giovedì 20 agosto 2009

Totalitarismo Luciferino

Vogliono una banca mondiale, una moneta unica, un sistema economico e finanziario planetario. Li vogliono da tempo, e non sono più disposti ad aspettare.
«Tra gli strumenti per l’adempimento, assegno la massima priorità all’introduzione di una tassazione internazionale e alla creazione di una banca centrale internazionale».
Parola di Mahbub ul Haq, Direttore della Pianificazione delle Politiche presso la World Bank dal 1970 al 1982 e uno degli autori del RIO («Reshaping the International Order»), pubblicazione del 1976 patrocinata dall’esclusivo Club di Roma e coordinata dal premio Nobel Jan Tinbergen. Il rapporto si proponeva di tracciare i contorni di un nuovo ordine internazionale in grado di rispondere ai bisogni dei popoli e a quelli delle future generazioni, ispirandosi ad una sorta di «socialismo umanistico» fondato su eserciti condivisi, un’economia mondiale completamente pianificata, un libero mercato globale ed imprese di Stato internazionali.
Per raggiungere i risultati prefissi, il RIO predicava l’abbandono delle monete nazionali e dell’oro come riserva, quest’ultimo confinato progressivamente agli Special Drawing Rights gestiti dal Fondo Monetario Internazionale, fino alla sua graduale scomparsa. Al loro posto veniva auspicata «la creazione di una moneta internazionale da parte di un’autorità internazionale, ossia una Banca Centrale mondiale, che dovrebbe essere gestita a livello internazionale e sottratta al dominio degli interessi di un particolare gruppo di nazioni». Naturalmente veniva sottolineata la necessità di «riforme fondamentali del sistema monetario internazionale per impedire che la liquidità venga creata al di fuori di una pianificazione, così generando cicli alternati di inflazione, stagflazione o depressione. Se le monete nazionali verranno rimpiazzate da un’unica moneta internazionale sarà possibile evitare le fasi di instabilità nell’attività economica».
Certi trucchetti e giochi di parole sono duri a morire, soprattutto quando mostrano di funzionare così bene: è promettendo la prevenzione di fluttuazioni, di instabilità e di depressione che venne rifilato il Federal Riserve Act ai cittadini americani, ed era il 1913. Il rapporto proseguiva: «L’introduzione graduale di un sistema di tassazione internazionale dovrebbe essere guidato da un Ministero del Tesoro mondiale (World Treasury) gli statuti delle imprese dovrebbero essere supervisionati da, e i loro profitti tassati da, un’autorità sovranazionale… dovrebbero essere prese in considerazione imposte comuni sulle acque marine e sull’aria…». Il menzionato Ministero del Tesoro globale si sarebbe fondato, nelle previsioni del gruppo, su un bilancio di spese ed entrate globali. Due le «ovvie risorse» identificate alle scopo: «tasse sovranazionali e proprietà globale delle risorse produttive del mondo».
Inquietante? Non è tutto.
Affinché il progetto si realizzasse, veniva ritenuta indispensabile l’elaborazione di una nuova regolamentazione dei trasferimenti delle risorse, parte essenziale della creazione del Nuovo Ordine Internazionale. Il documento specificava che «occorrerà del tempo per negoziare i termini di tale cornice di regolamentazione», ma già nel 1976 ne apparivano chiari i tratti distintivi: «un elemento di automazione deve caratterizzare il sistema di trasferimento delle risorse». Certo, convenivano tra loro i masters of the universe, la comunità mondiale è ancora troppo poco evoluta per riconoscere la necessità dell’interdipendenza e per accettare il concetto di tassazione internazionale, ma «non c’è bisogno che il concetto sia afferrato nella sua interezza: può essere introdotto gradualmente nel tempo, attraverso una varietà di meccanismi…». Ad esempio, «alcune fonti di finanziamento internazionale - come imposte sulle risorse non rinnovabili, sull’inquinamento…» cosìcché, se le nazioni industrializzate si fossero mostrate recalcitranti «altri possano provvedere a raccogliere gli introiti corrispondenti a queste imposte sulla base del consumo delle nazioni ricche».
