c’entra eccome.
Infatti, noi siamo sempre più poveri perché i nostri soldi sono rubati dalle banche e dai grandi imprenditori che hanno privatizzato i nostri beni (stadi compresi) e che quando si trovano in difficoltà battono cassa (profitti privati e pubbliche spese). Questo è risaputo. Quello che è meno risaputo è che più ci impoveriscono e più gridano al “problema sicurezza”. E non è un caso. Il sistema attuale sa di aver tirato troppo la corda negli ultimi anni, distruggendo economicamente moltissimi cittadini. Gridare alla “sicurezza” significa anche far presente che ci può essere caos, sollevazioni, microcriminalità, certo dovuti anche alla maggiore miseria creata dalle banche.
Che siano sostenuti dalla mafia, dal governo o dalle società calcistiche oppure no, gli ultras rappresentano comunque una netta minoranza rispetto ai tifosi, e non è pensabile che uno Stato non sappia affrontare un gruppo di violenti. Purtroppo, autorità che permettono ai mafiosi di controllare buona parte del nostro paese, sono anche capaci di utilizzare tutti i mezzi possibili per soggiogare i cittadini, e di non affrontare i veri problemi della "sicurezza".
In sintesi, come è evidente ormai a molti, i politici arraffano quanto più possibile per darlo ai loro padroni, e poi cercano di giustificarlo (magari con la “crisi”) o di tenerlo nascosto. Tanto per dare un’idea, negli Usa già da diversi anni i politici hanno la “sicurezza” al top delle loro agende, come se non vi fossero problemi dovuti alle banche, stipendi da fame, problemi per l’assenza di assistenza sanitaria, degrado dei servizi pubblici, ecc. Più le banche e le grandi società ricevono denaro pubblico e più c’è bisogno di distogliere l’attenzione strombazzando “sicurezza”. Gridare alla “sicurezza” serve dunque a distogliere l’attenzione dalle vere cause dell'impoverimento e ad indurre a pensare che i guai siano dovuti agli immigrati.
Tutto questo può sembrare banale, ma non sono pochi gli italiani che cadono nella trappola e credono davvero che i loro problemi siano dovuti agli immigrati, accrescendo sempre più l’odio razzistico.
Che non ci sia una vera volontà di proteggere il cittadino emerge anche dal “taglio dei fondi sulla sicurezza” che è stato fatto anche dal governo attuale. Una circolare firmata dal prefetto Giovanna Iurato, direttore dei servizi tecnico-logistici del Dipartimento della pubblica sicurezza, dice senza mezzi termini che le risorse a disposizione della polizia sono insufficienti. La circolare spiega che "sul capitolo relativo alle spese per la gestione e la manutenzione dei veicoli della polizia di Stato gli stanziamenti di bilancio risultano di gran lunga insufficienti rispetto agli effettivi fabbisogni… (di conseguenza tutti gli automezzi sono invitati) a circoscrivere le spese ai soli rifornimenti di carburante”. Dunque, se un mezzo ha bisogno di manutenzione, dato che non ci sono soldi, deve restare in garage.
Secondo i dati dell’Anfp, il sindacato dei funzionari di Polizia: "a Roma, dall' inizio dell' anno si sono fermati 250 mezzi. E a Napoli sono in garage in attesa di manutenzione 228 auto con i colori della polizia, 108 del tipo normale…. il rischio che in pochi mesi molte autovetture della polizia in Italia restino bloccate da guasti per riparare i quali non ci sono fondi”.
Spiega il segretario Anfp, Enzo Letizia: “Il fondo del 2009 per la Motorizzazione, tagliato del 60 per cento rispetto a quello del 2008, potrebbe servire solo a coprire il debito dell'anno passato…. (era stato detto che) avrebbero destinato alla sicurezza un miliardo di euro confiscati alla mafia. Ma che fine hanno fatto quei fondi? Era solo un annuncio spot?.... Il risultato finale è che la sicurezza dei cittadini rischia di indebolirsi se non ci saranno interventi finanziari. C'erano stati promessi più soldi e più poliziotti di quartiere: la prima promessa non è stata mantenuta. La seconda probabilmente si realizzerà, perché non avremo più macchine».
Anche Giuseppe Tiani, del sindacato di base dei poliziotti (Siap), deve constatare che risulta sempre più difficile che “gli agenti possano lavorare con automezzi inadeguati… Questo è il risultato della politica di questo governo che, anziché reperire le risorse necessarie per garantire l' efficienza dei servizi, pare preoccuparsi di provvedimenti di facciata, come l' erogazione di cento milioni di euro agli enti locali per rafforzare il potere dei sindaci. Un investimento a pioggia che attualmente ha dato evidenti scarsi risultati”.
La propaganda sulla “sicurezza” nasconde dunque la non volontà di dare anche a questo settore le giuste risorse economiche per permettere di operare davvero a servizio dei cittadini. Privare di risorse, come sta accadendo anche in altri settori come la scuola o la sanità, significa inevitabilmente degrado e scarsa qualità, se non mancanza, del servizio ai cittadini. Sulla scia di questa inquietante situazione è nato il “pacchetto sicurezza”, approvato definitivamente il 2 luglio scorso.
Il Presidente della Repubblica ha firmato la legge ma, vergognandosene, ha dichiarato che essa suscita “perplessità e preoccupazioni (per le) numerose norme tra loro eterogenee, non poche delle quali prive dei necessari requisiti di organicità e sistematicità… (c’è) la presenza nel testo di specifiche disposizioni di dubbia coerenza con i principi generali dell'ordinamento e del sistema penale vigente”.
Come al solito, Napolitano cerca inutilmente di rimanere “pulito” pur sguazzando nella melma di un sistema corrotto fino la midollo.
Come fanno capire autorevoli giuristi, la detta legge è contro la nostra stessa Costituzione e un palese tentativo di abituare i cittadini ad una situazione che non è più quella di uno Stato di diritto. Spiega l’ex giudice della Corte Costituzionale Guido Neppi Modona:
“Le norme del così detto “pacchetto sicurezza” sono norme razziste ed incostituzionali… Questa legge non punisce lo straniero per aver fatto qualcosa che è previsto come reato, ma per una mera condizione soggettiva: quella di essere straniero irregolare. Per di più in un sistema nel quale la regolarizzazione è quasi impossibile… tutto ciò comporta la violazione del principio costituzionale di uguaglianza: gli italiani saranno puniti se compiono un fatto previsto dalla legge come reato, gli immigrati vengono puniti comunque, indipendentemente dall’aver fatto alcunché, per una mera condizione personale di stranieri non in regola, il che di per sé non può avere rilevanza penale. Per questo le norme sono discriminatorie. Questa norma però non è una novità. La condizione di immigrato clandestino è già stata trasformata in una “aggravante” da un decreto-legge del maggio del 2008 che, in modo discriminatorio ed incostituzionale, prevede un aumento di pena sino ad un terzo per lo stesso reato se a compierlo è uno straniero irregolare invece di un italiano o straniero regolare… Lo straniero che è messo in condizione di potersi regolarizzare è meno pericoloso anche perché, se non deve nascondersi ed è inserito nella società è più controllato. Collegare la condizione di immigrato irregolare alla pericolosità sociale è un atteggiamento miope e discriminatorio. A seconda delle notizie di cronaca di volta in volta si ricollega la pericolosità sociale a provenienze diverse: una volta si sostiene la pericolosità degli albanesi, poi di marocchini, poi di romeni, ma non è possibile legiferare su presupposti razzisti… Inoltre tutto ciò è inutile: lo straniero irregolare era già punito con una sanzione amministrativa, l’espulsione dichiarata dal prefetto. L’unica conseguenza ulteriore è la stigma di delinquente che gli viene ora attribuita, a mero scopo propagandistico e con grave danno per il sistema… Questa legge non ha alcun utilità pratica ma è la mera risposta ad un elettorato che però usufruisce di quegli stessi servizi che vengono condannati. Ecco il vicolo cieco in cui si è infilato il legislatore che ora temporeggia. Quanti sono gli elettori che danno lavoro ad uno straniero irregolare e che potrebbero venire puniti da questa legge? Immagino che per questo ci sarà una sanatoria generalizzata mascherata da decreto flussi in autunno”.
Criminalizzare il semplice fatto di non avere ancora un permesso di soggiorno permetterà trattamenti disumani. Ad esempio, gli immigrati non potranno accedere ad alcun servizio pubblico. Chi sta male non può andare in ospedale, chi è costretto a lavorare in nero (perchè il suo datore di lavoro italiano non vuole metterlo in regola) e deve mantenere la propria famiglia che risiede nel suo paese non può inviare denaro ai familiari, dato che per farlo sarà necessario avere il permesso di soggiorno (art. 43). Tutto questo, occorre dirlo, permetterà al nostro governo di arraffare altro denaro. Infatti, chi vuole il permesso di soggiorno o acquisire la cittadinanza italiana dovrà pagare da 80 a 200 euro. Si prevede un incasso di almeno 160 milioni di euro. Considerato il comportamento del governo, è difficile pensare che questo denaro sarà destinato a migliorare il paese. Inoltre, la nuova legge autorizza le associazioni “di volontari per la sicurezza” ad organizzare ronde dotate di spray urticante. Insomma, la nostra sicurezza è in mano a persone che hanno come obiettivo principale quello di ingrassare ancora di più le tasche dei soliti noti, disposti persino a militarizzare il paese.
Questo ci farà davvero sentire più sicuri? Abbiamo davvero bisogno di “vigilantes pubblici e privati" che ci facciano sentire in uno Stato di polizia? E l’evoluzione quale sarà? In futuro ci saranno “Sceriffi” pronti a pestare chi non ha il permesso di soggiorno? Si potranno vedere sempre più di frequente i pestaggi di extracomunitari o varie vessazioni a danno di neri o arabi? E con questo “regalo” fattogli dalle sue autorità, il cittadino italiano come si sentirà? Potrà sentirsi “contento” di chi governa sottraendogli denaro, imponendogli un assetto mafioso e rendendolo sempre più incattivito, ma contro i più deboli, non certo contro i veri responsabili dei suoi problemi?

