domenica 30 agosto 2009

Petrolio Cinese

Le multinazionali anglosassoni arrancano per il crollo della liquidità, dovuto tanto alla diminuzione delle entrate quanto al prezzo del petrolio relativamente basso, mentre le industrie petrolifere cinesi statali fanno acquisti in giro per il mondo grazie a loro surplus monetario. Sono rimaste senza denaro le multinazionali anglosassoni. Ciò che accade nel mondo del petrolio riflette squisitamente l'incipiente nuovo ordine geopolitico multipolare, concomitante con lo tsunami finanziario globale per colpa del quale il G-7 e le sue multinazionali del petrolio sono rimasti all'asciutto a causa della "siccità creditizia" in un mondo in cui la liquidità è imperatrice. Se giá è una pazzia regalare il proprio petrolio e il proprio gas al peggiore offerente ed al migliore impostore durante l'incipiente ordine multipolare, (sintesi della nostra relazione nei dibattiti al Senato) costituirebbe una peggiore follia vendere attivi energetici quando le condizioni di compravendita nel mondo sono cambiate drammaticamente a beneficio dei paesi produttori e a svantaggio degli importatori: situazione che hanno sfruttato in maniera intelligente le imprese statali cinesi per assicurarsi la propria riserva energetica nel mondo. Si sta manifestando un processo di ri nazionalizzazione e statalizzazione del petrolio e del gas" nell'incipiente nuovo ordine multipolare, con particolare attenzione all'America Latina. La strategia dei recenti acquisti esteri di petrolio e gas da parte delle aziende statali cinesi è Wenran Jiang (WJ), docente di Scienze Politiche nell'Università di Alberta (Canada) e presidente del "Mactaggart Research" dell'"Istituto Cinese" da lui fondato.
WJ afferma che "i recenti accordi con Russia, Kazajstán, Brasile e Venezuela per un valore combinato di 50,000 milioni di dollari statunitensi di capitale cinese sta ad indicare che i paesi produttori di petrolio hanno mantenuto il controllo (letteralmente) dei propri attivi."
Magari lo capissero le multinazionali anglosassoni del petrolio. La Cina si è trasformata nel "secondo consumatore ed importatore di petrolio" e per questo motivo il suo Governo ha letteralmente spinto le proprie aziende di stato ad implementare una strategia oltreconfine per assicurare la propria provvista estera di energia. Le industrie petrolifere cinesi, tutte statali, sono tre: Corporazione Nazionale di Petrolio Cinese, (CNPC, la sigla in inglese,) Corporazione Petrolchimicha di Cina (SINOPEC, la sigla in inglese), e Corporazione Petrolifera Extra-continentale Nazionale di Cina (CNOOC, la sigla in inglese). Petrochina - quotata nelle borse di Hong Kong, New York e Shanghai - sbandiera l'esorbitante valore borsistico di un milione di milioni (trilione in anglosassone), molto di più delle multinazionali anglosassoni ed equivalente al PIL dell'intero Messico.
Questo significa che il Messico ha praticamente una produzione equivalente a quella cinese, dimostrando l'evidente mediocrità della gestione petrolifera da parte degli apolidi neoliberali "messicani" di fronte al talento finanziario dei marxisti-maoisti cinesi. Non è il momento di lamentarsi del disastroso ASPAN (Alleanza per la Sicurezza e la Protezione dell'Alleanza Nordamericana), bensì di esaltare la creatività della "nuova strategia" che ha stabilito la Cina, come importatore, con le potenze industrie petrolifere produttrici ed esportatrici - essenzialmente Russia, Brasile e Venezuela - sotto la formula di "petrolio in cambio di prestiti."
La Cina ha dato in prestito denaro che gli eccede, più di due milioni di milioni in riserve monetarie, alle imprese dei paesi che hanno bisogno di capitali freschi, Russia, Brasile e Venezuela, affinché, in cambio, loro continuino a produrre l'energia di cui la Cina ha bisogno.Questa formula ingegnosa è un classico "win-win" ("io guadagno – tu guadagni") che garantisce in forma bidirezionale tanto l'approvigionamento quanto la produzione senza aver bisogno di vendere gli attivi delle imprese di Russia, Brasile e Venezuela – in maggioranza statali e/o in una dinamica di rinazionalizzazione e statalizzazione. Il governo cinese preferirebbe l'acquisizione degli attivi delle imprese dei paesi produttori: una scommessa molto rischiosa che lo potrebbe lasciare senza energia quando i padroni del petrolio e del gas si renderanno conto del valore geo-strategico dell' "oro nero" – di fatto, un grave errore commesso dalla coppia "entreguista" panista (si definiscono "panistas" in Messico i membri del Partito di Azione Nazionale n.d.t.) Fox-Calderòn, che regalarono il gas messicano alla spagnola Repsol, oggi più compromessa che mai, specialmente, dopo l' "incidente" del suo rappresentante nella Segreteria di Governo. I Cinesi non sono così tanto predatori come le multinazionali anglosassoni o, per lo meno, hanno inteso meglio quali sono "i crescenti sentimenti nazionalisti, evocati dai paesi produttori e l'uso dell'energia come un strumento nazionale di politica estera." Per qualche ragione insondabile, i neoliberisti "messicani" si ostinano a respingere il petrolio come "arma strategica" fra le più importanti.
Con la magra eccezione di alcuni acquisizioni, Kazajstán, Africa Occidentale ed Iraq, la Cina non potrà ottenere la sua sicurezza energetica assoluta attraverso l'acquisizione totale degli attivi altrui. La Cina imparò in maniera umiliante che non è facile acquisire gli attivi petroliferi altrui, nemmeno nei mercati capitalisti anglosassoni di "libero mercato", (v. il caso della statunitense UNOCAL.)Attraverso la formula creativa del "petrolio in cambio di prestiti" la Cina potrà assicurarsi una relativa sicurezza energetica col "diritto a comprare" e non il "diritto a possedere".
WJ enfatizza che, a dispetto delle condizioni sfavorevoli del mercato (doppio ribasso del prezzo e della produzione), Russia, Brasile e Venezuela non hanno ceduto alla tentazione di vendere sconsideratamente i propri attivi a coloro che come la Cina "offrono un'alternativa differente ai mercati anglosassoni", cosa che conferisce loro "maggiore influenza politica, riducendo la vulnerabile dipendenza dai compratori esistenti (leggasi: gli anglosassoni)".
Non sarebbe dannoso che PEMEX esplorasse l'applicazione di questa formula di "petrolio in cambio di prestiti" e si alleggerisca degli ormeggi mentali di tipi coloniale dell'"entreguismo" catastale che soffre dalla tappa funesta di Adrián Lajous Vargas, l'utile idiota delle multinazionali britanniche, il quale sarebbe bene sottoporre ad un'audizione cittadina circa la sua "gestione" sin da quando iniziò il doppio debacle concettuale e strutturale di PEMEX.

venerdì 28 agosto 2009

Scatole Cinesi IKEA

I titoli sulla lotta all'evasione fiscale e sulla stretta ai paradisi fiscali conquistano le prime pagine dei giornali agostani. L'Agenzia delle entrate promette controlli per almeno 170mila sospetti evasori, con ricerche che si concentreranno «in quattro Paesi -scrive il Corriere della Sera -: San Marino, Montecarlo, Svizzera e Liechtenstein». Per smuovere l'afa e l'apatia di Ferragosto, i principali quotidiani nazionali "puntano i riflettori" su Tiziano Ferro: il cantante, infatti, ha spostato la sua residenza a Londra, e il Fisco vuole capire se il trasferimento sia reale oppure fatto per garantirsi un carico fiscale più leggero. Ridurre il carico fiscale è un'ossessione, in particolare per le imprese multinazionali, italiane o estere. In questo caso, però, il meccanismo non si chiama né evasione né elusione, ma "ottimizzazione fiscale", e raccoglie quell'insieme di strategie che permettono di ridurre la leva fiscale senza violare la legge.
La vera fortuna di Ikea e del suo fondatore Ingvar Kamprad (oggi uno dei dieci uomini più ricchi del mondo), ad esempio, non è stata l'idea di vendere i mobili smontati, obbligando i clienti a caricarseli sull'auto per portarli a casa. Ma quella di aver costruito una struttura societaria assai complicata e praticamen senza violare la legge. A febbraio 2009 Altreconomia ha provato a ricostruire la struttura del gruppo, che da tempo ha spostato le sede legale dei propri interessi dalla Svezia in Olanda, dove il regime fiscale è agevolato.
In Italia, l'azienda è arrivata vent'anni fa, nel 1989. Oggi esiste una Ikea Italia Holding, il cui socio unico è la holding olandese Ingka Holding BV, a sua volta controllata da una fondazione non profit (Stichting Ingka Foundation, la cui sede è pure in Olanda). Vale la pena, però, di leggere con attenzione i bilanci delle società Ikea registrate nel nostro Paese, Ikea Italia Retail, Ikea Italia Distribution, Ikea Italia Property e Ikea Trading Services Italy: tra le prime tre, Retail, Distribuition e Property, ci sono fitti scambi di beni e servizi (per quasi 800 milioni di euro nel 2007), che permettono di spostare voci di bilancio positive dall'Italia all'estero, per ridurre il carico fiscale nel nostro Paese. Il 3% del fatturato invece prende direttamente la via delle Antille Olandesi, via Olanda e Lussemburgo: è il valore delle royalties che Ikea Italia Retail (i magazzini italiani), come tutti i negozi Ikea del mondo, pagano ad Inter Ikea System Bv, proprietaria del "concetto Ikea". Insomma, capire la struttura societaria di Ikea è più difficile che montare un mobile Ikea usando solo la brugola in dotazione nel kit.
Ma Ikea non è la sola. Anzi: la "pianificazione fiscale" è una scienza, che impiega fior di società. Come la Kpmg, multinazionale specializzata nella revisione di bilancio e nella consulenza alle imprese in materia fiscale, di outsourcing contabile e legale. Kpmg (kpmg.com) monitora il livello di tassazione in 106 Paesi, per "aiutare" le società clienti a ottimizzare il proprio carico fiscale. Dall'ultima edizione della ricerca, pubblicata in anteprima da Altreconomia nel marzo 2009, emerge che nel 2008 il livello di tassazione medio mondiale è stato del 25,9%, mentre solo un anno prima era del 26,8%. Il trend degli ultimi 10 anni è tutto negativo: nel 1999 la percentuale era del 31,4%. L'Europa segue e anticipa questa tendenza: nel 1999 la tassazione media era del 34,8%: oggi è precipitata al 23,2%. Nessun Paese del mondo, sottolinea Kpmg, ha aumentato il livello di tassazione rispetto al 2007; solo America Latina e l'area Asia/Pacifico sono sopra la media, con rispettivamente il 26,6% e il 28,4%. Il "transfer pricing"
Se l'"ottimizzazione" non paga a sufficienza, le imprese passono alla fase 2: aprono filiali nei paradisi fiscali o nei Paesi a fiscalità agevolata (proprio come ha fatto Ikea). Sappiamo, ad esempio, che nel 1990 le multinazionali erano 37mila, con 175mila filiali nel mondo, e oggi sono non meno di 64mila con 875mila filiali. Molte di queste (ma il dato preciso non c'è) sono registrate in un paradiso fiscale: al momento del fallimento, ad esempio, la Enron aveva 692 compagnie registrate alle isole Cayman.
La presenza di filiali diffuse crea una ragnatela che permette alle multinazionali di sfruttare il meccanismo del transfer pricing , di trasferire cioè denaro da un Paese all'altro importando ed esportando i propri prodotti a prezzi differenti. Secondo l'Ocse, questo meccanismo fa perdere ai Paesi del Sud del mondo circa 160 miliardi di dollari l'anno di entrate fiscali. È certo che il 60% del commercio mondiale avviene all'interno delle stesse imprese.
Queste pratiche d'impresa non avvengono solo oltre l'arco delle Alpi. Riguardano anche le multinazionali di casa nostra.
Eni, ad esempio: «Scorrendo il bilancio 2008, troviamo società collegate o controllate in Paesi quali le Bahamas, le Bermuda, il Lussemburgo, la Svizzera, il Principato di Monaco, le Isola del Canale (Saint Helier, Jersey), le Isole Vergini Britanniche, Cipro e altri ancora», scrive Andrea Baranes nel suo Come depredare il Sud del mondo (Altreconomia, 2009). Ma nel bilancio sociale che la stessa impresa pubblica, e che riporta l'elenco dei "Paesi di attività di Eni", molti di questi Stati non compaiono. Eni - il cui azionista di riferimento è lo Stato italiano, tramite le partecipazioni del ministero dell'Economia e della Cassa depositi e prestiti - afferma da una parte di avere imprese partecipate o controllate in queste giurisdizioni, mentre dall'altra segnala di non avere nessuna attività in essere in questi stessi Paesi. «Secondo voi - ironizza Baranes - quale può essere allora l'utilità e il motivo di tali partecipazioni?».
Enel non è da meno. Solo la capofila Enel spa controlla almeno 60 società registrate in Delaware, lo Stato considerato il paradiso fiscale degli Usa. «Un esempio: la Sheldon Springs Hydro Associates LP (Delaware) è controllata al 100% dalla Sheldon Vermont Hydro Company Inc. (Delaware), che è controllata a sua volta al 100% dalla Boot Sheldon Holdings Llc (Delaware), di proprietà al 100% della Hydro Finance Holding Company Inc. (Delaware), che è controllata al 100% dalla Enel North America Inc. (Delaware), controllata a sua volta al 100% dalla Enel Green Power International Sa, (una holding di partecipazioni con sede in Lussemburgo), a sua volta controllata da Enel Produzione spa e Enel Investment Holding Bv (altra holding di partecipazioni, registrata in Olanda). Queste imprese fanno finalmente riferimento all'impresa madre, la Enel spa».
Una catena made in Usa che fa impressione, ricostruita un anno fa da Pietro Raitano e Andrea Baranes sul numero 96 di Altreconomia (luglio-agosto 2008). La copertina, con due sdraio in riva ad un mare cristallino, era dedicata a "Un paradiso per tutti". Sì, perché oggi le porte delle società off shore sono aperte a tutti. Basta un giro sul sito thedelawarecompany.com, ad esempio, che propone di aprire in maniera perfettamente legale una società in un paradiso fiscale. Il tutto per 299 dollari (per i primi sei mesi c'è anche lo sconto sulla registrazione, e risparmio 75 dollari), che posso pagare comodamente con la mia postepay da impiegato (o qualsiasi altra carta di credito). Il procedimento è semplice, i campi da compilare pochi: tutto si conclude in pochi minuti e di siti che offrono questo servizio se ne trovano a decine.
Ricordiamocelo quando, passata questa bufera estiva, tutto tornerà come prima: oggi il "paradiso fiscale" non è più un'opportunità offerta solo a ricchi affaristi, scaltri manager, esperti fiscalisti. Ma a tutti. Resta un problema, che interessa senz'altro l'azionista di riferimento di Eni ed Enel: quando si riduce l'imponibile (sfruttando transfer pricing o paradisi fiscali) o il livello di tassazione, cala la percentuale media della ricchezza prodotta da una società che finisce nelle tasche dello Stato in cui questa opera. Ma è il gettito fiscale a garantire che un Paese possa fornire servizi ai propri cittadini.