E’ evidente che un siffatto sistema economico internazionale, guidato da una Banca Centrale mondiale, dovesse avvalersi di una moneta unica. Al riguardo il RIO, giudicando assolutamente lacunosa la Carta dei Diritti e dei Doveri economici degli Stati, ne prevedeva lo scontato superamento, in direzione di un futuro in cui «gli Stati accetteranno una moneta internazionale creata da un’autorità internazionale».
Che dire? Discutibili le competenze economiche, assodate quelle divinatorie.
Era il 1976 e mentre l’elite finanziaria stendeva il suo rapporto, a chilometri di distanza, e precisamente a Bangkok, in Thailandia, un ragazzino di nome Timothy Geithner studiava da futuro Ministro del Tesoro americano nell’era della crisi.
Nel 2008 ritroviamo quel ragazzino, forte di buoni studi e ottime conoscenze (il padre, Peter Geithner, ha diretto i programmi di microfinanza della Fondazione Ford in Indonesia, al cui sviluppo ha partecipato Stanley Ann Dunham-Soetoro, la madre del primo presidente di colore degli Stati Uniti; il nonno materno, Charles F. Moore, è stato consigliere del presidente Dwight D. Eisenhower dopo aver ricoperto l’incarico di vicepresidente delle Pubbliche Relazioni per la Ford Motor Company) seduto al tavolo delle riunioni del Bilderberg, da cui riceve l’ingrato incarico di servirsi dei giornali di regime per mettere in bocca il bolo al popolino. Ecco allora le prime pagine sul Financial Times, in cui Geithner si sforza di spiegare che un accordo su una regolamentazione finanziaria globale non è più procrastinabile.
Il motivo? La crisi, è ovvio.
Tutte le attuali difficoltà sono causate, argomenta Geithner, proprio dalla dispersione dei centri decisionali e dalle innumerevoli Banche Centrali: «Le istituzioni che giocano un ruolo centrale nel finanziare i mercati devono operare all’interno di una cornice unificata, che fornisca una più robusta e consolidata forma di supervisione, con appropriati requisiti di capitali e liquidità. A completamento di ciò, dobbiamo dotarci di una autorità al di sopra delle parti del sistema - non solo del sistema ufficiale di pagamenti, di compensazione e liquidazione, ma anche della struttura che sostiene i mercati decentralizzati e non regolamentati». La ragione è nobile: «Abbiamo bisogno di una maggiore capacità di rispondere alla crisi».
Tanta nobiltà, purtroppo, non impedisce a Geithner di fare confusione sulla cronologia degli eventi, e scambiare la causa con il rimedio.
Già, perché la crisi economica non è il problema. La crisi economica è la soluzione, almeno quella che le conventicole elitario-planetarie hanno individuato per giustificare misure totalitarie di centralizzazione progressiva, allo scopo di instaurare l’ordine da essi perseguito. Sono loro ad aver creato una crisi, ma dicono che questa si è verificata poiché non gli è stata concessa l’autorità sufficiente per prevenirla.
Esiste un precedente: il panico del 1907 fu creato ad arte da JP Morgan e dagli interessi finanziari ad essa collegati affinché permettesse la creazione della Federal Riserve. In seguito al crollo del ‘29, la FED strinse i cordoni della borsa e mise fuori giochi numerose banche locali, consentendo ai banchieri centrali di consolidare il controllo sul sistema nazionale bancario americano.
Oggi la storia si ripete, sebbene su più vasta scala, e Geithner è il portavoce di chi ha concepito e prodotto la crisi attuale per portare a compimento il piano di controllo della finanza globale. E’ stato Alan Greenspan ad innescare l’effetto domino: dopo l’11 settembre la Federal Reserve ha abbassato il tasso di interesse ad un livello tale da incoraggiare il prestito del denaro secondo la più sfrenata fantasia finanziaria, con un conseguente gigantesco indebitamento dei cittadini e una costante svalutazione del dollaro.
Il crollo del mercato dei sub-prime è stato, come preventivato, la punta dell’iceberg contro cui si è frantumata l’intera economia americana. Ora Geithner pretende che l’opinione pubblica creda che la soluzione sia affidare maggior potere alle stesse persone che hanno creato la crisi, con la sfacciataggine tipica di chi è consapevole della propria superiorità di fronte ad ipotetiche opposizioni.