domenica 26 luglio 2009

La stella del mattino

Molto spesso mi sono chiesto quale fosse il significato di "stella del mattino" riportato sulla Bibbia che viene recitato sia per la Vergine sia utilizzato per denominare anche a Lucifero.
Tramite un bel pamphlet di un mio vecchio amico, diventato prete a tarda età, sono riuscito a capire l'arcana e apparente antinomia. Non solo la Vergine, ma anche il Salvatore nell’Apocalisse viene chiamato (più precisamente chiama se stesso) “stella del mattino”: “Ego sum radix et genus David stella splendida et matutina”. Pietro, nella seconda lettera, chiama stella del mattino Gesù o forse, la nuova buona novella. Dice che la parola dei profeti “è come una lucerna che brilla in un luogo tenebroso, finchè non comincia a splendere il giorno e la stella del mattino spunti nei vostri cuori” (donec...lucifer oriatur in cordibus vestris”). Come si vede, la vulgata in latino non esita a usare la parola “lucifer”, dal greco “phosphoros”, il porta-luce: si allude al pianeta Venere, luminoso annunciatore del mattino. Metafora che santamente si attaglia alla Madre e al Figlio. Sempre nell’Apocalisse, Gesù dopo aver minacciato castighi alla Chiesa di Tiatura, aggiunge: “...al vittorioso, quello che osserverà fino alla fine i miei precetti, darò potesta sulle nazioni... come io ho ricevuto dal Padre mio. E gli darò la stella del mattino” (et dabo illi stella matutina). Il passo è misterioso ed ha tormentato gli interpreti: non si può trattare qui della beatitudine promessa a chi persiste nella grazia di Dio, perchè san Giovanni non chiama mai la beatitudine “stella matutina”. E qualcosa in più, che vari padri riferiscono alla Vergine: come alla Donna che schiaccerà Satana, all’uomo che si santifica sarà data la pienezza della felicità di cui gode in Cielo Maria, vera stella matutina. Si vuol dire che la misteriosa qualità di stella del mattino sia passata dal Caduto alla Vergine? Chi sa.
Solo con il passar del tempo la tradizione cristiana restrinse il termine “lucifer” a Satana, nome che si trova nel passio di Isaia: “Quomodo cecidisti de caelo lucifer qui mane oriebaris corruisti in terram qui vulnerabas gentes”, come sei caduto dal cielo, lucifero, che sorgevi nel giorno! Come sei caduto a terra, tu che ferivi le genti!” (qui il greco ha eosphòros, il portatore dell’alba).
L’Enciclopedia Cattolica precisa che, per i Padri della chiesa, Lucifero non è il nome proprio del demonio, ma denota la condizione da cui è caduto. Ovviamente, le sette gnostiche hanno tratto da questa identità o somiglianza di appellativo la conclusione che Gesù e Lucifero sono la stessa persona, il che comporta ovviamente conseguenze antinomiche (la salvezza si ottiene attraverso il peccato, sarete come dei, eccetera). Ultimi di questa setta, i Mormoni. Come vedere meglio evitare queste nefande conclusioni. Meglio aprirsi al dono imperscrutabile della vera e sola Stella Mattutina.
Buona Domenica a Tutti.

sabato 25 luglio 2009

Pressioni sull Iran

Contrariamente alle smentite ufficiali del Cairo, sommergibili «Dolphin» israeliani sono passati dal canale di Suez nel Mar Rosso, armati con missili da crociera Popeye, che possono portare una testata atomica ed hanno gittata di 1.500 chilometri. Sono passate anche due navi ebraiche da guerra, le lanciamissili Hanit ed Eliat, che prima stavano nel Mediterraneo ed ora sono nel Mar Rosso. Anch’esse si ritiene con missili da crociera. E'uno spiegamento in preparazione a un attacco all'Iran. Israele ha avuto un ok a procedere dai "leader occidentali", vedi europei, a bombardare l’Iran entro l’anno, in cambio di una qualche indefinita concessione sulla formazione di un futuro Stato palestinese.
Del resto la cosa coincide con l’ultimatum che i capi occidentali, riuniti nel G-8 all’Aquila, hanno lanciato a Teheran: ha tempo fino a settembre per accettare di discutere le sue installazioni nucleari, altrimenti...
Intanto, il segretario alla Difesa Robert Gates è in Israele per incontri segreti con Netanyahu e i militari di Sion, a trattare della «minaccia» nucleare iraniana.
Sia o no una ennesima flessione di muscoli di Israele e dei suoi Stati sudditi per dissuadere Teheran, queste mosse stanno fortemente allarmando Mosca e Pechino. Tanto più che i servizi russi hanno segnalato che Sion, oltre ad aver fatto giungere i tre quarti della sua Marina da guerra nel Golfo, ha posizionato una trentina dei suoi caccia-bombardieri Made in USA in Kurdistan, da dove può lanciare attacchi ravvicinati.
Gli esperti militari russi e cinesi hanno chiaro infatti che la «preparazione» israeliana configura uno scenario da incubo, una vastissima destabilizzazione. I missili Dolphin sono infatti al largo dell’Iran per servire per un «secondo colpo», forse nucleare, se Teheran invece di piegarsi dopo il primo attacco aereo, reagisse lanciando missilii contro Israele; ciò che la fantasia paranoide israeliana teme e proclama di temere è una «pioggia di missili» di Hezbollah dal Libano (si noti, dove sono stanziate le truppe italiane della missione internazionale, che si troverebbero tra i due fuochi- prepari un bel po di bare signor Primo Ministro).
Israele proclama di avere in piena funzione il sistema antimissile, che ha chiamato «Iron Dome» (cupola di ferro) e che può contrare fino a «seimila missili» lanciati contemporaneamente da Iran, Hezbollah e Siria.
Come fu il caso della proclamata paura dei «missili di Hamas» (che poi non si videro) prima dell’aggressione a Gaza, anche questo timore va interpretato come l’intenzione di Israele di cogliere l’occasione dell’incursione all’Iran per prendersi la rivincita su Hezbollah, ed estendere il conflitto alla Siria. Va ricordato che Siria e Iran sono uniti da un trattato di alleanza, che impegna l’uno a intervenire se è attaccato l’altro. E la Siria ospita una base navale russa nel porto di Latakia. Non a caso Mosca ha fatto sapere in questi giorni che il progetto di posizionare parte della sua flotta del Mar Nero in Siria sta procedendo speditamente, anzi accelerando.
Non basta. Cina e Russia sanno bene che Israele ha le sue forze nel Kurdistan iracheno, regione che si è dichiarata di fatto indipendente e la cui milizia viene addestrata e armata da israeliani: è ovvio che, in caso d’attacco, Israele userà questo territorio confinante con l’Iran, coinvolgendo il Kurdistan nel conflitto. E’ da vedere come reagiranno Turchia e Iran. Come ignorano i nostri media, gli USA che occupano l’Iraq hanno dovuto consentire alla Turchia di fare incursioni nel Kurdistan iracheno, santuario dell’irredentismo curdo terrorista, e con l’Iran c’è un simile accordo riservato: Teheran di fatto cannoneggia la regione kurda irachena senza temere rappresaglie americane. E’ possibile che anche la Turchia sia trascinata nel conflitto?
Ancora più allarmanti per Mosca le prospettive negative a lungo termine per i suoi interessi. Un Iran reso «democratico», denuclearizzato e filo-americano a suon di bombe, sarebbe la tessera che manca al piano di Washington (più precisamente del vecchio nemico Brzezinski, consigliere di Obama) per togliere alla Russia quel che le resta di controllo sugli Stati ex-sovietici del centro-Asia, e mettere un grosso, definitivo bastone tra le ruote delle ambizioni russe di restare il primo e necessario fornitore enegetico della UE. La pipeline chiamata «Nabucco», che attraversa il Sud-Asia senza passare per gli oleodotti russi, è parte essenziale di quel piano, ma ha un difetto: non c’è abbastanza petrolio dei Paesi firmatari ex sovietici per giustificare il costoso manufatto. Un Iran normalizzato e «democratico» fornirebbe i volumi mancanti, e renderebbe il Nabucco conveniente, tagliando fuori la Russia dai mercati di consumo europei. Un Iran vinto, e attratto nell’orbita «occidentale», non è negli interessi di Mosca. In questo senso, è singolare - ma probabilmente rivela una prudente valutazione della propria inferiorità militare strategica, e dell’invecchiamento del proprio arsenale - che Mosca non abbia ancora perfezionato la consegna dei sistemi missilistici anti-aerei all’Iran, destinati proprio alla difesa ravvicinata delle centrali iraniane.
Ma come si atteggerà, invece, la Cina? Non c’è dubbio che da Pechino la rivolta degli Uiguri è vista come una conseguenza della presenza americana in centro-Asia, Afghanistan ed Iran. I cinesi sono parte importante della Shanghai Cooperation Organization e del BRIC, e nelle due riunioni delle due organizzazioni tenutesi prima della visita di Obama a Mosca, la Cina si è mostrata dalla parte di Mosca. D’altra parte, il fatto che il Cremlino permetta agli USA di usare il proprio spazio aereo e terrestre per rifornire l’occupazione in Afghanistan, e l’accettazione di fatto, da parte dei russi, del sistema antimissile americano in Polonia e Cekia, non può che acuire i sospetti di Pechino. La Cina cerca notoriamente di avere una partnerships strategica con Washington (e di fatto ce l’ha sul piano finanziario, essendone il maggior creditore) e può vedere in una Mosca troppo «amica» degli americani una concorrente.
La guerra è invece estremamente conveniente per Netanyahu: la richiesta di Obama di sospendere gli insediamenti illegali, per quanto inefficace, è un punto di frizione del suo governo con «l’alleato» americano. Un attacco all’Iran, con il clamore e la destabilizzazione che provocherebbe, farebbe uscire di scena la questione. Per l’Iran invece è il momento peggiore. Il regime, in piena crisi interna, dopo le manifestazioni di massa contro Ahmadinejad, non può contare sulla minima comprensione internazionale, nemmeno la minima simpatia se viene aggredito a ferro e fuoco. E proprio a causa della sua crisi interna che lo paralizza, non è in grado di trattare autorevolmente e rapidamente per la questione delle sue centrali nucleari. Da Teheran vengono segnali che possono essere interpretati come tentativi di appeasement, ma anche di scollamento. Il capo iraniano dell’Organizzazione dell’Energia Atomica, il responsabile primo delle centrali, Gholam Reza Aghazadeh, ha dato le dimissioni, apparentemente preoccupato (secondo la BBC) per la sicurezza sua e della sua famiglia in vista dell’imminente incursione israeliana. Il suo posto è stato occupato da Ali Akbar Salehi, il negoziatore presso la AIEA nel 2003-2004, quando l’Iran fece importanti concessioni all’agenzia dell’ONU.
Quanto ad Ahmadinejad, dopo le contestate elezioni, s’è appena scelto come vice presidente del suo nuovo governo Esfandiar Rahim-Mashaei, già ministro della Cutlura, Artigianato e Turismo. Rahim Mashaei è noto soprattutto per aver pronunciato nel 2008 una strana apertura verso Israele: «Oggi, l’Iran è amico del popolo americano e israeliano. Nessuna nazione del mondo è nostra nemica». La dichiarazione si guadagnò un rabbuffo del supremo ayatollah Ali Khamenei, e Rahim-Mashaei fece marcia indietro, dicendo che era stato male interpretato. Ma la sua frase non è stata dimenticata. La sua nomina da parte di Ahmadinejad (di cui è ritenuto un intimo) ha suscitato proteste e ostilità nei settori «duri» della repubblica islamica. La Società Islamica dell’Unione degli Studenti, che ha sostenuto Ahmadinejad, ha scritto una lettera al vicepresidente chiedendogli di dimettersi: il concetto di «amicizia dell’Iran col popolo israeliano» è un elemento di frattura per la decima amministrazione» (quella uscita alle contestate elezioni).
Altre critiche sono giunte da esponenti religiosi apparentemente vicini ad Ahmadinejad, come l’hojatoleslam Hamid Rasaei (un ex membro del Majlis, il parlamento) e l’hojatoleslam Gharavi. membro importante della Associazione dei docenti dei Seminari di Qom.

