sabato 15 agosto 2009

L'insignificanza del PIL

La crisi economica che è iniziata ufficialmente nel settembre 2008 ha avuto come conseguenza diretta l'innalzamento del rapporto debito-Pil in più o meno tutti i Paesi del mondo. Per superare l'impasse finanziaria, e salvare il sistema bancario e finanziario mondiale, non si è trovato di meglio che aumentare, e di molto, il debito pubblico dei singoli Stati. Venuta meno la liquidità fittizia generata dalle supervalutazioni di Borsa, si è fatto sgorgare un fiume di denaro dalle già dissestate finanze pubbliche, utilizzandolo per tamponare le enormi falle createsi nel sistema a causa degli eccessi della speculazione e dello smodato ricorso al credito per sostenere i consumi. In questa maniera è vero che si è fronteggiata l'urgenza ma allo stesso tempo siè alterato in maniera sensibilissima il rapporto debito-Pil di molti Paesi. L'Italia, per fare l’esempio che ci riguarda più da vicino, è passata dal 108 circa del 2008 a un tendenziale, per il 2010, del 123 e oltre. Un dato che getta ombre inquietanti sul nostro avvenire. Trattandosi di un rapporto matematico, infatti, la soluzione naturale per migliorarlo, visto che l’indebitamento pubblico è destinato a durare a lungo, sarebbe quella di incrementare fortemente il Pil. Il raggiungimento di un rapporto meno squilibrato, inoltre, tornerebbe ad accreditare la possibilità di una riduzione “strategica”, nel segno di una stabile tendenza al ribasso che dovrebbe condurre, infine, a rispettare il fatidico 60% imposto a suo tempo dagli accordi europei.
Il problema, però, è che per elevare il Pil si dovrebbero elevare i consumi, e per riuscire a elevare i consumi c’è bisogno di una popolazione in grado di spendere. Anzi, di spendere in misura crescente. Di solito, com’è noto, questa funzione di traino viene svolta dalla classe media, che godendo di redditi superiori a ciò che spende per i bisogni essenziali può destinare almeno una parte di quel sovrappiù alle spese voluttuarie, o comunque più onerose. Ma oggi? Oggi la classe media è a sua volta in difficoltà. Né si vede come potrà uscirne in futuro. Pressata da una disoccupazione incalzante e da una sottooccupazione strisciante, è per forza di cose sulla difensiva. Ammesso che si riesca a mantenere l’attuale posto di lavoro, la minaccia viene dalla riforma del sistema pensionistico. Inoltre, a differenza del passato, non si può contare nemmeno sulle rendite da capitale, visto che ormai il livello dei tassi è talmente basso da penalizzare qualsiasi risparmio. L'obiettivo della classe dirigente è subdolo: fare leva sul bisogno psicologico di mantenere il precedente tenore di vita e indurre quante più persone possibile a dare fondo ai risparmi accumulati; ma da un lato è un’operazione inevitabilmente transitoria, mentre dall’altro non è detto che la maggior parte delle persone abbocchino, accantonando le più che fondate preoccupazioni per l’incertissimo futuro che ci attende. Insomma: nella situazione attuale, di redditi decrescenti e di insicurezza crescente, non si capisce proprio come il Pil possa essere innalzato.Eppure, e siamo al punto cruciale, il “sistema” ha un bisogno assoluto di riuscirci. Nel caso in cui si protraesse a lungo, infatti, la stagnazione dei Pil metterebbe a rischio l’intero architrave finanziario mondiale. Come abbiamo già ricordato, in quest’ultima crisi la manovra di salvataggio è stata attuata dilatando a dismisura il debito pubblico, nel presupposto di un Pil futuro che torni a crescere e che continui a farlo per molto tempo; in caso contrario si passerà da un’enormecrisi finanziaria bancaria a un’enorme crisi finanziaria pubblica.Che potrebbe comunque compromettere la tenuta dell’intero meccanismo.
Ed ecco che un'idea sta prendendo corpo. Il Presidente francese Sarkozy ha infatti dato mandato alla Commissione Stiglitz di identificare entro settembre un nuovo indice che prenda il posto del vecchio Pil. L'idea sarebbe quella di verificare se ci possano essere altri parametri che vadano al di là del mero calcolo matematico che somma il valore dei beni e dei servizi prodotti, come avviene per il Pil attuale.L'alternativa consisterebbe nel tenere conto anche di altri fattori, non propriamente economico-matematici, quali la sostenibilità ecologica e il benessere in senso lato. Tutta una serie di parametri, insomma, che poco hanno a che fare con la produttività e i consumi, ma che permettono, quando si vuole, di sfuggire alla brutalità delle cifre. Posta inquesti termini, la cosa sembra essere l’ennesimo trucco contabile, l’ennesimo imbroglio per mascherarela realtà. Se non si consuma, se non si può elevare questo “benedetto” Pil, alloragli si cambiano i parametri e il gioco è fatto. Al momento non è che uno studio preliminare tutto da verificare – che in ogni caso avrà poi bisogno del consenso e dell'appoggio di tutti i Paesi dell'area europea,per quel che concerne le faccende legate agli impegni presi all'interno del vecchio continente, nonché di un avallo anche solo indiretto da parte degli altri Paesi delG20.

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