mercoledì 26 agosto 2009

Scelte antiamericane

Le scelte di politica energetica di Silvio Berlusconi e dell'Eni preoccupano l'amministrazione Obama. Al Dipartimento di Stato i resoconti sul blitz del premier italiano in Turchia per suggellare il patto fra Erdogan e Putin sul gasdotto South Stream hanno sollevato malumori. «L'interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca» afferma un diplomatico ben a conoscenza del dossier. Poco lontano dal Dipartimento, in uno dei pochi caffè attorno a Foggy Bottom, un altro diplomatico usa toni più aspri chiedendo l’anonimato: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca». Il linguaggio poco paludato svela un’irritazione americana che nel mondo petrolifero è di pubblico dominio. Al 14° piano del grattacielo al numero 475 della Quinta Strada, l’Eurasia Group di Ian Bremmer produce resoconti periodici sulla rivalità fra il South Stream, con il quale la Russia vuole creare una nuova linea di trasporto del proprio gas verso l’Europa Occidentale, e il Nabucco, sostenuto da Washington e da un folto gruppo di Paesi europei, accomunati dal desiderio di importare gas non russo per scongiurare la dipendenza energetica dal Cremlino. «La competizione è sulla fonte a cui attingere per il gas - spiega John Levy, specialista di Eurasia Group per il Caucaso - perché South Stream è sostenuto da italiani, francesi e tedeschi, che da tempo fanno importanti affari con Gazprom, mentre Nabucco è voluto da chi cerca nuovi partner per gli approvvigionamenti».
Poco più giù sulla Quinta Strada, al numero 500, ha sede la società Louis Capital Markets il cui direttore esecutivo Edward Morse ha la fama di essere il maggior esperto mondiale di energia. Camicia celeste senza cravatta e gelato «Ben & Jerry» sul tavolo, Morse ritiene che la partita sia ancora più ampia: «Mosca vuole il South Stream per non dover più far passare il proprio gas destinato all’Europa Occidentale attraverso l’Ucraina, con cui è ai ferri corti, e al tempo stesso per essere lei a distribuire in Occidente il gas dei ricchi giacimenti kazaki e turkmeni», mentre Washington «ha interesse a non veder l’Europa dipendente dalla forniture russe», identificando fonti alternative di gas nelle «disponibilità potenziali di due Stati alleati come l’Azerbaigian e l’Iraq». Sono partite strategiche opposte perché gli Stati Uniti puntano a sfruttare il gas per integrare l’Europa con le repubbliche indipendenti del Caucaso e con l’Iraq, mentre Mosca sta tentando di creare un legame energetico con l’Europa Occidentale talmente consistente da indebolire i rapporti transatlantici, ovvero la solidità della Nato. «Ciò che colpisce di questa partita è che al momento tanto South Stream che Nabucco sono progetti teorici, perché la Russia non ha gas a sufficienza per il primo e l’Azerbaigian non mette ancora a disposizione il gas per il secondo» aggiunge Morse, secondo il quale «siamo ancora nella fase della trattativa fra i due fronti» e per questo colpisce che «l’Italia, attraverso l’Eni, sta giocando con i russi a poche settimane di distanza dagli abbracci dell’Aquila fra Obama e Berlusconi». Agli specialisti del settore non è sfuggito che lo scorso 5 giugno a San Pietroburgo il vicepremier russo Igor Sechin - ex agente del Kgb, regista della politica energetica del Cremlino e fedelissimo di Putin - nel suo discorso sulle priorità di politica energetica della Federazione russa abbia nominato un unico personaggio straniero: l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, plaudendo alla sua idea di «creare un’agenzia globale del greggio». Nella bozza del testo preparata dagli speechwriter di Sechin il nome di Scaroni non c’era, è stato Sechin ad aggiungerlo di proprio pugno. Ma gli americani non si fidano di Sechin, presidente della compagnia petrolifera Rosneft che ha ingoiato le proprietà della Yukos di Mikhail Khodorkovsky, l’oligarca leader dell’opposizione che Putin fece arrestare per evasione fiscale nel 2004 e sta scontando una condanna a otto anni di carcere.
Ciò che accomuna i diplomatici di Washington e gli analisti di petrolio di New York è l’impressione che l’Italia si sia schierata con la Russia nel grande gioco per gli equilibri energetici del XXI secolo, tanto più che il South Stream dovrebbe vedere la luce nel 2015, appena tre anni dopo il North Stream grazie al quale Mosca potrà esportare direttamente gas alla Germania senza dover più attraversare i territori delle confinanti e irrequiete Bielorussia e Polonia. E’ uno scenario che porta a prevedere che la Russia fornirà alla Germania ben il 60% delle importazioni di gas ed all’Italia almeno il 20%, consentendo a Gazprom di controllare nel 2015 il 33% del mercato europeo rispetto all’attuale 28. Il sospetto che circola a Washington è che «Berlusconi possa avere interessi particolari nell’aumentare i legami energetici con la Russia» ma nelle sue frequenti missioni negli Stati Uniti Scaroni ha spiegato che c’è continuità fra le scelte dei governi Berlusconi e Prodi perché sono frutto della situazione energetica in cui versa l’Europa. Con la Germania che programma la chiusura totale delle centrali nucleari e la Spagna che fa altrettanto con quelle a carbone, la dipendenza dell’Ue dal gas è destinata ad aumentare. Se a ciò si aggiunge che la produzione europea di gas - Norvegia esclusa - è destinata nei prossimi anni a scendere da 250 a 150 miliardi di metri cubi annui per far fronte a un fabbisogno di 550 miliardi significa dover programmare un aumento delle importazioni, che al momento sono di 300 miliardi di metri cubi. E i maggiori fornitori rimangono Russia e Norvegia, seguiti da Algeria e Libia, con sullo sfondo lo scenario del gas liquido Lng presente nell’Africa meridionale. E’ questa la cornice che spinge l’Italia verso il South Stream, un progetto da 12 miliardi di dollari - per importare 63 miliardi di metri cubi annui - che Gazprom si è già impegnata a finanziare per la metà. Tantopiù che il Nabucco, secondo gli studi dell’Eni, è un progetto indebolito dalla mancanza di impegno degli azeri nel fornire gas e dall’impossibilità di portare quello turkmeno e kazako attraverso il Mar Caspio perché, trattandosi di un lago, far transitare un tubo richiederebbe l’avallo da parte di tutti i Paesi rivieraschi e la Russia, che è fra questi, si oppone.
Ciò che distingue il monopoli dell’energia è però l’incertezza delle alleanze perché trattandosi di geopolitica tutto può cambiare rapidamente, rimettendo in discussione gli attuali equilibri: un rasserenamento dei rapporti fra Mosca e Kiev taglierebbe le gambe al South Stream mentre se Teheran dovesse aprire a sorpresa all’America, l’Occidente avrebbe gas a sufficienza per far decollare il Nabucco. L’amministrazione Obama guarda invece in altra direzione: per garantire all’Europa l’energia di cui avrà bisogno nei prossimi 20 anni pensa a una ricetta composta da nucleare, energie rinnovabili, risparmi nei consumi e carbone pulito. Si spiega così quanto dice Morse sulla «novità europea più interessante del momento» ovvero il «boom di arrivi di carbone nei porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa». Le tensioni fra Italia e Stati Uniti sui temi energici sembrano destinate a segnare l’imminente debutto dei due ambasciatori Giulio Terzi a Washington e David Thorne a Roma.