venerdì 24 luglio 2009

Pandemia S.p.A.

La febbre suina del 1976 è un episodio racchiuso negli archivi della storia delle presunte pandemie. Questo ceppo influenzale appariva stranamente molto simile alla pericolosa spagnola del 1918: una coincidenza che finì per creare il panico soprattutto negli Stati Uniti. La domanda da porsi è infatti: dove e come si diffuse questo terribile virus? La risposta è semplicissima: come già fu per la Spagnola (i cui primi casi furono riscontrati a Fort Riley in Kansas), anche la febbre suina del '76 nacque all'interno di una base dell'esercito americano nel New Jersey, Fort Dix. Una recluta morì appena dopo aver avvertito i sintomi dell'influenza nel gennaio 1976, ed altre quattro furono colpite da questa intensa forma di influenza. La concomitanza di un'altra influenza stagionale che durò sino al marzo del '76, indusse il Presidente Ford ad ordinare la vaccinazione di massa negli Stati Uniti. Il programma di immunizzazione cominciò il 1 ottobre 1976 e fino all'11 ottobre era stato vaccinato circa un terzo della popolazione (il 24%). Fu allora che tre anziani morirono a causa degli effetti collaterali del vaccino.
La notizia si diffuse ma nonostante tutto solo il 16 dicembre la vaccinazione fu bloccata: il 33% della popolazione era stata vaccinata. Più di 500 furono i casi di sindromi di paralisi neuromuscolari, più di 25 i morti, quasi 4000 le richieste di danni avanzate alla Pubblica Amministrazione da privati cittadini che avevano subito il vaccino. E l'influenza scomparve nello stesso nulla dal quale era sopraggiunta L'11 aprile 1979 la CBS nella sua famosissima trasmissione "60 Minutes" affrontò la questione della vaccinazione di massa e le sue conseguenze sulla salute pubblica. In effetti quell'episodio del 1976 si rivelò frutto di un allarmismo estremo, se non proprio di una strategia ben meditata (qui trovate la trascrizione completa della trasmissione).Poniamoci una domanda a caso: chi era il Capo di Gabinetto del Presidente Ford? E chi il Vice Capo di Gabinetto? Non avete indovinato? Rispondo subito: erano un tal Donald Rumsfeld ed un altro tal Dick Cheney. Ma che casualità! Donald Rumsfeld è stato Presidente della "Gilead Sciences", la società che ha brevettato il Tamiflu, dal 1997 al 2001. E nell'attuale Consiglio di Amministrazione siedono un ex segretario di Stato (George Shultz), il cofondatore della Intel (Gordon Moore) e la 5a presidentessa del Council for Foreign Relations (Carla Anderson Hills). Bel trio, no? Rumsfeld è ancora azionista della Gilead che dopo aver ceduto il brevetto alla Roche, trattiene il 10% di royalties sulle vendite.
Nel 2006 fu varato dall'amministrazione Bush il Piano Strategico di Prevenzione dell'Influenza Pandemica. Il piano prevedeva l'acquisto dell'80% di scorte di Tamiflu e del 20% di scorte di Relenza (un competitor del Tamiflu). A questo punto fermiamoci un attimo. Gilead Sciences? Non trovate che questo nome sia poco convincente? Gilead Che significa in ebraico Gilead? Significa "testimonianza", è la collina divisa storicamente fra Giordania e terra di Sion. E' citata più volte nella Bibbia come il luogo in cui si rifugiavano molti patriarchi. Galaad (sua traslitterazione alternativa) è il luogo in cui fuggono Giacobbe, Davide e l'intero Israele. Luogo di salvezza e di testimonianza. Forse - azzardiamo - il luogo in cui si rifugeranno coloro che conservano la salvezza, l'antidoto alla pandemia? Chissà, le coincidenze sono comunque inquietanti.
Veniamo però alla "nuova influenza". Anch'essa nasce in maniera alquanto strana. Se in un altro articolo ho dimostrato chiaramente che il contagio è nato negli Stati Uniti (non in Messico) e precisamente nella zona di San Diego, non stupirà sapere che a San Diego c'è il U.S. Naval Health Research Center (NHRC) che collabora assieme al Trudeau Institute alla ricerca di un vaccino contro una probabile pandemia da aviaria. E non stupirà neppure sapere che il 19 Ottobre 2008 i capi di Stato Maggiore di USA, Francia, Inghilterra, Germania ed Italia si sono riuniti a Lake Placid (New York), località in cui ha sede il suddetto Trudeau Institute. Per discutere su cosa? Secondo un comunicato frettolosamente rilasciato si doveva discutere di Afghanistan, peccato però che nè Francia, nè Germania abbiano truppe in Afghanistan. E poi perchè riunirsi nella località in cui si studia un vaccino per difendere i militari in caso di pandemia? Basta leggere il sito dell'Istituto per documentarsi sulla questione.
A questo punto non possiamo pronosticare il futuro. Di certo però la questione è estremamente poco chiara ed il sospetto è che questo virus fabbricato in laboratorio venga diffuso quale sedativo della crisi economica, un sedativo che potrebbe essere utile a decimare un po' di popolazione umana ed a riassestare il sistema internazionale ormai scricchiolante. Forse viene considerata una soluzione meno distruttiva di una guerra. O si tratta semplicemente di un mezzo per arricchire talune elites (leggi case farmaceutiche), impaurire le masse ed accrescere il controllo su di esse. Di sicuro, comunque, almeno il 90% dei giornalisti (italiani e non) dovrebbe cambiare mestiere, dopo l'evidente assenza di informazione su uno scandalo dalle proporzioni colossali.

