mercoledì 30 settembre 2009

La menzoga dell'economia

Gli americani non riescono a sapere la verità dal loro governo su nessuna questione, compresa l’economia. Gli americani, dal punto di vista economico, sono stati messi al tappeto, con un milione di alunni ora senza una casa, mentre il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke annuncia che la recessione è finita. Il punto di vista che viene spacciato come notizia sta diventando sempre più un’illusione. La spesa dei consumatori rappresenta il 70% dell’economia degli Stati Uniti. E’ la forza trainante e si è fermata del tutto. Tranne che per i super ricchi, nel XXI secolo non c’è stato alcun aumento nei redditi dei consumatori. Lo studioso di statistica John Williams di shadowstats.com riferisce che il reddito famigliare reale non ha mai più raggiunto il proprio punto massimo che aveva avuto prima del 2001.
L’economia degli Stati Uniti è stata mandata avanti rimpiazzando l’aumento dei redditi dei consumatori con l’aumento del debito dei consumatori. Il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan ha favorito il debito dei consumatori con bassi tassi di interesse. I bassi tassi di interesse bassi hanno fatto lievitare i prezzi delle abitazioni, permettendo agli americani di rifinanziare le loro case e spendere il capitale netto. Le carte di credito sono state spinte al massimo nella prospettiva di un rialzo del mercato immobiliare e dei valori dei capitali netti per ripagare il debito accumulato. L’abbuffata si è interrotta quando sono scoppiate le bolle del mercato immobiliare e dei capitali.
Mentre i consumatori non possono più estendere il proprio indebitamento e i loro redditi non aumentano, non c’è alcuna base per un’economia in crescita. Sicuramente le statistiche indicano che i consumatori stanno ripagando poco per volta i loro debiti per sopravvivere finanziariamente. In un’economia in cui il consumatore è la forza trainante, questa è una brutta notizia. Le banche, ora banche di investimento grazie alla deregolamentazione spinta dall’avidità che ha cancellato le lezioni del passato, sono state ancora più sconsiderate dei consumatori e hanno portato la leva speculativa verso nuovi massimi. Su sollecitazione di Larry Summers e dell’amministratore delegato di Goldman Sachs Henry Paulson, la Security and Exchange Commission (SEC) e l’amministrazione Bush hanno continuato ad eliminare le restrizioni sulla leva del debito.
Quando la bolla è scoppiata, la leva straordinaria ha minacciato il crollo del sistema finanziario. Il Tesoro americano e la Federal Reserve hanno preso in mano la situazione senza che nessuno sapesse quante migliaia di miliardi di dollari per “salvare il sistema finanziario” occorressero il che, ovviamente, significava salvare gli istituti finanziari spinti dall’avidità che avevano causato la crisi economica e che hanno spogliato i cittadini americani di metà dei loro risparmi di una vita. Il consumatore è stato castigato, ma non le banche. Tonificate con i 700 miliardi di dollari del TARP e del bilancio allargato della Federal Reserve, le banche si stanno di nuovo comportando come degli hedge fund. La leva speculativa sta producendo un’altra bolla nell’attuale mercato azionario al rialzo, che non è un segno di una ripresa economica ma l’ultimo feroce attacco alla ricchezza degli americani da parte di alcune banche di investimento e dei loro amici di Washington. Goldman Sachs, traboccante di utili, ha annunciato bonus a sei cifre per i propri dipendenti.
Il resto d’America sta soffrendo terribilmente.
Il tasso di disoccupazione, per come è stato riferito, è una falsità ed è stato cosi fin dall’amministrazione Clinton. Il tasso di disoccupazione non comprende gli americani senza lavoro che sono stati disoccupati per più di un anno e che hanno rinunciato a cercare un nuovo impiego. Il tasso di disoccupazione riportato del 10% è sottostimato per via dei milioni di americani che sono disoccupati da molto tempo e che non vengono più conteggiati come tali. Ogni mese che passa, gli americani senza lavoro abbandonano la figura del disoccupato. Il tasso d’inflazione, soprattutto l’”inflazione inerziale”, è un’altra finzione. L’”inflazione inerziale” non comprende i generi alimentari e l’energia, due degli elementi più importanti del bilancio famigliare degli americani. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) sostiene, fin dalla Commissione Boskin durante l’amministrazione Clinton, che se i prezzi dei prodotti aumentano, i consumatori li sostituiscono con prodotti meno costosi. Le cose stanno sicuramente così, ma questo modo di misurare l’inflazione significa che l’IPC non è più paragonabile agli anni passati perché il paniere dei prodotti presenti nell’indice è variabile.
L’IPC della Commissione Boskin, abbassando il tasso d’inflazione misurato, aumenta il reale tasso di crescita del PIL. Il risultato della manipolazione statistica è un tasso d’inflazione sottostimato, erodendo dunque il valore reale dei redditi della Previdenza Sociale, ed è un tasso di crescita sovrastimato. La manipolazione statistica nasconde un tenore di vita in calo. Nei tempi andati della prosperità americana, i redditi degli americani aumentavano con la produttività. Era la reale crescita dei redditi degli americani che spingeva l’economia del paese. Nell’America di oggi, gli unici redditi che aumentano sono nel settore finanziario, che mette a rischio il futuro del paese basandosi su una leva eccessiva, e nel mondo imprenditoriale, che rimpiazza la manodopera americana con quella straniera. Con le norme sulle retribuzioni e l’enfasi sui guadagni degli azionisti che dominano oggi negli Stati Uniti, i dirigenti d’azienda aumentano al massimo i loro profitti e i loro compensi riducendo al minimo l’occupazione di cittadini americani.
Provate a cercare un qualche riscontro di tutto questo nel sistema mediatico, o tra gli economisti, leccapiedi al soldo delle società offshore. La parte peggiore di questo declino deve ancora arrivare. I fallimenti bancari e i pignoramenti di case devono ancora raggiungere il loro culmine. Il blocco del mercato immobiliare commerciale deve ancora colpire. Sta iniziando la crisi del dollaro. E quando colpirà, i tassi di interesse aumenteranno in modo clamoroso mentre gli Stati Uniti lotteranno per finanziare il proprio budget enorme e i disavanzi commerciali mentre il resto del mondo cercherà di sfuggire ad un dollaro in svalutazione. Dalla primavera di quest’anno, il valore del dollaro americano è crollato nei confronti di ogni valuta ad eccezione di quelle che vi sono ancorate. Il franco svizzero è aumentato del 14% nei confronti del dollaro. Ogni moneta forte, dal dollaro canadese all’euro alla sterlina inglese, è aumentata almeno del 13% nei confronti del dollaro a partire dall’aprile 2009. Lo yen giapponese non è molto lontano, e il real brasiliano è aumentato del 25% contro l’onnipotente dollaro. Persino il rublo russo è aumentato del 13% nei confronti del dollaro. Che genere di ripresa sarà mai quando l’investimento più sicuro è quello di scommettere contro il dollaro?
La famiglia americana dei miei tempi, quella in cui il marito lavorava e la moglie gestiva la casa e allevava i bambini, difficilmente esiste ancora oggi. La maggior parte, se non tutti, i componenti della famiglia devono lavorare per pagare le bollette. D’altra parte, i posti di lavoro stanno scomparendo, anche quelli part-time. Se lo misuriamo secondo la metodologia utilizzata quando ero vicesegretario al Tesoro, oggi il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è superiore al 20%. Inoltre, non c’è una strada chiara per ridurlo. Non ci sono fabbriche, con la manodopera temporaneamente lasciata a casa a causa degli alti tassi di interesse, che attendono una politica di bassi tassi di interesse per richiamare al lavoro i dipendenti. Il lavoro è stato spostato all’estero. Nei tempi andati della prosperità americana, gli amministratori delegati avevano inculcata in testa l’idea che avessero delle pari responsabilità verso i clienti, i dipendenti e gli azionisti. Quest’idea è stata estirpata. Spinti da Wall Street e dalla minaccia di acquisizioni che promettevano un “accrescimento del valore degli azionisti”, e incentivati da “una retribuzione in base alla prestazione”, gli amministratori delegati utilizzano ogni mezzo per rimpiazzare gli americani con lavoratori stranieri più a buon mercato.
Nonostante il tasso di disoccupazione al 20% e i laureati a pieni voti in ingegneria che non riescono a trovare un impiego o addirittura ad arrivare a sostenere un colloquio di lavoro, il Congresso continua a difendere i 65.000 visti di lavoro H-1B per gli stranieri. Nel mezzo della più grave disoccupazione dai tempi della Grande Depressione, che pazzi bisogna essere per credere che ci sia una scarsità di manodopera americana qualificata?

