domenica 16 agosto 2009

Il Bue Cinese e l'Asino Indiano

«Se la Cina si attiva, la sedicente grande federazione indiana può essere spaccata»: questo è il titolo allarmante di un’analisi apparsa l’8 agosto sul sito dell’International Institute for Strategic Studies. Questo sito non è accedibile a tutti. Ma i media indiani e pakistani hanno commentato l’articolo (in cinese) con grande risalto, non meno che i media cinesi. L’articolo è firmato da Zhong Guo Zhan Lue Gang, un analista strategico che sembra spesso riflettere le visioni del regime.
L’analista riconosce che, dato il declino degli USA come potenza mondiale, il solo Paese che in futuro può competere con la Cina e metterne in questione la futura egemonia è un’India forte. Ma una «nazione indiana» non esiste e non è mai esistita nella storia; è invece un coacervo di etnie. La pretesa politica egemonica di Nuova Delhi è in realtà «Hindustan-centric». In altre parole, il solo elemento unificante della federazione indiana è la religione indù; nonostante tutte le pretese di Delhi di costituire uno Stato laico, l’India è «uno Stato religioso indù»: una religione che per l’analista cinese è «decadente», perché basata sulla divisione in caste e sullo sfruttamento di caste inferiori, e «sta rallentando la modernizzazione del Paese». Ogni tentativo del governo centrale di eliminare il sistema delle caste, aggiunge l’analista con qualche ragione, «rischia di sconvolgere i fragili fondamenti della coscienza nazionale indiana».
Per di più e ovviamente, nel corpo dell’India vivono minoranze etniche, come i Tamil, gli assamesi e i kashmiri, di cui Pechino può rafforzare le aspirazioni ad avere un proprio Stato. L’analisi cinese evita anche solo di nominare la minoranza religiosa più importante, i 150 milioni di musulmani indiani, e di proporre l’incitamento a rivendicazioni islamiste; delicata elusione, visto che Pechino ha i suoi problemi con gli Uiguri turcofoni.
Viene esplicitamente nominato invece lo United Liberation Front of Asam, un gruppo indipendentista dell’Assam, oltretutto in un territorio confinante con quello cinese; esso può essere aiutato a realizzare la propria indipendenza. Il Bangladesh può essere spinto a pretendere una riunificazione coi bengalesi rimasti sotto l’India (l’analista pare ignorare che il Bengala indiano è abitato massicciamente da bengalesi indù, e la sua capitale - Calcutta - è il centro storico dell’indipendentismo indiano anti-britannico) e la formazione di un «grande Bengala» ritagliato dal territorio indiano.
Similmente, Pechino ha i mezzi (e dovrebbe avere la volontà) di sostenere il separatismo degli abitanti del Nagaland (non si dice che sono al 95% cristiani) nelle montagne nord-orientali, e le aspirazioni etniche dei Tamil nel sud. O il secessionismo (islamico) del Kashmir, che aspira ad unirsi al Pakistan; opera in cui possono passare dalla parte della Cina il Pakistan e il Nepal e il Buthan. O un maggior sostegno ai gierriglieri naxaliti, che oltretutto si dichiarano maoisti. Lo scopo finale sarebbe quello di frazionare la federazione indiana «in venti o trenta Stati nazionali come l’Europa». In tal modo, cesserà la attuale politica di potenza asiatica di Delhi, che sta cercando di costituire una «zona di controllo» estesa dall’Afghanistan al Myanmar, e che sostiene il Vietnam contro la Cina sul possesso delle contestate isole Spratly (Nansha, in cinese).
Se è vero che l’India è tormentata da conflitti delle sue minoranze, però, il discorso è delicato anche per Pechino, perchè lo stesso può dirsi per la Cina. Non si tratta solo delle sue minoranze etnico-religiose oppresse brutalmente, dai tibetani agli uiguri. Anche la etnia Han, maggioritaria ed ultra-nazionalista, non pare così ferreamente aderire al regime. Lo dimostra un recente sondaggio d’opinione commissionato dal Centro di ricerche del mensile Xiaokang, pubblicazione sorella del bimensile Qi Shi («Cercare la Verità») che è nientemeno che l’organo ufficioso del Partito Comunista cinese. Richiesti di indicare quali, fra 49 categorie sociali, sono più degne di fiducia, la risposta è stata incredibile: le prostitute risultano per i cinesi più affidabili dei funzionari del partito.