giovedì 23 luglio 2009

"L'affidabile" Walter

“E’ impossibile immaginare la CBS News, il giornalismo e certamente anche l’America senza Walter Cronkite,” ha detto Sean McManus, presidente della CBS News, sulla scomparsa di Walter Cronkite. “E’ stato più del migliore e del più affidabile conduttore nella storia, ha guidato l’America attraverso le crisi, le tragedie ma anche attraverso le vittorie e i nostri momenti più importanti.” Mi chiedo se McManus conoscesse il vero Cronkite – un ex funzionario dell’intelligence che è stato convinto ad abbandonare la redazione di Mosca della United Press International per l’Operazione Mockingbird di Phil Graham.
Ovviamente sì. Perché il sistema mediatico, almeno al livello che occupava Walter Cronkite, è pieno di spie, agenti del governo e 007 della disinformazione. La CIA ha delle “risorse importanti” all’interno di ogni principale organismo informativo del paese, un fatto confermato da numerosi documenti del FOIA. Una rapida occhiata fu data anche dalla commissione di Frank Church alla metà degli anni Settanta. Alcuni dei giornalisti che lavoravano con la CIA “furono vincitori di premi Pulitzer, cronisti di prim’ordine che si consideravano ambasciatori-senza-portafoglio per il loro paese,” scriveva Carl Bernstein in un articolo pubblicato su Rolling Stone nell’ottobre 1977. “La maggior parte di loro aveva minor risalto: corrispondenti all’estero che pensavano che il loro legame con l’Agenzia li aiutasse con il loro lavoro; corrispondenti part-time e freelance che erano interessati sia alla temerarietà degli affari tra spie che a scrivere articoli. La categoria più esigua erano i dipendenti a tempo pieno della CIA che all’estero si spacciavano per giornalisti.”
“Solo nel 1982 l’Agenzia ammise apertamente che i cronisti che la CIA aveva sul proprio libro paga erano stati al servizio degli agenti sul campo”, scrive Alex Constantine in “The Depraved Spies and Moguls of the CIA’s Operation MOCKINGBIRD”. “La maggior parte dei consumatori del sistema mediatico erano – e sono – inconsapevoli degli effetti che la manipolazione dell’opinione pubblica ha avuto nelle loro convinzioni.”
“Negli anni Cinquanta, le spese per la propaganda globale salirono fino ad un terzo del budget delle operazioni segrete della CIA. Alla fine, circa 3.000 dipendenti stipendiati e a contratto della CIA furono coinvolti negli sforzi di propaganda. Nel 1978 il costo per i contribuenti americani della disinformazione nel mondo fu stimata in una cifra di 265 milioni di dollari all’anno, un budget superiore alle spese di Reuters, United Press International e Associated Press messe insieme.
Cronkite era un tassello affidabile e prezioso di quell’enorme sforzo propagandistico. Cronkite tradì il suo atteggiamento così cortese e paterno nel 1999 quando accettò il premio Norman Cousins Global Governance in una cerimonia tenutasi presso le Nazioni Unite:
“Molti di noi sono dell’avviso che se dovessimo evitare il definitivo e catastrofico conflitto mondiale dovremmo rafforzare le Nazioni Unite, come primo passo verso un governo mondiale modellato sul nostro governo, con un potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e una forza di polizia per far valere le sue leggi internazionali e mantenere la pace. Per farlo, naturalmente, noi americani dovremo cedere parte della nostra sovranità. Sarà una pillola amara, occorrerà molto coraggio e molta fiducia nel nuovo ordine. Ma le colonie americane già lo fecero e produssero una delle unioni quasi perfette che il mondo abbia mai visto.” Si dice che Cronkite “in qualche modo parlava in nome della nazione a cui si rivolgeva”, secondo il Los Angeles Times, quando in realtà – come tutti i personaggi del sistema mediatico – Cronkite leggeva un copione fornito dalla CIA su ordine dell’élite dominante. Un giornalista molto "affidabile".

mercoledì 22 luglio 2009

Silenzio sul dolore dell'Aquila

70.000 persone circa stanno male. Senza casa, senza la città, senza tessuto sociale, senza gli uffici. Molti non rientreranno nella loro casa se non tra molti anni, molti non rientreranno più, perché la casa la hanno già perduta, o perché gliela stanno per abbattere. Tutti non rivedranno la città ricostruita prima di 7/8 anni, almeno. Le persone anziane rischiano di non rivederla mai più. E intanto che fanno? Chi può lavora, lavora 100 volte più di prima, lavora in condizioni disastrate e disperate. Anche perché tutti gli aspazi agibili in città sono stati occupati dalla Protezione Civile, obbligando altri operatori cruciali per la ripresa della città, come l'Università ad esempio, ad andare altrove. Una Protezione Civile che, con le parole del rettore Di Orio «ha una visione dell’occupazione degli spazi inquietante».
Non tutti però riescono a lavorare, neanche in condizioni disastrate. E' il caso dei dipendenti della Transcom, 360 persone poste in mobilità. La direzione generale spiega di non essere più in grado di pagare gli stipendi perché non più competitiva anche a causa del terremoto del 6 aprile, che ha reso inagibile la sua sede. E' il caso dei dipendenti della Technolabs - uno dei più importanti Centri di Ricerca e Sviluppo del centro-sud Italia a capitale esclusivamente italiano - 100 (su 160) dei quali hanno solo la prospettiva di 13 settimane di cassa integrazione a partire dall'inizio di agosto. A fronte di questa drammatica situazione, qual è la risposta del governo per rilanciare l'economia? Ad esempio quella di richiedere ai residenti del 49 comuni del "cratere", a partire da gennaio 2010, la restituzione dell'IRPEF non versata a seguito del terremoto, da effettuarsi al 100% in 24 rate. Per darvi un parametro di confronto, nei paesi colpiti dal terremoto dell'Umbria, l'Irpef non venne versata per 24 mesi, e viene restituita ADESSO, dopo dieci anni e più, al 40% e in 120 rate (situazione analoga si verificò per gli alluvionati in Piemonte).
Cosa passa invece dai mezzi di comunicazione "istituzionali"? Passa la voce di un Presidente del Consiglio che grida al miracolo per la costruzione di alloggi per circa 13.000 persone, quando allo stato attuale solo il 54% delle abitazioni fuori del centro storico è agibile. Se la stessa percentuale fosse valida anche per il centro storico i conti sono presto fatti: circa 35.000 sfollati (tralasciamo poi l'incresciosa situazione del centro storico: del loro futuro a tutt'oggi non sanno nulla, nulla di nulla al di là di poche parole del premier: «nel centro storico il tempo sarà contato non in mesi ma in anni»).
E basta. Questo è il suo miracolo. E ad agosto il premier vuole prendere casa all'Aquila per seguire i lavori di queste casette perché, parole sue, «l'occhio del padrone, come si dice, sappiamo cosa produce..» (Padrone? sono gli aquilani i padroni della nostra città, caro premier). Raccontiamo queste cose, fuori dal "cratere" e la gente sembra non crederci. Si ha la sensazione che tutti gli Aquilani siano stati abbandonati.
Ma anche qui, tranne in rare eccezioni, le informazioni sulla situazione dei terremotati continuano ad essere condivise solo dai terremotati stessi. E così continuano a parlarsi addosso.E il resto d'Italia continua a non sapere niente.
E cosa fanno gli Italiani? Continuare a guardarli come poveri animali allo zoo, che forse stanno anche diventando un po' noiosi a fare e dire sempre le stesse cose da tre mesi? Bè, temo proprio che la noia continuerà per qualche anno. Del resto è la cappa del silenzio che rende muto il dolore dell'Aquila.