lunedì 24 agosto 2009

Il segreto del miracolo Cinese

Le banche, cosa difficile da credere in un momento in cui abbiamo di fronte una crisi economica che sono state le banche stesse a creare, sono ancora la lobby più potente di Capitol Hill. Praticamente sono i proprietari del posto” (Dick Durbin, senatore USA, capogruppo del Partito Democratico, 30 aprile 2009)
Mentre gli Stati Uniti spendono trilioni di dollari per salvare il sistema bancario, lasciando languire l’economia, si parla della Cina come di un “miracolo economico” che è riuscito a sganciarsi dal resto del mondo. Mentre il resto del mondo affonda nella peggior recessione mai vista dagli anni ’30, la Cina ha mantenuto un fenomenale tasso di crescita annua dell’8%. Questo almeno secondo i rapporti, ma i commentatori nutrono dei dubbi. Si chiedono infatti come sia possibile una crescita simile in un momento in cui altri paesi la cui economia era fondata sulle esportazioni hanno sofferto vistosi cali e si trovano ancora in fase di depressione.
L’economista Richard Wolff osserva con tono scettico:
“Oggi il mondo si trova in una situazione di crisi capitalistica globale. Dappertutto i consumi calano. Dappertutto la gente acquista meno beni, inclusi quelli cinesi. Com’è possibile che in una società così dipendente dall’economia mondiale si possa avere oggi una crescita esplosiva? Il loro mercato azionario si trova oggi ad un livello 100 volte più alto del suo minimo. Non esiste nulla di lontanamente paragonabile in nessuna altra parte del mondo, certamente non negli Stati Uniti e in Europa. Com’è possibile? Se dovessimo credere a ciò che dicono i cinesi, dovremmo anche credere che nell’arco di pochi mesi, al massimo un anno, non di più, essi sarebbero stati in grado di trasformare la loro economia da centrale fondata sulle esportazioni a meccanismo industriale basato sul consumo interno. In nessun paese del mondo una cosa del genere ha mai richiesto meno di alcuni decenni”.
Com’è possibile che il progetto cinese di ripresa economica funzioni così bene, mentre i nostri non funzionano per nulla? Forse la risposta è semplice: la Cina non ha mai permesso al proprio sistema bancario di sottomettere l’economia produttiva. Le banche cinesi lavorano per il popolo, anziché il contrario. Così afferma Samah El-Shahat, conduttrice del network inglese di Al Jazeera con una laurea in economia all’Università di Londra. In un articolo del 10 agosto intitolato “In Cina il popolo viene prima delle banche”, scrive:
“Quella cinese è l’unica grande economia in cui il fossato – la separazione tra il settore finanziario e il mondo abitato dalla gente comune e dalle loro imprese – non esiste. Entrambi i mondi stanno attraversando una nuova fase di boom economico e questo grazie al modo in cui il governo ha saputo gestire le proprie banche. La Cina non ha permesso al proprio settore bancario di diventare così potente, così influente, così enorme da poter dettare legge e poter imporre salvataggi. In parole povere, il governo ha preferito interessarsi del proprio popolo e anteporre le sue esigenze a quelle di qualsiasi altro gruppo d’interessi. E’ per questo che le banche cinesi continuano a prestare denaro alle persone e alle loro imprese in quantità record”.
Ciò che Wolff chiama “crisi capitalista globale” è in realtà una crisi del credito: ma in Cina, a differenza che negli Stati Uniti, il credito continua a fluire liberamente, non solo verso il settore finanziario, ma verso l’industria e le amministrazioni locali. Le banche di proprietà dello Stato hanno massicciamente incrementato i prestiti, e le amministrazioni locali e le aziende di Stato li ricevono su larga scala. La Banca Popolare della Cina stima che l’ammontare complessivo dei prestiti nella prima metà del 2009 sia stato di 1,08 trilioni di dollari, il 50% in più dei prestiti erogati nel 2008. Anche la Federal Reserve americana ha erogato prestiti record, ma essi sono stati destinati principalmente al salvataggio del settore finanziario, lasciando Main Street all’asciutto. Scrive la El-Shahat:
“In Inghilterra e negli Stati Uniti il settore finanziario è in fase di boom, mentre il mondo della gente normale sembra andare di male in peggio, la disoccupazione cresce, gli affari ristagnano e i pignoramenti immobiliari non si fermano. Sembra quasi che Wall Street e Main Street esistano su diversi pianeti. E ciò dipende in larga parte dal fatto che le banche continuano a non prestare denaro alla gente comune. In Inghilterra e negli Stati Uniti le banche si sono appropriate del denaro dei contribuenti e del denaro facile proveniente dagli alleggerimenti quantitativi delle banche centrali. Lo utilizzano per sostenere se stesse e per ripulire i propri bilanci, piuttosto che per prestarlo alla gente. Le banche si sono appropriate di quel denaro e i nostri governi non hanno fatto assolutamente nulla per impedirlo. Anzi, sono stati complici nel consentire che ciò avvenisse”
L’economia cinese non è perfetta. La spinta verso il profitto, soprattutto ad opera di capitali d’investimento stranieri, ha incoraggiato gli azzardi speculativi, con investimento di grandi quantità di denaro in appartamenti di lusso e altri tipi di beni immobiliari che la maggior parte delle persone non può permettersi. I lavoratori cinesi si lamentano oggi del troppo capitalismo, visto che sono ora costretti a pagare per l’abitazione, per le cure sanitarie e per l’istruzione superiore, tutte cose che un tempo venivano fornite dallo Stato. E benché si stiano facendo degli sforzi per rendere disponibili una maggior quantità di prestiti alle piccole e medie aziende, le industrie di Stato e le grandi corporazioni ricevono ancora la maggior parte dei prestiti erogati. Questo perché alle banche è stato ordinato di restringere i propri standard per l’accesso al credito, e naturalmente le grandi aziende comportano rischi minori.
Wolff è convinto che il “miracolo” cinese sia una bolla destinata a scoppiare con conseguenze catastrofiche. Storicamente, tuttavia, ogni volta che una bolla economica è scoppiata all’improvviso ciò è avvenuto perché era stata punta dagli speculatori. Quando nel 1990 scoppiò la bolla del mercato giapponese, e quando altri paesi asiatici seguirono lo stesso destino nel 1998, ciò avvenne perché gli speculatori stranieri riuscirono ad aggredire le loro valute con derivativi esotici. Le vittime tentarono di difendersi acquistando le proprie valute nazionali con le riserve in valuta estera, ma le riserve andarono ben presto esaurite. Oggi la Cina ha accumulato una tale quantità di riserve in dollari che sarebbe molto difficile agli speculatori fare la stessa cosa con il mercato azionario cinese. Un declino graduale del mercato azionario dovuto a forze naturali del mercato stesso è qualcosa che un’economia può agevolmente sopportare.
Almeno per il momento, il piano di ripresa cinese sta funzionando molto meglio di quello americano e inglese; e il principale motivo per cui sta funzionando meglio è il fatto che il governo tiene in pugno il proprio settore bancario. Il governo può manovrare il meccanismo del credito bancario in modo da favorire le imprese pubbliche e il commercio, poiché realmente possiede le banche o buona parte di esse. Ironicamente questa caratteristica dell’economia cinese avrebbe consentito alla Cina di avvicinarsi all’ideale capitalistico americano degli inizi ancor più degli stessi Stati Uniti. La Cina viene spesso definita comunista, ma non è mai stata comunista nel senso inteso dai libri di testo, e oggi lo è ancor meno di prima. Deng Xiaoping, leader del Partito Comunista Cinese, che dopo il 1978 aprì la Cina agli investimenti stranieri, disse una volta che non importa di che colore sia il gatto, purché riesca ad acchiappare i topi. Quale che sia la definizione appioppata all’economia cinese, resta il fatto che essa fornisce oggi un’impalcatura che incoraggia efficacemente l’imprenditoria.
Jim Rogers è un investitore e analista finanziario americano espatriato, che oggi ha la propria base a Singapore. Nel 2004 scrisse un articolo intitolato “L’ascesa del capitalismo rosso”: “Alcuni dei migliori capitalisti del mondo vivono nella Cina comunista... Non importa per quanto tempo ancora i leader cinesi insisteranno a definirsi comunisti, essi sembrano assai indaffarati a creare l’economia capitalista che dominerà il mondo”.
Nel frattempo gli USA sono sprofondati in ciò che Rogers chiama “socialismo per ricchi”. Quando le normali aziende americane fanno bancarotta, esse vengono lasciate sole ad affrontare la giungla d’asfalto; ma se vanno in bancarotta banche considerate “troppo grosse per fallire”, allora siamo noi contribuenti a dover pagare le perdite, mentre ai proprietari delle banche viene consentito di tenersi i profitti e di continuare ad utilizzarli per le loro speculazioni. Il salvataggio di Wall Street con denaro dei contribuenti rappresenta una radicale violazione dei princìpi del capitalismo, una violazione che ha cambiato volto all’economia americana. Il capitalismo che ci insegnavano a scuola parlava di Mamma e Papà negozianti, di fattorie a conduzione familiare, di piccoli imprenditori che potevano competere su un livello di parità. Il ruolo del governo era quello di definire le regole e di assicurarsi che ognuno giocasse rispettandole. Ma non è questa la storia del capitalismo che vediamo oggi. Mamma e Papà negozianti sono stati stritolati da gigantesche catene di ipermercati e mega-industrie; le piccole fattorie a conduzione familiare sono state rilevate dalle multinazionali dell’agro-business; e le banche di Wall Street sono diventate così potenti che oggi i deputati si lamentano per il fatto che sono le banche ad essere proprietarie del Congresso. I colossi bancari e le corporazioni hanno riscritto le regole per i propri fini. La sana competizione è stata rimpiazzata da una forma di capitalismo predatorio in cui il pesce piccolo viene sistematicamente inghiottito dagli squali. Il risultato è un gap sempre più ampio tra ricchi e poveri che rappresenta il più colossale esempio di trasferimento della ricchezza della storia.
La soluzione cinese, di fronte a un sistema bancario finito in bancarotta, sarebbe quella di nazionalizzare le banche stesse, non soltanto i loro debiti. Se anche gli USA adottassero un simile approccio, noi, il popolo, potremmo davvero ottenere qualcosa di valido in cambio del nostro investimento: un sistema bancario stabile e affidabile che appartenga alla gente. Se la parola “nazionalizzare” sembra poco americana, sostituitela con “di proprietà pubblica e operante nel pubblico interesse”, come le biblioteche pubbliche, i parchi pubblici e i pubblici tribunali. Dobbiamo togliere i nostri dollari a Wall Street e restituirli a Main Street e possiamo farlo solo spezzando questo monopolio bancario privato finito fuori controllo e riaffidando il controllo sul denaro e sul credito al popolo stesso. Se i cinesi possono avere il meglio dei due mondi, possiamo averlo anche noi.

