sabato 1 agosto 2009

Guerra all'Italiana

Ci sono voluti ben 8 anni di tempo affinché le autorità italiane, o forse solo alcune di esse, comprendessero ciò che un'anima ingenua e smaliziata avrebbe compreso sin dall'inizio. Il potere decisionista della classe politica italiana, soprattutto di quella al governo oggi, è indiscutibile. Ma lo è altrettanto la sua incapacità di analisi della realtà.
Un'incapacità di analisi solo apparente, che funge da utile maschera di una realtà che tutti conoscono bene e fingono di non conoscere: l'Italia è un paese in guerra. Non perché sia stato attaccato, non perché qualcuno abbia attaccato le istituzioni sovranazionali di cui fa parte, né tanto meno perché il governo di un qualsivoglia paese di questo pianeta abbia attaccato uno dei suoi alleati.
Nessuna di queste ragioni è alla base del conflitto in Afghanistan. Ciò nonostante ci ritroviamo lì in quella terra, in una missione di guerra incostituzionale sostenuta dal 100% del Parlamento italiano. L'illustrissimo Presidente Giorgio Napolitano ha risposto piccato alle sollecitazioni di questi giorni fatte dall'Italia dei Valori e dalla sinistra extra-parlamentare dopo la strana presa di posizione sul "pacchetto sicurezza". Ha tenuto a rimarcare che il suo ruolo consiste solo ed esclusivamente nella tutela dei principi costituzionali. Ruolo che ha ben evitato di ricoprire nei primi giorni di mandato, quando sollecitò la più ampia convergenza in Parlamento sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, richiesta dall'allora governo Prodi. Una missione che violava e viola tuttora un articolo fondamentale della nostra Costituzione. E sulla quale il Presidente non solo non pronunciò una parola di critica, ma ne invocò addirittura l'approvazione unanime. Tacciando di "anacronismo storico" le sinistre della coalizione.
Ma l'incoerenza non è certamente una caratteristica peculiare del nostro Presidente Napolitano. Sono in tanti a seguire la sua scia in questi giorni. A partire dagli indiscussi protagonisti delle ultime ore: i deputati, i senatori ed i ministri della Lega Nord, impegnati nell'estemporaneo ruolo dei pacifisti no-global, gli stessi che nemmeno un mese fa avrebbero volentieri preso a calci ogni mattina. Oggi ne fanno le veci. Non chiedono però il disimpegno dall'Afghanistan in nome della pace, della fine di una guerra palesemente inutile e dannosa o di una carneficina inarrestabile. Non chiedono di lasciare quella terra perché impegolati in una guerra la cui causa reale è ancora inesistente (perché se la causa è il rovesciamento armato di un governo poco simpatico, dovremmo prepararci a dispiegare le nostre truppe in 2/3 del globo terrestre, mentre se è la risposta agli attacchi dell'11 settembre, dovrebbero spiegarci con qualche prova non risibile il coinvolgimento del governo afghano del 2001). Lo chiedono in nome della riduzione dei costi economici. E in un periodo di crisi economica e finanziaria come quella attuale, un argomento del genere sembra essere più forte anche del più accorato appello alla difesa delle vite umane. Nel 2006/2007, quando il ministro Parisi modificò le regole d'ingaggio dei soldati, trasformando la missione quasi offensiva del governo Berlusconi in una missione di polizia militare e controllo del territorio, ci fu una feroce levata di scudi da parte dell'opposizione, Lega Nord in primis, che ufficializzò il voto contrario al rifinanziamento di una missione che toglieva ai soldati impiegati nel sud-ovest afgano la possibilità di attaccare preventivamente.
Oggi chiedono il ritiro.
Del tutto analoga la posizione assunta dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Che criticò la trasformazione in senso "difensivo" della missione (pur votando a favore) dalle pagine del suo blog il 24 marzo 2007: "I nostri soldati devono poter affrontare adeguatamente il nemico. Altrimenti è meglio che stiano a casa. L'Italia dei Valori voterà rispettando l'impegno preso con il governo". In altre dichiarazioni parlò di rispetto degli obblighi internazionali e di impossibilità di decisioni autonome dell'Italia. Difese l'importanza di una missione di pace come quella in Afghanistan ed etichettò i "pacifisti" contrari all'impegno come "traditori".
Oggi, 2 anni dopo, dichiara: "L'Italia dei Valori è da sempre contraria a fare le guerre. Lo abbiamo detto per l'Iraq, lo ribadiamo per l'Afghanistan".
Un "sempre" che dura quanto l'intervallo tra gli Europei e i Mondiali di calcio.
L'unica folle coerenza resta quella dei due colossi politici italiani, Partito Democratico e Popolo della Libertà, favorevoli al tempo alla missione in Afghanistan, come lo sono oggi, ideatori della spesa di 13 miliardi di euro per i nuovi caccia da combattimento JSF i primi, sostenitori del relativo piano di spesa i secondi. L'unica differenza era l'atteggiamento verso la sinistra cosiddetta "radicale": insopportabile alleato per l'uno, utile avversario per l'altro.
Ricordo ancora oggi quanto dichiarò l'esimio Antonio Polito (PD) 2 anni fa, a proposito delle critiche del PDL sulle regole di ingaggio: "I militari devono avere quello che chiedono. L' Italia si è sdraiata a tappetino a Gino Strada". Una dichiarazione di pessimo gusto, ma che fu utile a suo tempo per aprire la strada a quelle convergenze in politica estera tra PD e PDL, convergenze che permangono ancora oggi, per somma gioia di Napolitano, che, dopo anni di attesa, ha potuto vedere coronato il suo inaspettato sogno: un Parlamento che vota all'unanimità il rifinanziamento delle missioni militari all'estero.
La missione in Afghanistan costò 337 milioni nel 2008, secondo quanto stabilito dal governo Prodi. Oggi ne costa 500 milioni. Quasi il doppio. Quello che nel 2002 era il costo semestrale di tutte le missioni all'estero oggi rappresenta il costo annuale della sola missione ISAF. Ma per la gioia di Franceschini, Berlusconi, Napolitano e Polito si fa questo ed altro. Altro che zerbini di Gino Strada!

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