lunedì 20 luglio 2009

Fumi sulla Luna

Da diverso tempo compare, ormai con sempre maggiore insistenza, notizie e tesi riguardo al fatto che l'allunaggio effettuato per opera del primo uomo sul suolo lunare non sia mai avvenuto, ma che anzi tutta l'operazione sia stata una gigantesca messinscena, anche molto costosa, per convincere l'opinione pubblica mondiale che gli USA avessero vinto la gara per antonomasia della guerra fredda. Non mi sbilancio per l'una o l'altra ipotesi (ossia dell'avvenuta presenza dell'uomo sulla Luna o della sua totale mistificazione). Rimango aperto ad ogni argomentazione valida e concreta sull'argomento. Sta di fatto purtroppo che dubbi fondati permangono. Non sto quì a dilungarmi in ogni caso, altri siti ne parlano abbondantemente.
Alle mille obiezioni che sono state opposte nel tempo a questa avventura spaziale - dai limiti oggettivi della scienza (di allora come di oggi) per difendersi dalle radiazioni cosmiche (fascia di Van Allen in primis), a quelli più squisitamente tecnici di realizzabilità in generale, e infine ad una montagna di fotografie e filmati contraffatti - si viene ora ad aggiungere anche un ostacolo significativo, la scomparsa nel 2007 del filmato originale della prima passeggiata lunare di Neil Armstrong, stranamente a ridosso del termine ultimo dei 40 anni in cui scade anche il “top secret” directive sui documenti dell’intera operazione inclusi i filmati originali dello sbarco la cui analisi avrebbe potuto portare a qualche sorpresa (la Nasa era ed è sempre stata prima di tutto un'organizzazione Militare più che civile). Secondo la NASA, le prime immagini televisive dell'uomo sulla Luna vennero trasmesse a terra da un "sistema televisivo non convenzionale", ovvero non compatibile con il normale sistema NTSC (che viene tutt'ora usato in America). Fu quindi necessario riprendere con una seconda telecamera lo schermo televisivo "speciale" sul quale apparivano - nitidissime, pare, per chi le vedeva le immagini in arrivo dalla Luna. Ecco come noi avremmo finito per vedere quelle immagini offuscate e un pò "spettrali" che tutti ricordiamo.(Qualcuno qui può suggerire che ci sia invece un motivo tecnico molto preciso, per cui sarebbe stata scelta l'opzione della "doppia ripresa". Riprendendo delle immagini pre-registrate da un monitor de-interlacciato, se ne raddoppia la durata, e si ottiene quindi quell'effetto di "rallentatore" che caratterizza tutti i filmati "lunari", e che siamo invece istintivamente portati ad attribuire alla minore gravità del satellite. Basta infatti prendere un qualunque filmato lunare, e proiettarlo a doppia velocità, per veder scomparire quel "magico" effetto di leggerezza di cui sembrano godere tutti gl astronauti della NASA.)
Naturalmente, sempre secondo la NASA, quelle preziose immagini in arrivo dalla Luna vennero comunque catturate su nastro magnetico, e messe da parte a futura memoria. In quel periodo in effetti si iniziavano ad usare i primi nastri magnetici da due pollici, detti "ampex", per registrare le trasmissioni televisive, che fino a quel giorno erano state solo in diretta. Ma è proprio qui che la storia comincia a fare acqua da più parti. Prima di tutto, non si capisce bene perchè la NASA abbia voluto sviluppare addirittura un sistema televisivo apposito, "non compatibile" con le TV di tutto il mondo, quando, da una parte, c'erano già le riprese a 16 mm. a garantire le immagini "di qualità", mentre per la diretta TV una normalissima immagine a 525 linee avrebbe soddisfatto la platea mondiale molto di più di ciò che abbiamo visto tutti quella notte. (Sempre per quel qualcuno, diventa invece facile suggerire come questo "escamotage" spieghi perchè nessun altro osservatorio al mondo sia mai stato in grado di ricevere un solo fotogramma di quelli provenienti dalla Luna). Questo nastro comunque va protetto nel tempo e mantenuto in un ambiente sterile, a temperatura e umidità costanti, in modo da rallentarne al massimo il naturale processo di degrado. E' anche buona regola, nel caso di riprese di valore storico eccezionale come queste, farne un certo numero di copie, da conservare saggiamente in luoghi ben distanti l'uno dall'altro. La cosa più saggia di tutte - obbligatoria, anzi, in questo caso - sarebbe stata quella di procedere appena possibile a digitalizzare il nastro, trasformando in permanenti tutte quelle informazioni che sono invece destinate al deperimento naturale, trattandosi di nastro analogico. E' un'operazione che si sarebbe potuta, e dovuta, fare in tutta tranquillità gia da oltre dieci anni. Invece, nessuno pare ci abbia pensato. In ultimo, non avrebbe guastato usare all'umanità la cortesia di mostrarci, anche soltanto una volta, queste famose immagini lunari "di altissima qualità", la cui memoria invece pare destinata a scomparire insieme a quei pochissimi che sono ancora vivi fra quei pochi che le videro al momento degli allunaggi. In altre parole, è scomparso il nastro più importante della storia umana, senza che nessuno lo abbia mai visto.
Lo scrittore americano Ralph Rene del resto, morto l'anno scorso, ha sempre contestato la teoria ufficiale dello sbarco sul suolo selenico, anche avvalendosi non solo del proprio background scientifico ( era membro del MENSA- club di coloro con quoziente intellettivo oltre la norma) molto considerevole, ma anche dal supporto di molte altre figure scientifiche che nel corso della sua vita lo hanno aiutato a vagliare e valutare a fondo tutte le prove dello storico sbarco.
Aveva scritto, tra gli altri, “Nasa Mooned America” (1992) uno dei migliori libri in materia, e aveva partecipato a numerose trasmissioni televisive sull’argomento. Il suo libro fu definito “molto superiore” al famoso “We Never Went To The Moon” dal suo stesso autore, Bill Kaysing, da tutti considerato il “padre” della “teoria della beffa”.
La più grande democrazia del mondo, paese che baldanzosamente giura di avere fatto camminare ben 12 cittadini americani sul suolo lunare, tra il luglio del 1969 ed il dicembre 1972, ha considerato i propri astronauti come attori del cinema che negli anni sono diventati multimilionari, ottenuto cattedre universitarie e vivono in lussuosi ranch nella tranquillità del Maine o del Texas. Eppure temono che altri stati possano effettuare missioni di satelliti o addirittura umane sulla Luna. La Casa Bianca è tormentata da questa idea. Chiunque potesse scattare foto dalla superficie del nostro satellite potrebbe farci vedere il vero volto del suolo selenico tale da fare affiorare l’imbroglio.
Numerosi sono i tentativi delle recenti amministrazioni americane, inclusa l'attuale amministrazione Obama, di imbrigliare l’ardente desiderio dei cinesi di raggiungerla. La Cina sembra però aver rallentato la propria corsa alla Luna per difficoltà economiche, o almeno così danno ad intendere. Del resto un'eventuale frode sarà svelata solo col tempo.
Se di simulazione si è trattata è stata fatta estremamente bene ed è stata estremamente costosa. Ma perchè? Per un segreto spinto dai poteri forti delle sinarchie del mondo. La totale falsificazione e simulazione dello sbarco sulla Luna: questo è l'incubo ed il terrore dei poteri forti di oggi.Venire svelati nella grande Menzogna del 20° secolo. “Aquila è atterrata” (“Eagle has landed”) disse Neil Armstrong quando il modulo toccò bugiardamente la superficie selenica portato dall’Apollo 11. L’aquila è un simbolo massonico (degli USA e della loro Moneta) e pagano (dell’Esercito Romano). Questo volatile, per gli Illuminati, simboleggia l’occhio del dio Horus (antico nome di Lucifero!) che dall’alto, grazie alla vista acutissima, conosce ogni cosa mondana.
Strane coincidenze, strani fumi demoniaci sorgono sulla questione della luna.
Comunque sia la verità verrà fuori in ogni caso, in tutta la sua evidenza.
Nel Vangelo troviamo scritto: “Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto” (Luca 12,2). I fumi sulla luna a quel punto si diraderanno.