sabato 22 agosto 2009

Il debito pubblico

In un articolo recentemente pubblicato sul NYT, Paul Krugman sostiene che se la situazione dell'economia mondiale non è ancora finita nel baratro della recessione prolungata come quella del '29, lo si deve al differente atteggiamento dei Governi e in particolare di quello degli Stati Uniti, che hanno sostenuto la domanda con forti iniezioni di spesa pubblica. Nel 1929, il Governo assunse invece l'atteggiamento opposto di risparmiare sulla spesa e questo aiutò il tracollo. Oggi, invece, l'amministrazione Obama, pur criticabile per l'insufficienza del programma di intervento adottato, non ha contratto la spesa rifiutando le critiche di chi sostiene, soprattutto da parte repubblicana, che lo Stato deve dare ai cittadini l'esempio riducendo notevolmente il proprio budget di spesa sugli interventi.
Krugman è un economista intelligente e di grande carisma, ma devo dire che questa volta è stato anche sfortunato. Perché, infatti, proprio oggi compare la notizia che la città di Chicago, una delle più importanti degli USA, è costretta a chiudere i battenti dei propri servizi, riducendo all'osso anche quelli essenziali, perché non ha i soldi per pagarli. Sanità - tranne le emergenze-, trasporti, servizi amministrativi, raccolta spazzatura, tutto fermo. A rischio anche il servizio locale di polizia. Gli impiegati a casa senza stipendio, oggi e per ancora altri giorni in futuro. Con il crollo delle entrate fiscali, legate per lo più alle tasse sulla casa, il Comune non è in grado di pagare gli stipendi e le altre spese. Rampini su Repubblica riferisce che anche in molte altre città degli USA la situazione è al collasso e sta causando drastici tagli ai bilanci dei Comuni a cominciare dalla riduzione del personale. È nota, poi, la gravissima situazione di dissesto dello Stato della California che ha esaurito i fondi e sta pagando con cambiali che forse in futuro, se le cose andranno meglio, saranno onorate. Peggio di un qualsiasi nostro comune dissestato e commissariato per debiti.
Tuttavia, Krugman ha ragione. Senza la spesa corrente dello Stato (e in fondo è quello che ripete la Marcegaglia al Governo da qualche mese, solo che da noi non c'è più una lira), il crollo della domanda di consumo sarebbe stato ben peggiore e le conseguenze più devastanti. Krugman le misura in circa un milione di disoccupati in più, che nella situazione attuale fanno la differenza tra una crisi gravissima e un disastro. Ha ragione, ma questo non significa che il sistema vada necessariamente in quella direzione, come dimostrano le ultime notizie.
Anche in Giappone l'incremento del PIL sostenuto dalla spesa pubblica ha provocato il panico in borsa . Per la semplice ragione che quella spesa dovrà pure essere pagata da qualcuno e se l'economia non riparte ci saranno meno tasse da incassare per pagare il debito e quindi un avvitamento peggiore della crisi. È la stessa considerazione che ha seminato la paura nelle borse occidentali nella giornata di oggi . La domanda è: dove si prendono le risorse per pagare il debito che gli stati stanno contraendo per sostenere l'economia? Chiedetevi perché le borse sono scese proprio subito dopo la diffusione di dati apparentemente confortanti sui PIL in Europa e in Giappone e la risposta apparirà in tutta chiarezza. Non è vero che i traders non pongano attenzione ai fondamentali dell'economia, anzi.
E allora torniamo alla domanda. Chi paga e con quali risorse? La risposta non è affatto chiara. Che tasso di incremento del PIL sarà necessario per far fronte al mare di debiti contratti dagli Stati? Quello giapponese è palesemente insufficiente e in Europa non si sa nemmeno se si tornerà davvero in positivo. E se negli USA la spesa pubblica si riduce, andrà anche peggio.
Ma proviamo anche ad analizzarla a fondo questa domanda. È davvero una domanda sensata o stiamo ragionando intorno all'uovo e alla gallina? Perché vedete, fino agli anni sessanta la spesa pubblica era considerata un puro costo che gravava sulla produzione nazionale. Ad un certo punto ci si è accorti che continuando di quel passo, vista la crescita del settore dei servizi, la produzione nazionale sarebbe stata minore del costo dei servizi. Questo avrebbe dovuto significare impoverimento della collettività, mentre l'evidenza diceva esattamente il contrario. Insomma, i servizi sono entrati di colpo nel novero della Produzione nazionale che da allora è stata classificata come PIL, che comprende il valore di tutti i beni e i servizi prodotti. Comprende quindi anche la spesa pubblica, e non solo quella in conto investimenti, ma anche la spesa corrente. Nella formula che descrive il PIL la spesa pubblica è in genere identificata con la lettera G (che sta per Government). Insomma, come ha dimostrato Keynes ormai quasi ottant'anni fa, la spesa pubblica produce ricchezza in misura adeguata al moltiplicatore applicabile al tipo di spesa. Per fare questa spesa, però, occorre trovare le risorse, che in genere sono costituite da strumenti finanziari. Perché non c'è dubbio che le risorse umane (impiegati e operai) ci sono e per erogare servizi le risorse materiali sono pressoché irrilevanti (mentre per produrre acciaio o ceramiche sono essenziali).
E allora proviamo a chiederci che cosa sono queste risorse finanziarie essenziali per la spesa pubblica, che una volta effettuata produce ricchezza nella misura del moltiplicatore. Diciamo che una spesa di un milione ne produce almeno due in termini di ricchezza (spero che Keynes perdoni la mia rozza semplificazione, ma è giusto per dare un'idea). In che cosa consiste, dunque, quel milione senza il quale la spesa pubblica non si può fare? A Keynes sembrava davvero assurdo che per trovare quel milione fosse necessario mettersi a scavare sotto terra, trovare dell'oro, estrarlo e pulirlo, coniarlo in monete con cui pagare gli impiegati e gli operai che poi avrebbero creato ricchezza con il proprio lavoro e nel frattempo giravano i pollici nell'attesa. Se con quel lavoro si crea ricchezza, non sarebbe stato più logico e più semplice, metterli al lavoro da subito senza fargli aspettare tutta la trafila dell'estrazione del prezioso metallo che tutto può? Ma che nulla ottiene, se ricordiamo quel che dell'oro ci dice il mito di Re Mida? Sarebbe come aspettare di vincere il superenalotto per iniziare un'attività in cui tutto è pronto e in grado di funzionare perché è stato creato da noi stessi. Le probabilità di trovare una nuova minera sono praticamente identiche.
Insomma, se un ente pubblico possiede strutture organizzative, risorse umane e materiali sufficienti, per quale ragione non può funzionare? Keynes risolse il problema con il debito pubblico. Lo Stato garantisce che pagherà a chi gli presta i soldi poiché la sua attività genera più ricchezza di quella che impiega. Ma perché c'è bisogno di qualcuno che presti i soldi (in genere le banche) se le risorse per il lavoro e la produzione della ricchezza stanno già tutte lì, a disposizione dell'ente? Non è esattamente come andare a scavare per terra per trovare l'oro necessario a coniare le monete, quando quell'attività si giustifica da sola, perché produce ricchezza? Ma insomma, la spesa pubblica, produce ricchezza o no? O meglio, essa è ricchezza in sé o la consideriamo ancora un costo, come cinquant'anni fa? Perché non può essere che per certi versi è un costo che deve essere sostenuto dalla tasse e per altri versi è una componente della produzione di ricchezza nazionale. E che quando serve a spaventare produce debito, mentre quando deve rassicurare diventa ricchezza. Hanno ragione gli speculatori delle borse che si fanno prendere dal panico perché domani non ci saranno i soldi per i debiti, o ha ragione Krugman e il governo che facendo spesa hanno in qualche modo limitato i danni creati proprio da quelle speculazioni? E se non avessero fatto spesa pubblica ci troveremmo adesso nel baratro di una crisi economica e sociale probabilmente irreversibile (e non è detto affatto che non ci si finisca lo stesso). Quando poi, tutte le risorse produttive ci sono e sono certamente sovrabbondanti?
Perché poi lo stesso ragionamento vale per le attività delle imprese private, che producono anch'esse debito, e per il consumo delle famiglie, che pure genera debito. Insomma, qualsiasi cosa fai per creare ricchezza si genera debito che produce interessi che finiscono nelle banche. Non a caso le Banche sono praticamente proprietarie della maggior parte della produzione mondiale di beni (ad esempio del 90% di tutta la produzione chimica del mondo). E sono anche proprietarie di più del 100% delle risorse delle famiglia americane, che in pratica lavorano per pagare gli interessi sui prestiti. Ma soprattutto decidono se il Comune erogherà o meno il servizio dell'asilo nido o del centro anziani, o della raccolta della spazzatura o dell'emissione dei certificati. E questo nonostante ci siano insegnanti, maestri, spazzini, impiegati e strutture in grado di lavorare subito senza avere alcun viatico se non la remunerazione del loro lavoro. Che però dato che produce ricchezza, si remunera da solo, senza bisogno di nessuno, basterebbe solo contare quanta ricchezza si è prodotta e remunerare con essa le attività effettuate. In fondo un impiegato, uno spazzino un insegnante, vogliono soddisfare le esigenze di tutti: una casa (e ce ne sono tante), cibo e vestiti (la cui produzione è da decenni cronicamente eccedente), divertimenti e relativi strumenti (e pure qui la produzione è per definizione in eccesso). Quindi i mezzi per pagarli ci sono, però se qualcuno non si indebita non ci sono più.
Ma insomma, perché dobbiamo fare debiti per vivere e lavorare ?