martedì 29 settembre 2009

Il Fatto poco fatto

L’avvocato Nicolò Ghedini, consigliere giuridico di Berlusconi, ha dichiarato:
“La Lega aspira a un mondo frammentato, quasi feudale e di città-stato, e vagheggia una sorta di autarchia: con il sì alla polenta e il no all’ananas, come se questo fosse un problema del futuro...”
Da sola questa frase indica come il Ghedini di turno, amabile consigliere di cui ama circondarsi il Berlusconi, è un emerito imbecille, magari uso come utilizzatore finale di sostanze stupefacenti.
Il tutto per motivare la ricandidatura di Giancarlo Galan alla presidenza della regione Veneto in contrapposizione alle richieste della Lega Nord di avere il candidato presidente in una regione del Nord produttivo. Caso illuminate quello di Formigoni e Galan. In Lombardia e Veneto la situazione è rimasta “cristallizzata” al ’95 con i due candidati PDL ancora ridicolmente accreditati come “volti nuovi” del “post Tangentopoli”, gli “efficientisti”, i “simil-leghisti”.
In vero sono solo galautier o satrapi del potere centralista impaurito dal fatto che queste due regioni possano tenersi i loro denari e non versarli più a Roma capitale. In Lombardia esistono due liste di attesa sanitarie, una per i lombardi ed una per gli immigrati meridionali, con corsia preferenziale per quest'ultimi. Le aziende di trasporto locale devono alzare il costo dei biglietti per compensare il dissesto delle loro “sorelle” meridionali. In queste regioni si versano enormi somme per la cassa integrazione ma quando essa serve da queste parti i denari non arrivano.
Significativo, e non affatto casuale, che nel medesimo articolo si parli anche della legge per la “cittadinanza breve”. Ovvio che lo scopo di chi ha creato PD e PDL è di mettere gli abitanti delle regioni settentrionali in minoranza nella loro terra per salvare l’unità nazionale.
I proclami di Berlusconi, “meno tasse”, “ i comunisti”, “il liberismo”, l’”intrapresa” sono stati e sono solo meri slogan per girare i voti del Nord ai partiti romani in attesa di fare entrare, e dare il diritto di voto, a milioni di extracomunitari. Del resto in Veneto, dove alle ultime europee il Carroccio ha quasi raggiunto in percentuale il PDL, si prefigura un’alleanza tra PD e PDL. Da cui un’intesa elettorale tra il “libro nero del comunismo illiberale antitaliano” e lo “psicopedonano mafioso”.
Se le prossime elezioni regionali dovessero rispecchiare i risultati delle “europee”, con una Lega Nord troppo forte in consiglio regionale, Formigoni e Galan faranno il ribaltone lasciando fuori il partito di Bossi e alleandosi con il PD perché “prima viene l’interesse nazionale”, rischiando di finire così anche a livello centrale, per questo vogliono scaricare il Berlusconi che si metterebbe di traverso per un alleanza di "Grande Coalizione", formula ampiamente bocciata persino in Germania, come le recenti elezioni politiche dimostrano in quanto in un periodo storico come questo occorre prendere delle scelte nette e chiare e non compromissorie.
In questo inizio di autunno del resto assistiamo alla apparizione del Movimento Nazionale di Beppe Grillo e del nuovo giornale “il Fatto Quotidiano” diretto dalla coppia Padellaro-Travaglio. Il movimento di Grillo, che nelle intenzioni delle elite sostituisce il Partito Radicale, è un accozzaglia di buoni propositi a travisare i pochi veri punti pregnanti: l’abolizione delle province e l’accorpamento dei comuni fino a 5mila abitanti. Perché i mandanti del comico mirano eliminare la democrazia e togliere più potere decisionale possibile ai cittadini. La “democrazia dal basso”, le “primarie dei cittadini” sono patetiche foglie di fico dietro alle quali nasconde l’autentico fine globalista.
In particolare, misinterpretato un dato prodotto dall’Eurispes secondo il quale abolendo le province si risparmierebbero ben 10 miliardi di euro. Si tratta di una bugia sicché, lo scopo è di togliere di mezzo le assemblee provinciali democraticamente elette, la cosa comporterebbe solo un risparmio calcolato in 60 milioni di euro annuali. Difatti, credete che questo burattino dei poteri forti voglia davvero madame a casa decine di migliaia di dipendenti provinciali in un botto? In un paese che si avvia, per la somma di disoccupazione con immigrazione, ad avere il 50% di popolazione in preda al disagio sociale concetti come “energia” e “rifiuti” risulteranno sempre più astratti.
Del giornale di Travaglio la cosa che balza subito all’occhio, osservando la “redazione”, è il numero spropositato di ebrei e filo-americani tra i giornalisti. Furio Colombo, da capo strapagato della Fiat in America, docente alla Columbia Universitày, diventato direttore dell’Unità quando c’erano ancora i DS, quindi in teoria ancora un giornale “di sinistra” antiamericano. Colombo è ebreo nonchè ciecamente filoamericano e filoisraeliano come Marco Travaglio. A proposito di democrazia, Grillo non ha potuto smascherarsi, invece Travaglio aveva detto di votare sì al referendum del 21 giugno scorso che avrebbe trasformato l’italia in una parvenza di stato democratico con solo due partirti fotocopia tra cui optare. come in america. Che senso avrebbe possedere la “cittadinanza digitale” se poi uno, in cabina elettorale, può scegliere unicamente tra due partiti uguali? Grillo scrive: “Non siete stanchi di sentire solo nomi, gli stessi nomi? Nomi che si occupano della vostra vita, del vostro futuro?”. Ma è chiaro che, se passassero le uniche riforme cui lui e Travglio tengono, la gente avrebbe ancora meno possibilità di scelta di quella attuale, sia a livello locale che generale.
E qui veniamo al nocciolo della questione.
Grillo e Travaglio sono un puro strumento della propaganda sionista e statunitense. Il Fatto viene smerciato per giornale “progressistia”, ma che ha “di sinistra” poi? Travaglio stesso si definisce un “liberal-montanelliano”. Montanelli era di destra come destrorsi sono Massimo Fini e Oliviero Beha sebbene quest’ultimo abbia scritto per l’Unità. Luca Telese si autodefinisce un “comunista italiano” ma fino ieri lavorava per “il Giornale” di Feltri appartenente a Paolo Berlusconi. Inoltre collabora con il settimanale americano Vanity Fair. Delizioso “bocconcino” la “giudeo-aristocratica” Beatrice Borromeo, ex-modella, che secondo Wikipedia sarebbe “Figlia naturale avuta da Carlo Borromeo con Paola Marzotto, figlia di Marta. Sorellastra di Lavinia (moglie di John Elkann)” . Sfiziosa, no?
Quanto a Peter Gomez, nato a New York, a sentirlo parlare assomiglia più a un nobile che altro, è un informatore della CIA o lo è stato. Come fu per il blog dello psicobuffone, il nuovo giornale, all’inizio sparerà contro tutto e tutti, per darsi un’aura di credibilità, poi si allineerà rigorosamente alle direttive di Obama. Con la dipartita di Fini (ebreo ma antiglobalista e anticapitalista) e l’arrivo, credo, di gente dalla sfera di Pannella. Nel consiglio di amministrazione e azionista del Fatto troviamo Cinzia Monteverdi (cognome altisonante), carrarese, titolare di una misteriosa Monteverdi Promotion con sede nella centralissima via Cavour a Parma. Una tipa comparsa dal nulla ma con notevole capacità di esborso finanziario, per conto di chi? Dolorosamente avremo presto modo di verificare queste contraddizioni. Con il dibattito sul rifinanziamento delle missioni in Afganistan, invise alla maggioranza degli “italiani”, ma che vedrete supportato dal neoquotidiano e, sottotraccia, dallo psicobuffone.
Anche in presenza di altri dolenti lutti e sofferti “funerali di stato”. In Afghanistan, i militari italiani erano arrivati a raggiungere le 3.500 unità ma solo per il periodo delle elezioni politiche.
Adesso dovrebbero già essere tornati a 2.500 (1.500 a Kabul e 1.000 a Herat) con un totale di spesa da 3 milioni di euro al giorno che, su richiesta dell’”abbronzato”, saranno incrementati “ad libitum” come, purtroppo, le perdite.
Sul suo blog, Beppe Grillo per la questione della guerra in Medioriente, che diverrà sempre più centrale a causa del costo economico e in vite umane, ha scelto il mutismo assoluto in quanto teme di farsi scoprire niente affatto “pacifista”. Diversamente, il Fatto parte col “piede giusto” con un pezzo “chiarificante” a firma Furio Colombo dal titolo inequivocabile: “Non abbandonare il soldato Obama nel pantano-Afghanistan” . Di precariato e drammi da disoccupazione troverete poca traccia sul giornale di Padellaro poiché, data la posizione favorevole all’ingresso indiscriminato e libero di clandestini, la redazione dovrebbe reinventare la litania “l’italia ha bisogno di immigrati per i lavori che gli italiani non vogliono fare” ecc. Egualmente troverete solo lacrime di coccodrillo per i nuovi tagli alle pensioni. Occorre infatti, che lo stato abbia i bilanci “in ordine” onde potere copiosamente finanziare le missioni militari e le banche fallite. Come dovranno giustificare questi signori perché la mafia esista solo in Lombardia, a pretesto per bloccare le opere pubbliche, invece dai lucrosi appalti per “Roma capitale” in giù il “pericolo mafioso” sembrerebbe assai più fievole.
O meglio la mafia è “puntiforme”, viene evocata a comando solo se serve a inguaiare il “premier”. Per quale motivo coloro che si stracciano le vesti per la storia della targa a Peppino Impastato allo stesso tempo invocano nuovi e continui stanziamenti per il Sud che vanno a ingrassare le stesse organizzazioni criminali che fecero saltare in aria Impastato?
La “mafia” non esiste! La mafia è la mentalità meridionale, la quale per motivi più etnici che politici non ha mai accettato l’integrazione all’unificazione savoiarda. Pure l’antitesi berlusonismo – antiberlusconismo è fasulla. Perché se in funzione antileghista, anche Travaglio e Padellaro potrebbero farsi bellamente “azzurri”.
Il 6 ottobre è attesa la sentenza sul “lodo Alfano” che pende come una spada di Damocle su Berlusconi. Ma tranquilli che la corte costituzionale (infarcita di massoni, 9) rinvierà la decisione alle calende greche. In cambio di cosa?
Che il Cavaliere Blu, ben istruito dal colloquio “pacificatore” con Gianfranco Fini, metta al’angolo ogni istanza leghista e acceleri il programma dei cospiratori ossia “cittadinanza breve” per gli immigrati (già prima delle prossime amministrative), totale disponibilità all’invio di truppe in Afganistan e ennesima riforma delle pensioni, in primis.
Il cerchio diabolico si stringe. Se Berlusconi ottempererà a queste direttive potrà rimanere presidente del consiglio. Quanto al plebeo giuridico ”avvocato” Ghedini sarà meglio che si dia una regolata. I suoi sproloqui dovrebbero essere riservati ai veri nemici del popolo.
Il movimento di Grillo e il Fatto sono organici agli USA e alle mire dissolutrici dei frammassoni.
Il loro compito è di azzerare la pur limitata sovranità nazionale facendo della penisola solamente fonte di “carne da macello” per le infinite guerre americane per conto di Israele. E stando a Ghedini, Silvio il Codardo ha troppi scheletri nell’armadio per ribellarsi ai diktat dei poteri forti.
Riguardo alle “regionali”, tuttavia, lontana è ancora la primavera. “Ha da passà 'a nuttata” diceva il grande Eduardo.

venerdì 25 settembre 2009

La Scarpa di Zaidi

Da Muntazer Al Zaidi riceviamo e volentieri pubblichiamo.

“Non sono un eroe. Ho solo agito come un iracheno che ha visto il dolore e il massacro di troppi innocenti”.
Io sono libero. Ma il mio paese è ancora un prigioniero di guerra. Si è parlato molto di cosa ho fatto e di chi sono io, se si sia trattato di un atto eroico e se io sia un eroe, come per rendere quell’atto un simbolo. Ma la mia risposta è semplice: ciò che mi ha spinto a quel gesto è l’ingiustizia che si è abbattuta sul mio popolo, nonché il modo in cui l’occupazione ha umiliato la mia patria schiacciandola sotto il suo stivale. Durante gli ultimi anni, più di un milione di martiri sono caduti sotto i proiettili dell’occupazione, ed oggi l’Iraq conta più di 5 milioni di orfani, un milione di vedove e centinaia di migliaia di mutilati. Molti milioni sono senza tetto, sia dentro che fuori dall’Iraq. Noi eravamo una nazione nella quale l’arabo divideva il pane con il turcomanno, il curdo, l’assiro, il sabeano e lo yazid. Gli sciiti pregavano assieme ai sunniti. I musulmani festeggiavano assieme ai cristiani la nascita di Cristo. E ciò nonostante il fatto che condividessimo la fame, essendo sotto sanzioni per più di un decennio.
La nostra pazienza e solidarietà non ci ha fatto dimenticare l’oppressione. L’invasione, tuttavia, ha diviso anche i fratelli e i vicini di casa. Ha trasformato le nostre case in camere da funerale. Non sono un eroe. Ma ho un punto di vista. Ho una posizione precisa. Mi ha umiliato vedere il mio paese umiliato; e vedere la mia Baghdad bruciare, la mia gente morire. Migliaia di immagini tragiche rimangono nella mia testa, spingendomi sul cammino del conflitto. Lo scandalo di Abu Ghraib. Il massacro di Falluja, Najaf, Haditha, Sadr City, Bassora, Diyala, Mosul, Tal Afar, ed ogni angolo di territorio martoriato. Ho viaggiato attraverso il mio paese in fiamme e ho visto con i miei stessi occhi il dolore delle vittime, ho sentito con le mie stesse orecchie le grida degli orfani e le vedove. Una sensazione di vergogna mi ha perseguitato come una maledizione, perché ero impotente di fronte a tutto ciò.
Non appena ho terminato i miei impegni professionali nel documentare le tragedie quotidiane, mentre sgomberavo le rovine di ciò che rimaneva delle case irachene, mentre lavavo il sangue che macchiava i miei vestiti, serravo i denti e ripromettevo di vendicare le nostre vittime. L’occasione si è presentata, ed io l’ho sfruttata.
L’ho fatto per lealtà nei confronti di ogni goccia di sangue innocente versato con l’occupazione o a causa di essa, per ogni grido delle madri in lutto, ogni lamento degli orfani, la sofferenza delle donne violate, le lacrime dei bambini. Io dico a coloro che mi rimproverano per il mio gesto: sapete in quante case distrutte è entrata la scarpa che ho lanciato? Quante volte ha calpestato il sangue delle vittime innocenti? Forse quella stessa scarpa era la risposta più appropriata quando tutti i valori sono stati violati. Quando ho tirato quella scarpa in faccia al criminale George Bush, volevo esprimere il mio rifiuto nei confronti delle sue menzogne, per la sua occupazione del mio paese, il mio rifiuto per il suo massacro della mia gente. Il mio rifiuto per il suo saccheggio delle ricchezze del mio paese e la distruzione delle sue infrastrutture. E l’espulsione dei suoi figli in una diaspora senza precedenti.
Se ho fatto un torto al giornalismo senza averne intenzione, a causa dell’imbarazzo che ho creato all’interno dell’establishment, mi scuso. Ciò che volevo fare era esprimere con coscienza viva i sentimenti di un cittadino che vede il suo paese profanato quotidianamente. La professionalità, invocata da alcuni sotto gli auspici dell’occupazione, non dovrebbe avere una voce più alta della voce del patriottismo. Ma se il patriottismo ha bisogno di parlare, il professionista dovrebbe allearsi con lui. Non ho fatto questo gesto affinché il mio nome possa entrare nella storia o per guadagni materiali. Tutto ciò che volevo fare era difendere il mio paese.