sabato 18 luglio 2009

Razzismo salsa Cinese

Le violenze in CIna – che hanno lasciato sul campo 156 morti e oltre 816 feriti ad Urumqi, la capitale del Xinjiang, la regione autonoma uigura nel nord-ovest del Paese – rappresentano l’esempio più recente dei crescenti conflitti tra il gruppo etnico maggioritario degli Han e le minoranze etniche della Cina.
Al centro dell’inasprimento del problema vi sono le antiquate politiche della Cina nei confronti delle proprie minoranze, un mucchio di misure marxiste che ora non soddisfano più né gli Han né le gli altri gruppi etnici. Con l’avanzare gargantuesco della economia del Paese, la visione dell’ex leader Mao Zedong – di uguaglianza politica ed economica tra Han e non-Han – è stata gradualmente minata. Se ne è potuto vedere il risultato sulle strade insanguinate di Urumqi.
Domenica 5 luglio, oltre 300 Uiguri – per la maggioranza musulmani unniti – hanno organizzato una protesta in Piazza del Popolo ad Urumqi per chiedere un’indagine sulla rissa avvenuta il 26 giugno in una fabbrica di giocattoli a Shaoguan, nella provincia del Guangdong. Le rivolte hanno avuto inizio quando la polizia ha cominciato a disperdere i dimostranti e si sono presto diffuse per l’intera città, un’insediamento isolato che conta 2,3 milioni di abitanti. Gruppi di rivoltosi hanno abbattuto guard rail, incendiato automobili e picchiato passanti di etnia han. Secondo l’agenzia statale di stampa Xinhua, la folla ha attaccato alcuni autobus e dato fuoco ad un albergo nelle vicinanze degli uffici della Commissione regionale per il commercio estero del Xinjiang. La stessa agenzia ha riferito che durante le violenze sono state distrutte e bruciate centinaia di auto, negozi e abitazioni.
Lunedì 6 luglio, il canale CCTV ha mandato in onda immagini di protestanti uiguri che attaccavano uomini e donne han, gettandoli a terra, prendendoli a calci e lasciandoli storditi e sanguinanti. Sono state mostrate le immagini del fumo che si levava dai veicoli mentre i rivoltosi ribaltavano le auto della polizia e distruggevano autobus. Secondo il Dipartimento di pubblica sicurezza del Xinjiang, lunedì sera almeno 156 persone sono state rinvenute morte e oltre 800 ferite, tra cui poliziotti armati. Oltre 50 cadaveri sono stati trovati in vicoli e strade secondarie, hanno affermato gli ufficiali, aggiungendo torvi che il numero dei morti sarebbe potuto aumentare. Le statistiche ufficiali non hanno fornito una suddivisione dei dati che permettesse di capire quanti dimostranti uiguri fossero stati uccisi. Un portavoce del World Uyghur Congress (WUC), un’organizzazione di Uiguri indipendentisti in esilio con sede negli U.S.A., ha dichiarato a Voice of America che la polizia ha aperto il fuoco sui dimostranti. Il governo cinese ha accusato il WUC di aver ideato e diretto le violenze.
Secondo l’agenzia Xinhua, "la situazione era sotto controllo" già lunedì mattina; la polizia aveva interrotto il traffico in alcune zone della città e aveva arrestato oltre mille dimostranti. Il Dipartimento di pubblica sicurezza del Xinjiang ha affermato che tra gli arrestati figuravano almeno dieci tra i personaggi più prominenti che avevano fomentato il malcontento domenica.
Ma martedì successivo, oltre 200 Uiguri – in gran parte donne – hanno organizzato una nuova protesta ad Urumqi davanti ai corrispondenti stranieri, e si è diffusa la notizia che nel pomeriggio i residenti han di Urumqi avevano avviato un contrattacco contro gli Uiguri. Le donne chiedevano il rilascio dei famigliari arrestati durante le violenze di domenica. Alcuni media di Hong Kong hanno riferito che le autorità hanno organizzato una visita per i corrispondenti stranieri nei luoghi in cui si erano verificate le violenze, e dove i dimostranti si sono impegnati in un teso testa a testa con la polizia. Il governo del Xinjiang, la sera stessa, ha segnalato che “elementi ostili” stavano complottando per istigare episodi di violenza in altre città della provincia, come ad esempio Yining e Kashgar.
"Proviamo profondo rammarico per la perdita di vite" ad Urumqi, ha affermato il portavoce del Dipartimento di stato USA Ian Kelly. "Invitiamo entrambe le parti a mantenere la calma e ad esercitare l’autocontrollo".
Anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha invitato tutti all’autocontrollo. Durante la conferenza stampa di lunedì ha dichiarato: "Ovunque si verifichino o si siano verificate, la posizione delle Nazioni Unite e del segretario generale è costante e chiara: tutte le divergenze di opinione – siano esse interne o internazionali – devono essere risolte pacificamente attraverso il dialogo".
Secondo l’agenzia Xinhua, il governo ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che i disordini hanno rappresentato “un crimine violento premeditato e organizzato. È istigato e diretto dall’estero e commesso da fuorilegge che si trovano nel Paese".
In un discorso trasmesso dalla televisione lunedì mattina, il governatore del Xinjiang Nur Bekri ha accusato il WUC – a cui capo è Rebiya Kadeer, un’ex donna d’affari che ora vive negli U.S.A. – di fomentare la violenza attraverso il telefono e internet. Nella dichiarazione si legge che "Rebiya ha intrattenuto conversazioni telefoniche con persone che si trovavano in Cina il 5 luglio al fine di istigare… e internet è stato usato per orchestrare l’istigazione”. Il portavoce di Kadeer, Alim Seytoff, ha dichiarato da Washington alla Associated Press che tali accuse erano prive di fondamento.
"Per il governo cinese è pratica comune accusare la signora Kadeer di ogni tumulto che si verifichi nel Turkestan Orientale e Sua Santità il Dalai Lama per ogni tumulto che si verifichi in Tibet", ha detto. ‘Turkestan Orientale’ è il nome dello stato che i gruppi e i militanti indipendentisti uiguri sperano di creare in Xinjiang.
Uno dei gruppi in esilio, lo East Turkestan Islamic Movement, è inserito dal governo cinese e dall’ONU nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Il WUC nega ogni rapporto con lo East Turkestan Islamic Movement.
Le violenze di Urumqi hanno fatto eco ai tumulti verificatisi in Tibet l’anno scorso. Nel marzo 2008, una manifestazione pacifica di monaci nella capitale Lhasa si è trasformata in una serie di rivolte poi diffusesi nelle aree circostanti, lasciando almeno 22 morti sul campo. Il governo cinese ha accusato il Dalai Lama di aver orchestrato le violenze. Il Dalai Lama ha negato l’accusa.
Ma che sia vero o meno che le rivolte siano state istigate da attivisti indipendentisti, rimane il fatto che i conflitti violenti sono alimentati facilmente dalla reciproca mancanza di fiducia esistente tra la popolazione han e minoranze etniche. Anche dicerie diffuse via internet hanno svolto un ruolo in questo caso.
La rissa avvenuta nella fabbrica di Shaoguan il 26 giugno è stata scatenata da un post su internet nel quale si sosteneva che almeno due lavoratrici han erano state stuprate da lavoratori immigrati uiguri, molti dei quali lavorano nella fabbrica in questione.
In risposta a questa accusa, i lavoratori han hanno preso d’assalto i dormitori dei lavoratori uiguri. Secondo la polizia locale, nella battaglia che è seguita sono stati uccisi due Uiguri e molti lavoratori di entrambe le parti sono rimasti feriti. Più tardi le autorità hanno arrestato un lavoratore han per aver diffuso la voce sullo stupro al fine di fomentare disordini.
I conflitti sempre più frequenti tra Han e altri gruppi indicano che la politica del Partito Comunista Cinese (PCC) nei confronti delle minoranze etniche è divenuta inefficace per il mantenimento dell’armonia nelle relazioni tra i diversi popoli.
Negli ultimi 60 anni, l’obiettivo dichiarato della politica del PCC è stato mantenere l’unità nazionale e stabilizzare la società civile. Il governo comunista considera cinesi tutti i gruppi etnici, ma li incoraggia tutti, in particolare le minoranze, a conservare e sviluppare le rispettive culture tradizionali. Il governo ha persino aiutato le minoranze la cui lingua era solo orale a creare propri sistemi di scrittura. L’idea che tutti in Cina appartengano alla “grande famiglia dei Cinesi” non è un’invenzione dei comunisti. Questo atteggiamento ebbe inizio con il padre fondatore della Cina moderna, il dottor Sun Yat-sen, e fu sostenuto dai primi pensatori dell’illuminismo cinese, come Liang Qichao e Hu Shih.
Nell’era del presidente Mao Zedong, la politica etnica fu dettata dalla sua dottrina della lotta di classe, secondo la quale tutti i lavoratori – Han e non-Han – condividevano un’unica identità comune: l’essere operai socialisti. Il termine "operai" stava a significare che essi erano anche i proprietari del Paese, tanto costituzionalmente quanto ideologicamente. Il nemico era rappresentato dai capitalisti, dai proprietari terrieri, dai proprietari di servi e dagli altri “sfruttatori”, a prescindere dalla loro origine etnica.
Questa politica prevalse sulle differenze etniche e rappresentò l’identità condivisa da tutti i lavoratori. In una certa misura, durante il governo di Mao essa unì tutti i gruppi etnici nella “lotta di classe” contro gli “oppressori”. Tuttavia, essa fece sì che le precedenti élite di potere nelle minoranze etniche divenissero nemiche giurate del PCC. I lavoratori poveri appartenenti ai gruppi etnici in Cina diedero grande sostegno al governo del PCC e accettarono la loro nuova identità socialista. Han e non-Han divennero uguali economicamente e politicamente, e l’idea di etnia svanì gradualmente per lasciare il posto all’idea di classe. Il concetto di classe comune, che rendeva uguali tutte le persone appartenenti alla stessa classe a prescindere dall’etnia, prevalse sull’idea di identità etnica prevenendo i conflitti etnici. Ma quando la dottrina della lotta di classe fu messa in pratica in modo estremo, in particolare durante la Rivoluzione Culturale tra il 1966 e il 1976, essa fornì alle Guardie Rosse – costituite principalmente da Han – la base per attaccare l’eredità culturale e storica della Cina, sia Han sia etnica, nel nome della rivoluzione. Questi attacchi offesero tremendamente i sentimenti delle minoranze.
Dopo la Rivoluzione Culturale, apparentemente a mo’ di indennizzo, il governo cinese iniziò a concedere privilegi e trattamenti preferenziali alle minoranze etniche.
Ad esempio, la dura politica del figlio unico si applica solo alle coppie han. Conseguentemente, il tasso di natalità e la percentuale di popolazione degli Han stanno diminuendo rispetto agli altri gruppi etnici. Nel frattempo, alle minoranze etniche sono stati concessi privilegi in termini di opportunità di impiego e di istruzione. Per intensificare la crescita economica, in anni recenti il governo ha riversato grandi quantità di denaro nelle zone abitate dalle minoranze etniche. Molti Han sono sgomenti di fronte a ciò che interpretano come discriminazione. Dopo la rissa a Shaoguan, il segretario del partito della provincia del Guangdong, Wang Yang, ha fatto visita e ha portato conforto ai lavoratori uiguri feriti, ma sembra abbia ignorato i feriti han. Ciò ha scatenato le ire di quest’ultimi aumentando la loro diffidenza nei confronti della politica del governo.
Mentre i gruppi etnici, come quello uiguro, lamentano di essere sfruttati o discriminati dagli Han, molti Han muovono al governo le stesse accuse. In definitiva, l’avanzare dell’economia cinese sta insidiando l’uguaglianza politica ed economica tra Han e non-Han.
È in aumento il divario in termini di ricchezza tra Han, che in genere vivono in aree più ricche, e gruppi etnici, che vivono in aree relativamente più povere. Anche la disparità economica tra regioni diverse è un motivo di conflitto tra Han e non-Han. Sebbene questo squilibrio nello sviluppo economico sia dovuto a numerosi fattori, è facile che le minoranze si sentano sfruttate dagli Han.
Al diminuire dell’influenza del Marxismo come ideologia dominante in Cina, anche il senso di uguaglianza politica si sta affievolendo. Oggi, la gente comune non è veramente considerata la proprietaria del Paese e i lavoratori non rappresentano più una classe che gode di rispetto. I capitalisti sono divenuti gli ospiti d’onore del governo. In Cina, l’uguaglianza politica basata sull’uguaglianza di classe è collassata. Negli ultimi 60 anni, quest’idea di uguaglianza di classe è stata la base su cui tutte le persone comuni, compresi gli appartenenti a minoranze etniche, potevano conservare la propria identità di membri della comunità politica cinese.
Ora la marginalizzazione economica e politica delle minoranze etniche sta distruggendo il fondamento dell’identità cinese di alcuni gruppi. Allo stesso tempo, questa marginalizzazione è profondamente fraintesa da molte persone appartenenti al gruppo etnico maggioritario degli Han.
L’identità condivisa dei cinesi – come operai socialisti – si sta gradualmente frantumando. Le risultanti rivolte ad Urumqi potrebbero essere solo l’inizio di qualcosa di molto, molto più grande.

