venerdì 7 agosto 2009

Il Collasso Usa.

Quello che sembra uno scenario fantastico per l’impero nordamericano (gli scioperi e i conflitti sociali) è uno scenario a breve termine che già stanno controllando fra le righe analisti e media nordamericani alla luce della crisi industriale e dei fallimenti aziendali che stanno scatenando una crescente ondata di licenziamenti ed un record nella disoccupazione negli USA. Dall’ inizio della crisi finanziaria, nell’ultimo settembre, l' ONU, la Banca Mondiale , la maggior parte degli esperti e ultimamente il G-8, stanno allertando sul pericolo di esplosioni sociali mondiali che potrebbero crearsi con l’impatto della crisi di recessione e per l’aumento dei prezzi dell’energia e degli alimenti nei paesi più poveri dell’Asia, Africa e America Latina. Questa settimana, il Gruppo degli 8 (G-8) , considerato il “direttorio del mondo”, ha dichiarato che la situazione “continua ad essere incerta” nell’economia globale, con “rischi significativi per la stabilità”. Per le potenze centrali vincolate all’entità, l’aumento della disoccupazione quest’anno ed il prossimo possono produrre esplosioni e rivolte sociali.
Sorprendentemente, l’evoluzione della crisi (che si è trasformata da finanziaria a crisi strutturale con la recessione) oggi colpisce con più forza alle potenze centrali che i paesi emergenti o sottosviluppati. Il malessere sociale che causa la disoccupazione continua ad aumentare ed il deterioramento delle condizioni e degli stipendi, così come la restrizione della capacità di consumo, alimenta e esaspera lo stato di frustrazione collettiva, provoca una perdita della fiducia nei politici e stimola gli scioperi e le proteste sociali che già cominciano ad estendersi per tutta l’Europa e minaccia con estendersi negli Usa.
La crisi sociale (conseguenza della caduta del consumo e dei licenziamenti) si profila come una emergente potenziale della crisi recessiva-lavorativa che è apparsa in modo crescente come conseguenza della crisi finanziaria negli USA.
I segnali sono chiari: la crisi finanziaria è già diventata recessione e minaccia ( a causa della disoccupazione in massa) di trasformarsi in una crisi sociale con un pronostico difficile negli USA. “Il mercato del lavoro degli Stati Uniti ha un ruolo ancora peggiore che quello dell’economia in generale, quello che causa timore dentro e fuori il governo è che il risultato potrebbe essere quello di un recupero senza lavoro anche quando la recessione sia finita”, segnala il Wall Street Journal nella sua edizione di questo giovedì.
“E’ una sfida alle norme storiche, il tasso di disoccupazione – che sale a un 9, 5%- è di 1 a 5 punti percentuali più alto di quello che il senso comune aveva previsto, dice Lawrence Summers, uno degli assessori economici del presidente Barack Obama, al Journal. Da quando è cominciata la crisi nel settembre del 2007, l’economia statunitense ha perso 6,5 milioni di posti di lavoro, 4,7 % del totale dell’impiego nel paese. Il tasso di disoccupazione è salito del 5% mentre l’economia si è contratta intorno al 2,5%. Negli ultimi giorni, Summers, il direttore della finanziaria della Casa Bianca, Peter Orzag ed il presidente della FED, Ben Bernanke hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla “sconnessione inusuale” tra la crescita ed la disoccupazione. Lo stesso presidente statunitense, Barack Obama, pronosticò mercoledì scorso, che la disoccupazione nel paese ha raggiunto un record del 9,5%, probabile che continuerà ad aumentare nei prossimi mesi, dato che i posti di lavoro impiegano più tempo nel recupero rispetto ad altri settori dell’attività economica. Per il Wall Street Journal, i recuperi economici senza lavoro non sono nulla nuovo: le aziende sono reticenti ad assumere quando appena comincia a ripristinarsi la domanda.
Nonostante questo, ci sono possibilità più scure- aggiunge- dato che i lavoratori con problemi potrebbero trascinare un’economia fragile ad una recessione più profonda.