Muntazer Al Zaidi

giovedì 24 settembre 2009

La scelta Brzezinsky

Il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, ha rilasciato un'intervista al “The Daily Beast” in cui suggerisce che il Presidente Obama dovrebbe dire chiaramente a Israele che se tentassero di attaccare i siti delle armi [sic] nucleari iraniane la U.S. Air Force dovrebbe fermarli.
“Non siamo esattamente dei piccoli bimbi impotenti”, ha detto Brzezinski. “Dovrebbero volare sul nostro spazio aereo in Iraq. Dovremmo sederci a guardare?... Dobbiamo essere seri sulla questione di negare loro tale diritto. Ciò significa un rifiuto, e non solo a parole. Se tentassero il sorvolo, decolli e li affronti. Hanno la scelta di tornare indietro o no. Nessuno lo desidera, ma potrebbe essere un caso 'Liberty' al contrario.” La USS Liberty era una nave di ricerche tecniche della U.S. Navy che la Israeli Air Force attaccò per sbaglio durante la guerra dei Sei Giorni nel 1967 [In realtà ci sono forti sospetti che l'attacco fosse voluto. Si veda qui, qui, e qui. N.d.t.].
Brzezinski appoggiò la campagna presidenziale dell'allora senatore Obama nell'Agosto 2007, cosa che venne presentata dai media come una forte spinta alle credenziali in politica estera di Obama. Il Washington Post scrisse: “Barack Obama, impegnato a combattere la percezione che egli sia troppo giovane e inesperto per gestire un mondo pericoloso, ha ricevuto ieri una forte spinta da un modello di eminenza della politica estera, Zbigniew Brzezinski.”
Brzezinski non è mai stato ufficialmente un consulente della campagna elettorale, ma i repubblicani si gettarono contro la sua investitura per spingere l'idea che Obama non sarebbe stato un amico di Israele, dato che le idee di Brzezinski su Israele hanno attratto critiche da alcuni settori della comunità ebraica americana. “Brzezinski non è un consigliere della campagna elettorale” disse allora l'ex ambasciatore Dennis Ross, consulente anziano per gli affari mediorientali della campagna di Obama. “Viene sparsa molta disinformazione, ma non è un consigliere della campagna elettorale. Brzezinski è uscito allo scoperto e ha appoggiato subito Obama a causa della guerra in Iraq. Un anno fa o giù di lì si sono parlati un paio di volte. Tutto qui, e il senatore Obama ha chiarito che su altre questioni mediorientali non prende a modello Brzezinski. Non hanno le stesse idee.”
Brzezinski non ricopre ruoli nell'amministrazione Obama; la Casa Bianca non ha prontamente risposto a una richiesta di commenti. I commenti di Brzezinski giungono la stessa settimana in cui la Casa Bianca ha preso le distanze dai commenti dell'ex presidente Carter, che ha detto di credere che “una soverchiante parte della forte animosità dimostrata nei confronti del presidente Barack Obama è basata sul fatto che è un uomo di colore”. Il presidente russo Dmitriy Medvedev ha detto alla CNN che il presidente israeliano Shimon Peres gli ha assicurato che Israele non attaccherà l'Iran.
“E' la cosa peggiore che si possa immaginare”, ha detto Medvedev. “Cosa accadrebbe poi? Una catastrofe umanitaria, un grande numero di rifugiati. E l'Iran vorrebbe vendetta, e non solo contro Israele, ma anche contro altri paesi. Gli eventi nella regione diventerebbero completamente imprevedibili. Penso che l'entità di tale catastrofe non sarebbe paragonabile a null'altro. Perciò, prima di prendere la decisione di lanciare qualunque attacco, bisogna considerare appieno la situazione. Sarebbe il modo più irrazionale di affrontare la questione. Ma i miei colleghi israeliani mi hanno detto che non stanno pianificando una cosa simile. E io credo loro.” In fin dei conti il Presidente Obama può avvalersi o meno della "scelta Brzezinsky"

mercoledì 23 settembre 2009

Il problema Israele

Novità sul dirottamento dell'Artic Sea. Cominciamo con il dire che, con l’elezione di Obama i rapporti tra USA e Israele sono profondamente mutati; e cambiare i rapporti tra USA e Israele significa cambiare radicalmente faccia all’intera geopolitica internazionale. Ci aveva visto giusto Israel Shamir: Obama è sì l’ennesima “creatura” della lobby ebraica statunitense, come i suoi detrattori giustamente affermano. Costoro si dimenticano però di dire che quando parliamo di lobby e di Stati Uniti non parliamo di entità monolitiche che condividano, nella loro interezza, un rigoroso fine unitario.
Esistono ramificazioni, devianze, scontri, rivalità, molteplicità ed inconciliabilità d’interessi all’interno di questi organismi ed è da questi contrasti interni che è nata la figura del nuovo presidente. Scriveva Shamir qualche mese fa che Obama rappresenta il trionfo dell’ala sinistra della lobby ebraica (che ha i propri interessi economici in territorio USA) sull’ala destra filo israeliana che durante l’amministrazione Bush-Cheney aveva trasformato la politica estera americana in uno strumento di terrore globale totalmente asservito agli interessi israeliani. Gli attacchi dell’11 settembre 2001, organizzati e gestiti da elementi del Mossad e della CIA, con la stretta collaborazione di figure di primo piano dell’amministrazione USA, avevano segnato – con le loro conseguenze internazionali – la fase di massimo asservimento della politica statunitense ai diktat israeliani. Non è più così, e le evidenze del cambiamento di rotta sono ormai abbondanti. Alcune di esse sono recentissime e piuttosto clamorose.
Le ostilità tra le due ali della lobby israelo-americana divennero evidenti già subito dopo l’elezione di Obama, quando l’11 dicembre 2008( 11, eterno numero caro agli occultisti) venne arrestato per bancarotta fraudolenta il finanziere ebreo Bernie Madoff. Il fallimento e l’arresto di Madoff, al di là della loro rilevanza di “monito”, misero in serie difficoltà economiche molti dei sostenitori dell’ala destra della lobby, riducendo all’osso le loro possibilità di finanziare politici di parte all’interno dell’amministrazione americana.
Poco prima dell’insediamento di Obama, Israele scatenò contro Gaza l’Operazione Piombo Fuso, una delle più atroci e sanguinarie azioni di sterminio mai progettate contro i palestinesi, con l’utilizzo di fosforo bianco e bombardamenti a tappeto contro la popolazione civile. Possiamo dire ora, con il senno del poi, che si trattò di un’azione dimostrativa rivolta non tanto a scongiurare l’inesistente rischio dei razzi di Hamas, ma a sottolineare l’intransigenza del governo israeliano riguardo la prosecuzione della consueta politica in Medio Oriente, con o senza l’approvazione dei nuovi inquilini della Casa Bianca.
Gli attacchi agli affari e all'immagine di Israele nel mondo si sono moltiplicati negli ultimi mesi, con l’arresto in New Jersey della rete di rabbini trafficanti in organi umani sotto l’egida d’Israele e con il riconoscimento della medaglia al valor militare ad uno dei superstiti della USS Liberty, la nave americana aggredita da forze militari israeliane nel 1967. Uno degli ultimi “affronti” a Israele è stata la pubblicazione ad opera di Richard Goldstone, capo di una commissione d’indagine nominata dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, di un rapporto sui crimini di guerra compiuti da Israele durante l’Operazione Piombo Fuso (perfino la solitamente partigianissima Amnesty International ha definito quell’attacco contro i civili come “22 giorni di morte e distruzione”).
Il tentativo di affiancare ad Obama il cane da guardia USraeliano Joe Biden, per tenerlo sotto controllo, è fallito: le dichiarazioni di Obama e quelle di Biden, particolarmente riguardo all’Iran, sono quanto di più antitetico sia possibile immaginare. Già questo sarebbe sufficiente a rendere idea dello scontro in atto ai vertici della politica americana per ottenere finalmente un affrancamento degli USA dalla servitù sionista imposta al paese nell’ultimo decennio. Ma gli eventi più clamorosi e significativi sono forse quelli relativi all’affare della Arctic Sea, la nave russa aggredita due mesi fa da non meglio identificati “pirati” e poi recuperata grazie ad un’azione congiunta delle forze americane e russe. La storia è inquietante e preoccupante e la confermiamo dopo il post di ieri: la Arctic Sea trasportava tre missili atomici recuperati dal sottomarino russo K-141 Kursk, affondato nel 2000 nel Mare di Barents in seguito ad un’esplosione, provocando la morte di tutti i 118 membri dell’equipaggio. I missili, recuperati grazie alle attrezzature della Arctic Sea in collaborazione con le forze militari finlandesi, dovevano essere spediti in Texas, presso l’installazione denominata Pantex Plant, per essere smantellati. Ma non sono mai arrivati in Texas. Il 24 luglio, mentre transitava attraverso il Baltico (attraverso la Manica, secondo altre fonti), la Arctic Sea è stata aggredita da “commandos non identificati”, che hanno preso possesso della nave spacciandosi per poliziotti svedesi antidroga. Il 12 agosto il Presidente russo Medvedev e il primo ministro Putin hanno organizzato un incontro sul Mar Nero con il presidente finlandese Tarja Halonen. E’ stato deciso di organizzare una ricerca a tappeto della nave dirottata utilizzando “tutte le risorse disponibili” della flotta russa. “Tutte le navi e tutti i vascelli della Marina Russa presenti nell’Atlantico”, ha dichiarato il comandante in capo della Marina Russa, Vladimir Vykotsky, “sono stati schierati alla ricerca della nave scomparsa”. Da questo colossale spiegamento di forze è già possibile intuire l’importanza della posta in gioco. Fonti dell’FSB (il Servizio di Sicurezza Federale della Russia) e del GRU (il servizio informazioni delle forze armate russe) temevano che dietro l’assalto vi fosse il progetto di organizzare un non meglio precisato attentato “false flag” in territorio statunitense, simile a quello dell’11 settembre 2009, di cui incolpare – probabilmente – l’Iran per giustificare un attacco militare contro la Repubblica Islamica. Se queste fonti fossero attendibili (sottolineo il “se”, perché la prudenza, in questi casi, non è mai troppa) l’attacco sarebbe dovuto avvenire il prossimo 22 settembre. Non è difficile immaginare quali servizi segreti e quale paese stiano dietro il dirottamento della Arctic Sea. E’ certo antisemita, ma non difficile.
Fortunatamente i piani dello stato “più democratico del Medio Oriente”, per questa volta, sono andati a monte. Un’azione congiunta delle forze navali russe e americane, avvenuta il 17 agosto, è riuscita a recuperare la Arctic Sea, arrestando i membri del commando di dirottatori, i quali sono stati definiti dal Ministro della Difesa russo, Anatoly Serdyukov, come “terroristi della CIA” in possesso di falsi passaporti russi, estoni e lettoni. L’appartenenza dei dirottatori alla CIA non deve certo far pensare che il coinvolgimento di Israele nell’operazione sia minore. Scrive l’autore del sito www.whatdoesitmean.com, che si firma con lo pseudonimo di Sorcha Faal:
“Una cosa poco nota al pubblico americano, ma risaputa nel resto del mondo, è che la Central Intelligence Agency (CIA) è attualmente prossima al ‘caos totale’, visto che né l’amministrazione Obama, né i settori delle forze armate USA leali al nuovo presidente, riescono a tenere sotto controllo quegli ‘elementi deviati’ che in passato hanno lavorato in stretta collaborazione con l’intelligence pakistana (ISI) e l’Istituto Israeliano per l’Intelligence e le Operazioni Speciali (Mossad) per creare una propria organizzazione terroristica più conosciuta con il nome di Al Qaeda”.
Dopo il recupero della Arctic Sea e l’arresto dei dirottatori, il presidente israeliano Netanyahu si è precipitato quindi a Mosca, furibondo, in quella che viene definita da fonti del Ministero degli Esteri russo come “un’infrazione senza precedenti ai protocolli internazionali”. Netanyahu ha cercato in tutti i modi di tenere segreto il proprio “blitz” a Mosca: il viaggio è stato compiuto lunedì 7 settembre con un jet privato israeliano ufficialmente diretto a Tbilisi, in Georgia, il quale però, non appena giunto nello spazio aereo russo, ha richiesto un “permesso urgente” per atterrare nella base aerea moscovita di Kubinka. Qui Netanyahu è stato ricevuto da alcuni allibiti ufficiali dell’FSB, nonché da rappresentanti diplomatici russi e israeliani, convocati d’urgenza. Nonostante le cautele, la notizia della spedizione di Netanyahu è trapelata sulla stampa israeliana: lo Yediot Achronot ha parlato della repentina spedizione del primo ministro, nonostante le fonti ufficiali continuassero a sostenere che l’improvvisa sparizione di Netanyahu il 7 settembre era dovuta alla sua presenza in una “installazione di sicurezza israeliana”. Il quotidiano Ha’aretz ha citato un “alto funzionario di Gerusalemme”, il quale avrebbe confermato la visita di Netanyahu a Mosca in compagnia di Meir Kalifi, ministro per gli Affari Militari e Uzi Arad, consigliere per la Sicurezza Nazionale d’Israele (quest’ultimo implicato in operazioni di spionaggio su suolo americano a favore d’Israele, attraverso l’organizzazione israelo-americana nota come AIPAC). Ha’aretz scrive anche che il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, e il Ministro della Difesa, Ehud Barak, erano stati informati del viaggio, ma avevano ricevuto l’ordine di non diffondere la notizia.
Secondo fonti ufficiose, l’incontro fra Netanyahu e le autorità russe sarebbe stato a dir poco tempestoso. Netanyahu avrebbe richiesto, “furente”, la “restituzione immediata di tutti i documenti, l’equipaggiamento e gli agenti del Mossad” catturati nel corso dell’operazione russo-americana per liberare la Arctic Sea. Di fronte al rifiuto di Medvedev – il quale avrebbe anche minacciato ritorsioni contro Israele in caso di attacco contro l’Iran - avrebbe replicato con frasi come: “Israele è pronto a trascinare il mondo intero nell’abisso insieme a sé, se sarà necessario”, “la Russia deve guardarsi le spalle” e “non siate sorpresi quando i funghi atomici inizieranno a comparire su Teheran”.
Di sicuro sembra che il rifiuto di Medvedev sia costato caro alla Russia. E questa è l anovità rispetto alle informazioni date nel post di ieri. Dopo l’azione di recupero della Arctic Sea, il territorio russo è stato funestato da una serie di attacchi terroristici che hanno provocato finora un centinaio di morti. Il 17 agosto (lo stesso giorno del ritrovamento e della liberazione della Arctic Sea e del suo equipaggio) un attentato alla centrale idroelettrica di Sayano-Shushenskaya ha provocato una disastrosa inondazione con almeno 75 vittime; il 12 settembre un “attentatore ceceno” si è fatto esplodere presso una stazione di polizia a Grozny, provocando la morte di due agenti e il ferimento di almeno altre tre persone. Ma l’incidente politicamente più grave è stato l’attacco alla base aerea di Tambov, di cui avevamo riportato ieri l'episodio, in cui sono conservati alcuni dei documenti segreti più importanti dell’intelligence russo. Un “commando” non meglio precisato ha attaccato la base la notte del 13 settembre, prendendo di mira simultaneamente 3 torrette di guardia poste a protezione del bunker sotterraneo e uccidendo 3 guardie Spetsnaz (Forze Speciali) del GRU e due ufficiali. In meno di 15 minuti i membri del commando sono riusciti a penetrare nell’installazione, disattivare il sistema antincendio e attaccare il bunker in cui erano contenuti i file segreti con ordigni incendiari. Secondo alcune fonti, nella base sarebbero stati conservati i file russi riguardanti gli eventi dell’11 settembre 2001. L’agenzia di stampa RIA Novosti riferisce:
“L’incendio scoppiato presso la sede del Direttorato dell’Intelligence Russa è avvenuto durante la notte e ha riguardato un’area di 400 metri quadri. Due ufficiali e tre militari sono rimasti uccisi. L’incendio ha gravemente danneggiato un’unità segreta in cui sono conservati documenti di particolare importanza governativa, ha riferito una fonte, aggiungendo che il Ministro della Difesa russo ha ordinato al proprio primo funzionario, Col. Gen. Alexander Kolmakov, di recarsi sul sito. “I danni sono definiti ‘molto gravi’”, ha aggiunto la fonte”.