giovedì 20 agosto 2009

Totalitarismo Luciferino

Vogliono una banca mondiale, una moneta unica, un sistema economico e finanziario planetario. Li vogliono da tempo, e non sono più disposti ad aspettare.
«Tra gli strumenti per l’adempimento, assegno la massima priorità all’introduzione di una tassazione internazionale e alla creazione di una banca centrale internazionale».
Parola di Mahbub ul Haq, Direttore della Pianificazione delle Politiche presso la World Bank dal 1970 al 1982 e uno degli autori del RIO («Reshaping the International Order»), pubblicazione del 1976 patrocinata dall’esclusivo Club di Roma e coordinata dal premio Nobel Jan Tinbergen. Il rapporto si proponeva di tracciare i contorni di un nuovo ordine internazionale in grado di rispondere ai bisogni dei popoli e a quelli delle future generazioni, ispirandosi ad una sorta di «socialismo umanistico» fondato su eserciti condivisi, un’economia mondiale completamente pianificata, un libero mercato globale ed imprese di Stato internazionali.
Per raggiungere i risultati prefissi, il RIO predicava l’abbandono delle monete nazionali e dell’oro come riserva, quest’ultimo confinato progressivamente agli Special Drawing Rights gestiti dal Fondo Monetario Internazionale, fino alla sua graduale scomparsa. Al loro posto veniva auspicata «la creazione di una moneta internazionale da parte di un’autorità internazionale, ossia una Banca Centrale mondiale, che dovrebbe essere gestita a livello internazionale e sottratta al dominio degli interessi di un particolare gruppo di nazioni». Naturalmente veniva sottolineata la necessità di «riforme fondamentali del sistema monetario internazionale per impedire che la liquidità venga creata al di fuori di una pianificazione, così generando cicli alternati di inflazione, stagflazione o depressione. Se le monete nazionali verranno rimpiazzate da un’unica moneta internazionale sarà possibile evitare le fasi di instabilità nell’attività economica».
Certi trucchetti e giochi di parole sono duri a morire, soprattutto quando mostrano di funzionare così bene: è promettendo la prevenzione di fluttuazioni, di instabilità e di depressione che venne rifilato il Federal Riserve Act ai cittadini americani, ed era il 1913. Il rapporto proseguiva: «L’introduzione graduale di un sistema di tassazione internazionale dovrebbe essere guidato da un Ministero del Tesoro mondiale (World Treasury) gli statuti delle imprese dovrebbero essere supervisionati da, e i loro profitti tassati da, un’autorità sovranazionale… dovrebbero essere prese in considerazione imposte comuni sulle acque marine e sull’aria…». Il menzionato Ministero del Tesoro globale si sarebbe fondato, nelle previsioni del gruppo, su un bilancio di spese ed entrate globali. Due le «ovvie risorse» identificate alle scopo: «tasse sovranazionali e proprietà globale delle risorse produttive del mondo».
Inquietante? Non è tutto.
Affinché il progetto si realizzasse, veniva ritenuta indispensabile l’elaborazione di una nuova regolamentazione dei trasferimenti delle risorse, parte essenziale della creazione del Nuovo Ordine Internazionale. Il documento specificava che «occorrerà del tempo per negoziare i termini di tale cornice di regolamentazione», ma già nel 1976 ne apparivano chiari i tratti distintivi: «un elemento di automazione deve caratterizzare il sistema di trasferimento delle risorse». Certo, convenivano tra loro i masters of the universe, la comunità mondiale è ancora troppo poco evoluta per riconoscere la necessità dell’interdipendenza e per accettare il concetto di tassazione internazionale, ma «non c’è bisogno che il concetto sia afferrato nella sua interezza: può essere introdotto gradualmente nel tempo, attraverso una varietà di meccanismi…». Ad esempio, «alcune fonti di finanziamento internazionale - come imposte sulle risorse non rinnovabili, sull’inquinamento…» cosìcché, se le nazioni industrializzate si fossero mostrate recalcitranti «altri possano provvedere a raccogliere gli introiti corrispondenti a queste imposte sulla base del consumo delle nazioni ricche».
E’ evidente che un siffatto sistema economico internazionale, guidato da una Banca Centrale mondiale, dovesse avvalersi di una moneta unica. Al riguardo il RIO, giudicando assolutamente lacunosa la Carta dei Diritti e dei Doveri economici degli Stati, ne prevedeva lo scontato superamento, in direzione di un futuro in cui «gli Stati accetteranno una moneta internazionale creata da un’autorità internazionale».
Che dire? Discutibili le competenze economiche, assodate quelle divinatorie.
Era il 1976 e mentre l’elite finanziaria stendeva il suo rapporto, a chilometri di distanza, e precisamente a Bangkok, in Thailandia, un ragazzino di nome Timothy Geithner studiava da futuro Ministro del Tesoro americano nell’era della crisi.
Nel 2008 ritroviamo quel ragazzino, forte di buoni studi e ottime conoscenze (il padre, Peter Geithner, ha diretto i programmi di microfinanza della Fondazione Ford in Indonesia, al cui sviluppo ha partecipato Stanley Ann Dunham-Soetoro, la madre del primo presidente di colore degli Stati Uniti; il nonno materno, Charles F. Moore, è stato consigliere del presidente Dwight D. Eisenhower dopo aver ricoperto l’incarico di vicepresidente delle Pubbliche Relazioni per la Ford Motor Company) seduto al tavolo delle riunioni del Bilderberg, da cui riceve l’ingrato incarico di servirsi dei giornali di regime per mettere in bocca il bolo al popolino. Ecco allora le prime pagine sul Financial Times, in cui Geithner si sforza di spiegare che un accordo su una regolamentazione finanziaria globale non è più procrastinabile.
Il motivo? La crisi, è ovvio.
Tutte le attuali difficoltà sono causate, argomenta Geithner, proprio dalla dispersione dei centri decisionali e dalle innumerevoli Banche Centrali: «Le istituzioni che giocano un ruolo centrale nel finanziare i mercati devono operare all’interno di una cornice unificata, che fornisca una più robusta e consolidata forma di supervisione, con appropriati requisiti di capitali e liquidità. A completamento di ciò, dobbiamo dotarci di una autorità al di sopra delle parti del sistema - non solo del sistema ufficiale di pagamenti, di compensazione e liquidazione, ma anche della struttura che sostiene i mercati decentralizzati e non regolamentati». La ragione è nobile: «Abbiamo bisogno di una maggiore capacità di rispondere alla crisi».
Tanta nobiltà, purtroppo, non impedisce a Geithner di fare confusione sulla cronologia degli eventi, e scambiare la causa con il rimedio.
Già, perché la crisi economica non è il problema. La crisi economica è la soluzione, almeno quella che le conventicole elitario-planetarie hanno individuato per giustificare misure totalitarie di centralizzazione progressiva, allo scopo di instaurare l’ordine da essi perseguito. Sono loro ad aver creato una crisi, ma dicono che questa si è verificata poiché non gli è stata concessa l’autorità sufficiente per prevenirla.
Esiste un precedente: il panico del 1907 fu creato ad arte da JP Morgan e dagli interessi finanziari ad essa collegati affinché permettesse la creazione della Federal Riserve. In seguito al crollo del ‘29, la FED strinse i cordoni della borsa e mise fuori giochi numerose banche locali, consentendo ai banchieri centrali di consolidare il controllo sul sistema nazionale bancario americano.
Oggi la storia si ripete, sebbene su più vasta scala, e Geithner è il portavoce di chi ha concepito e prodotto la crisi attuale per portare a compimento il piano di controllo della finanza globale. E’ stato Alan Greenspan ad innescare l’effetto domino: dopo l’11 settembre la Federal Reserve ha abbassato il tasso di interesse ad un livello tale da incoraggiare il prestito del denaro secondo la più sfrenata fantasia finanziaria, con un conseguente gigantesco indebitamento dei cittadini e una costante svalutazione del dollaro.
Il crollo del mercato dei sub-prime è stato, come preventivato, la punta dell’iceberg contro cui si è frantumata l’intera economia americana. Ora Geithner pretende che l’opinione pubblica creda che la soluzione sia affidare maggior potere alle stesse persone che hanno creato la crisi, con la sfacciataggine tipica di chi è consapevole della propria superiorità di fronte ad ipotetiche opposizioni.
Perché i pianificatori hanno previsto anche questo. Sanno che il processo di erosione della sovranità degli Stati a favore dell’instaurazione del governo globale da parte di alcune minoranze, incontrerà la resistenza di altre minoranze, decise a difendere quella sovranità e, con essa, il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.
Nel suo libro «Between two ages: America’s role in the technetronic era», Zbigniew Brzezinski ammetteva che la creazione di un ordine mondiale fondato su una struttura monetaria globale avrebbe richiesto «sacrifici».
Che genere di sacrifici, lo aveva intuito molti anni prima lo scrittore britannico H. G. Wells, autore di «The open conspiracy»: «La creazione di un ordine mondiale esigerà certamente un prezzo da pagare - e chi può dire a quanto ammonterà? - fatto di fatica, dolore e sangue». Più recentemente James P. Muldoon, Senior Fellow del Centro per lo Scambio e la Governance Globale alla Rutgers University, spiega:
«Per alcuni, lo scompiglio negli affari internazionali indica un deterioramento pericoloso dell’ordine e l’inizio del caos e dell’anarchia. Altri considerano la turbolenza iniziata negli anni novanta come parte di un’evoluzione, un’inevitabile conseguenza della trasformazione del sistema internazionale in un sistema globale. Hanno ragione entrambi».
Dunque il caos e l’anarchia sono previsti e ritenuti indispensabili. Lo stesso Henry Kissinger, nel corso di una conferenza tenuta a maggio del 2007 a Instanbul, in Turchia, ha ammesso: «Quelli che l’America chiama terroristi non sono altro che gruppi di persone che rifiutano il sistema internazionale…». E ancora, un rapporto della CIA del 2000, intitolato «Global Trends 2015», nel tratteggiare i possibili esiti del processo di integrazione mondiale, immagina una situazione in cui «la maggioranza della popolazione mondiale non beneficia della globalizzazione, i flussi migratori si trasformano nella maggiore fonte di tensione tra Stati.Aumentano i conflitti interni, alimentati da aspettative frustrate, ineguaglianze, e da una crescita delle rivendicazioni locali».
E’ dunque ipotizzabile che la crisi li abbia colti alla sprovvista? Nel settembre del 2006 Alex Jones di Infowars dichiarò di essere in possesso di informazioni secondo cui l’elite finanziaria internazionale progettava un crollo dell’economia mondiale. Una talpa presente alla riunione del Bilderberg di quell’anno, ad Ottawa in Canada, lo aveva messo a parte dell’elaborazione di un piano in vista di «un’implosione artificiale del mercato dei sub-prime, come pretesto per causare una crisi economica di proporzioni ancora più vaste, in modo da poter successivamente intervenire nella veste di salvatori e poter così riscrivere un ordine finanziario globale».
Geithner è lì per questo. E’ stato selezionato allo scopo di gestire una parte fondamentale dell’agenda, quella che prevede la creazione di una specie di ingorgo finanziario funzionale alla paralisi del sistema e al conseguente verificarsi di eventi catastrofici, gli unici in grado di giustificare l’introduzione di un’autorità globale dotata del massimo potere di controllo.
Il presidente francese Nicholas Sarkozy, il cancelliere tedesco Angela Merkel, il premier inglese Gordon Brown ed il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi hanno già dato il loro assenso ad un «nuovo ordine finanziario mondiale». A gennaio di quest’anno, nel corso di un’intervista alla CNBC, Henry Kissinger ha dichiarato che «una serie di sconvolgimenti simultanei in molte parti del mondo» fornirà al nuovo presidente in carica il pretesto di creare un Nuovo Ordine Mondiale: «E’ una grande opportunità», ha detto Kissinger, non tralasciando di specificare che proprio l’economia è la leva per scardinare la sovranità nazionale e muovere verso il governo globale. Dunque la crisi non è un problema, ma un’opportunità. Per loro, naturalmente. Che la crisi rappresentasse un catalizzatore verso il governo mondiale, ne era convinto da tempo anche Ron Paul, rappresentante del Texas e candidato presidenziale in corsa contro Barack Obama:
«Credo che assisteremo presto ad un annuncio di un nuovo ordine monetario, anche se al principio lo faranno suonare come qualcosa di molto limitato, di certo non verranno a dirci ‘questo è il governo mondiale’, anche se è esattamente quello che sarà, dato il controllo del denaro ed il controllo degli eserciti. Una Banca Centrale mondiale, una regolamentazione globale ed il controllo dell’intero sistema planetario, dei beni e delle risorse naturali, come altro vogliamo chiamarlo se non governo mondiale?».
Ed ecco che in nome del ristabilimento della stabilità finanziaria (ossia secondo copione), i leader del G20 invocano una nuova moneta globale. L’unica incognita sembra essere il ruolo che saranno chiamate a svolgere, nella riscrittura del sistema monetario internazionale, Russia e Cina. Sembra piuttosto difficile che questi due Paesi, in larga misura ancora subordinati agli interessi bancari delle elites occidentali, possano avere nell’immediato futuro un ruolo significativo a livello bancario centrale. I tempi della crisi coincidono con quelli di un rinnovato confronto tra Ovest ed Est e vedono gli Stati Uniti insieme alla NATO contrapposti al blocco della Cooperazione di Shangai, laddove il nuovo ordine internazionale, fondato su una moneta unica ed un sistema bancario globale, è intimamente correlato all’agenda militare occidentale. Con l’elezione di governi favorevoli agli Stati Uniti in Francia, Germania e Italia non è emerso solo un consenso all’agenda geo-politica americana, ma anche e soprattutto l’adesione ad un progetto di cooperazione e integrazione economica e finanziaria integrale.
Improbabile dunque che rublo e yuan siano coinvolti. Molto più probabile invece, in vista del battesimo di una singola moneta globale, una prossima integrazione tra il dollaro e l’euro, che dal 1999, anno della nascita della moneta europea, hanno provveduto a spartirsi le rispettive zone di influenza, con il dollaro ancora dominante nell’emisfero occidentale, e l’euro che combatte per strappargli il primato nell’ex Unione Sovietica, in Asia centrale, nel Medio Oriente e nell’Africa sub-sahariana. Quel che è certo è che la crisi, lungi dall’essere un ostacolo, rappresenta un potente acceleratore nell’implementazione di quel progetto. Nel 1988, l’Economist pubblicò un articolo dal titolo «Preparatevi per la Fenice». L’autore scriveva: «Tra 30 anni a partire da adesso americani, giapponesi, europei e popoli di altri Paesi più o meno ricchi pagheranno i loro acquisti con la medesima moneta. I prezzi non saranno più calcolati in dollari o in marchi ma, diciamo, in «Fenice».
Sorprendentemente, l’articolo aggiungeva: «Molte altre turbolenze negli scambi, qualche altro crollo dei mercati e probabilmente un altro paio di depressioni occorreranno prima che i politici si rassegnino a questa scelta (la cessione della sovranità monetaria). Ciò condurrà ad una sequenza di emergenza-recupero-emergenza… fino al 2018. Più il tempo passa, più il danno causato dall’instabilità monetaria crescerà, con la conseguenza di rendere l’utopia dell’unione monetaria finalmente verosimile».
L’ultima frase raccomandava: «Segnatevi la Fenice sul calendario del 2018 o giù di lì e, quando arriva, datele il benvenuto». Dieci anni dopo la pubblicazione dell’articolo sull’Economist, Jeffrey Garten ne scriveva uno per il New York Times, invocando una «FED globale». Garten è ex decano della Scuola di Management di Yale, ex Sottosegretario al Commercio Internazionale durante l’amministrazione Clinton, ex consigliere della Casa Bianca per la politica economica internazionale sotto l’amministrazione Nixon e membro dello staff della pianificazione politica dei segretari di Stato Kissinger e Vance durante la presidenza di Ford e Carter, oltre che ex managing director alla Leham Brothers. Attualmente fa parte del Council on Foreign Relations. Garten constata come «nel tempo gli Stati Uniti abbiano predisposto istituzioni centrali di importanza cruciale - la Securities and Exchange Commission (SEC) nel 1933, la Federal Deposit Insurance Corporation nel 1934 e, più importante di tutte, la Federal Riserve nel 1913. E’ così - sostiene Garten - che l’America è diventata un’economia nazionale. Queste organizzazioni furono create per far funzionare il capitalismo, per prevenire cicli economici distruttivi e moderare la severa e invisibile mano di Adam Smith».
Dopo una simile dichiarazione sarebbe lecito attendersi un esame di coscienza, magari non proprio un’ammissione di fallimento, ma almeno la consapevolezza dell’opportunità di un cambiamento di rotta. Invece Garten, a metà strada tra il furore dottrinale e lo stato commotivo, ribadisce convinto: «Questo è esattamente quello che ci vuole ora su scala globale. Il mondo ha bisogno di un’istituzione che afferri il timone quando il mare è in tempesta. Il mondo ha bisogno di una banca globale» perché «cercare semplicemente di coordinare le più potenti banche del mondo può non funzionare».
Poco ma sicuro. Con stupefacente sicumera il nostro svela il cuore del problema: «L’effettiva collaborazione tra i ministri delle Finanze e del Tesoro non ha speranze di concretizzarsi. Queste agenzie sono responsabili di fronte ad assemblee legislative elette, e la politica dei Paesi industriali è più preoccupata degli eventi interni che della stabilità internazionale».
Capito? Il vero impedimento sta in queste inutili, superate assemblee elettive, che costringono lorsignori a perdere tempo prezioso nel rendere conto delle loro scelte, ad essere sottoposti al giudizio delle rispettive nazioni, rischiando persino che qualcuno tenti di rimuovere la loro presa ostinata dal timone della nave.
«Non potrebbe essere accettabile, per la Banca Mondiale, essere alla mercè di legislature di breve durata». E’ la sovranità nazionale, il totem da abbattere, insieme a quanto resta della volontà popolare.
«A chi dovrebbe rispondere una Banca Centrale mondiale? Avrebbe troppo potere per essere governata solo da tecnocrati, eppure deve essere guidata dai migliori tra essi». E aggiunge: «Dovrebbe esserci stretta collaborazione tra la banca globale e la FED… essa non opererebbe all’interno degli Stati Uniti… ma sarebbe di grande aiuto alla redditività delle multinazionali americane attraverso la creazione di un ambiente globale più favorevole ai loro interessi».
Chiaro, no? Siamo i fortunati spettatori della fondazione di un Nuovo Ordine Mondiale. Il concetto profondo che anima il principio di una moneta unica e di una Banca Centrale mondiale è la quintessenza del totalitarismo, con la corrispondente rimozione delle ultime tracce di una sorveglianza da parte del popolo e dell’obbligo di rendergli conto, in favore di un potere ormai concentrato in un gruppo interconnesso di elites internazionali, impegnato a sancire un’interdipendenza coatta tra le nazioni equivalente alla fine dell’indipendenza delle nazioni.
Nel 1952 Bertrand Russell, convinto alfiere di un governo mondiale ed esponente elitista, scriveva:
«Il totalitarismo è una teoria e una pratica al tempo stesso. In quanto pratica, significa che un certo gruppo di individui, dopo aver in qualche modo occupato l’apparato del potere, procede al massimo sfruttamento della propria posizione di vantaggio, attraverso la regolamentazione di qualsiasi settore che gli garantisca il massimo controllo rispetto agli altri individui. «Come teoria, il totalitarismo è la dottrina secondo cui la comunità è capace di un bene differente da quello dei singoli individui, il quale esula da ciò che gli individui singolarmente considerati pensano o provano… nel concreto, quando si pretende che la comunità è depositaria di un bene diverso da quello dei cittadini, significa in realtà che il bene del governo, o della classe che è al governo, è più importante di quello delle altre persone. Una tale prospettiva non ha altro fondamento che il potere arbitrariamente inteso. Più importante ancora, rispetto a queste speculazioni di carattere metafisico, è la domanda se una dittatura scientifica, così come la stiamo considerando, può essere stabile, o comunque più stabile di una democrazia… Io non credo che la dittatura sia una durevole forma scientifica di società - a meno che (questa specificazione è fondamentale) non consti di una dittatura mondiale.»
E’ per questo che vogliono una Banca Mondiale, una moneta unica, un sistema economico e finanziario planetario. Lo vogliono da tempo, e non sono più disposti ad aspettare. Vogliono il totalitarismo ammantato di esoterismo e di demoniache manifestazioni per giustificare la loro esistenza. Vogliono il totalitarismo di Lucifero nel mondo.