Perché i pianificatori hanno previsto anche questo. Sanno che il processo di erosione della sovranità degli Stati a favore dell’instaurazione del governo globale da parte di alcune minoranze, incontrerà la resistenza di altre minoranze, decise a difendere quella sovranità e, con essa, il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.
Nel suo libro «Between two ages: America’s role in the technetronic era», Zbigniew Brzezinski ammetteva che la creazione di un ordine mondiale fondato su una struttura monetaria globale avrebbe richiesto «sacrifici».
Che genere di sacrifici, lo aveva intuito molti anni prima lo scrittore britannico H. G. Wells, autore di «The open conspiracy»: «La creazione di un ordine mondiale esigerà certamente un prezzo da pagare - e chi può dire a quanto ammonterà? - fatto di fatica, dolore e sangue». Più recentemente James P. Muldoon, Senior Fellow del Centro per lo Scambio e la Governance Globale alla Rutgers University, spiega:
«Per alcuni, lo scompiglio negli affari internazionali indica un deterioramento pericoloso dell’ordine e l’inizio del caos e dell’anarchia. Altri considerano la turbolenza iniziata negli anni novanta come parte di un’evoluzione, un’inevitabile conseguenza della trasformazione del sistema internazionale in un sistema globale. Hanno ragione entrambi».
Dunque il caos e l’anarchia sono previsti e ritenuti indispensabili. Lo stesso Henry Kissinger, nel corso di una conferenza tenuta a maggio del 2007 a Instanbul, in Turchia, ha ammesso: «Quelli che l’America chiama terroristi non sono altro che gruppi di persone che rifiutano il sistema internazionale…». E ancora, un rapporto della CIA del 2000, intitolato «Global Trends 2015», nel tratteggiare i possibili esiti del processo di integrazione mondiale, immagina una situazione in cui «la maggioranza della popolazione mondiale non beneficia della globalizzazione, i flussi migratori si trasformano nella maggiore fonte di tensione tra Stati.Aumentano i conflitti interni, alimentati da aspettative frustrate, ineguaglianze, e da una crescita delle rivendicazioni locali».
E’ dunque ipotizzabile che la crisi li abbia colti alla sprovvista? Nel settembre del 2006 Alex Jones di Infowars dichiarò di essere in possesso di informazioni secondo cui l’elite finanziaria internazionale progettava un crollo dell’economia mondiale. Una talpa presente alla riunione del Bilderberg di quell’anno, ad Ottawa in Canada, lo aveva messo a parte dell’elaborazione di un piano in vista di «un’implosione artificiale del mercato dei sub-prime, come pretesto per causare una crisi economica di proporzioni ancora più vaste, in modo da poter successivamente intervenire nella veste di salvatori e poter così riscrivere un ordine finanziario globale».
Geithner è lì per questo. E’ stato selezionato allo scopo di gestire una parte fondamentale dell’agenda, quella che prevede la creazione di una specie di ingorgo finanziario funzionale alla paralisi del sistema e al conseguente verificarsi di eventi catastrofici, gli unici in grado di giustificare l’introduzione di un’autorità globale dotata del massimo potere di controllo.
Il presidente francese Nicholas Sarkozy, il cancelliere tedesco Angela Merkel, il premier inglese Gordon Brown ed il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi hanno già dato il loro assenso ad un «nuovo ordine finanziario mondiale». A gennaio di quest’anno, nel corso di un’intervista alla CNBC, Henry Kissinger ha dichiarato che «una serie di sconvolgimenti simultanei in molte parti del mondo» fornirà al nuovo presidente in carica il pretesto di creare un Nuovo Ordine Mondiale: «E’ una grande opportunità», ha detto Kissinger, non tralasciando di specificare che proprio l’economia è la leva per scardinare la sovranità nazionale e muovere verso il governo globale. Dunque la crisi non è un problema, ma un’opportunità. Per loro, naturalmente. Che la crisi rappresentasse un catalizzatore verso il governo mondiale, ne era convinto da tempo anche Ron Paul, rappresentante del Texas e candidato presidenziale in corsa contro Barack Obama:
«Credo che assisteremo presto ad un annuncio di un nuovo ordine monetario, anche se al principio lo faranno suonare come qualcosa di molto limitato, di certo non verranno a dirci ‘questo è il governo mondiale’, anche se è esattamente quello che sarà, dato il controllo del denaro ed il controllo degli eserciti. Una Banca Centrale mondiale, una regolamentazione globale ed il controllo dell’intero sistema planetario, dei beni e delle risorse naturali, come altro vogliamo chiamarlo se non governo mondiale?».