Questa ondata di attacchi terroristici, che ha fatto seguito all’inaudita alleanza russo-statunitense per sventare un piano dell’intelligence israeliana, sembra aver generato un ulteriore avvicinamento tra le autorità di Washington e quelle di Mosca. E’ del 16 settembre la notizia di un colloquio tra Putin, Obama e il primo ministro canadese Harper, volto a fronteggiare una “emergenza senza precedenti” generata da una politica israeliana “finita totalmente fuori controllo”. La riunione è stata convocata dopo che Israele aveva interrotto tutti i negoziati con l’inviato di Obama, George Mitchell, a seguito della pubblicazione del già citato rapporto di Richard Goldstone sui crimini commessi da Israele durante l’operazione Piombo Fuso. La situazione è stata resa ancora più preoccupante dalle "dichiarazioni rilasciate alla Reuters dall’ex ministro della difesa israeliano Ephraim Sneh (alleato del leader dell’opposizione israeliana, Tzipi Livni, che Netanyahu ha sconfitto alle scorse elezioni) secondo il quale sarebbe imminente un attacco di Israele alle installazioni nucleari iraniane nel caso in cui Stati Uniti ed Europa non si decidessero ad inasprire le sanzioni contro la Repubblica Islamica.
E’ nel corso di questi colloqui che Obama ha acconsentito, a sorpresa, a rinunciare allo “scudo” missilistico che, nelle intenzioni dell’amministrazione Bush-Cheney, avrebbe dovuto essere posizionato in Polonia e Repubblica Ceca allo scopo di “circondare” la Russia. Putin, dal canto suo, ha dichiarato di rinunciare al progetto di una nuova supervaluta che avrebbe dovuto sostituire il dollaro negli scambi internazionali, riposizionando le proprie richieste sulla domanda di una pluralità di valute accanto al dollaro. Putin – per mezzo del Ministro delle Finanze russo, Alexei Kudrin - ha inoltre rinunciato alla causa da 22 miliardi di dollari intentata alla Bank of New York, di proprietà della famiglia Mellon, accontentandosi di una cifra simbolica per le “spese processuali”, pari a 14 milioni di dollari. La causa contro la Bank of New York, se condotta a buon fine, avrebbe creato ulteriori difficoltà alla già traballante politica economica del presidente americano.
Come si vede, i colloqui russo-americani hanno dato luogo a risultati di notevole rilievo in tempi brevissimi, il che non può non far pensare ad un’alleanza tattica o strategica per fronteggiare una minaccia comune. Un diplomatico russo che ha voluto restare anonimo avrebbe dichiarato:
“Mai nel corso della storia avevo visto così tante e profonde divergenze tra noi e gli americani appianarsi in un tempo così breve... e di questo dobbiamo ringraziare Israele”.
Se davvero (ma lo si prenda con tutte le cautele possibili) dietro questi accordi ci fosse la necessità di fare fronte comune contro una politica israeliana finita fuori controllo, staremmo senz’altro assistendo al più rivoluzionario rivolgimento di politica internazionale degli ultimi 40 anni. In ogni caso se l’idea di un Obama “salvatore del mondo” continua ad essere sciocca ed ingenua, penso che anche quella di un Obama mero “continuatore” del progetto neocon con mezzi più subdoli sia da mettere definitivamente in soffitta di fronte a questi avvenimenti. A meno che, naturalmente, la progettualità fraudolenta dei padroni del mondo non si muova per strade così tortuose ed astute da rendersi irriconoscibile anche all’analisi più disincantata. In ogni caso Israele da oggi in poi è diventato il problema principale della Diplomazia Internazionale.

P.S. Ad integrazione di quanto riferito sui preparativi della squadriglia Sukhoi 37 indicata ieri, si aggiunga che i russi hanno ottemperato al contatto di fornitura dei temibili missili terra aria S-300 passati attraverso la città di Tabriz e che gli Iraniani avevano pagato in anticipo. Oltre agli equipaggiamenti, hanno fornito anche personale tecnico e "consiglieri" militari per utilizzare al meglio tali armi, La furia Israeliana ha fatto cadere ogni remora dalle parti del Cremlino.