mercoledì 19 agosto 2009

Il mito del terrorismo

Webster Tarpley, storico e giornalista statunitense, lavora sulle forme di ingerenza, e in particolare sullo sfruttamento della minaccia terroristica.
“Non si può capire la politica attuale degli Stati Uniti se si sottovaluta la portata reale dell'11 settembre. Gli attentati dell'11 settembre sono stati un colpo di Stato. La guerra contro il terrorismo si basa su un mito e a partire da questi eventi è diventata una religione di stato obbligatoria. Il solo modo di combattere i neoconservatori è di distruggere questo mito. L'apertura di una commissione di verità come quella di Russell-Sartre al momento della guerra del Vietnam, potrebbe contribuire a distruggerlo". Non si può negare che Tarpley sia un esperto di geopolitica e la sua conoscenza dei meccanismi complessi della situazione attuale ci ha naturalmente spinti a chiederne il parere sulla situazione presente.
“Il principale progetto americano-britannico del momento è di balcanizzare il Pakistan, in modo che non possa diventare un corridoio energetico per la Cina, l'Iran e il Medio Oriente, come possiamo vedere con la posizione del porto di Gwadar. La folle escalation di violenza in Afghanistan, che porta il segno di Obama, ha senso solo se capiamo che lo scopo è di distruggere il governo centrale del Pakistan e provocare l'esplosione di questo paese in cinque fasi, secondo il prolungamento del piano di Bernard Lewis. Il Pakistan è un obiettivo molto più importante dell'Iran. Esiste addirittura un piano americano-britannico per distruggere la catena dei paesi pro-cinesi lungo l'Oceano Indiano. Ma lo Sri Lanka ha evacuato l'esercito del terrore (sostenuto dagli Stati Uniti e il Regno Unito): terroristi che avevano i loro quartieri generali a Londra e conosciuti con il nome di Tigri Tamil. Era davvero grottesco vedere Kouchner e Milliband (Ministri degli Esteri francese e britannico) cercare disperatamente di salvare le Tigri Tamil, affinché i macellai potessero combattere ancora! I posti come lo Zimbabwe, il Sudan, la Thailandia, la Cambogia, il Bangladesh e diversi gruppi di isole, sono oggi un campo di battaglia tra la Cina (quest'ultima fa pressioni in favore di un commercio e uno sviluppo pacifico), e l'alleanza Stati Uniti e Gran Bretagna che cerca di mandarli in rovina e di mantenere il consenso screditato di Washington contro il consenso di Pechino, che respinge l'intimidazione imperialista del tipo FMI-Banca Mondiale-WTO".
Domanda: La lettera di Obama a Medvedev, nella quale chiede ai Russi di negoziare l'abbandono del nucleare iraniano, non sarebbe un mezzo per rinfocolare una nuova guerra in Medio Oriente?
Webster G. Tarpley: Come ho scritto in Obama, The Postmodern Coup, la politica generale dell'amministrazione Obama è di fomentare i conflitti tra l'Iran e la Russia. Lo chiamano il gioco della patata bollente – mettono uno Stato nemico contro un altro, sperando che entrambi vengano danneggiati o distrutti durante il processo. Il regime Obama vorrebbe spingere la Russia in una posizione di ostilità verso l'Iran, giocando sulla paura della Russia di ciò che alla fin fine l'Iran potrebbe fare con le armi nucleari nel caso ne avesse qualcuna. Con persone come Putin e Lavrov, i Russi non sono pronti a cadere in un trabocchetto del genere. La recente esperienza delle sommosse e della mobilitazione in Iran è incoraggiata da persone della CIA, una rivoluzione colorata, una rivoluzione di velluto che non sembra particolarmente riuscita. Se una marionetta anglo-americana prendesse il potere in Iran, una delle prime cose che farebbe sarebbe tagliare l'approvvigionamento di petrolio in Cina, dato che, di questi tempi, è lì che si trova il maggior interesse degli Stati Uniti e della Gran Bretagna in Medio oriente. Il discorso di Obama al Cairo non è nient'altro che un tentativo di usare il mondo arabo-islamico del Medio oriente contro la Russia e la Cina. Anche l'India è uno dei principali candidati a diventare la seconda arma eurasiatica degli Stati Uniti e del Regno Unito, ma anche qui, gli Indiani possono rivelarsi troppo intelligenti per cadere nella trappola. Tutti sanno che il Congresso americano ha adottato delle leggi ricorrenti che chiedono un cambio di regime in Iran, con il finanziamento di 400 milioni di dollari, e da cinque anni e passa, Seymour Hersh ha descritto nel New Yorker il ruolo attivo delle squadre di spionaggio e di destabilizzazione statunitensi in Iran, che tentano di fomentare le ribellioni con gli Arabi, gli Azeri, i Kurdi, i Baloutches, i Pashtun e altri, con lo scopo finale di dividere e balcanizzare l'Iran, nello stesso modo in cui lo furono la Jugoslavia, l'Iraq, e come potrebbe esserlo ben presto il Sudan. Il colore della rivoluzione in Iran è in gran parte l'opera del gruppo “soft power" (NdT: che sostiene una politica esterna di “bassa intensità") ispirato dagli scritti di Joseph Nye, e che include le cerchie di Brzezinski alla Rand Corporation, così come l'International Crisis Group e altri operatori che per raggiungere i propri scopi usano la sinistra come copertura, gli slogan umanitari, i diritti dell'uomo. Se ho ben capito Jacques Sapir, egli sembra dire che gli slogan umanitari sono stati così bistrattati dagli imperialisti occidentali al servizio dei propri scopi predatori, che questi slogan sono stati completamente screditati in virtù dell'ipocrisia e del loro effetto “due pesi, due misure". Se sono proprio questi i propositi di Sapir, sono completamente giustificati. Direi che è tempo di sottolineare i diritti economici dei paesi in via di sviluppo, a cominciare dalla industrializzazione, il pieno impiego, e eliminando la povertà, la malattia, l'analfabetismo, e una situazione in cui vediamo un miliardo di persone che patiscono la fame o che rischiano la carestia, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, e forse 2 miliardi di persone ridotte a un'esistenza miserabile, con meno di un dollaro al giorno. Queste sono le vere domande che oggi l'umanità deve affrontare.
Domanda: Il piano Gates-Brzezinski prevede un nuovo approccio con l'Iran. Se questo piano non funzionasse, gli Stati Uniti potrebbero colpire l'Iran con l'arma atomica, come diceva Schneider JR?
Webster G. Tarpley: Tutta la base del regime di Obama, tra le cerchie imperialiste statunitensi, è sempre più cosciente del fatto che gli Stati Uniti sono troppo deboli, troppo odiati, troppo in fallimento per intraprendere ora nuove avventure in Medio oriente. Ecco perché si tirano indietro addossando la responsabilità ad altri, facendo la guerra con l'uso di mandatari o marionette kamikaze, come avvenne con l'Etiopia, usata contro la Somalia qualche anno fa.
Domanda: Se gli Stati Uniti e la Russia falliscono nel tentativo di far accettare all'Iran la fine del suo programma nucleare, Israele può colpirlo come colpì l'Iraq di Saddam Hussein?
Webster G. Tarpley: In seguito Gates, Panetta, Biden e Obama stesso hanno ordinato a Israele di lasciar perdere, di abbandonare qualsiasi idea di attaccare da solo l'Iran, cosa che l’avrebbe staccato dai propri alleati. Ne parlo nel libro Obama: The Unauthorized Biography. Credo che gli Inglesi siano sulla stessa linea. Il senatore Kerry e Obama hanno anche detto che l'Iran ha diritto ad un programma nucleare pacifico. Tutto questo rinforza l'idea che gli Stati Uniti vogliano fare dell'Iran una marionetta kamikaze contro la Russia e/o la Cina. Chi continua ad ignorare questa tendenza vive nel mondo com'era prima del dicembre 2007, quando le valutazioni ufficiali dei servizi segreti statunitensi dicevano che non c'era nessun programma d'armi nucleari iraniano. Dubito che gli Israeliani avviino un tale attacco. Se lo facessero, si tratterebbe di una vera e propria catastrofe mondiale. I nostri amici del Quai d'Orsay (Ministero degli Esteri francese, Ndt) dovrebbero fare tutto il possibile per dissuadere Netanyahu & co.
Domanda: Dato che i servizi segreti statunitensi hanno detto che l'Iran ha fermato il proprio programma nucleare militare dal 2003, dobbiamo accettare un Iran con un nucleare civile?
Webster G. Tarpley: Certo, nonostante la demagogia bellicistica di Sarkozy e di Kouchner su quest'argomento quando tentarono di andare al fronte. Ogni paese ha un diritto inalienabile alla scienza, alla tecnologia, all'industria e alla produzione di energia moderna, e nel mondo d'oggi, questo può significare solo lo sfruttamento pacifico dell'energia nucleare. Questa era la base della politica estera americana durante la maggior parte della guerra fredda, l'iniziativa “Atomi per la pace" di Eisenhower. Tutti i paesi del mondo che vogliono affermare la propria sovranità e il diritto allo sviluppo considerano seriamente l'esame di un'applicazione importante dell'energia nucleare, a cominciare dalla Cina, l'India, la Russia, la Giordania e molti altri. In questo seguono il ben riuscito esempio francese, molto più eloquente dei discorsi di Sarkozy. Dopo le violazioni massicce del regime di non proliferazione, suggellato da Stati Uniti e India sul nucleare, gli Stati Uniti non si fanno scrupoli quando si tratta di intimidire o tormentare gli altri su questo aspetto.
Domanda: La colonna vertebrale della politica estera americana in Europa è il Trattato ABM e l'allargamento della NATO. Cosa ne pensate di questa provocazione verso la Russia e del rischio di vedere affrontarsi alleati europei?
Webster G. Tarpley: Nella migliore delle ipotesi, l'allargamento della NATO è inutile e assai pericoloso nella maggior parte degli scenari probabili. Quale persona di buon senso si impegnerebbe a battersi e a morire per un demente come Saakashvili, dopo che quest'ultimo ha mostrato la propria instabilità mentale con l'attacco kamikaze contro la Russia nell'agosto 2008? Che persona di buon senso vorrebbe essere impegnata nell'ultima avventura di questi cleptocrati dell'FMI a Kiev? Quando la Germania dell'Est è stata reintegrata nella Germania dell'Ovest, gli Stati Uniti hanno preso degli impegni seri con la Russia: le forze della NATO non sarebbero entrate nell'ex Germania dell'Est. Ora, sono andate molto più lontane. È il momento di invertire questa tendenza. Invito la Francia a riconsiderare l'idea di reintegrare la struttura di comando della NATO. Tenendo conto dell'impegno americano nei regimi instabili e aggressivi non lontani dalla Russia, la Francia corre il rischio di essere trascinata in una guerra catastrofica sulla scia anglo-americana. Questo non è il futuro di una grande nazione come la Francia. Possiamo vedere anche una seconda serie di paesi provocatori composta da Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Ucraina e altri paesi, che possono essere buttati nella lotta contro la Russia per questioni come l'interruzione della distribuzione di gas naturale in Europa dell'Ovest quasi ogni inverno.
Domanda: Riguardo al trattato ABM, cosa ne pensate dell'impianto dello scudo spaziale in paesi dell'Europa dell'Est come la Repubblica Ceca, senza previo accordo con il Parlamento europeo?
Webster G. Tarpley: Ho richiamato diverse volte Obama in pubblico affinché prendesse degli impegni precisi, se vuole provare di essere davvero l'angelo della pace che dice di essere. Il primo è annunciare che non ci sarà nessun schieramento di sistemi ABM in Polonia, poiché possono essere facilmente messi in atto in un primo attacco nucleare preventivo strategico contro la Russia, ributtando così il mondo nel contesto esplosivo della vecchia guerra fredda. Obama potrebbe semplicemente annunciare: “La crisi dei missili poloni non avverrà". L'altro impegno che Obama potrebbe prendere sarebbe quello di ritirare tutto il sostegno degli USA all'allargamento della NATO. È quello che qualsiasi Europeo con un po’ di buon senso esigerebbe che facesse. Invece, l'estate scorsa abbiamo avuto 200.000 fans raggirati da Obama alla porta di Brandeburgo.
Domanda: In questo contesto, cosa ne pensa dell'integrazione della Francia alla NATO, e la sua partecipazione alla guerra contro il terrorismo?
Webster G. Tarpley : Raccomanderei alla Francia di non sottomettersi al comando della NATO. Il presidente de Gaulle aveva completamente ragione quando espulse da Versailles i quartieri generali della NATO e ritirò la Francia dalla struttura di comando della NATO. Questo non ha offuscato le relazioni franco-americane, ma ha impedito che gli elementi anarchici presenti nell'organizzazione causassero seri problemi alla Francia. In particolar modo penso al generale Lyman Lemnitzer, sostenitore dell'operazione Nothwood (NdT: piano concepito da alti dirigenti del Dipartimento della Difesa USA allo scopo di suggestionare l'opinione pubblica statunitense ed indurla così a sostenere un attacco militare USA contro il regime cubano di Fidel Castro) quand'era Presidente del Pentagono e stava per diventare il Comandante della NATO, e che fece di tutto per installare Gladio in Italia e nella maggior parte dei paesi della NATO (NdT: organizzazione paramilitare del secondo dopoguerra, legata ai servizi segreti occidentali promossa dalla NATO per contrastare un'eventuale invasione sovietica dell'Europa occidentale). Riassumendo, De Gaulle aveva ragione, l'Occidente ha bisogno che la Francia mantenga la propria indipendenza intellettuale e l'attitudine a sviluppare una critica responsabile e realista sugli eccessi degli Anglo-americani. Ciò che fece De Gaulle, è ciò che ci si aspetta dai futuri leader francesi.