venerdì 17 luglio 2009

L'ombra Oscura del Potere

L'inchiesta di Bari su squillo e coca party potrebbe nascondere una ben piu' grave verita': il premier, accerchiato dalle pressioni della malavita organizzata, deve uscire di scena. L'inchiesta di Napoli sui collegamenti dei Letizia va avanti, ma intanto tutto lascia intendere che il capo del governo abbia ormai politicamente le ore contate.
Domanda: perche' una forza politica largamente maggioritaria, sia per consensi che per popolarita', dovrebbe essere costretta a sbarazzarsi del leader carismatico che l'ha condotta al governo del Paese, conquistando per giunta decine di amministrazioni locali sparse da nord a sud del territorio? Tutti pronti a fare harakiri in nome di non si sa quale processo di moralizzazione interna, mandando all'aria le posizioni piu' ambite di governo? O moralisti parrucconi che hanno scoperto la loro vocazione puritana proprio quando sono arrivati all'apice di ogni immaginabile aspirazione politica? L'attacco a Silvio Berlusconi, quella bombetta a grappolo a base di escort da quattro soldi che esplode all'indomani del caso Letizia-camorra, potrebbe avere numerosi mandanti, com'e' stato detto. Un dato, pero', appare subito fuor di dubbio: fra loro ci sono uomini della sua stessa maggioranza. E non suona certo come una novita' che ad allearsi con questa fazione sia quella parte da sempre sotto traccia del Partito democratico che faceva e fa capo a Massimo D'Alema, per anni, fin dai tempi della Bicamerale, compartecipe del patto occulto sull'intangibilita' del conflitto d'interessi proprio con lo stesso Cavaliere. Ed oggi fautore del partito invisibile che, giorno dopo giorno, lo ha messo al muro e lo sta fucilando. Perche' Silvio Berlusconi - questo ormai e' chiaro - sul piano politico ha davvero le ore contate. Resta il quesito principe: cui prodest? Torna cosi' in campo quel convitato di pietra che, solo, puo' offrire un quadro in cui tutto torna e trova una spiegazione logica: i Casalesi.
Bocche cucite, al Palazzo di Giustizia di Napoli. Dopo la notizia sulle indagini in corso per accertare eventuali collegamenti fra Benedetto Letizia detto Elio, protagonista del Noemigate, e il clan Letizia di Casal di Principe, a distanza di un mese il silenzio e' di piombo. Nessuna smentita, richiesta di rettifica o azione giudiziaria e' giunta dai familiari della ragazza ne' dai suoi legali. Analogamente niente e' trapelato dalla Procura, dove secondo voci di corridoio le indagini sulla presunta parentela - e relativi sviluppi - sarebbero tuttora in corso e coperte dal massimo riserbo investigativo. «Difficile - spiegano in ambienti giudiziari napoletani - che non sia stato emesso un comunicato di smentita nel caso in cui le indagini non avessero dato alcun esito. Piu' probabile, invece, che si stia dando corso all'accertamento di ulteriori, complessi elementi lungo quel filone». Vale la pena allora di riepilogare in estrema sintesi il quadro che era emerso dall'inchiesta della Voce di giugno.
Siamo alla fine del 2008 quando l'allora diciassettenne Noemi Letizia appare per la prima volta ad un ricevimento ufficiale organizzato dal premier a Villa Madama. A Natale e' alla festa del Milan con sua madre, Anna Palumbo, al tavolo di uno storico big dell'entourage presidenziale, Fedele Confalonieri. La giovane, insieme ad altre ragazze, trascorrera' poi le feste di Capodanno a Villa Certosa. A rivelarlo, una fonte non proprio adamantina: l'ex fidanzato Gino Flaminio da San Givanni a Teduccio, un passato di guai con la giustizia.
Non si sapra' piu' nulla di lei fino al 26 aprile 2009, sera fatidica del suo diciottesimo compleanno, quando Silvio Berlusconi in persona arriva a Casoria nella ruspante Villa Santa Chiara, sede dei festeggiamenti e, prima del brindisi con la festeggiata, i camerieri e il parentado, si apparta per una buona mezz'ora in una saletta riservata con Benedetto Letizia. La notizia esplode sui giornali di mezzo mondo e si rincorrono le indiscrezioni piccanti. Noemi sara' sua figlia? O un'amante giovane dell'uomo piu' potente d'Italia? Fin qui il gossip. Unica Voce fuori dal coro, la nostra. Che rivela l'esistenza di un'indagine della Dda sul filone camorra.
Che cosa stava accadendo in quegli stessi mesi, fra Napoli e Caserta?
La guerra di camorra era esplosa il 18 maggio 2008 con l'omicidio di Domenico Noviello a Baia Verde, un villaggio turistico di Castelvolturno. Noviello, titolare di un'autoscuola, era un testimone di giustizia: aveva contribuito a far condannare casalesi di spicco come i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo. Il 1 giugno sotto i colpi dei killer finisce Michele Orsi, l'imprenditore coinvolto nei traffici di rifiuti che aveva deciso di collaborare con gli inquirenti. Sempre a giugno si conclude in appello il processo Spartacus a carico della cosca di Casale, con numerose condanne all'ergastolo per uomini del gruppo Bidognetti. Nel corso di un'udienza, allo scrittore Roberto Saviano erano state rivolte minacce di morte attraverso la lettura di un brano da parte di un avvocato dei boss, Michele Santonastaso. Un'accelerazione imprevista. Quasi una sfida. Un modo eclatante di attirare l'attenzione che non aveva precedenti nel modo di agire della cosca, ormai disposta ad uscire allo scoperto pur di difendere i suoi affari miliardari.
A ottobre un pentito rivela che ci sarebbe un piano del clan per uccidere Saviano entro Natale. Negli stessi giorni le indagini portano alla luce alcuni legami d'affari fra i corleonesi del superlatitante Matteo Messina Denaro e il clan dei casalesi. La guerra, a questo punto, si fa aperta. In gioco ci sono partite come i lucrosi traffici di rifiuti, in Italia, e, all'estero, le attivita' di riciclaggio che, nella sola Spagna, vedono i Casalesi e i loro piu' stretti alleati, gli Scissionisti di Secondigliano, impegnati fra l'altro a edificare villaggi turistici in mezza Costa del Sol.
E' a quel punto che il Viminale sferra un attacco senza precedenti. Il ministro leghista Roberto Maroni, incurante della presenza nel suo stesso governo di uomini come il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino da Casal di Principe indicato dal pentito Gaetano Vassallo come referente dei clan, in quattro-cinque mesi riesce a portare a segno risultati che i governi della repubblica in oltre sessant'anni non erano riusciti nemmeno a immaginare. La miccia scoppia dopo la strage del 18 settembre 2008, quando a Castelvolturno i Casalesi uccidono sei immigrati e il titolare di una sala giochi. Il 30 settembre scatta la prima maxioperazione: 127 ordini di custodia cautelare e sequestro di beni per 100 milioni di euro. In manette il gruppo di fuoco del clan, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia. Spagnuolo, che sara' fra i primi a pentirsi, sta dando un importante contributo alle indagini.
Nuovo blitz l'11 ottobre: la Dda partenopea arresta sette dei dieci ricercati del clan Bidognetti. Fra il 7 e il 22 novembre nella rete finiscono altri esponenti fra cui Gianluca Bidognetti, figlio del superboss Francesco (Cicciotto e' Mezzanotte). Il 14 gennaio 2009 termina la fuga del boss stragista Giuseppe Setola. Nuove operazioni fra marzo e aprile sgominano fazioni del clan operanti anche a Milano, Modena e Reggio Emilia. L'attacco al cuore dei Casalesi culmina il 29 aprile con l'operazione Principe, nell'ambito della quale viene arrestato Michele Bidognetti, fratello del capoclan, e vengono sequestrati beni del valore di 5 milioni di euro. E il 18 maggio a finire dietro le sbarre e' anche Franco Letizia (il suo arresto segue di poco quello del padre Armando Letizia), reggente del gruppo criminale.
Non meno stringente il pressing ai danni degli scissionisti di Secondigliano: il 12 febbraio di quest'anno gli inquirenti catturano un personaggio chiave del traffico di stupefacenti sull'asse Spagna-Scampia: il transessuale Ketty, al secolo Ugo Gabriele. A maggio la polizia arresta a Marbella il boss Raffaele Amato e, a Mugnano di Napoli, il pregiudicato Antonio Bastone, latitante dal 2006. Il rapporto annuale delle Fiamme Gialle, reso noto nei giorni scorsi, in proposito parla chiaro: «L'attivita' volta all'aggressione dei patrimoni accumulati dai clan camorristici - in particolare dei Casalesi - ha consentito di sequestrare beni e capitali di provenienza illecita per oltre 139 milioni di euro e di proporre, per l'applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale, beni e disponibilita' finanziarie per un valore complessivo prudenzialmente valutato in oltre 231 milioni di euro». «Un dato - viene ancora sottolineato - decuplicato rispetto a quello del corrispondente periodo del 2008». Ed e' lo stesso ministro Maroni a parlare di un “modello Caserta”, «che vogliamo mantenere ed estendere, concentrando l'attenzione sull'aggressione ai patrimoni mafiosi».
Non si e' mai visto un capo del governo che, a fronte di risultati cosi' rilevanti nel contrasto alla malavita organizzata, non abbia mai espresso, nel corso dei mesi, operazione dopo operazione, almeno un cenno ufficiale di plauso o soddisfazione, anche al solo scopo di gonfiare il petto per le brillanti prestazioni di un ministro del suo governo?
Niente. Silenzio assoluto del premier, prima, durante e dopo il caso Noemi. Ed oggi, ferme restando le indagini top secret su Benedetto Letizia, quel silenzio si trasforma in un ulteriore, decisivo elemento per comprendere la guerra sottobanco dichiarata al premier. Prima dalla camorra. E poi, proprio per questo, dalla parte non compromessa del suo esecutivo. Secondo la ricostruzione più accreditata quella maledetta domenica sera del 26 aprile Berlusconi, dopo aver cercato con ogni mezzo di sottrarsi, fu costretto a mostrarsi nella sala cerimonie di Casoria per dare un segnale eloquente a chi di dovere. Un ricatto, una minaccia grave pendevano sul suo capo ad opera di boss capaci di passare da affari milionari in mezzo mondo ad attentati sanguinari rivolti alle singole persone. L'attrezzatura non manca.
Sulle ragioni di quel ricatto si possono avanzare numerose ipotesi. A cominciareda quello schiaffo in piena faccia agli affari dei clan che il tandem Berlusconi-Guido Bertolaso ha inferto con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, destinato a mandare letteralmente “in fumo” traffici da milioni e milioni di euro cash gestiti fino ad allora dagli Scissionisti coi Casalesi. E tutto questo, benche' a liberare Napoli da tonnellate di pattume in meno di due settimane fossero state anche imprese in odor di camorra.
Alla luce dell'inchiesta aperta dalla Procura di Bari sui giri di “squillo” e starlette che avrebbero frequentato Palazzo Grazioli e Villa Certosa grazie alle mirabolanti iniziative dell'imprenditore Gianpaolo Tarantini, potrebbero ora aprirsi scenari paralleli.
Quale che sia stata la molla che aveva obbligato Berlusconi alla “discesa di Casoria”, la popolarita' che da allora ha circondato Noemi Letizia (con il conseguente valore aggiunto sul suo nome in caso di apparizioni televisive, serate, vendita di servizi fotografici, etc.) non poteva non fare gola ad altre, ben piu' spregiudicate frequentatrici delle magioni presidenziali. Soprattutto se si tratta di persone senza scrupoli, avvezze a trarre benefici dalle loro prestazioni anche attraverso l'uso di registratori nascosti, arma suprema per i ricatti. La costola dell'inchiesta barese condotta dal pm Giuseppe Scelsi sulla presunta induzione alla prostituzione, trova il suo momento clou con l'arrivo spontaneo in Procura della escort Partizia D'Addario. La quale, in un primo momento, si mostra come una donna irreprensibile irretita dai lupi mannari. Poi viene fuori il suo passato. Quello vero. Ed emerge, fra l'altro, l'inquietante amicizia con Marisa Scopece, la giovane prostituta d'alto bordo brutalmente assassinata e data alle fiamme nelle campagne baresi, a settembre 2007. Pare che avesse deciso di parlare, di fare i nomi dei personaggi altolocati ai quali si accompagnava. In quell'occasione gli inquirenti risalirono alla D'Addario grazie ai tabulati telefonici della donna uccisa. Ai pubblici ministeri lei confermo' il legame con Marisa e la comune amicizia con «molte altre persone».
Da Patrizia “Brummel” D'Addario in poi, e dalla sua consegna “spontanea” della audiocassette sulle feste presidenziali, scatta la ressa di pseudo-veline pronte a raccontare di aver preso parte ai bagordi in casa del premier. Un diluvio di “rivelazioni” gossippare. «Un exploit - fa notare un esperto di intelligence - molto simile a quelli che i manipolatori degli effetti mediatici fanno scattare per coprire altre verita', per mettere la sordina a fenomeni ben piu' gravi, che cosi' sfuggono al controllo dell'opinione pubblica».
Al momento non e' chiaro se lo “spontaneismo” della D'Addario sia stato dettato da ambizioni personali, o invece pilotato da qualcuno che doveva infliggere il colpo di grazia a Berlusconi, per allontanare dai vertici dello Stato un uomo invischiato in manovre camorristiche tali da mettere in pericolo la sicurezza del Paese. Ad onta dell'affollamento di sempre nuove ragazze pronte a “vuotare il sacco” in cambio di notorieta', alcuni elementi farebbero propendere per la seconda ipotesi. In primo luogo la compresenza nel Pdl, nell'esecutivo nazionale e e nei governi locali di destra, di personaggi tirati in ballo da pentiti o da rapporti delle commissioni d'accesso in comuni sciolti per mafia (vedi Sant'Antimo e vedi il neo presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro), accanto a figure che - in primis i leghisti - alla malavita organizzata partenopea la guerra l'avevano dichiarata in tempi non sospetti. Ed ora hanno impresso la accelerata finale.
«Se un asse sotterraneo per il de profundis politico a Berlusconi esiste - viene sottolineato in ambienti investigativi romani - vede certamente in primo piano la parte “pulita” del governo e del Pdl». Che avrebbe incontrato come alleata, lungo la strada, la Puglia di quel Massimo D'Alema che la partita di fine anni novanta col Cavaliere l'ha chiusa da tempo. Ed oggi si trova, per puro “caso”, ad annunciare con ventiquattr'ore di anticipo, dai microfoni di Lucia Annunziata, quella “scossa” in arrivo da Bari destinata a segnare l'uscita di scena dell'uomo di Arcore. Una vicenda che passa per le mani di un pubblico ministero di Magistratura Democratica. E per una Procura che ha sede nell'enclave PD del sindaco Michele Emiliano. Ex magistrato.
E' il “complotto” di cui parlano il ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto e il Giornale? «Piu' che altro - spieganonegli ambienti investigativi - una cordata. Un'alleanza anomala che nasce per motivi di stabilita' democratica». In ballo ci sarebbero le sorti di un Paese il cui premier deve rispondere alle richieste dei clan. Ma questo, finora, nessuno ha avuto il coraggio di ammetterlo.