martedì 22 settembre 2009

Alta Tensione e Montagne Russe

Qualcosa di molto importante sembra sia accaduto e che stia accadendo, “sotto il tappeto”, in preparazione e in connessione con la decisione di Obama di rinunciare al sistema missilistico in Europa. Decisione devastante sopratutto per i piani israeliani. La motivazione usata da Obama, infatti, si basa sulla valutazione congiunta delle agenzie americane, dei servizi segreti, che l’Iran non possiede, né potrà possedere in un futuro prevedibile, né l’arma atomica, né la capacità di costruire vettori capaci di portarla a destinazione negli Stati Uniti -era ora che qualcuno dicesse la verità. E’ noto che, al contrario, Israele considera se stesso come l'unico paese in grado di avere il nucleare nella regione ( sia civile che militare) e che è intenzionata a stroncarla, a qualunque costo, e in qualunque modo.
La scelta di Obama, nel filone della nuova distensione con Mosca e contro la politica "First Nuke" di Bush che prevedeva l'uso delle basi in Cechia e Polonia per annientare a terra la controreazione nucleare Russa in risposta ad un attacco nucleare Usa, è dunque, al tempo stesso, una presa di distanza dalla leadership di Israele e della politica "guerrafondaia" di Bush. Una svolta senza precedenti per gli Stati Uniti d’America, visti i problemi che sta affrontando. Questa è la premessa necessaria per inquadrare gli eventi accaduti. La materia scotta, in tutti i sensi.
In tutto questo centra la misteriosa storia della Arctic Sea, la nave battente bandiera maltese ma con equipaggio russo di 13 persone, sparita il 28 luglio scorso, assaltata da strani “pirati” al largo delle coste portoghesi, nell’Atlantico. Inoltre il14 settembre scorso tutti i media russi e il New York Times danno notizia di un gravissimo incidente nella base militare di Tambov, circa 400 chilometri a sud-est di Mosca citando fonti dei servizi russi. Il New York Times informa che “cruciali documenti segreti possono essere stati distrutti dal fuoco” in un incidente in cui hanno perso la vita ben cinque ufficiali di guardia. L’edificio appartiene “ai servizi segreti” e ospitava “documenti segreti di speciale importanza” per la sicurezza nazionale della Russia. “L’incendio – proseguiva il dispaccio della Reuters – ha seriamente colpito la zona segreta dell’edificio”, investendo “circa 400 metri quadri”. Il vice ministro della difesa, colonnello-generale Aleksander Kolmakov, accorre sul posto insieme ad alti ufficiali dei servizi segreti. Il tutto sarebbe accaduto alle 10 del mattino del giorno precedente, domenica 13 settembre.
Ci sono disponibili però informazioni da parte di personaggi che dispongono di discreti e provati contati con l'intelligence russo, che sembra con questa uscita di notizie veritiere, dare dei messaggi obliqui ai loro veri destinatari: gli Israeliani, della serie "Sappiamo quello che state facendo e lo faremo sapere al mondo". Da queste fonti emergono cose sconcertanti. L’incendio non sarebbe stato un incidente. Si sarebbe trattato di un attacco di commandos contro “i bunker che ospitano la Direzione Generale dell’Intelligence russa”. Non viene detto da quali commandos, ma si capisce che si tratta di un lavoro di alta specializzazione che , “in meno di 15 minuti”, sarebbero stati in grado di “ penetrare nel perimetro di sicurezza, disattivare i sistemi antincendio e attaccare il bunker dei documenti con armi incendiarie”. Molte domande sorgono al riguardo.
L’8 settembre il Jerusalem Post scrive che il premier Netanyahu è sparito verso destinazione ignota. Il 9 un altro giornale israeliano precisa una notizia sensazionale: Netanyahu è volato segretamente a Mosca a bordo di un aereo privato. Netanyahu si sarebbe precipitato a Mosca, senza neppure preavvertire il governo russo, per chiedere “l’immediata restituzione” di “tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad catturati dai commando russi e americani” che avevano ripreso il controllo della Arctic Sea dopo che un commando composto da israeliani e agenti fuori controllo (“rogue agents” dicono le fonti) della CIA aveva assaltato la nave, impadronendosene per diverse ore, forse giorni.
La fonte dell’FSB ( servizio segreto russo, nda) che racconta la vicenda aggiunge particolari interessanti e anche molto precisi. Nella Direzione Generale dell’FSB di Tambov vi sarebbero stati “tutti i files operativi” compilati dall’FSB, concernenti la famosa Blackwater, la corporation privata cui Bush e Cheney affidarono importanti incarichi di sicurezza in Irak e non soltanto, e cui la Cia (come risulta ora dall’inchiesta aperta negli Stati Uniti), commissionò l’incarico degli assassini mirati per liquidare i leader e i militanti di rilievo di Al Qaeda. Che i servizi segreti russi tenessero e tengano sotto osservazione questa attività è del tutto logico. Sarebbe illogico pensare il contrario. Resta da capire cosa e come possano avere scoperto.
Torniamo dunque al suo viaggio segreto a Mosca. Il 10 settembre il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov dichiara che Mosca non ha violato nessuna delle regole internazionali del commercio di armi e che ha fornito all’Iran, in passato, solo “armi rigorosamente difensive”. Nel frattempo fonti israeliane, subito riprese da diversi giornali occidentali e anche russi, diffondono l’informazione secondo cui, a bordo della Arctic Sea ci sarebbe stato non un carico di legnami preziosi, ma un carico di missili S-300 destinati all’Iran. Gli S-300 sono missili anti-missile, cioè arma difensiva. Tipica disinformazione israeliana, come quella che racconta di una eventuale guerra di potere tra Merdvedev e Putin. Basta guardare le carte geografiche. La Russia avrebbe mandato in giro, lungo una rotta lunghissima, un carico delicatissimo, esponendo la sua merce a ogni rischio, senza poterla tenere sotto controllo. Mosca può inviare in Iran ciò che vuole attraverso il Mar Caspio, su cui si affacciano i suoi porti e quelli iraniani. Dunque notizia palesemente falsa. Sicuramente il carico della Arctic Sea era molto importante, ma non era quello che dicono gli israeliani. E non era diretto all’Iran ma – ecco la novità delle fonti -“agli Stati Uniti”.
Ora si capisce del perché all’operazione di ricupero della Arctic Sea avrebbero preso parte anche gli Stati Uniti, con uomini e, soprattutto, informazioni sulla localizzazione della nave. Secondo la ricostruzione citata la Marina Militare russa, con il concorso di unità della marina finlandese e dei servizi americani, avrebbe prelevato tre missili, dotati di testata nucleare, dopo averli recuperati dal relitto del Kursk, il sommergibile nucleare affondato nel 2001 in circostanze misteriose nell’Artico. Tragedia nella quale persero la vita 118 marinai e ufficiali russi. All’epoca i russi avevano incaricato del recupero dei cadaveri del Kursk due compagnie danesi, la Mammoet e la Smit International, ma senza il permesso di toccare i missili. Si trattava di missili nucleari tattici P-700 Granit, in grado di affondare navi di grandi dimensioni, per esempio portaerei. Secondo fonti della intelligence militare russa, il GRU, i missili sarebbero stati caricati sulla Arctic Sea, e diretti verso gli Stati Uniti per essere affidati alla US Nuclear Security Administration che ne doveva curare lo smantellamento nell’impianto Pantex, in Texas. Il tutto in base agli accordi di disarmo dello START 2.
La Arctic Sea, con un carico ben più importante del legname, viene attaccata da “commandos non identificati” . Ovvio che non si tratta di comuni pirati (in Europa per giunta) sopratutto per le modalità dell'operazione. Qui ci sono in campo servizi segreti potenti ed efficienti, in grado di mettersi di traverso niente meno che a un’operazione congiunta russo-americana. Mosca reagisce con veemenza inusitata. Il comandante in capo della Marina, Vladimirr Visotskij dichiara pubblicamente che “tutte le navi e i natanti della marina russa nell’Atlantico sono stati inviati alla ricerca della nave sparita”. Il 18 agosto il ministro della difesa russo, Anatolij Serdiukov annuncia che le forze navali russe, “in cooperazione con il Comando Spaziale della Marina USA” hanno “ripreso possesso” della Arctic Sea. Fonti anonime dei servizi russi parlano di “terroristi della CIA con falsi passaporti estoni, lettoni, e russi. C’è un’altra fonte, non anonima, russa, che racconta altre cose. Si tratta di Mikhail Voitenko, direttore di una rivista specializzata in incidenti marittimi, la Sovfracht, il quale fa sapere che la Arctic Sea non era una qualunque nave da trasporto, ma era dotata dei più moderni mezzi di localizzazione e di comunicazione. Per giunta, al momento dell’assalto dei “pirati”, la nave si sarebbe trovata in acque dove “perfino i cellulari funzionavano”. Perché non ci fu allarme subito? Il mistero s’infittisce. Mikhail Voitenko, dopo avere troppo parlato, scappa in Turchia e dichiara di essere sotto grave minaccia di vita.
Qui dobbiamo tornare a Netanyahu perché il sito sopra citato mette direttamente in relazione i servizi segreti israeliani con la vicenda della Arctic Sea. Vediamo come. Fonti questa volta del ministero degli esteri russo rivelano che l’aereo privato su cui viaggiava Netanyahu aveva un piano di volo che prevedeva l’atterraggio a Tbilisi, Georgia ma che (l’episodio deve essere avvenuto tra l’8 e il 9 settembre) all’improvviso, in vicinanza dello spazio aereo russo, il pilota chiede “urgentemente” di poter atterrare a Mosca, specificando che ha a bordo il primo ministro israeliano Netanyahu. Il permesso è accordato e l’aereo atterra nella base militare di Kubinka, non lontano dalla capitale.
All’aeroporto di Kubinka arriva in tutta fretta il presidente russo Dmitrij Medvedev, che incontra non solo un Netanyahu furibondo ma un’intera delegazione israeliana, composta dal generale Meir Kalifi, ministro per gli Affari Militari e Uzi Arad, consigliere per la Sicurezza Nazionale d’Israele. La richiesta, perentoria, a Medvedev è “un’immediata restituzione di tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad” catturati dai russi e dagli americani a bordo della Arctic Sea. A quanto pare Medvedev, già irritato per il mancato preavviso, per la insolita procedura, e per i toni degli ospiti, replica che “l’investigazione è in corso” e che “la Russia non è pronta a dare alcuna prova a nessuno”. Uno degli argomenti in questione di cui si è parlato, per altro probabilmente, sarebbe stata una richiesta di chiarimento circa le armi che la Russia starebbe fornendo all’Iran. Il tutto in connessione con un possibile attacco israeliano sulle installazioni nucleari iraniane. Sembra che Netanyahu abbia pronunciato frasi di incredibile gravità, del tipo che “la Russia dovrebbe pararsi il sedere” e non essere sorpresa quando “nubi a forma di fungo cominceranno ad apparire sopra Teheran”.
La reazione di Medvedev non viene riferita, forse per decenza. Ma sia Medvedev che Putin in quei giorni, hanno ripetutamente ribadito l’inaccettabilità di ogni azione di forza contro l’Iran e la necessità di uno sviluppo della via negoziale. Non sarà inutile qui ricordare chi era uno dei due accompagnatori di Netanyahu a Mosca, Uri Arad. L’attuale Segretario alla Sicurezza Nazionale di Israele è persona non grata negli Stati Uniti da quando risultò, nel 2006, che era direttamente implicato nel cosiddetto AIPAC Espionage Scandal (AIPAC sta per American Israeli Public Affair Committee). In quel processo, largamente coperto dalla stampa americana, emerse che importanti documenti della politica americana verso l’Iran venivano passati a Israele, attraverso l’AIPAC e personalmente Uri Arad, da un funzionario del Dipartimento della Difesa, Lawrence Franklin. Questi fu condannato a 13 anni per spionaggio a favore di uno stato straniero; condanna poi tramutata in 10 mesi di arresti domiciliari. Ebbene, viene riferito che Uri Arad fu protagonista di uno scandalo aggiuntivo quando Hillary Clinton incontrò Netanyahu a Gerusalemme. Hillary e i suoi consiglieri furono sconcertati di vedere Arad al fianco di Netanyahu e, per evitare un incidente diplomatico, proposero che all’incontro assistessero solo tre persone per parte. Netanyahu non fece una piega e chiese all’ambasciatore israeliano a Washington, Sallai Meridor, di allontanarsi, e tenne con sé Uri Arad. Meridor si dimise qualche giorno dopo e un portavoce di Netanyahu spiegò in seguito che la presenza di Arad era “indispensabile per la questione iraniana”. Quanto fosse indispensabile lo dimostra la posizione di Arad in materia: “massima deterrenza”, nel senso che Israele “deve minacciare e colpire ogni e qualsiasi cosa abbia importanza in merito”, a cominciare “dai leader” per finire “ai luoghi sacri”. Cosa ci sia di vero nelle rivelazioni (guidate dai servizi segreti militari russi) secondo cui tra i files distrutti a Tambov c’erano anche quelli che “confermavano” le accuse contro i servizi segreti USA e israeliani, formulate dal generale Mirza Aslam Beg, ex capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, secondo cui “mercenari privati” della Blackwater (ora rinominata Xe) sarebbero stati “gli organizzatori degli attentati contro l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri e contro Benazir Bhutto” è ancora da verificare, ma è nello stile dell'FSB rispondere con notizie vere per distruggere il castello di propaganda "nemico" quando diventa troppo costoso e/o pericoloso
In ogni caso, si può dire con certezza che il viaggio di Netanyahu a Mosca c’è stato e una cosa del genere si fa soltanto se sono in gioco eventi drammatici. Si capisce che Netanyhau aveva una gran fretta, una settimana prima che Obama annunciasse che l’Iran non costituisce, al momento, una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Resta da capire qual’era lo scopo dell’assalto alla Arctic Sea e come mai i servizi segreti israeliani si sono esposti così apertamente in una operazione ostile nei confronti di Stati Uniti e Russia. Una delle ipotesi che paventa il GRU (servizio militare russo) è la possibilità che tali armi sarebbero state utilizzate in "attacchi terroristici" in USA stile False Flag per costringere gli usa ad un attacco nucleare congiunto contro l'Iran ed incolpare o tenere sotto scacco la Russia per aver "fornito armi nucleari ai terroristi".
E resta comunque da investigare l’assalto alla base segreta russa di Tambov, solo cinque giorni dopo il burrascoso incontro di Kubinka. Sta di fatto che dopo tale episodio, sono stati accelerati i preparativi per predisporre le squadriglie di attacco dei Sukhoi 37 dotati di sistema antiradar da trasferire in Siria, di cui abbiamo parlato a gennaio. In ogni caso si tratto di scenari ad alta tensione per il presente ed il prossimo futuro. Prepariamoci per una prospettiva da "Montagne Russe".

