sabato 25 luglio 2009

Pressioni sull Iran

Contrariamente alle smentite ufficiali del Cairo, sommergibili «Dolphin» israeliani sono passati dal canale di Suez nel Mar Rosso, armati con missili da crociera Popeye, che possono portare una testata atomica ed hanno gittata di 1.500 chilometri. Sono passate anche due navi ebraiche da guerra, le lanciamissili Hanit ed Eliat, che prima stavano nel Mediterraneo ed ora sono nel Mar Rosso. Anch’esse si ritiene con missili da crociera. E'uno spiegamento in preparazione a un attacco all'Iran. Israele ha avuto un ok a procedere dai "leader occidentali", vedi europei, a bombardare l’Iran entro l’anno, in cambio di una qualche indefinita concessione sulla formazione di un futuro Stato palestinese.
Del resto la cosa coincide con l’ultimatum che i capi occidentali, riuniti nel G-8 all’Aquila, hanno lanciato a Teheran: ha tempo fino a settembre per accettare di discutere le sue installazioni nucleari, altrimenti...
Intanto, il segretario alla Difesa Robert Gates è in Israele per incontri segreti con Netanyahu e i militari di Sion, a trattare della «minaccia» nucleare iraniana.
Sia o no una ennesima flessione di muscoli di Israele e dei suoi Stati sudditi per dissuadere Teheran, queste mosse stanno fortemente allarmando Mosca e Pechino. Tanto più che i servizi russi hanno segnalato che Sion, oltre ad aver fatto giungere i tre quarti della sua Marina da guerra nel Golfo, ha posizionato una trentina dei suoi caccia-bombardieri Made in USA in Kurdistan, da dove può lanciare attacchi ravvicinati.
Gli esperti militari russi e cinesi hanno chiaro infatti che la «preparazione» israeliana configura uno scenario da incubo, una vastissima destabilizzazione. I missili Dolphin sono infatti al largo dell’Iran per servire per un «secondo colpo», forse nucleare, se Teheran invece di piegarsi dopo il primo attacco aereo, reagisse lanciando missilii contro Israele; ciò che la fantasia paranoide israeliana teme e proclama di temere è una «pioggia di missili» di Hezbollah dal Libano (si noti, dove sono stanziate le truppe italiane della missione internazionale, che si troverebbero tra i due fuochi- prepari un bel po di bare signor Primo Ministro).
Israele proclama di avere in piena funzione il sistema antimissile, che ha chiamato «Iron Dome» (cupola di ferro) e che può contrare fino a «seimila missili» lanciati contemporaneamente da Iran, Hezbollah e Siria.
Come fu il caso della proclamata paura dei «missili di Hamas» (che poi non si videro) prima dell’aggressione a Gaza, anche questo timore va interpretato come l’intenzione di Israele di cogliere l’occasione dell’incursione all’Iran per prendersi la rivincita su Hezbollah, ed estendere il conflitto alla Siria. Va ricordato che Siria e Iran sono uniti da un trattato di alleanza, che impegna l’uno a intervenire se è attaccato l’altro. E la Siria ospita una base navale russa nel porto di Latakia. Non a caso Mosca ha fatto sapere in questi giorni che il progetto di posizionare parte della sua flotta del Mar Nero in Siria sta procedendo speditamente, anzi accelerando.
Non basta. Cina e Russia sanno bene che Israele ha le sue forze nel Kurdistan iracheno, regione che si è dichiarata di fatto indipendente e la cui milizia viene addestrata e armata da israeliani: è ovvio che, in caso d’attacco, Israele userà questo territorio confinante con l’Iran, coinvolgendo il Kurdistan nel conflitto. E’ da vedere come reagiranno Turchia e Iran. Come ignorano i nostri media, gli USA che occupano l’Iraq hanno dovuto consentire alla Turchia di fare incursioni nel Kurdistan iracheno, santuario dell’irredentismo curdo terrorista, e con l’Iran c’è un simile accordo riservato: Teheran di fatto cannoneggia la regione kurda irachena senza temere rappresaglie americane. E’ possibile che anche la Turchia sia trascinata nel conflitto?