Ed ecco che in nome del ristabilimento della stabilità finanziaria (ossia secondo copione), i leader del G20 invocano una nuova moneta globale. L’unica incognita sembra essere il ruolo che saranno chiamate a svolgere, nella riscrittura del sistema monetario internazionale, Russia e Cina. Sembra piuttosto difficile che questi due Paesi, in larga misura ancora subordinati agli interessi bancari delle elites occidentali, possano avere nell’immediato futuro un ruolo significativo a livello bancario centrale. I tempi della crisi coincidono con quelli di un rinnovato confronto tra Ovest ed Est e vedono gli Stati Uniti insieme alla NATO contrapposti al blocco della Cooperazione di Shangai, laddove il nuovo ordine internazionale, fondato su una moneta unica ed un sistema bancario globale, è intimamente correlato all’agenda militare occidentale. Con l’elezione di governi favorevoli agli Stati Uniti in Francia, Germania e Italia non è emerso solo un consenso all’agenda geo-politica americana, ma anche e soprattutto l’adesione ad un progetto di cooperazione e integrazione economica e finanziaria integrale.
Improbabile dunque che rublo e yuan siano coinvolti. Molto più probabile invece, in vista del battesimo di una singola moneta globale, una prossima integrazione tra il dollaro e l’euro, che dal 1999, anno della nascita della moneta europea, hanno provveduto a spartirsi le rispettive zone di influenza, con il dollaro ancora dominante nell’emisfero occidentale, e l’euro che combatte per strappargli il primato nell’ex Unione Sovietica, in Asia centrale, nel Medio Oriente e nell’Africa sub-sahariana. Quel che è certo è che la crisi, lungi dall’essere un ostacolo, rappresenta un potente acceleratore nell’implementazione di quel progetto. Nel 1988, l’Economist pubblicò un articolo dal titolo «Preparatevi per la Fenice». L’autore scriveva: «Tra 30 anni a partire da adesso americani, giapponesi, europei e popoli di altri Paesi più o meno ricchi pagheranno i loro acquisti con la medesima moneta. I prezzi non saranno più calcolati in dollari o in marchi ma, diciamo, in «Fenice».
Sorprendentemente, l’articolo aggiungeva: «Molte altre turbolenze negli scambi, qualche altro crollo dei mercati e probabilmente un altro paio di depressioni occorreranno prima che i politici si rassegnino a questa scelta (la cessione della sovranità monetaria). Ciò condurrà ad una sequenza di emergenza-recupero-emergenza… fino al 2018. Più il tempo passa, più il danno causato dall’instabilità monetaria crescerà, con la conseguenza di rendere l’utopia dell’unione monetaria finalmente verosimile».
L’ultima frase raccomandava: «Segnatevi la Fenice sul calendario del 2018 o giù di lì e, quando arriva, datele il benvenuto». Dieci anni dopo la pubblicazione dell’articolo sull’Economist, Jeffrey Garten ne scriveva uno per il New York Times, invocando una «FED globale». Garten è ex decano della Scuola di Management di Yale, ex Sottosegretario al Commercio Internazionale durante l’amministrazione Clinton, ex consigliere della Casa Bianca per la politica economica internazionale sotto l’amministrazione Nixon e membro dello staff della pianificazione politica dei segretari di Stato Kissinger e Vance durante la presidenza di Ford e Carter, oltre che ex managing director alla Leham Brothers. Attualmente fa parte del Council on Foreign Relations. Garten constata come «nel tempo gli Stati Uniti abbiano predisposto istituzioni centrali di importanza cruciale - la Securities and Exchange Commission (SEC) nel 1933, la Federal Deposit Insurance Corporation nel 1934 e, più importante di tutte, la Federal Riserve nel 1913. E’ così - sostiene Garten - che l’America è diventata un’economia nazionale. Queste organizzazioni furono create per far funzionare il capitalismo, per prevenire cicli economici distruttivi e moderare la severa e invisibile mano di Adam Smith».