In un quadro di recessione, la perdita di lavoro negli USA si è accelerato nell’ultimo mese e il tasso di disoccupazione è salito ad un 9,5 %, gettando dubbi sulla capacità del recupero della prima economia imperiale. “La domanda finale e la produzione hanno mostrato dei segnali che tentano una stabilità”, ha detto mercoledì, il presidente della FED, B. Bernanke, ai regolatori , come parte della sua presentazione di fronte al Congresso degli Stati Uniti. Nonostante questo ha chiarito : “Il mercato del lavoro, comunque, continua ad indebolirsi.” In base agli ultimi dati, in un record storico, il rosso fiscale negli USA è salito a più di 1 bilione di $ nei primi nove mesi dell’attività annuale ed implica l’8% del PIL. Ma chiuderebbe a più di 1,8 miliardi, contro i “soli” 455.000 milioni dell’anno scorso. Il Dipartimento del Tesoro degli USA ha informato che tra ottobre 2008, quando inizia la finanziaria e questo giugno, il “rosso” è stato di 1,086 miliardi di dollari, un record senza precedenti. La crisi economica recessiva nella più grande economia del mondo, si esprime come recessione, disoccupazione, minor entrata fiscale e più spese, che tra le altre variabili, complica i conti pubblici. In questo quadro, quello che sembra come un panorama fantastico per l’Impero nordamericano (gli scioperi e i conflitti sociali) è uno scenario a breve termine che già stanno controllando fra le righe analisti e media nordamericani alla luce della crisi industriale e dei fallimenti aziendali che stanno scatenando una crescente ondata di licenziamenti ed un record nella disoccupazione negli USA. Ogni giornata dell' economia nordamericana (dalla fine del 2008) si è trasformata in una vertigine marcata da una dinamica inevitabile : Recessione industriale e commerciale con diminuzione del consumo e della disoccupazione generale che si proietta dagli Stati Uniti ai paesi centrali al mondo periferico “sottosviluppato” e/o emergente. In questo modo, la disoccupazione (emergente da questo rallentamento economico) si è convertita in questione cardinale per il team di Obama e l'establishment del potere statunitense che temono che la sua propagazione trasformi gli USA, la prima potenza mondiale, in una polveriera di scioperi e di conflitti sociali che finiscano per paralizzare ancora di più l’economia. In un ordine sequenziale, affinchè si produca lo svolgimento del processo recessivo, ci deve essere una convergenza interattiva tra la “crisi finanziaria” ( i mercati del denaro), la crisi strutturale ( l’economia reale) e la crisi sociale (l’impatto della crisi economica- finanziaria nella società). In queste ore, media e analisti nordamericani, concordano sul fatto che la disoccupazione ( come emergente della recessione industriale) è diventata la priorità assoluta dell’agenda di Obama e del suo team. Da vari mesi, il protagonismo della crisi finanziaria e della borsa ha superato la misura e ha ceduto il posto a nuovi attori : I fallimenti aziendali e i licenziamenti in massa. I pacchetti milionari del “riscatto bancario” statale con denaro preso dalle tasse (pagate da tutta la popolazione statunitense) non sono serviti da antidoto e hanno fallito strepitosamente come misura per affrontare la crisi che si è trasformata da finanziaria a recessione su scala mondiale.
La disoccupazione nella regione occidentale degli Stati Uniti ha superato il 10% lo scorso mese, la prima volta in 25 anni che una regione del paese raggiunge questa percentuale di disoccupazione.
Otto stati raggiungono cifre di disoccupazione senza precedenti e solo dhe, Nebraska e Vermont, non riportano nessun aumento. Il Dipartimento del Lavoro ha informato lo scorso giugno che 48 stati e il Distretto della Columbia hanno sofferto dell’aumento della disoccupazione a maggio. La situazione peggiore è nel Michigan, dove le case automobilistiche si sono viste obbligate ad eliminare mille di posti di lavoro. Il tasso della disoccupazione è salito, lì, al 14,1 %. La regione occidentale del paese è quella che ha subito il maggior numero di disoccupati, con il 10,1%. L’ultima volta che una regione ha raggiunto quella cifra è stato a settembre del 1983, quando il paese di stava uscendo da una recessione. In questa regione si trova la California, dove la disoccupazione il mese scorso è salita di un 11.5%, un record, nel Nevada è salita del 11.3 %, altro record e altri stati colpiti dalla crisi immobiliare e dove è sceso l’impiego e le entrate. La California è il maggior Stato del paese per numero di abitanti (36.7 milioni) e per il PIL ( con 1.84 bilioni di dollari rappresenta il 13.3 % degli Stati Uniti, in base a dati del 2008). Se fosse un paese indipendente darebbe tra le prime 10 potenze mondiali.
