venerdì 28 agosto 2009

Scatole Cinesi IKEA

I titoli sulla lotta all'evasione fiscale e sulla stretta ai paradisi fiscali conquistano le prime pagine dei giornali agostani. L'Agenzia delle entrate promette controlli per almeno 170mila sospetti evasori, con ricerche che si concentreranno «in quattro Paesi -scrive il Corriere della Sera -: San Marino, Montecarlo, Svizzera e Liechtenstein». Per smuovere l'afa e l'apatia di Ferragosto, i principali quotidiani nazionali "puntano i riflettori" su Tiziano Ferro: il cantante, infatti, ha spostato la sua residenza a Londra, e il Fisco vuole capire se il trasferimento sia reale oppure fatto per garantirsi un carico fiscale più leggero. Ridurre il carico fiscale è un'ossessione, in particolare per le imprese multinazionali, italiane o estere. In questo caso, però, il meccanismo non si chiama né evasione né elusione, ma "ottimizzazione fiscale", e raccoglie quell'insieme di strategie che permettono di ridurre la leva fiscale senza violare la legge.
La vera fortuna di Ikea e del suo fondatore Ingvar Kamprad (oggi uno dei dieci uomini più ricchi del mondo), ad esempio, non è stata l'idea di vendere i mobili smontati, obbligando i clienti a caricarseli sull'auto per portarli a casa. Ma quella di aver costruito una struttura societaria assai complicata e praticamen senza violare la legge. A febbraio 2009 Altreconomia ha provato a ricostruire la struttura del gruppo, che da tempo ha spostato le sede legale dei propri interessi dalla Svezia in Olanda, dove il regime fiscale è agevolato.
In Italia, l'azienda è arrivata vent'anni fa, nel 1989. Oggi esiste una Ikea Italia Holding, il cui socio unico è la holding olandese Ingka Holding BV, a sua volta controllata da una fondazione non profit (Stichting Ingka Foundation, la cui sede è pure in Olanda). Vale la pena, però, di leggere con attenzione i bilanci delle società Ikea registrate nel nostro Paese, Ikea Italia Retail, Ikea Italia Distribution, Ikea Italia Property e Ikea Trading Services Italy: tra le prime tre, Retail, Distribuition e Property, ci sono fitti scambi di beni e servizi (per quasi 800 milioni di euro nel 2007), che permettono di spostare voci di bilancio positive dall'Italia all'estero, per ridurre il carico fiscale nel nostro Paese. Il 3% del fatturato invece prende direttamente la via delle Antille Olandesi, via Olanda e Lussemburgo: è il valore delle royalties che Ikea Italia Retail (i magazzini italiani), come tutti i negozi Ikea del mondo, pagano ad Inter Ikea System Bv, proprietaria del "concetto Ikea". Insomma, capire la struttura societaria di Ikea è più difficile che montare un mobile Ikea usando solo la brugola in dotazione nel kit.
Ma Ikea non è la sola. Anzi: la "pianificazione fiscale" è una scienza, che impiega fior di società. Come la Kpmg, multinazionale specializzata nella revisione di bilancio e nella consulenza alle imprese in materia fiscale, di outsourcing contabile e legale. Kpmg (kpmg.com) monitora il livello di tassazione in 106 Paesi, per "aiutare" le società clienti a ottimizzare il proprio carico fiscale. Dall'ultima edizione della ricerca, pubblicata in anteprima da Altreconomia nel marzo 2009, emerge che nel 2008 il livello di tassazione medio mondiale è stato del 25,9%, mentre solo un anno prima era del 26,8%. Il trend degli ultimi 10 anni è tutto negativo: nel 1999 la percentuale era del 31,4%. L'Europa segue e anticipa questa tendenza: nel 1999 la tassazione media era del 34,8%: oggi è precipitata al 23,2%. Nessun Paese del mondo, sottolinea Kpmg, ha aumentato il livello di tassazione rispetto al 2007; solo America Latina e l'area Asia/Pacifico sono sopra la media, con rispettivamente il 26,6% e il 28,4%. Il "transfer pricing"
Se l'"ottimizzazione" non paga a sufficienza, le imprese passono alla fase 2: aprono filiali nei paradisi fiscali o nei Paesi a fiscalità agevolata (proprio come ha fatto Ikea). Sappiamo, ad esempio, che nel 1990 le multinazionali erano 37mila, con 175mila filiali nel mondo, e oggi sono non meno di 64mila con 875mila filiali. Molte di queste (ma il dato preciso non c'è) sono registrate in un paradiso fiscale: al momento del fallimento, ad esempio, la Enron aveva 692 compagnie registrate alle isole Cayman.