lunedì 21 settembre 2009

Il delirio del povero Berlusca

Da Massimo fini riceviamo e volentieri pubblichiamo

«Sono il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto nei 150 anni della sua storia». Per quanto scavi nel passato, recente e remoto, non ricordo qualcuno che si sia espresso in questi termini su sè stesso. Nessun regista, per quanto sommo, Ingmar Bergman o Federico Fellini o Orson Welles, ha mai detto di sè: «Sono il migliore fra tutti quelli che si sono cimentati con la macchina da presa». Nessun attore, sia pur straordinario, un Lawrence Olivier, un Vittorio Gasmann, un Dirk Bogarde, ha mai osato affermare: «Sono il meglio fico del bigoncio». Nessun atleta, si chiamasse Fausto Coppi o Pelè, si è mai dichiarato il primo in assoluto. Nemmeno Maradona, che pure era un po’ “svitato”. Neanche Rudy Nureyev, che era un narciso per temperamento e professione, ha mai detto: «Sono il più grande ballerino di tutti i tempi». E lo era. Forse solo Carmelo Bene ha detto qualcosa del genere, ma in termini ironici e autoironici («Sono apparso alla Madonna»). Invece nelle affermazioni di Berlusconi e in tutto il suo atteggiamento non c’è mai un briciolo di ironia e, tantomeno, di autoironia. Si prende sempre e tremendamente sul serio. Come quelli che in manicomio credono di essere Gesù Cristo. Questo delirio di onnipotenza maschera in realtà, come sempre, un proporzionale e irrisolto “inferiority complex”. Se uno è davvero convinto di essere il migliore, non ha bisogno di affermarlo, ci sono i fatti a dimostrarlo. Da che cosa gli derivi questo complesso di inferiorità è impossibile dire. Ci vorrebbe un analista. Un plotone di analisti.
A me Berlusconi, come uomo, per certi versi fa anche tenerezza. Neanche diventare padrone del mondo placherebbe questa sua ansia, questo bisogno inesausto di conferme. Se non gliele danno gli altri, sente l’urgenza di darsele da solo. Per dirla con le parole di una canzone di Sergio Endrigo, gli “manca sempre una lira per fare un milione”. E, per la verità, in questa sua ossessione non gli si può dare tutti i torti.
Nonostante nella sua vita abbia fatto cose notevoli (e lasciamo perdere, per una volta, i mezzi molto discutibili che ha usato per affermarsi, anche perché migliaia di altri si sono serviti degli stessi mezzi ma non hanno avuto la sua riuscita), non è stato mai preso veramente sul serio. È stato un grande imprenditore, nel settore immobiliare e dei media, ma non è mai entrato nel “salotto buono”. Stefania Craxi mi ha raccontato che una volta suo padre e Berlusconi andarono a trovare Gianni Agnelli nella sua villa di Saint Moritz. Agnelli ricevette Bettino, ma fece attendere due ore Berlusconi in anticamera. Come politico ha successo in Italia, ma il resto del mondo, dall’Europa agli Stati Uniti al Giappone, ride di lui. Per farsi notare nei meeting internazionali ha bisogno di ricorrere a scherzi infantili, da “asilo Mariuccia”. I suoi colleghi lo sopportano perché non possono far altro, per “dovere istituzionale” per dirla con Zapatero. Io credo che Silvio Berlusconi abbia perso una formidabile occasione per diventare un grande uomo di Stato. Aveva tutto: esperienza, ricchezza personale, una batteria di media a disposizione, un consenso fortissimo e un’opposizione ridicola. Era considerato, e con buone ragioni, “l’uomo della Provvidenza”. Solo Benito Mussolini si è trovato con un potere altrettanto forte in mano. Ma mentre Mussolini aveva in testa un’idea di Stato e di Nazione che realizzò con coerenza e ha fatto buone cose (l’Iri, la creazione di una burocrazia efficiente, le bonifiche, per spulciarne solo alcune) prima che la sconfitta bellica liquidasse il fascismo, Berlusconi è su piazza da quindici anni, 2500 giorni li ha passati come capo del governo gli altri come capo indiscusso dell’opposizione, ma sfido chiunque a dire che in questo periodo l’Italia sia migliorata di un ette. La sola cosa che è riuscito a fare è spaccare il Paese in due. E adesso sta venendo in uggia anche ai suoi alleati e a parte dei suoi seguaci.
Penso che sia stato proprio il suo debordante narcisismo a perderlo. E di lui, oggi, si potrebbe dire, malinconicamente, quello che Leone Trotzkij, in un famoso discorso, disse dei menscevichi: “Avete sprecato la vostra parte, ritornate nella spazzatura della Storia”.

Massimo Fini

domenica 20 settembre 2009

Nelle mani della Guinness

Nel giro di tre settimane L’Irlanda terrà nelle sue mani, per un momento, il futuro dell’ Europa. Attraverso una stranezza della costituzione irlandese, il 2 Ottobre la Repubblica d’Irlanda sarà l’unica nazione a pronunciarsi per la seconda volta su un trattato che punta a rinnovare il funzionamento dell’Unione Europea con il suo mezzo miliardo di abitanti, attraverso un referendum popolare. Gli irlandesi hanno tra l’altro ostacolato i piani degli inquilini dell’ European Quarter di Bruxelles già in precedenti occasioni, la più recente delle quali è stata quando hanno votato contro il trattato di Lisbona lo scorso anno.
Allora, l’establishment di Bruxelles diede la colpa della sconfitta sopratutto ad un uomo. Il suo nome è Declan Ganley. Egli è stato una delle forze portanti dietro la campagna per il No la volta scorsa, e adesso è tornato alla carica.
Mr. Ganley ha rilasciato un'itervista interessante.
“Ciò che è profondamente anti-democratico è il calpestare la democrazia stessa... Il popolo irlandese ha già avuto la possibilità di votare sul Trattato di Lisbona, e il suo responso è stato No. Il No ha avuto in effetti una percentuale più alta di quanta non ne abbia avuta Obama negli Stati Uniti d’America: eppure nessuno si è sognato di chiedergli di indire nuove elezioni il mese successivo. Eppure a noi – dopo solo 15 mesi ci è stato chiesto di votare di nuovo, e sullo stesso Trattato”. Batte le dita sul tavolo per enfatizzare queste parole: “Non una virgola è stata cambiata di quel documento”. Ma l’offesa alla democrazia è più grave, secondo Ganley, che non il semplice chiedere agli irlandesi di votare due volte – quello è stato già fatto con il Trattato di Nizza nel 2002. In questo caso, non sono solo le prerogative democratiche irlandesi ad essere violate, ma anche quelle olandesi e francesi, per citarne due.
Nel 2005, sia la Francia che l’Olanda hanno rifiutato la proposta di Costituzione Europea con due rispettivi referendum. Quello di Lisbona, sostiene Gantley, “è lo stesso Trattato”. Quali sono le prove delle sue affermazioni?. “Bene, prima di tutto, sono gli stessi redattori del documento a sostenerlo. Come ad esempio Giscard d’Estaing (ex Presidente della Repubblica Francese ). Egli lo ha chiamato 'lo stesso documento in un diverso involucro'. Ed essendo lui stato il presidente dell’Assemblea Costituente, credo ne debba sapere qualcosa”. Ma c’è di più . “Sul Trattato di Lisbona, egli ha anche dichiarato che la pubblica opinione sarà portata a subire, senza saperlo, delle politiche che nessuno oggi si sognerebbe di proporre pubblicamente. Tutte le precedenti proposte per la nuova Costituzione sono state inserite nel testo del Trattato di Lisbona, ma saranno nascoste o mascherate in qualche modo. Questo è ciò che ha detto Giscard d’Estaing, ed ha completamente ragione. Non c’è alcuna legge che si poteva fare con la Costituzione Europea e che invece non si può fare con il Trattato di Lisbona. Nessuna.” Così, nel tentativo di far passare con la forza il Trattato di Lisbona, l’Unione Europea sta anche di fatto nullificando la scelta democratica dell’elettorato francese e olandese. “Milioni di persone in Francia, cioè la maggioranza, ha votato no a questa Costituzione Europea. In Olanda, milioni di persone hanno fatto esattamente la stessa cosa. Quando agli irlandesi è stata fatta la stessa domanda, anche loro hanno risposto No. Tutte e tre le volte che questo documento è stato presentato direttamente all’elettorato è stato sempre bocciato dai cittadini.” Dal punto di vista di Ganley l’Irlanda è lungi dall’essere nella posizione di contrastare la volontà di centinaia di milioni di concittadini europei, ed ha anzi il dovere di rappresentare i risultati di quelle precedenti consultazioni. Approvare il Trattato sarebbe un tradimento nei confronti dei cittadini europei, in Francia e in Olanda – per non citare i milioni di altri che non hanno mai avuto la possibilità di votare nè sulla Costituzione nè sul Trattato di Lisbona.
Ganley parla con un tono di voce pacato anche quando, come in questa occasione, lancia delle vere e proprie bordate. “Perchè”, chiede, “quando i francesi hanno votato No, gli olandesi hanno votato No e gli irlandesi hanno votato no, continuano a propinarci la stessa ricetta? Qui non c’è da grattarsi la testa e con fare intellettuale chiedersi vagamente se c’è qualche oscura minaccia alla democrazia”. Aggiunge, senza alzare la voce: “questo è un chiaro disprezzo per la democrazia. É un atto anti-democratico allo stato puro... è una presa di posizione talmente audace da apparire inverosimile”. La natura della presa di posizione alla quale si riferisce Ganley merita qualche considerazione. Cosa esattamente non va nel Trattato di Lisbona? “Questo trattato è un prodotto di una serie di principi e di modi di governare l’Unione Europa che chiaramente non mostrano alcuna volontà o intenti democratici”, sostiene Ganley. “Potresti sentire discutere pacatamente, a tavola in alcuni quartieri di Bruxelles e altrove, del fatto che stiamo entrando in questa era post-democratica, che la democrazia non è un meccanismo perfetto o uno strumento adatto ad avere a che fare con le sfide globali eccetera eccetera eccetera. Questa idea dell’avvento di una forma di post-democrazia è pericolosa, è sconsiderata. E’ ingenua.” “Il Trattato di Lisbona, come già avvenne con la Costituzione Europea, mette in pratica l’idea di post-democrazia con una serie di provvedimenti concreti. Quello che colpisce maggiormente è l’articolo 48, più conosciuto con il suo nomignolo francese, la clausola passerelle. Essa sancisce che attraverso i dovuti accordi intergovernamentali, senza bisogno di chiedere il parere dei cittadini e in qualunque momento, si possono dare alle istituzioni europee maggiori poteri, nonchè apportare variazioni allo stesso documento del Trattato”, spiega Ganley. “Una volta approvata tale clausola, pensi che vorranno ancora consultare l’elettorato? Certo che no”. Se gli irlandesi voteranno si, in altre parole, il 2 Ottobre segnerà la data dell’ultima consultazione elettorale indetta per dire la propria sull’ UE. L’Irlanda avrà, a tutti gli effetti, dato via le ultime vestigia della democrazia diretta europea, non solo per se stessa, ma per l’intero continente.
La clausola passerelle non è la sola prova che il Trattato nasce da un modo di vedere post-democratico. “Un’altra cosa che produce il Trattato”, continua Ganley, “è la creazione di un suo proprio Presidente – il Presidente del Consiglio Europeo, chiamato più comunemente Presidente del’Unione Europea. “Questo Presidente”, fa notare Ganley, “rappresenterà l’Unione Europea a livello mondiale. Lui sarà una delle due persone che Henry Kissinger potrebbe telefonare, in risposta alla sua famosa domanda: “quando voglio parlare all’Europa, chi chiamo?” Ora avrebbe un numero di telefono, una voce che parla per l’Europa intera, perchè quella voce avrà la rappresentanza legale di 500 milioni di persone. L’altro personaggio che parlerebbe a nome dell’Europa è quello che si chiama un pò pomposamente l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza, che sarebbe il Ministro degli Esteri dell’Unione Europea. Per Ganley ciò va bene, ma c’è precisa: “si presume che loro parleranno per me, in quanto io sono un cittadino”, dice. “Ma io non vado a votare per questa gente. Quindi, chi gli dà il mandato, se non io, come cittadino, o te? Ah ecco: uno che non ha nulla a che fare con il nostro mandato popolare seleziona questi “rappresentanti” scegliendo nella sua stessa cerchia. Non avranno mai il problema di disputare pubblicamente le proprie idee. Non mi viene data nessuna scelta sul se voglio Tizio o Caio. Non sono rappresentato ma presentato dal mio presidente. L’eventuale vittoria del Si in Irlanda significherebbe che la futura espansione dei poteri dell’Unione Europea non sarà mai più rimessa al voto popolare, e sopratutto che gli europei non avranno mai la possibilità di eleggere i propri più alti rappresentanti”. E’ facile capire perchè Ganley non sia per niente benvisto a Bruxelles. Eppure, egli giura: “Io sono un convinto europeista. Non sono un euroscettico, in alcuna maniera o forma. Anzi credo che l’unico modo per andare avanti per l’Europa sia quello di rimanere unita”. Ma ha tuttavia paura che l’Europa, così come è costituita oggi, stia preparandosi verso la caduta. “Sono certo di una cosa”, dice. “Se il progetto europeo non sarà basato su solide fondamenta democratiche e responsabili, nonchè trasparenti nel suo governo, è un progetto che inevitabilmente fallirà. Ed è un progetto troppo prezioso per lasciarlo fallire, è costato così tanto in termini di sangue e ricchezze nazionali, che bisogna a tutti i costi evitare di creare le condizioni affinchè esso fallisca”.
L’intera dinamica politica all’interno dell’Unione Europea, sostiene Ganley, è superata. “Parlare solamente di euroscettici ed europeisti non fa altro che l’interesse dei mandarini a Bruxelles, in quanto non ammette l’esistenza di una opposizione leale o di un dissenso costruttivo”. Ma un’opposizione leale è proprio ciò che Ganley ha in mente di creare. “Ciò che io dico fin dall’inizo della campagna sul Trattato di Lisbona manda in tilt queste persone a Bruxelles”. “Semplicemente non riescono a processare questi concetti, in quanto non riescono a farmi rientrare nella definizione di "euroscettico". “La loro mentalità”, continua, “è quella di amico-nemico, eppure io” e, puntando il sito verso se stesso “sono un amico, anzi un vero amico, perchè ti sto dicendo la verità. Ti sto dicendo che abbiamo un problema e che dobbiamo risolverlo”. Poi aggiunge, riferendosi all’ establishment europeista di Bruxelles: “ho delle novità per loro. Questo piccolo cittadino europeo, insieme a milioni di altri in Francia, in Olanda e in Irlanda, gli ha detto qualcosa di molto chiaro. Ora loro possono ignorarlo e andare avanti per la propria strada, oppure ascoltare la gente, coinvolgerla, e continuare con loro”.
Invece di un immenso Trattato quasi illegibile che rimarrà a prendere polvere nei palazzi di Bruxelles, Ganley vorrebbe vedere un documento leggibile di 25 pagine, che preveda l’elezione diretta del Presidente dell’ Unione Europea, nonchè maggiore trasparenza nel processo decisionale e una voce più forte per i cittadini europei. “Dobbiamo chiedere di più ai cittadini”, sostiene, ma allo stesso modo “dobbiamo dare fiducia ai cittadini. Loro parlano di questo deficit democratico. Ma la lacuna più importante in questo momento in Europa è il deficit di fiducia, e la maggiore perdita di fiducia è stata tra quelli che governano e i cittadini, non il contrario. Cosa disse Bertolt Brecht? Che “il popolo ha perso la fiducia del proprio governo”? Questa è l’identica mentalità. Inoltre, nonostante tutti questi discorsi sulla democrazia e sui principi, i cittadini irlandesi hanno anche i loro problemi a casa da considerare. C’è stato molto dibattito sulla possibilità che la vittoria del No potrebbe danneggiare l’economia irlandese. E un buon numero di grosse multinazionali operanti in Irlanda hanno esplicitamente chiesto di ratificare il Trattato. Davvero Ganley sta mettendo a rischio l’economia del suo paese facendo campagna per il No?
Egli nega ciò con enfasi. “Gli unici ad essere a rischio per il Trattato di Lisbona sono le elites di Bruxelles”, risponde. “La scorsa volta qualcuno disse che se avessimo votato No saremmo diventati lo zimbello dell’Europa, e invece a diventare lo zimbello d’Europa sono state proprio le elites di Bruxelles. Questo è ciò che ho visto nelle settimane seguenti il rifiuto irlandese del Trattato di Lisbona”. Continua : “Le uniche persone che rischiamo di infastidire sono un gruppetto di burocrati non eletti e ciò che io chiamo la tirannia della mediocrità che abbiamo oggi in Europa”. C’è di più, continua Ganley: “durante la storia gli irlandesi non hanno mai avuto paura di fare domande scomode e di ribellarsi per la propria libertà e la giustizia, contro oppositori molto più potenti. Sembra addirittura che provino piacere nella ribellione” Era più facile provarne piacere, tuttavia, quando l’Irlanda stava ancora godendo di un boom economico di proporzioni storiche. E’ possibile che stavolta gli irlandesi decideranno che è meno rischioso tenere la testa bassa e lasciarsi trasportare? Dal punto di vista di Ganley, ciò sarebbe equivalente ad arrendersi. Se l’Irlanda voterà Si, sostiene, “non avremo nulla in cambio eccetto che una pacca sulla spalla da qualche mandarino e qualche elogio sul nostro essere buoni europei. Ma davvero agiamo da buoni europei se diciamo Si a questo Trattato? Ganley è convinto del contrario. “Se questa domanda fosse chiesta ai cittadini europei, se vogliono questa costituzione, sappiamo con certezza che voterebbero No in massa”. “Eppure siamo quasi letteralmente presi in ostaggio, con un’arma puntata alla testa, da qualcuno che ci dice : se non firmi questo documento, succederanno delle cose spiacevoli. Ma ciò che ci stanno chiedendo è niente di meno che svendere il resto dei cittadini europei”.
L’intero progetto europeo – quello che lui sostiene e promuove – “deve essere basato sui cittadini”, dichiara Ganley. “Deve partire dal basso, e l’Unione Europea al momento è invece calata dall’alto: non ha l’appoggio della massa dei cittadini, non ha il loro coinvolgimento. Non sanno nemmeno cosa sta succedendo. Conduce i suoi affari letteralmente a porte chiuse, e ciò deve finire e deve finire adesso”. Se Ganley ha ragione, finirà fra tre settimane, in un piccolo paese chiamato Irlanda, nella periferia occidentale dell’Europa. In quel caso festeggeremo tutti con una bella Gunness