Non è uno scherzo, anzi un’indicazione molto istruttiva. Le prime cinque categorie sociali giudicate socialmente «affidabili» sono, in ordine discendente, i contadini, i religiosi ed operatori religiosi (ahi ahi), le lavoratrici del sesso, i soldati, gli studenti. Poi vengono i funzionari di partito. Peggio di loro nella fiducia popolare ci sono solo (ancora in ordine discendente): i mediatori immobiliari (sic), le segretarie (ritenute amanti dei loro capi), gli agenti di Borsa, le star dello spettacolo (troppi scandali sessuali).
Contadini e soldati sono da sempre ai primi posti come categorie «affidabili»: in un Paese a malapena urbanizzato, gli agricoltori sono visti come modelli di onestà e, inoltre, come classe sfruttata e ingannata dai pescecani di città. I soldati hanno conquistato la gratitudine popolare come soccorritori nelle emergenze nazionali, quali il terremoto di Sichuan l’anno scorso. I religiosi e gli operatori sociali motivati dalla fede sono una novità, ed è persino strano che compaiano in un sondaggio semi-ufficiale.
Ma le prostitute? Per tradizione, le donne che praticano l’antico mestiere sono viste come «svergognate», senza pudore e «senza cuore». Ma un piccolo imprenditore di Shenzhen, intervistato dal China Daily (un altro organo ufficiale, che ha commentato ampiamente il sondaggio) ha spiegato: «Nelle attività commerciali si vedono dappertutto frodi, produzioni contraffatte, e lesioni del diritto. Una prostituta non rompe mai il suo contratto».
Non si sa se l’uomo di Shenzhen intendeva fare dello spirito. Certo è che il China Daily commenta nel suo editoriale dedicato al sondaggio: «In un periodo in cui l’impudenza è pervasiva, non sappiamo più di chi possiamo fidarci.... Questa graduatoria è insieme sorprendente e imbarazzante... tutto questo denuncia la mancanza di rispetto della burocrazia di basso livello per il pubblico».
Nello stesso sondaggio, risulta che il 91% (dicesi novantuno) di coloro che hanno risposto non credono alle statistiche del governo; nel 2007, la percentuale degli increduli era «solo» del 79%. Particolarmente incredibile viene ritenuta l’ultima, emessa dall’Ufficio Nazionale di Statistica il 27 luglio: secondo cui il reddito pro-capite del cinese è cresciuto nella prima metà del 2009 dell’11,2%, superando il 7,1% dell’aumento del prodotto interno lordo. La cifra ha suscitato l’irrisione indispettita del pubblico, che (a parte i nuovi miliardari) non ha visto certo il proprio reddito aumentare dell’11% in un anno.
Da 60 anni il Partito ha il potere in Cina; i segni di disaffezione e di insofferenza (a dir poco) tra la popolazione diventano sempre più evidenti, e lo saranno sempre più col peggiorare della situazione economica per la crisi globale. Di recente, una enorme folla che s’era messa in fila per visitare i grandi stadi olimpici (i giornali avevano annunciato che l’entrata era libera), quando ha avuto conferma che la notizia era errata, s’è messa a gridare davanti alle telecamere: «Chi crede a questo governo? E a questi giornali?». Nel già citato sondaggio, il 95% degli intervistati ha approvvato la seguente frase: «Solo un governo che sia sincero e responsabile nel servire il popolo può garantire la stabilità e lo sviluppo del Pese». La sospettosa attenzione dell’opininione pubblica Han, e la sua prima preoccupazione, è anzitutto come il regime gestisce la crisi. L’export è calato di un 30%. Le azioni si scambiano a 35 volte il loro price-earning (ci vogliono 35 anni di dividendi per compensarne il prezzo d’acquisto). Le banche cinesi, in soli sei mesi, per contrastare la recessione hanno prestato per oltre l’intero prodotto interno lordo del periodo; sono strapiene di debiti malcerti. I tassi d’interesse sono al disotto del tasso d’inflazione, mentre la massa monetaria si gonfia.
Sono i prodromi di una colossale bolla finanziaria cinese, in attesa di scoppiare, con le ovvie conseguenze in termini di disoccupazione di massa?. Forse la nomenklatura di Pechino farebbe bene a ridimensionare i suoi sogni egemonici pan-asiatici. Ad essere fragile e instabile non è solo l’India. L'eterna storia del bue che dice cornuto all'asino.

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