martedì 8 settembre 2009

Autunno Nero

Il governo cinese ha autorizzato alle imprese di stato a rescindere i contratti derivati sulle «commodities» che hanno in corso, ove questi contratti provochino perdite. Questo farà si che i principali creditori, tipo Goldman Sachs e JPMorgan, rimarranno con una montagna di titoli di carta senza valore. Esistono i segni di ripresa industriale di cui parlano i media? Solo per quelli che vogliono essere presi per i fondelli.
Se le imprese cinesi possono ripudiare i loro contratti derivati quando vogliono per salvare se stesse (e colossi come Air China, China Eastern ed il gigante logistico COSCO hanno già accusato enormi perdite sui derivati), possiamo dire addio a qualunque flebile ripresa ma, al contrario, un nuovo e definitivo collasso finanziario. Le cinque maggiori banche USA (fra cui primeggiano Goldman, JP Morgan e Bank of America) contano, quest’anno, di estrarre 35 miliardi di dollari dai loro trading di contratti derivati.
Proprio in questi giorni, tali banche stanno facendo lobby dietro le quinte presso il governo Obama (che non è capace di negare loro nulla) per scongiurare la regolamentazione dei CDS. I CDS, Credit Default Swaps, sono venduti da queste banche come «assicurazioni» contro rischi finanziari varii; col piccolo particolare che – come s’è visto nei mesi scorsi – il presunto «assicuratore» non ha accantonato i soldi per rifondere il compratore del CDS, ove il sinistro finanziario si realizzi. Il compratore è costretto a sborsare «margini» sempre più esosi per un’assicurazione che non c’è. Molti osservatori qualificati chiedono da tempo di annullare o addirittura vietare i CDS, con l’argomento che sono frodi che, fino a quando saranno presenti, impediscono all’economia reale di riprendere quota.
E' stata una delle "rare" e sagge proposte di Tremonti, quando non deve preoccuparsi di favorire il proprio Premier o il Bossi di turno. E l’hanno avanzata anche altri.
Ma i governi occidentali, ossia il regolatori, non hanno ascoltato, come al solito Invece, è la Cina ha preso questa decisione, uccidendo quindi anche l’ultima gallina dalle uova d’oro per Goldman &Co innescando al tempo stesso la miccia dello scoppio di questa estrema, e realmente titanica, bolla finanziaria.
Il solo mercato dei CDS vale, sulla carta, 55 trilioni di dollari, ossia più del prodotto lordo del mondo intero (nell’economia reale). Il valore «nozionale» dei contratti derivati è valutato ufficialmente dagli USA in 291 trilioni di dollari, di cui il 95% è posseduto da solo cinque banche americane (JP Morgan, Goldman, Bank of America, Morgan Stanley e Citigroup, già quasi tutte decotte). Ma secondo altre valutazioni, tale mercato ammonta ad almeno 600 trilioni, forse più (manca infatti ogni trasparenza ed ogni dichiarazione pubblica per tali operazioni); per confronto, il PIL degli Stati Uniti non raggiunge i 15 trilioni.
Lo scoppio di questa bolla può dunque spazzar via molte volte la ricchezza americana, anzi del mondo. Succederà?
Purtroppo si, è solo questione di Tempo.
Harry Markopolos, l’esperto che cercò invano di mettere in guardia contro gli strani profitti di Bernie Madoff, ha predetto recentemente che «saranno presto rivelati scandali nel mercato non regolato da 600 trilioni dei credit default swaps»; scandali di tale proporzione, da far sembrare i 50 miliardi fatti sparire da Madoff «degli spiccioli». Per questo i grandi speculatori sono imbufaliti contro la decisione cinese. E'come se un figlio ingannato da affaristi criminali sia andato a chiedere protezione a suo padre, che è il capo-mafia globale, quello che tiene il debitore globale (USA) per i testicoli.
Janet Tavakoli, presidente di una finanziaria che opera nella finanza strutturata a Chicago, ha detto: «i derivati sono serviti alle banche per mimetizzare i rischi. C’è stato un abuso massiccio di derivati ‘over the counter’, ossia di transazioni che si doveva sapere erano sopravvalutate o eccessivamente care quando sono arrivate sul mercato». Il ripudio di questi debiti da parte dei cinesi suona male per i signori Goldman, ma anche per l’economia reale. Sì, paiono esserci segni di una qualche ripresa, ancorchè ambigui e deboli. Il settore industriale USA è in rialzo per la prima volta dopo anni, grazie al deprezzamento del dollaro che rende i prodotti americani più competitivi; la produzione industriale cinese pare parimenti in lieve ripresa. Francia e Germania vanno meglio del previsto.
E ci mancherebbe altro, dopo mesi di potentissime iniezioni e «stimoli», di denaro a interesse zero. D’altra parte, Spagna e Italia non sentono la ripresa, ma il degrado delle condizioni generali; la Gran Bretagna ha avuto un calo imprevisto in agosto. E il Baltic Dry Index, ossia l’indice dei prezzi per noleggiare navi da carico – un indice essenziale del traffico di merci e materie prime – dimezzato in undici settimane, e continua a calare.
Chi parla di segni di «uscita dalla crisi», se è in buona fede, dimentica un fatto cruciale: che le società, comunque sia, devono vivere, la gente mangiare, vestirsi, curarsi, le imprese operare – almeno finchè ci sono riserve e risparmi familiari da consumare. Non è ammissibile dunque un calo delle produzioni e dei traffici a zero, altrimenti saremmo tutti morti. Anche durante la Grande Depressione, con la disoccupazione al 30%, c’era tuttavia un 70% di persone che lavoravano e guadagnavano qualcosa. L’economia funzionava, al 70%.
Così oggi, la «capacità produttiva in eccesso» delle industrie è ai livelli della Grande Depressione: al 70% in Europa, 68% in USA, 65% in Giappone, persino 50% in altri Paesi. Una ripresina da una base collassata a tal punto, non è stupefacente nè significativa. Vuol dire che le imprese, con tale capacità produttiva tagliata, dovranno ancora licenziare e tagliare investimenti. Al massimo, si può dire che la crisi mondiale si stia assestando sul «new normal»: la «nuova normalità» è una riduzione produttiva del 70%, e decine di milioni di senza-lavoro e senza prospettive di averlo a breve.
Figuratevi cosa succede quando la crisi dei CDS, di 600 trilioni, in USA esploderà. Nemmeno il triste «new normal» è assicurato, fino a quando non si mette ordine nella finanza speculativa, con nuove e severe regole pubbliche e legali. Purtroppo ho usato l'indicativo perché la decisione Cinese ha innescato un collasso che Nessuno oramai sarà in grado di contenere.

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