Ancora più allarmanti per Mosca le prospettive negative a lungo termine per i suoi interessi. Un Iran reso «democratico», denuclearizzato e filo-americano a suon di bombe, sarebbe la tessera che manca al piano di Washington (più precisamente del vecchio nemico Brzezinski, consigliere di Obama) per togliere alla Russia quel che le resta di controllo sugli Stati ex-sovietici del centro-Asia, e mettere un grosso, definitivo bastone tra le ruote delle ambizioni russe di restare il primo e necessario fornitore enegetico della UE. La pipeline chiamata «Nabucco», che attraversa il Sud-Asia senza passare per gli oleodotti russi, è parte essenziale di quel piano, ma ha un difetto: non c’è abbastanza petrolio dei Paesi firmatari ex sovietici per giustificare il costoso manufatto. Un Iran normalizzato e «democratico» fornirebbe i volumi mancanti, e renderebbe il Nabucco conveniente, tagliando fuori la Russia dai mercati di consumo europei. Un Iran vinto, e attratto nell’orbita «occidentale», non è negli interessi di Mosca. In questo senso, è singolare - ma probabilmente rivela una prudente valutazione della propria inferiorità militare strategica, e dell’invecchiamento del proprio arsenale - che Mosca non abbia ancora perfezionato la consegna dei sistemi missilistici anti-aerei all’Iran, destinati proprio alla difesa ravvicinata delle centrali iraniane.
Ma come si atteggerà, invece, la Cina? Non c’è dubbio che da Pechino la rivolta degli Uiguri è vista come una conseguenza della presenza americana in centro-Asia, Afghanistan ed Iran. I cinesi sono parte importante della Shanghai Cooperation Organization e del BRIC, e nelle due riunioni delle due organizzazioni tenutesi prima della visita di Obama a Mosca, la Cina si è mostrata dalla parte di Mosca. D’altra parte, il fatto che il Cremlino permetta agli USA di usare il proprio spazio aereo e terrestre per rifornire l’occupazione in Afghanistan, e l’accettazione di fatto, da parte dei russi, del sistema antimissile americano in Polonia e Cekia, non può che acuire i sospetti di Pechino. La Cina cerca notoriamente di avere una partnerships strategica con Washington (e di fatto ce l’ha sul piano finanziario, essendone il maggior creditore) e può vedere in una Mosca troppo «amica» degli americani una concorrente.
La guerra è invece estremamente conveniente per Netanyahu: la richiesta di Obama di sospendere gli insediamenti illegali, per quanto inefficace, è un punto di frizione del suo governo con «l’alleato» americano. Un attacco all’Iran, con il clamore e la destabilizzazione che provocherebbe, farebbe uscire di scena la questione. Per l’Iran invece è il momento peggiore. Il regime, in piena crisi interna, dopo le manifestazioni di massa contro Ahmadinejad, non può contare sulla minima comprensione internazionale, nemmeno la minima simpatia se viene aggredito a ferro e fuoco. E proprio a causa della sua crisi interna che lo paralizza, non è in grado di trattare autorevolmente e rapidamente per la questione delle sue centrali nucleari. Da Teheran vengono segnali che possono essere interpretati come tentativi di appeasement, ma anche di scollamento. Il capo iraniano dell’Organizzazione dell’Energia Atomica, il responsabile primo delle centrali, Gholam Reza Aghazadeh, ha dato le dimissioni, apparentemente preoccupato (secondo la BBC) per la sicurezza sua e della sua famiglia in vista dell’imminente incursione israeliana. Il suo posto è stato occupato da Ali Akbar Salehi, il negoziatore presso la AIEA nel 2003-2004, quando l’Iran fece importanti concessioni all’agenzia dell’ONU.
Quanto ad Ahmadinejad, dopo le contestate elezioni, s’è appena scelto come vice presidente del suo nuovo governo Esfandiar Rahim-Mashaei, già ministro della Cutlura, Artigianato e Turismo. Rahim Mashaei è noto soprattutto per aver pronunciato nel 2008 una strana apertura verso Israele: «Oggi, l’Iran è amico del popolo americano e israeliano. Nessuna nazione del mondo è nostra nemica». La dichiarazione si guadagnò un rabbuffo del supremo ayatollah Ali Khamenei, e Rahim-Mashaei fece marcia indietro, dicendo che era stato male interpretato. Ma la sua frase non è stata dimenticata. La sua nomina da parte di Ahmadinejad (di cui è ritenuto un intimo) ha suscitato proteste e ostilità nei settori «duri» della repubblica islamica. La Società Islamica dell’Unione degli Studenti, che ha sostenuto Ahmadinejad, ha scritto una lettera al vicepresidente chiedendogli di dimettersi: il concetto di «amicizia dell’Iran col popolo israeliano» è un elemento di frattura per la decima amministrazione» (quella uscita alle contestate elezioni).
Altre critiche sono giunte da esponenti religiosi apparentemente vicini ad Ahmadinejad, come l’hojatoleslam Hamid Rasaei (un ex membro del Majlis, il parlamento) e l’hojatoleslam Gharavi. membro importante della Associazione dei docenti dei Seminari di Qom.

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