Dopo una simile dichiarazione sarebbe lecito attendersi un esame di coscienza, magari non proprio un’ammissione di fallimento, ma almeno la consapevolezza dell’opportunità di un cambiamento di rotta. Invece Garten, a metà strada tra il furore dottrinale e lo stato commotivo, ribadisce convinto: «Questo è esattamente quello che ci vuole ora su scala globale. Il mondo ha bisogno di un’istituzione che afferri il timone quando il mare è in tempesta. Il mondo ha bisogno di una banca globale» perché «cercare semplicemente di coordinare le più potenti banche del mondo può non funzionare».
Poco ma sicuro. Con stupefacente sicumera il nostro svela il cuore del problema: «L’effettiva collaborazione tra i ministri delle Finanze e del Tesoro non ha speranze di concretizzarsi. Queste agenzie sono responsabili di fronte ad assemblee legislative elette, e la politica dei Paesi industriali è più preoccupata degli eventi interni che della stabilità internazionale».
Capito? Il vero impedimento sta in queste inutili, superate assemblee elettive, che costringono lorsignori a perdere tempo prezioso nel rendere conto delle loro scelte, ad essere sottoposti al giudizio delle rispettive nazioni, rischiando persino che qualcuno tenti di rimuovere la loro presa ostinata dal timone della nave.
«Non potrebbe essere accettabile, per la Banca Mondiale, essere alla mercè di legislature di breve durata». E’ la sovranità nazionale, il totem da abbattere, insieme a quanto resta della volontà popolare.
«A chi dovrebbe rispondere una Banca Centrale mondiale? Avrebbe troppo potere per essere governata solo da tecnocrati, eppure deve essere guidata dai migliori tra essi». E aggiunge: «Dovrebbe esserci stretta collaborazione tra la banca globale e la FED… essa non opererebbe all’interno degli Stati Uniti… ma sarebbe di grande aiuto alla redditività delle multinazionali americane attraverso la creazione di un ambiente globale più favorevole ai loro interessi».
Chiaro, no? Siamo i fortunati spettatori della fondazione di un Nuovo Ordine Mondiale. Il concetto profondo che anima il principio di una moneta unica e di una Banca Centrale mondiale è la quintessenza del totalitarismo, con la corrispondente rimozione delle ultime tracce di una sorveglianza da parte del popolo e dell’obbligo di rendergli conto, in favore di un potere ormai concentrato in un gruppo interconnesso di elites internazionali, impegnato a sancire un’interdipendenza coatta tra le nazioni equivalente alla fine dell’indipendenza delle nazioni.
Nel 1952 Bertrand Russell, convinto alfiere di un governo mondiale ed esponente elitista, scriveva:
«Il totalitarismo è una teoria e una pratica al tempo stesso. In quanto pratica, significa che un certo gruppo di individui, dopo aver in qualche modo occupato l’apparato del potere, procede al massimo sfruttamento della propria posizione di vantaggio, attraverso la regolamentazione di qualsiasi settore che gli garantisca il massimo controllo rispetto agli altri individui. «Come teoria, il totalitarismo è la dottrina secondo cui la comunità è capace di un bene differente da quello dei singoli individui, il quale esula da ciò che gli individui singolarmente considerati pensano o provano… nel concreto, quando si pretende che la comunità è depositaria di un bene diverso da quello dei cittadini, significa in realtà che il bene del governo, o della classe che è al governo, è più importante di quello delle altre persone. Una tale prospettiva non ha altro fondamento che il potere arbitrariamente inteso. Più importante ancora, rispetto a queste speculazioni di carattere metafisico, è la domanda se una dittatura scientifica, così come la stiamo considerando, può essere stabile, o comunque più stabile di una democrazia… Io non credo che la dittatura sia una durevole forma scientifica di società - a meno che (questa specificazione è fondamentale) non consti di una dittatura mondiale.»
E’ per questo che vogliono una Banca Mondiale, una moneta unica, un sistema economico e finanziario planetario. Lo vogliono da tempo, e non sono più disposti ad aspettare. Vogliono il totalitarismo ammantato di esoterismo e di demoniache manifestazioni per giustificare la loro esistenza. Vogliono il totalitarismo di Lucifero nel mondo.

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