sabato 19 settembre 2009

Il peso del "Lodo"

Da Massimo Fini riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Giù, sempre più giù, sempre più in basso, verso la fogna. Nei giorni scorsi il dibattito politico-mediatico si è focalizzato su una questione di fondamentale importanza: la virilità del presidente del Consiglio. L’Unità, ripresa in modo un po’ più soft da Repubblica ed Espresso, ha scritto senza mezzi termini che il premier è impotente. Il Cavaliere ha proposto azione civile di danno chiedendo due milioni di risarcimento. La sinistra e il sindacato giornalisti hanno gridato all’intimidazione, all’attentato alla libertà di stampa.In linea di massima il premier ha tutto il diritto di chiamare in giudizio i responsabili di gravi offese personali che nulla hanno a che fare con la politica, anche se, per la verità, Berlusconi un po’ se la tira addosso perché gioca continuamente e narcisisticamente sul personale ed è arrivato a vantarsi della sua virilità anche in Parlamento. Però sull’esercizio di questo legittimo diritto pesa un "ma" che si chiama "Lodo Alfano". Sappiamo benissimo che questo inqualificabile "lodo", che lede il principio cardine della liberaldemocrazia, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, è stato varato per sottrarre Berlusconi al "processo Mills"; estremamente insidioso perché è stato lo stesso avvocato inglese a confessare, in una lettera al suo commercialista, di aver ricevuto 600 mila dollari da Berlusconi e infatti è stato condannato teste corrotto dal Tribunale di Milano che ha stabilito anche che Berlusconi è il corruttore pur non potendolo giudicare proprio in virtù del "Lodo Alfano". Berlusconi ha capito benissimo, fin dall’inizio, che con i tempi biblici della giustizia italiana la cosa migliore per cavarsela, se si è imputati in un processo, è allungarli ulteriormente. E per questo ha inzeppato il Codice di procedura penale di leggi che rendono il processo ancora più farraginoso. Il "Lodo Alfano" risponde a questa logica. Quando alla fine del suo mandato Berlusconi potrà finalmente essere trascinato in giudizio il processo, per quanto lo riguarda, dovrà ripartire dall’inizio. La prescrizione è assicurata. Ma naturalmente non poteva essere questa la motivazione ufficiale del "Lodo". La motivazione ufficiale è che un premier, che ha l’onere di guidare un Paese, non può perdere il suo tempo nei processi. Bene, ma se questo vale quando il premier è imputato, dovrebbe valere anche quando è parte lesa. Se perde la capacità passiva (non può essere portato in giudizio) dovrebbe perdere anche quella attiva (non può portare in giudizio altri). Ma messe le cose come le ha messe l’ineffabile "Lodo Alfano" Berlusconi può darmi del farabutto senza patire conseguenze, ma se io lo ripago della stessa moneta può trascinarmi in Tribunale. Il che aggrava ulteriormente la violazione del principio di uguaglianza perpetrata dal "Lodo Alfano".
Siccome la sinistra è cretina non ha rilevato questa incongruenza ma ha preferito gridare all’attentato alla libertà di stampa che in questo caso, diversamente da altri ("editti bulgari" e compagnia), non c’è perché il premier ha esercitato un suo diritto, sia pur reso dubbio dal "Lodo Alfano". Ma anche il Pdl non scherza. Da alcuni esponenti forzisti è stato sostenuto che il fatto che Berlusconi abbia agito in giudizio "dimostra che ha fiducia nella Magistratura". Ma stiamo scherzando? Sono quindici anni che Berlusconi personalmente, i suoi parlamentari, i suoi media conducono una costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura italiana. In terra di Spagna, da premier, Berlusconi dichiarò davanti a tutta la stampa internazionale, mentre Aznar lo tirava disperatamente per la giacca, che Mani Pulite, cioè inchieste e sentenze della magistratura del Paese che guidava, era stata "una guerra civile". Non c’è stata volta in cui lui o i suoi sodali sono stati raggiunti da un provvedimento giudiziario che non abbia gridato al "complotto" accusando i magistrati, senza degnarsi di fornire uno straccio di prova, del resto più grave che possano commettere nell’esercizio della loro funzione. Ancora quattro giorni fa ha dichiarato che le Procure di Milano e di Palermo "cospirano" contro di lui. E chi ha detto che "i magistrati sono antropologicamente dei pazzi"? Che un uomo del genere si appresti a varare la riforma del Codice penale fa venire i brividi.

Massimo Fini

venerdì 18 settembre 2009

Mike's Spot

E' inutile chiedersi cosa abbia fatto di tanto importante per il paese e per la collettività Mike Buongiorno da meritarsi i Funerali di Stato, e da essere compianto nel Duomo di Milano dal primo ministro e da una folla commossa di italiani. Lo sappiamo già: non ha fatto assolutamente nulla. Non è stato presidente della Repubblica, non ha ricoperto una delle massime cariche dello stato come Nilde Jotti, non ha inventato un sistema di telegrafia senza fili come Guglielmo Marconi, non ha combattuto la mafia come il generale Dalla Chiesa, non è morto eroicamente in Irak come Nicola Calipari, non ha prodotto opere d'arte memorabili come Giuseppe Verdi, Federico Fellini o Alberto Sordi. Non è stato vittima di attentati o calamità come i Caduti di Nassiriya, le vittime del terremoto d'Abruzzo o i morti dell'incidente ferroviario di Viareggio.
Ha solo lavorato per 50 anni in televisione facendo (bene o male non è qui in discussione) il suo mestiere di presentatore e poi di testimonial di noti marchi. Ha fatto, come tanti italiani longevi, il suo lavoro oltre l'età della pensione. Solo che lo ha fatto sugli schermi, così che il suo volto si è impresso tante volte sulle retine di tantissimi telespettatori. Per questo Mike Buongiorno viene definito un personaggio pubblico. Ma di pubblico c'è ben poco. Se qualcosa di "pubblico" c'è nella figura del presentatore d'Italia, esso non ha a che fare in nessun modo con la cosa pubblica e tanto meno con il bene pubblico. Ciò che qui viene chiamato "pubblico" è solo una parvenza di pubblico, che in realtà è privato, anzi privatissimo.
Privato è il luogo in cui i telespettatori nelle loro case sono stati irradiati per più di una generazioone dalla sua immagine dentro allo schermo. Privati sono gli interessi che reggono tutto ciò che ha fatto e per cui ha lavorato in questi 50 anni, dalle tv private ai marchi di cui è stato testimonial. Al massimo gli si può concedere di aver fatto agli inizi della sua carriera, quando ancora non c'erano tv private, dei programmi molto seguiti di quiz per la televisione pubblica - ma certo siamo all'ultimo gradino del bene pubblico. E il privato che il presentatore d'Italia ha servito per 50 anni è così potente che oggi se lo cucina anche da morto. In tv è passato in questi giorni uno spot post-mortem di Infostrada, con le immagini del suo testimonial scomparso e la scritta "Grazie Mike!". E' passato velocemente, in mezzo agli altri spot. Una pubblicità che contiene un manifesto funebre. Un manifesto funebre che in realtà è una pubblicità. In ogni caso una "interpenetrazione" agghiacciante, un'intrusione disgustosa - per chi conservi un po' di sensibilità non ancora narcotizzata dalla logica televisivo-pubblicitaria. Forse quei pochi secondi riescono a farci percepire chiaramente (quasi quanto il film "Videocracy") la vera natura di quel canale mediatico-pubblicitario che si sta mangiando la res pubblica. E cosa sia questa grande macchina di morte dal volto bonario, capace di mettere al lavoro persino l'estremo passaggio di un individuo.
Dopo di che, si può anche leggere il discorso di Berlusconi ai funerali del personaggio "pubblico" :
"… un paese ti ha riconosciuto con queste esequie di Stato il ruolo importante che hai svolto quando fosti la televisione e attraverso la televisione tu facesti nascere l'Italia, facesti unire tutti gli Italiani d'Italia. Hai interpretato un ruolo che resterà nella storia del nostro paese".Speriamo invece di no. Che questa forza feroce, privatissima e macabra che oggi si auto-celebra nel nome e nelle spoglie di Mike, e che si spaccia per pubblica, non resti. E che qualcosa d'altro rinasca.