giovedì 16 luglio 2009

Due paesi, stessa Crisi

«I paesi del G8 non devono dare per scontato che la ripresa dell'economia mondiale sia vicina»: così scriveva il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, in una lettera inviata al premier Berlusconi e ai leader a ridosso dello svolgimento dello scorso summit internazionale dell'Aquila. «Il 2009 resta un anno pericoloso - si legge nella missiva -, i recenti guadagni potrebbero svanire presto e il ritmo della ripresa nel 2010 è tutt'altro che certo». Purtroppo, ha ragione. Anche perché alcuni dati parlano chiaro: dopo aver assistito a un caso di speculazione over-the-counter spaventoso che in un giorno ha portato il prezzo del petrolio a guadagnare tre dollari in una mattinata (quei mercati, i cosiddetti “casino”, andrebbero regolati seriamente, altro che gli hedge funds), il barile è di nuovo crollato a 63,85 dollari, il minimo da un mese a questa parte.
Il perché è presto spiegato: da un lato i fondamentali sono tornati a dettare legge come è giusto che sia, dall’altro la crisi in Cina dove scontri tra polizia e miliziani islamici nella provincia di Xinjiang ha portato alla morte di oltre 260 persone: se la bolletta energetica di marzo del gigante cinese parlava la lingua della crisi, questa inaspettata destabilizzazione rischia di creare danni molto seri al paese e alla sua economia, tutt’altro che sana e con tassi di crescita ben lontani da quelli millantati dal regime. Insomma, l’unico motore di possibile ripresa a livello mondiale non solo si è inceppato ma vede alcuni meccanismi decisamente sabotati. Se alla rivolta principalmente etnica e religiosa si unirà in un combinato congiunto di malcontento anche quella dei contadini, il prezzo che Pechino sarà chiamata a pagare rischia di essere davvero pesante.
Il regime di Pechino ha una serie di criticità che non solo assumono significati e drammaticità nuovi, ma permettono una lettura della realtà che travalichi le versioni ufficiali e molto spesso menzognere. Come anticipato, Pechino mente sulla crescita. Il dato di del 6,1% nel primo trimestre di quest’anno è semplicemente irrealistico se posto in paragone con il calo dell’utilizzo di energia elettrica del 3,2% registrato a maggio e con quello delle spedizioni navali, calate del 26% e quindi moltiplicatore della crisi dell’export. Inoltre, l’ennesima massa di prestito da 1000 miliardi di dollari emessa nel dicembre scorso sta ingolfando il sistema bancario, incapace di gestire quel quantitativo di denaro che infatti viene stoccato come reserve a Shanghai o utilizzato a scopo puramente assistenziale per mantenere artificialmente in vita il settore della costruzioni, devastato dalla crisi.
Ma non è tutto, il peggio è che la società di rating Fitch si è messa a fare le pulci alla Cina in questo periodo e il quadro che ne è uscito è stato tutt’altro che consolante. «Le future perdite subordinate allo stimolo messo in atto dalle autorità governative potrebbero presentare entità maggiori del previsto e non è affatto chiaro come i governi locali e nazionali saranno in grado di, o vorranno, intervenire». Linguaggio da agenzia di rating che si traduce però nel downgrading della Cina nell’indicatore “macro-prudential risk” da categoria 1 (sicura) a categoria 3 (dove giace, per capirci, la fallita Islanda).
Già, queste sono le previsioni. Avvalorate da un dato spaventoso presentato da Michael Pettis dell’Università di Pechino: «Se correttamente calcolato, senza maneggi politici o di propaganda, il rapporto debito/Pil della Cina sta ormai viaggiando a livelli del 50-70 per cento». Le banche, poi, non stanno meglio: l’esposizione ai debiti corporate ha toccato i 4.200 miliardi di dollari, una cifra che sale a colpi del 30% alla volta a fronte di una contrazione dei profitti del 35%. Il cosiddetto roll-over risk, il rischio legato al pagamento o alla rinegoziazione di un debito, sta salendo a dismisura. E il problema è che in molti vedevano la Cina come il motore che poteva far ripartire l’economia mondiale e, soprattutto, garantire un mercato del debito sufficiente a mantenere artificialmente in vita anche un sistema disfunzionale come quello scelto dalla Fed per deprezzare il dollaro e spalmare nei quattro continenti il debito Usa sotto forma di bond del Treasury.
Nessuno vuole ovviamente puntare il dito né tantomeno azzardare teorie complottistiche ma questo timing presocché perfetto - il grande evento internazionale, i primi scricchiolii e soprattutto la volontà di Pechino insieme a Brasile, India e Russia (il cosiddetto Bric) di sostituire il dollaro (troppo debole e instabile) con un paniere valutario misto come valuta di riferimento per le reserve mondiali - la dice lunga sulla portata storica di questo momento.
Il crollo del prezzo del petrolio, inoltre, potrebbe essere frutto di una duplice strategia studiata accuratamente a tavolino: nel mese del grande rally si sono fatti i soldi con la speculazione, ora si lascia crollare il prezzo al fine di mettere del tutto in ginocchio Mosca, la cui capacità di onorare il debito estero contratto dipende unicamente dalle revenues petrolifere: pensate che la Russia farebbe fatica ad onorare gli impegni anche se il barile toccasse quota 90 dollari, figuriamoci ora che punta al ribasso verso il tendenziale dei 60.
Due avvenimenti, due segnali proprio prima del G8: coincidenze, ovviamente. Ma che fanno ben capire come la già citata geo-finanza sia davvero la scienza economica e politica del futuro. Vedremo quali misure adottate al vertice avranno efficacia, ivi comprese quelle potenziali contro l’Iran, altro snodo del mercato petrolifero. Chi ha giocato al ribasso comincia a contare i soldi, chi aveva creduto al rally spera di chiudere la posizione il prima possibile.
I futures funzionano così, infatti, anche se qualche genio vorrebbe ora metterli fuori legge per abbassare il prezzo del petrolio: peccato che le speculazioni si fanno over-the-counter, ovvero in maniera non regolamentate né dall’Ice a Londra (e quindi dalla Fsa) né a Washington: togliere i futures regolamentati vorrebbe dire distruggere ad esempio le compagnie aeree - che li usano per comprare carburante quando il prezzo scende, volete pagare un Milano-Londra 700 euro solo andata? - e fare la gioia di chi utilizza squeezes e corners per speculare.

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