Domanda: Riguardo all'11 settembre, pensa che possa nascere un'inchiesta indipendente? E in caso affermativo, sarebbe per volere della giustizia americana o di un'azione internazionale come i "Politics for 9/11 Truth" (NdT: Dirigenti politici per la verità sull'11 settembre)
Webster G. Tarpley: L'importanza del movimento per la verità sull'11 settembre, sviluppatosi nella società americana tra il 2006 e il 2007, si è ampiamente disgregata fino a diventare impotente. Mentre la campagna delle primarie cominciava a riunire le energie nel 2007, molti vecchi attivisti dell'11/9 han commesso il grave errore di sacrificare la propria attività a politici professionisti che avevano promesso di fare qualcosa per indagare sulla questione. Dennis Kucinich, candidato di sinistra al partito liberal-democratico, promise pubblicamente che avrebbe indagato sull'11/9, così come sull'affaire del B-52 “canaglia" (NdT: Bombardiere strategico a largo raggio prodotto dalla Boeing) avvenuta tra l'agosto e il settembre 2007, poco dopo che un gruppo di attivisti di cui facevo parte emise l'avvertimento di Kennebunkport, col quale dicemmo che Cheney stava facendo un ultimo tentativo per avviare la guerra contro l'Iran. Questo succedeva nel momento in cui gli Israeliani lanciavano il raid aereo contro la Siria. Ma Kucinich non mantenne la promessa. Una parte ancor più grande dell' 11/9 Truth Movement venne inghiottita da Ron Paul, il deputato del Texas e candidato libertario repubblicano. Non fece promesse in pubblico come Kucinich, ma in privato disse agli attivisti dell'11/9 Truth Movement che condivideva il loro punto di vista e che l'avrebbe detto pubblicamente al momento opportuno. Con queste certezze, molti attivisti diedero il proprio tempo, denaro e sostegno alla campagna presidenziale di Ron Paul. Ma quando, durante un dibattito nazionale sulla televisione via cavo a cui assisteva tutta la stampa nazionale, Ron Paul venne interrogato, affermò con forza che riteneva assurde le idee dell'11/9 Truth Movement e che queste lo imbarazzavano; aggiunse inoltre che gli attivisti avrebbero dovuto abbandonare i loro sforzi. Disse anche che il suo scetticismo riguardo al rapporto della Commissione dell'11 settembre era uguale al suo scetticismo per i documenti del governo, né più né meno. Alla fine, quando fu chiaro che Obama aveva una reale possibilità di diventare Presidente, il resto dei liberali di sinistra rinunciò all'attivismo e si unì alla quête messianica e utopica proposta da Obama. Di conseguenza, il movimento per la Pace, il movimento per la destituzione (NdT: e il processo di Bush) e l'11/9 Truth Movement vennero letteralmente spazzati via. Tutto questo mostra il ruolo importante svolto da Obama nella soppressione delle proteste e la protezione dell'Establishment di Wall Street contro l'agitazione popolare. Ora ci vorrebbe l'implicazione decisiva di uno o più leader mondiali fuori dagli Stati Uniti per realizzare l'indispensabile inchiesta internazionale indipendente dalla Commissione per la verità sull'11/9.
Domanda: Molti cittadini hanno scoperto la geopolitica e i retroscena dei conflitti cercando di saperne di più sugli attentati dell'11 settembre 2001. Cosa direbbe a queste persone che scoprono, spesso con orrore, che un buon numero di guerre e attentati sono fatti dagli Stati Uniti e/o da gruppi di interesse contro gli interessi delle popolazioni?
Webster G. Tarpley: Il problema della politica straniera statunitense non si trova essenzialmente all'interno del governo federale, ma viene dal fatto che la politica straniera statunitense è ampiamente prodotta dagli interessi bancari della potentissima Wall Street, che opera attraverso organismi come il Council on Foreign Relations, la Commissione Trilaterale, il gruppo Bildeberg e l'insidiosa Mont Pelerin Society che si occupa di economia. Obama, Biden, Holbrook e molti altri sono i servi di questi banchieri di Wall Street. Queste forze non seguono una politica americana nazionale che imporrebbe, per esempio, buone relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia, come erano mantenute durante la Rivoluzione Americana nel momento della Guerra Civile americana e durante l'amministrazione di F.D. Roosevelt. Invece di una politica nazionale americana, abbiamo una politica favorevole ai finanzieri e agli imperialisti. È la stessa mentalità della City di Londra e di una parte della Commissione Europea e della Banca Centrale. Viviamo un'epoca di preponderanza oligarchica su tutto il globo. Il solo modo di cambiare questa situazione è aumentare la politicizzazione e l'attivismo di una parte della società moderna che si limita solitamente a uno stupore passivo, all'apatia, a un'alienazione attraverso la cultura popolare.
Domanda: Internet gioca un ruolo importante nel mettere a disposizione le informazioni e quindi a ciò che potremmo chiamare un' “educazione delle masse"; secondo lei, un'azione concertata che sfoci su una censura su questa rete è all'ordine del giorno?
Webster G. Tarpley: Uno degli aspetti positivi del sistema statunitense è stata la forte protezione della libertà d'espressione incarnata dal Primo Emendamento della Costituzione americana. Potete confrontarla con la terribile situazione di un paese come la Gran Bretagna. I liberali totalitari del regime Obama sono ostili al proseguimento della tradizione di libertà d'espressione. Vorrebbero ridurre l'ambito della libertà d'espressione usando il pretesto della legislazione del crimine destinata a dichiarare illegale non atti criminali, ma le opinioni sostenute da coloro che hanno commesso tali atti criminali – dichiarare illegali le opinioni è un'idea alquanto strana in giurisprudenza.
Il Partito Democratico sembra anche voler ridurre al silenzio o intimidire l'ala destra o i commentatori radio reazionari più in vista nel paese, e che rappresentano una delle forze principali che criticano il regime Obama. Con il pretesto d'obbligare i diffusori che usano le onde pubbliche, quest'ultimo è tentato di offrire un'ampia varietà di opinioni politiche, o di rappresentare gruppi di comunità locali. Sarebbe stato meglio vietare a una corporation il possesso totale dei mass media in una data città e lasciare così che il discorso evolvesse.
Domanda: Lei che è spesso pessimista riguardo al futuro (basta pensare la suo ultimo libro nel quale spiega perché nutre poca speranza in Obama) ha qualche speranza per un futuro più pacifico?
Webster G. Terpley: Non credere alla demagogia delle marionette di Wall Street come Obama non fa di me un pessimista, ma un realista. Obama ha superato il proprio apogeo; si trova ora sulla discesa, sebbene il pericolo di nuove operazioni false flag che mirano alla Russia, alla Cina, al Sudan, al Pakistan o ad altri nuovi bersagli aumenti senza dubbio in questo momento. Avendo studiato Platone, Leibniz e Machiavelli, sono ottimista per ciò che riguarda le prospettive d'azione in questo mondo. Su questi punti sono con Leibniz e contro Voltaire. Approverei anche ciò che dice Dante sul punto essenziale della Divina Commedia nel Canto di Marco Lombardo, dove l'accento è messo sul fatto che lo stato del mondo non dipende da Dio, dalla predestinazione o dalla cattiva sorte, ma che si tratta invece di un compito dato agli esseri umani che devono esercitare il loro libero arbitrio.Le persone devono capire che l'azione storica mondiale è più realizzabile al presente che in qualsiasi altro momento della storia; è il momento di trarre vantaggio da queste possibilità prima che la porta delle opportunità si chiuda, cosa che può succedere in qualsiasi momento.
Domanda: Lei che conosce bene gli ingranaggi dei Machiavelli del nostro tempo, cosa possono fare i nostri lettori e i cittadini per aiutare il mondo a essere migliore e più in pace?
Webster G. Tarpley: Non c'è nessuna ragione di subire una depressione economica mondiale, né una guerra mondiale che potrebbe seguire la stessa sequenza di eventi che abbiamo conosciuto negli anni 1930. Innanzitutto, le leggi dell'economia non sono affatto un mistero. Le spiego nel mio ultimo libro Surviving the Cataclysm (Sopravvivere al Cataclisma). Per uscire dalla depressione in primis bisogna fare tutto ciò che è necessario per ridurre il fardello del capitale fittizio e delle entrate speculative dell'economia mondiale. Questo significa fare cose come vietare la bolla dei derivati di 1,5 milioni di miliardi di dollari, o tassare i derivati fino alla loro scomparsa, vietare i prestiti ipotecari a tasso aggistabile, dichiarare illegali i “fondi di copertura" altamente speculativi (hedge funds), fermare i pignoramenti delle case, delle fattorie, delle fabbriche, tassare gli speculatori con la tassa Tobin dell'1%, regolare di nuovo i mercati petrolieri, pignorare e chiudere le banche zombie in bancarotta che dominano Wall Street e la City di Londra. Dobbiamo sequestrare la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea, le banche centrali controllate da privati e nazionalizzarle. Dovrebbero cominciare col fare prestiti allo 0% per le attività produttive, ossia la creazione di beni fisici tangibili sotto forma di industria, agricoltura, costruzione, trasporti, edilizia, miniere, ricerca scientifica, attrezzature sanitarie e altri preamboli dell'esistenza umana.
Tutto questo è particolarmente necessario qui negli Stati Uniti, poiché tutta l'economia si avvicina al punto del crollo fisico e termodinamico. In questo paese dovremmo costruire un migliaio di ospedali, cento reattori nucleari ad alta temperatura di quarta generazione, costruire 170.000 km di rotaie Maglev (NdT: treno a levitazione magnetica), ricostruire il sistema autostradale interstatale, e ricostruire tutte le infrastrutture d'acqua e di depurazione. Abbiamo bisogno di un programma convincente in fisica di alta energia per risolvere i problemi attuali della fusione dell'energia termonucleare. Abbiamo bisogno di un programma persuasivo nella ricerca biomedica per trovare rimedi alle malattie che colpiscono l'umanità. Sono sforzi che per definizione dovrebbero essere internazionali. Certo, dobbiamo finanziare e restaurare la rete di previdenza sociale, che sarà fondamentale per le vittime della depressione nei prossimi due o tre anni. E per finire, avremo bisogno di una nuova conferenza monetaria mondiale per creare un sistema monetario mondiale vivibile per rimettere in moto il commercio mondiale e promuovere lo sviluppo economico e tecnologico dell'Africa, dell'Asia meridionale, della maggior parte dei paesi dell'America Latina, dell'Europa dell'Est e di altre zone il cui sviluppo economico è stato impedito. Bisogna interessarsi ai grandi progetti d'infrastruttura mondiale come il Maglev di Dakar a Dubai, il Maglev da Cap Town al Cairo, i ponti e i tunnel lungo il Mediterraneo a Gibilterra e tra la Sicilia e la Tunisia, un sistema Maglev eurasiatico, un ponte-tunnel sullo stretto di Bering, un nuovo Canale Thai (NdT: l'istmo di Kra in Malesia), una “Tennessee Valley Authority" per il Gange, il Brahmaputra, il Mekong, l'Amazzonia e altri sistemi fluviali nel mondo (NdT: Tennessee Valley Authority: impresa americana incaricata della navigazione, del controllo delle piene, della produzione di elettricità e dello sviluppo economico della valle del Tennessee), e lo sviluppo del trasporto fluviale in Africa con un sistema di chiuse e di canali tra l'alto Nilo e l'alto Congo. Dovremmo fare tutto questo con la piena coscienza che se non realizziamo queste tappe progressive necessarie finché viviamo, la civiltà mondiale potrebbe sprofondare in un periodo di caos, di orrori che al momento è difficile concepire, ma che dovrebbero essere sufficientemente chiari. La mia litania preferita è quella di un minatore spagnolo di una regione settentrionale della Spagna, le Asturie, che mi diceva che il suo credo personale era: “La tua scelta nel mondo moderno è chiara. Sii attivo prima di diventare radioattivo. Allora scegli". Quest'alternativa non è cambiata molto. La mia speranza è che sempre più persone scelgano di essere attive.