La debacle della costruzione (sia residenziale che terziaria) ha sommerso la California nella più grande recessione dall’epoca della Grande Depressione. Così, lo Stato ha perso 904.300 posti di lavoro da dicembre 2007. La Casa Bianca indica la California come il terzo stato con più fallimenti creditizi. Inoltre, durante questo anno, 391.611 proprietà immobiliari hanno iniziato il processo di esecuzione ipotecaria, la cifra più alta degli Stati Uniti, che implica un aumento del 15% rispetto al 2008. Questa congiunzione sta colpendo alla banca degli Stati Uniti, principalmente la Bank of America, la prima banca del paese, molto esposta sulla costa ovest. Gli altri sei stati che hanno un tasso di disoccupazione inedito dal 1976 sono la Carolina del Nord, l’Oregon, Rhode Island, Carolina del Sud , Florida e Georgia. Per quanto riguarda i licenziamenti, l’Arizona e la Florida sono state le zone più sofferte, seguiti dall’Oklahoma, Arkansas, Kentucky e il Michigan.
I licenziamenti in massa di operai e impiegati negli Stati Uniti sono il barometro e segnano il momento nel quale la crisi comincia ad uscire dalla superstruttura economica finanziaria e a mettersi dentro della società statunitense.
Tutto il pianeta (globalizzato e livellato dal sistema capitalista “unico”) presenta gli stessi sintomi: nuova ripartita e ritorno alla speculazione finanziaria del petrolio e delle materie prime, svalutazione della moneta e rivalutazione del dollaro, crisi del credito con diminuzione del consumo, aumento dei prezzi interni degli alimenti e dell’energia, ondate di licenziamenti costanti negli USA e nelle potenze centrali. Durante la sua ultima riunione il G-8 ha sostenuto che per colpire la crisi “ bisogna sostenere la domanda e recuperare la crescita”, e questo implica affrontare la situazione con nuove risorse, se ce ne sarà bisogno.
Ma mentre la Germania vuole frenare l’emorragia dei fondi pubblici dell’economia, gli USA e la Gran Bretagna ed altre nazioni come la Francia, credono che è necessario impedire che la crisi- già devastante- si trasformi in una bomba sociale per l’aumento della disoccupazione. A marzo di quest’anno, il giornale francese Le Monde ha pubblicato un dossier con il pronostico di specialisti del LEAP/Europa 2020, un gruppo di riflessione europeo, nel quale si è anticipato che la crisi finanziaria ed economica creerà esplosioni sociali violente in Europa e negli USA dove si potranno creare le condizioni di una guerra civile. In questo modo, la crisi potrebbe perfino fomentare violente ribellioni popolari la cui intensità si vedrà gravata dalla libera circolazione di armi da fuoco, per la LEAP. L’America Latina, ma anche gli Stati Uniti, sono zone che corrono maggiori rischi. “Ci sono 200 milioni di armi da fuoco in circolazione negli Stati Uniti e la violenza sociale si manifesta attraverso le bande”, avverte Franck Biancheri, che presiede l’associazione.
Questa visione apocalittica sembrerebbe “fantastica” se questo gruppo di riflessione non avesse vaticinato, a febbraio del 2006, con una precisione sorprendente l’attuale crisi recessiva mondiale. Tre anni fa, l’associazione descriveva l’arrivo di una “crisi sistematica mondiale”, iniziata per una infezione finanziaria mondiale vincolata al debito nordamericano, seguito dalla caduta della borsa, particolarmente in Asia e USA (da -50% a – 20 % in un anno) e lo scoppiare delle bolle immobiliare mondiali. Un pacchetto che avrebbe provocato la recessione in Europa ed una “grande depressione” negli USA.
Comunque sia, ed alla luce dei dati economici, uno scenario di scioperi e di conflitti sociali nell’Impero USA non è preso da un romanzo di Giulio Verne ma (oltre alla crisi globale) da una proiezione logica ed emergente della disoccupazione causata dalla recessione industriale e manageriale statunitense, per la quale nè l’amministrazione uscente di Bush nè l’amministrazione di Obama hanno trovato soluzioni concrete.

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