La presenza di filiali diffuse crea una ragnatela che permette alle multinazionali di sfruttare il meccanismo del transfer pricing , di trasferire cioè denaro da un Paese all'altro importando ed esportando i propri prodotti a prezzi differenti. Secondo l'Ocse, questo meccanismo fa perdere ai Paesi del Sud del mondo circa 160 miliardi di dollari l'anno di entrate fiscali. È certo che il 60% del commercio mondiale avviene all'interno delle stesse imprese.
Queste pratiche d'impresa non avvengono solo oltre l'arco delle Alpi. Riguardano anche le multinazionali di casa nostra.
Eni, ad esempio: «Scorrendo il bilancio 2008, troviamo società collegate o controllate in Paesi quali le Bahamas, le Bermuda, il Lussemburgo, la Svizzera, il Principato di Monaco, le Isola del Canale (Saint Helier, Jersey), le Isole Vergini Britanniche, Cipro e altri ancora», scrive Andrea Baranes nel suo Come depredare il Sud del mondo (Altreconomia, 2009). Ma nel bilancio sociale che la stessa impresa pubblica, e che riporta l'elenco dei "Paesi di attività di Eni", molti di questi Stati non compaiono. Eni - il cui azionista di riferimento è lo Stato italiano, tramite le partecipazioni del ministero dell'Economia e della Cassa depositi e prestiti - afferma da una parte di avere imprese partecipate o controllate in queste giurisdizioni, mentre dall'altra segnala di non avere nessuna attività in essere in questi stessi Paesi. «Secondo voi - ironizza Baranes - quale può essere allora l'utilità e il motivo di tali partecipazioni?».
Enel non è da meno. Solo la capofila Enel spa controlla almeno 60 società registrate in Delaware, lo Stato considerato il paradiso fiscale degli Usa. «Un esempio: la Sheldon Springs Hydro Associates LP (Delaware) è controllata al 100% dalla Sheldon Vermont Hydro Company Inc. (Delaware), che è controllata a sua volta al 100% dalla Boot Sheldon Holdings Llc (Delaware), di proprietà al 100% della Hydro Finance Holding Company Inc. (Delaware), che è controllata al 100% dalla Enel North America Inc. (Delaware), controllata a sua volta al 100% dalla Enel Green Power International Sa, (una holding di partecipazioni con sede in Lussemburgo), a sua volta controllata da Enel Produzione spa e Enel Investment Holding Bv (altra holding di partecipazioni, registrata in Olanda). Queste imprese fanno finalmente riferimento all'impresa madre, la Enel spa».
Una catena made in Usa che fa impressione, ricostruita un anno fa da Pietro Raitano e Andrea Baranes sul numero 96 di Altreconomia (luglio-agosto 2008). La copertina, con due sdraio in riva ad un mare cristallino, era dedicata a "Un paradiso per tutti". Sì, perché oggi le porte delle società off shore sono aperte a tutti. Basta un giro sul sito thedelawarecompany.com, ad esempio, che propone di aprire in maniera perfettamente legale una società in un paradiso fiscale. Il tutto per 299 dollari (per i primi sei mesi c'è anche lo sconto sulla registrazione, e risparmio 75 dollari), che posso pagare comodamente con la mia postepay da impiegato (o qualsiasi altra carta di credito). Il procedimento è semplice, i campi da compilare pochi: tutto si conclude in pochi minuti e di siti che offrono questo servizio se ne trovano a decine.
Ricordiamocelo quando, passata questa bufera estiva, tutto tornerà come prima: oggi il "paradiso fiscale" non è più un'opportunità offerta solo a ricchi affaristi, scaltri manager, esperti fiscalisti. Ma a tutti. Resta un problema, che interessa senz'altro l'azionista di riferimento di Eni ed Enel: quando si riduce l'imponibile (sfruttando transfer pricing o paradisi fiscali) o il livello di tassazione, cala la percentuale media della ricchezza prodotta da una società che finisce nelle tasche dello Stato in cui questa opera. Ma è il gettito fiscale a garantire che un Paese possa fornire servizi ai propri cittadini.

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