martedì 18 agosto 2009

Simboli oscuri e malefici


























Sin dal suo completamento, il 14 dicembre 1999, il parlamento dell'UE ha suscitato perplessità e domande relative alla sua struttura. La torre principale, denominata palazzo "Louise Weiss", ha un aspetto particolare e modernista. Perché sembra incompleta? I promotori dicono che riflette "La natura incompleta dell'Europa". Tuttavia una ricerca sull'argomento rivela il profondo e oscuro simbolismo dell'edificio. Portare alla luce l'autentica fonte d'ispirazione dell'edificio Louise Weiss significa portare alla luce le credenze esoteriche delle élite mondiali, le loro oscure aspirazioni e la loro interpretazione dei testi dell'antichità. Andremo dritti al punto: l'edificio Louise Weiss ricorda intenzionalmente il dipinto intitolato "La Torre di Babele", realizzato nel 1563 da Pieter Bruegel il Vecchio. La storia riferisce che la Torre di Babele non fu mai completata. Quindi il Parlamento delle Nazioni Unite [sic] è fondamentalmente la prosecuzione del lavoro interrotto di Nimrod, il famigerato tiranno che stava edificando la Torre di Babele in sfida contro Dio. Credete che questa sia una buona fonte di ispirazione per una "istituzione democratica"?
La vicenda di Nimrod e della Torre di Babele appare in numerosi testi di antiche culture, incluse l'ebraica, l'islamica, la greca e nella Kabbalah. Nimrod viene descritto come fondatore e sovrano del primo regno instaurato dopo il Diluvio. Il suo regno include Babilonia (Babele), Uruk, Akkad e Calneh. È un re noto per aver imposto al popolo la sua tirannia, cercando nel contempo di eliminare ogni credo religioso.
"Fu Nimrod che li spinse a tale offesa e disprezzo contro Dio. Era il nipote di Cam, figlio di Noè, ed era un uomo di grande sfrontatezza e forza fisica. Li spinse a non attribuire a Dio [la loro prosperità], come se la loro felicità derivasse dalle sue azioni, ma di credere che fosse il loro personale coraggio a procurare loro la felicità. Egli mutò gradualmente il governo in tirannia, non vedendo altro mezzo per distogliere gli uomini dal timor di Dio, se non quello di ridurli a una costante dipendenza dal suo potere... Alla fine la moltitudine fu pienamente predisposta a seguire i piani di Nimrod, e a ritenere cosa da codardi la sottomissione a Dio."
Secondo il dettato biblico, Babele fu la città che unificò l'umanità, che allora parlava un'unica lingua, in movimento da oriente. Era la patria di Nimrod. Egli decise che la città avrebbe dovuto avere una torre tanto imponente che "la sua cima giunga fino al cielo". Questa torre non veniva costruita per adorare o lodare Dio, ma per la gloria dell'uomo, allo scopo di procurare fama ai suoi costruttori. La versione midrash della storia aggiunge anche che i costruttori della Torre dissero:
"Dio non aveva alcun diritto di riservare a sé il mondo superiore, lasciando a noi quello inferiore; perciò ci costruiremo una torre, che avrà in cima un idolo che impugna una spada, così da dare l'impressione che vogliamo far guerra a Dio."
Dio, vedendo la natura blasfema della Torre, istillò in ogni singolo costruttore un differente linguaggio, allo scopo di confonderli. Incapaci di portare a termine l'impresa, gli uomini si dispersero per il mondo.
In tal modo, il fatto che il Parlamento dell'UE sia costruito a immagine della Torre di Babele trasmette il messaggio che quella di Nimrod fosse la filosofia giusta, e che l'edificazione della Torre fosse una buona idea. Ecco cosa cerchiamo:
1. Un avvento graduale della tirannia
2. L'eliminazione dell'adorazione di Dio, per indurre alla dipendenza dal potere
3. Tutti i popoli che condividono la stessa lingua e la stessa religione
4. Il rifiuto di Dio nel tentativo di diventare dèi
Sapete una cosa? Si tratta dei principali precetti delle credenze esoteriche delle élite globali (vedi la sezione 'Educate Yourself'). Non sono cristiani, e nemmeno monoteisti. Il loro sistema di credenze è basato sulle religioni misteriche (rituali pagani, adorazione del Sole, considerare Lucifero come colui che donò la luce alla razza umana, vedere Dio come una forza che vuole mantenere gli uomini nell'oscurità). Il loro Nuovo Ordine Mondiale si sbarazzerà di ogni venerazione per Dio, introdurrà un'unica lingua per tutti e trasformerà la democrazia in tirannide.
Vi sembra che esageri? Vedo troppe cose in quel palazzo? La risposta è: NO. C'è stato un poster UFFICIALE di promozione del Parlamento Europeo: sono presenti il popolo d'Europa riedificare la Torre di Babele. Ci sono alcune cose da sottolineare. Primo, abbiamo la conferma che l'edificio Louise Weiss è stato davvero ispirato dalla Torre di Babele. Il poster ricrea con precisione la torre del dipinto di Bruegel, curandosi perfino di riprodurre la parte crollata delle fondamenta. Su questo NON c'è dubbio. Secondo, lo slogan: "Europa: molte lingue, un'unica voce" si riferisce alla confusione creata da Dio con una moltitudine di lingue. Il Parlamento ribalterà in effetti la punizione di Dio, una lezione riguardante idolatria e arroganza. Terzo, osservate attentamente le stelle in alto. Non hanno qualcosa di strano? Sono capovolte, cioè sono pentagrammi invertiti. Il simbolismo sotteso ai pentagrammi è estremamente profondo e complesso, ma possiamo dire che un normale pentagramma si riferisce al "Buon Giudizio", mentre un pentagramma invertito indica il "Cattivo Giudizio".
Questo poster è stato ritirato a causa delle proteste di numerosi gruppi. Rimane comunque estremamente rivelatore e prova la mentalità esoterica dei costruttori del Parlamento Europeo.
Esiste inoltre una statua, situata di fronte all'edificio Winston Churchill, che si riferisce alla mitologia classica, e raffigura una delle più antiche rappresentazioni dell'Europa. Si basa su un racconto nel quale Zeus si presenta nella forma di un toro bianco allo scopo di sedurre la principessa Europa, che sta raccogliendo fiori. Quando lei si avvicina e sale sulla groppa del toro, esso coglie l'occasione per correre via con lei e infine violentarla (vi fornisco la versione non censurata della storia).
Quindi la donna (che rappresenta l'Europa) in groppa a questo toro è in procinto di essere stuprata. Sì, è inquietante. In ogni caso, rappresenta il Bene contro il Male, Il Sole contrapposto alla Luna e tutto ciò che è attinente. È parte delle Religioni Misteriche. Approfondite queste cose.
L'Unione Europea è un super stato che attualmente include 27 paesi (in futuro anche di più). La stessa sorte attende i paesi americani e asiatici, che sono destinati a unirsi sotto la stessa bandiera e sotto la stessa moneta, nella creazioni di ulteriori super stati. Sono la prima pietra di un Governo Unico Mondiale, un obiettivo accanitamente perseguito dalle élite mondiali. Il Parlamento Europeo è il primo monumento che rappresenti un super stato e rivela, attraverso il suo accentuato simbolismo, l'odio per la fede religiosa, la pianificazione di un Nuovo Ordine Mondiale e un'astuta promozione della tirannide.

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