domenica 30 agosto 2009

Petrolio Cinese

Le multinazionali anglosassoni arrancano per il crollo della liquidità, dovuto tanto alla diminuzione delle entrate quanto al prezzo del petrolio relativamente basso, mentre le industrie petrolifere cinesi statali fanno acquisti in giro per il mondo grazie a loro surplus monetario. Sono rimaste senza denaro le multinazionali anglosassoni. Ciò che accade nel mondo del petrolio riflette squisitamente l'incipiente nuovo ordine geopolitico multipolare, concomitante con lo tsunami finanziario globale per colpa del quale il G-7 e le sue multinazionali del petrolio sono rimasti all'asciutto a causa della "siccità creditizia" in un mondo in cui la liquidità è imperatrice. Se giá è una pazzia regalare il proprio petrolio e il proprio gas al peggiore offerente ed al migliore impostore durante l'incipiente ordine multipolare, (sintesi della nostra relazione nei dibattiti al Senato) costituirebbe una peggiore follia vendere attivi energetici quando le condizioni di compravendita nel mondo sono cambiate drammaticamente a beneficio dei paesi produttori e a svantaggio degli importatori: situazione che hanno sfruttato in maniera intelligente le imprese statali cinesi per assicurarsi la propria riserva energetica nel mondo. Si sta manifestando un processo di ri nazionalizzazione e statalizzazione del petrolio e del gas" nell'incipiente nuovo ordine multipolare, con particolare attenzione all'America Latina. La strategia dei recenti acquisti esteri di petrolio e gas da parte delle aziende statali cinesi è Wenran Jiang (WJ), docente di Scienze Politiche nell'Università di Alberta (Canada) e presidente del "Mactaggart Research" dell'"Istituto Cinese" da lui fondato.
WJ afferma che "i recenti accordi con Russia, Kazajstán, Brasile e Venezuela per un valore combinato di 50,000 milioni di dollari statunitensi di capitale cinese sta ad indicare che i paesi produttori di petrolio hanno mantenuto il controllo (letteralmente) dei propri attivi."
Magari lo capissero le multinazionali anglosassoni del petrolio. La Cina si è trasformata nel "secondo consumatore ed importatore di petrolio" e per questo motivo il suo Governo ha letteralmente spinto le proprie aziende di stato ad implementare una strategia oltreconfine per assicurare la propria provvista estera di energia. Le industrie petrolifere cinesi, tutte statali, sono tre: Corporazione Nazionale di Petrolio Cinese, (CNPC, la sigla in inglese,) Corporazione Petrolchimicha di Cina (SINOPEC, la sigla in inglese), e Corporazione Petrolifera Extra-continentale Nazionale di Cina (CNOOC, la sigla in inglese). Petrochina - quotata nelle borse di Hong Kong, New York e Shanghai - sbandiera l'esorbitante valore borsistico di un milione di milioni (trilione in anglosassone), molto di più delle multinazionali anglosassoni ed equivalente al PIL dell'intero Messico.
Questo significa che il Messico ha praticamente una produzione equivalente a quella cinese, dimostrando l'evidente mediocrità della gestione petrolifera da parte degli apolidi neoliberali "messicani" di fronte al talento finanziario dei marxisti-maoisti cinesi. Non è il momento di lamentarsi del disastroso ASPAN (Alleanza per la Sicurezza e la Protezione dell'Alleanza Nordamericana), bensì di esaltare la creatività della "nuova strategia" che ha stabilito la Cina, come importatore, con le potenze industrie petrolifere produttrici ed esportatrici - essenzialmente Russia, Brasile e Venezuela - sotto la formula di "petrolio in cambio di prestiti."
La Cina ha dato in prestito denaro che gli eccede, più di due milioni di milioni in riserve monetarie, alle imprese dei paesi che hanno bisogno di capitali freschi, Russia, Brasile e Venezuela, affinché, in cambio, loro continuino a produrre l'energia di cui la Cina ha bisogno.Questa formula ingegnosa è un classico "win-win" ("io guadagno – tu guadagni") che garantisce in forma bidirezionale tanto l'approvigionamento quanto la produzione senza aver bisogno di vendere gli attivi delle imprese di Russia, Brasile e Venezuela – in maggioranza statali e/o in una dinamica di rinazionalizzazione e statalizzazione. Il governo cinese preferirebbe l'acquisizione degli attivi delle imprese dei paesi produttori: una scommessa molto rischiosa che lo potrebbe lasciare senza energia quando i padroni del petrolio e del gas si renderanno conto del valore geo-strategico dell' "oro nero" – di fatto, un grave errore commesso dalla coppia "entreguista" panista (si definiscono "panistas" in Messico i membri del Partito di Azione Nazionale n.d.t.) Fox-Calderòn, che regalarono il gas messicano alla spagnola Repsol, oggi più compromessa che mai, specialmente, dopo l' "incidente" del suo rappresentante nella Segreteria di Governo. I Cinesi non sono così tanto predatori come le multinazionali anglosassoni o, per lo meno, hanno inteso meglio quali sono "i crescenti sentimenti nazionalisti, evocati dai paesi produttori e l'uso dell'energia come un strumento nazionale di politica estera." Per qualche ragione insondabile, i neoliberisti "messicani" si ostinano a respingere il petrolio come "arma strategica" fra le più importanti.
Con la magra eccezione di alcuni acquisizioni, Kazajstán, Africa Occidentale ed Iraq, la Cina non potrà ottenere la sua sicurezza energetica assoluta attraverso l'acquisizione totale degli attivi altrui. La Cina imparò in maniera umiliante che non è facile acquisire gli attivi petroliferi altrui, nemmeno nei mercati capitalisti anglosassoni di "libero mercato", (v. il caso della statunitense UNOCAL.)Attraverso la formula creativa del "petrolio in cambio di prestiti" la Cina potrà assicurarsi una relativa sicurezza energetica col "diritto a comprare" e non il "diritto a possedere".
WJ enfatizza che, a dispetto delle condizioni sfavorevoli del mercato (doppio ribasso del prezzo e della produzione), Russia, Brasile e Venezuela non hanno ceduto alla tentazione di vendere sconsideratamente i propri attivi a coloro che come la Cina "offrono un'alternativa differente ai mercati anglosassoni", cosa che conferisce loro "maggiore influenza politica, riducendo la vulnerabile dipendenza dai compratori esistenti (leggasi: gli anglosassoni)".
Non sarebbe dannoso che PEMEX esplorasse l'applicazione di questa formula di "petrolio in cambio di prestiti" e si alleggerisca degli ormeggi mentali di tipi coloniale dell'"entreguismo" catastale che soffre dalla tappa funesta di Adrián Lajous Vargas, l'utile idiota delle multinazionali britanniche, il quale sarebbe bene sottoporre ad un'audizione cittadina circa la sua "gestione" sin da quando iniziò il doppio debacle concettuale e strutturale di PEMEX.

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