giovedì 17 settembre 2009

Costi Umani della Guerra

Di solito ci viene offerta una visione della II Guerra Mondiale fatta soprattutto di scene di battaglie terrestri e navali: Stalingrado, El Alamein, Normandia, Midway hanno come protagonisti carri armati, aerei, corazzate o sottomarini. Ma se prendiamo in considerazione ciò che la guerra significò in termini di costi di vite umane, cifra che si aggira intorno a i 70 milioni, la storia cambia completamente. La prima cosa che sorprende è scoprire che il presunto conflitto mondiale fu soprattutto una guerra fra tedeschi e russi: dei 20 milioni di militari morti, 16 appartenevano agli eserciti russo e tedesCo, mentre i morti degli eserciti francese, inglese e americano, sommati fra loro, sono poco piu di un milione.
E ancora più importante notare che una delle caratteristiche che distinguono questa guerra da quelle che si produssero anteriormente nella Storia è il fatto che ci furono molti più morti civili che militari: per lo meno due ogni tre dei morti di guerra furono uomini, donne e bambini assassinati al margine di qualunque processo legale, annichiliti in campi di concentramento o di lavoro, o vittime della fame causata dal conflitto Le battaglie ci offrono spettacoli terribili: i 60.000 soldati tedeschi morti a Stalingrado e la distruzione prodotta a Kursk, la maggiore battaglia di tutti i tempi, alla quale parteciparono milioni di uomini, 13.000 carri armati e 12.000 aeroplani. Jrushchov che ritornò su quel campo alcuni giorni dopo , probabilmente ricorderà per tutta la vita le centinaia di carri armati che incominciavano ad ossidarsi sotto il sole dell'estate, dopo aver bruciato coi suoi equipaggi all'interno, e l'odore di morte che si spargeva dappertutto. O l'ultima gran battaglia della guerra, quella di Okinawa, dove morirono 70.000 soldati giapponesi e 12.000 nordamericani e dove persero la vita più di 100.000 degli abitanti dell'isola, accerchiati dal fuoco di entrambi gli schieramenti.
Due grandi carneficine.
E, senza dubbio, questi sono solo episodi minori paragonati con le due maggiori macellerie della guerra che furono l'olocausto nazista ed il meno conosciuto, ma non meno atroce, olocausto dei giapponesi durante il tentativo di conquista del continente asiatico. Nel caso dei nazisti, si parla sempre di almeno sei milioni di ebrei sterminati, però quasi sempre si dimentica che queste non furono le uniche vittime, perchè dobbiamo includere, tra le vittime, circa 3 milioni di prigionieri di guerra sovietici, i quali furono reclusi in prigioni, senza alimenti per sopravvivere. La Guida dell'Olocausto dell'Università della Columbia ammette che, in una definizione più ampia, si può considerare che le vittime dell'olocausto nazista furono circa 17 milioni. Mentre i crimini nazistii ebbero ampia pubblicità al termine della guerra, non accade la stessa cosa per quelli del Giappone, al quale si attribuiscono dai 20 a 30 milioni di vittime civili, specialmente di etnia cinese, ma che beneficiò di un occultamento da parte dei nordamericani, interessati ad ottenere il sostegno giapponese nella Guerra Fredda.
A differenza dell'ampia diffusione di ciò che accadde in campi come quello di Auschwitz, si parlò molto poco delle atrocità commesse dai giapponesi con i prigionieri di guerra e con i civili nelle crociere della morte ed in alcuni campi di concentramento destinati ai lavori forzati. O si parlò molto di piu di Mengele che del generale Ishii Shiro, che dirigeva il centro di ricerca sulle armi batteriologice di Pingfan, vicino Harbin (in Manciuria), e conosciuto come “unità segreta 731, dove un un migliaio di ricercatori giapponesi sperimentarono armi batteriologiche sui detenuti cinesi e praticarono la vivisezione senza anestesia di esseri umani. Si decise di occultare le responsabilitá di coloro che avevano partecipato a questa infamia e fu offerto loro immunitá in cambio dei risultati delle loro ricerche.
Per soddisfare il bisogno di vendetta, fu messa in scena in Germania una rappresentazione di punizione nel processo di Norimberga che emanò 12 sentenze di morte, allo stesso modo si celebrò un altro processo simile a Tokyo. Ma nella realtà ci fu poco impegno nel punire coloro che avevano commesso quei crimini. Molte sentenze di morte a carico di membri della Gestapo o delle SS furono convertite in detenzioni a pochi anni, di modo che alcuni di loro, di lì a poco, erano giá dirigenti delle grandi aziende tedesche. E gli industriali che avevano tratto beneficio sfruttando disumanamente gli operai prigioneri, ne uscirono liberi e puliti. Fra questi soprattutto i giapponesi, che ancor'oggi si rifiutano di pagar indennizzi, adducendo, come fa Mitsubishi, che è abbastanza discutibile affermare che il Giappone invase la Cina e che questa questione debba essere consegnata agli storici perchè la chiariscano in un futuro (nel 2008 il generale Tamogami, capo delle forze aeree giapponesi, ammise pubblicamente che furono occupati i territori asiatici per liberarli dall'imperialismo occidentale)
Però l'esistenza di questi casi di impunità a beneficio sopratutto delle classi dirigenti, non implica che la sconfitta non causasse vittime delle quali non si parla quasi mai e che non si aggiungono alle liste ufficiali come dovrebbe essere, a onor del vero. Il peggiore fra i danni subiti dai vinti si consumò in Europa, dove civili, sopratutto tedeschi, furono obbligati ad abbandonare non solo le terre occupate dopo la conquista nazista, ma anche regioni nelle quali le loro famiglie vivevano da molto tempo. Tutto iniziò con la migrazione verso est di coloro che abitavano la Prussia orientale, la Pomerania e la Slesia impauriti dall'avanzata dell'esercito russo. Nell'estate del 1945, appena finita la guerra, cinque milioni di tedeschi avevano giá partecipato a questa fuga. E questo fu solo l'inizio. Il peggio fu l'espulsione, nei 30 anni che seguirono e d'accordo con le misure approvate in Postdam da parte delle potenze vincitrici, di altre setti milioni di uomini e donne che abitavano in Polonia, Cecoslovacchia, Romania o Ungheria. Il costo totale in termini di vite umane di questo sanguinario post guerra europeo, come conseguenza dei maltrattamenti, violenze, linciaggi, e suicidi a danno degli espulsi, in special modo a carico di coloro che vivevano in Polonia e Cecoslovacchia, può essere stimato in circa due milioni di civili, senza contare gli altrettanti, o forse più, soldati detenuti dai vincitori. Il Giappone si vide obbligato allo stesso modo a rimpatriare i circa sette milioni fra soldati e civili che si erano insediati in Corea, Manciuria e Taiwan. Questo sguardo all'indietro sui costi umani della II Guerra Mondiale dovrebbe non solo cambiare la nostra percezione del dramma di questo confilitto ma anche renderci piu sensibili ai costi umani della violenza che regna oggi in un ordine mondiale sgangherato, che, per esempio, continua pagando un costo di 5 milioni di vite umane, negli ultimi 10 anni in Congo, davanti all'indifferenza generale.

mercoledì 16 settembre 2009

Italia ed Iran

Su pressione di Washington, l’Italia si starebbe preparando a recidere i legami commerciali con l’Iran: la notizia viene dal “Riformista”, che cita non precisate “fonti” a conoscenza di ciò che accade tra Palazzo Chigi, Farnesina a Casa Bianca. Un’indiscrezione che potrebbe significare parecchie cose, in uno scenario complesso tra annunci di negoziato Washington-Teheran, manovre di Teheran per costruire assieme al Venezuela di Hugo Chávez un asse mondiale anti-Usa, voci su missili iraniani nello stesso Venezuela che comunque ha ufficialmente acquistato missili russi, e avvertimenti di Putin a evitare un «destabilizzante» attacco a Teheran. Veramente si sta preparando un’opzione militare? La Casa Bianca fa la faccia feroce per spuntare di più sul tavolo negoziale? O è l'Italia che fa un po’ di classica “ammuina” per dare ragione a tutti senza scontentare nessuno?
Sarebbe stato il nuovo ambasciatore Usa a Roma David H. Thorne a portare il consiglio informale di «prestare molta cautela in future attività economiche in Iran». Di conseguenza, sarebbe partito un telegramma indirizzato a tutte le imprese italiane in Iran, col «cortese avvertimento» di soprassedere a eventuali investimenti previsti e rapporti commerciali. Inoltre sarebbe stato espressamente richiesto di «ritirare tutto il personale non necessario», anche se questo punto Palazzo Chigi non conferma. Il tutto tenendo presente la situazione tesa a Teheran dopo i moti post-elettorali; il modo in cui Ahmadinejad ha accettato la mano tesa offerta da Obama ma non per discutere di un programma nucleare da lui ormai definito «irrinunciabile» bensì per un «dibattito» sui più generali «problemi dell'umanità»; e l'approssimarsi del vertice sul nucleare iraniano in agenda al Palazzo di Vetro da parte del cosiddetto G8+3: i tre in più sono l'Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza Comune della Ue Javier Solana, il presidente di turno della stessa Ue Carl Bildt e il Commissario Ue per le Relazioni Esterne Benita Ferrero-Waldner.
L'Italia è un partner privilegiato dell'Iran, fin dai tempi degli affari di Enrico Mattei con lo Scià, ed il primo partner commerciale dell’Iran in Europa. Per questo, il governo italiano s’è sempre schierato tra le colombe, in tema di dialogo con Teheran. Ma il ministro degli Esteri Frattini si dichiara ora «deluso» per la risposta iraniana alla proposta Usa di una trattativa sulla riduzione degli arsenali nucleari, e spiega dunque che la posizione sempre più ferma assunta dall'amministrazione Obama va «condivisa e sostenuta». «Non ritengo si debba chiudere la porta», ha spiegato, «ma non si può nascondere la delusione nella sostanza. Siamo alla vaga disponibilità di sedersi a un tavolo. Credo che la linea Usa vada condivisa. Tra qualche giorno abbiamo un'occasione importante, quando presiederò a New York il G8 dei ministri degli Esteri». «In quella occasione sentiremo e valuteremo se, come io credo, il G8 debba esprimersi per dare un incoraggiamento a fare di più nella sostanza. È sicuro che a partire dalla prossima settimana, l'Unione europea dovrà avere una posizione coerente».
Naturalmente, si può sempre pensare che la nostra diplomazia stia mandando telegrammi “informali” solo per guadagnare tempo: dopo tutto pur senza entusiasmo gli Usa hanno accettato l'offerta di colloqui formulata dall’Iran nei giorni scorsi, anche se Teheran ha messo in chiaro che non intende discutere del suo programma nucleare. Dovrebbe essere il sottosegretario di Stato agli affari politici William Burns a sedersi al tavolo coi rappresentanti dell’Iran e degli altri 5 Paesi coinvolti nei negoziati: Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania. E finché si parla, gli esiti più estremi si allontanano. In più c’è che l’Italia è stata esclusa dal G5+1 costituito apposta per affrontare la questione del nucleare iraniano, e si può pensare che la Farnesina tenti in extremis di rientrare nei giochi. Ma se i colloqui si bloccano Washington è già pronta ad andare al Consiglio di Sicurezza, e si può pure pensare che al nostro governo sia stato anticipato che si potrebbe andare ben oltre le sanzioni economiche.
D’altra parte, Putin avverte pure che una guerra all'Iran sarebbe «molto pericolosa, inaccettabile e tale da provocare un'ondata di terrorismo». Anche lui si dice però «deluso» per le ultime proposte presentate dall'Iran sul programma nucleare per riprendere il dialogo con la comunità internazionale. Stando a quanto riferito dai media locali, che citano un funzionario del ministero degli Esteri moscovita, le proposte iraniane «non forniscono purtroppo alcuna risposta dettagliata sulla questione principale». Le proposte erano troppo «formali per dissipare il disagio relativo al programma nucleare iraniano», ha spiegato il portavoce, precisando che la comunità internazionale esaminerà ora le proposte e deciderà sui prossimi passi.

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