giovedì 3 settembre 2009

Profitto "uber alles"- Parte III

Dopo la guerra, sarebbe divenuto di uso comune in Occidente affermare che il successo inaspettato dei sovietici contro la Germania nazista era stato possibile grazie all’assistenza massiccia degli americani, fornita nei termini di un accordo Lend-Lease tra Washington e Mosca, e che senza questo aiuto l’Unione sovietica non sarebbe sopravvissuta all’aggressione nazista. Questa affermazione è poco attendibile!
Primo, l’assistenza materiale americana, prima del 1942, era quasi completamente insignificante, cioè, ben dopo che i sovietici senza l’aiuto di nessuno avevano posto fine all’avanzata della Wehrmacht e avevano scatenato la loro prima controffensiva.
Secondo, l’aiuto americano non andò mai oltre al quattro o cinque per cento della produzione totale sovietica del tempo di guerra, sebbene si debba ammettere che anche questo magro contributo poteva in qualche modo risultare cruciale in una situazione critica.
Terzo, gli stessi sovietici dettero l’avvio alla produzione di tutti gli armamenti leggeri e pesanti di alta qualità — come il carro armato T-34, probabilmente il miglior tank della Seconda Guerra Mondiale — che avevano consentito il loro successo contro la Wehrmacht, data per vincente. Per ultimo, il tanto pubblicizzato aiuto Lend-Lease fornito all’USSR veniva in larga misura neutralizzato — e possiamo dire vanificato — dall’assistenza non ufficiale, discreta, ma veramente importante fornita ai tedeschi, nemici dei sovietici, dalle fonti delle imprese americane. Nel 1940 e 1941, le compagnie petrolifere americane avevano aumentato le loro esportazioni di petrolio verso la Germania, quantità rilevanti venivano inviate alla Germania nazista attraverso stati neutrali, realizzando forti profitti.
La percentuale americana delle importazioni tedesche di olio per la lubrificazione dei macchinari (Motorenöl), assolutamente indispensabile, aumentò rapidamente, dal 44% del luglio 1941 al 94% nel settembre 1941.
Secondo lo storico tedesco Tobias Jersak, un’autorità nel campo dei "carburanti per il Führer" americani, senza il carburante fornito dagli USA l’aggressione tedesca contro l’Unione sovietica non sarebbe stata possibile.
Hitler stava ancora rimuginando sulle notizie catastrofiche della controffensiva sovietica e sulla disfatta della Guerra Lampo nell’Europa Orientale, quando veniva a sapere che i giapponesi, a sorpresa, avevano lanciato un attacco su Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941. Gli USA ora entravano in guerra contro il Giappone, ma Washington non aveva alcuna intenzione di dichiarare guerra alla Germania. Hitler non aveva nessun obbligo di correre in aiuto dei suoi amici giapponesi, ma l’11 dicembre 1941 dichiarava guerra agli Stati Uniti, probabilmente aspettandosi — vanamente, visto quello che avvenne — che il Giappone a sua volta dichiarasse guerra all’Unione sovietica.
La non necessaria dichiarazione di guerra di Hitler, accompagnata da una risibile dichiarazione di guerra italiana, trasformarono gli USA in un partecipante attivo alla guerra in Europa. Questo, come influenzò le attività tedesche delle grandi corporation americane? Le affiliate tedesche delle corporation americane non venivano assolutamente confiscate dai nazisti e non veniva rimosso il completo controllo di queste imprese sussidiarie da parte delle case madri, fino alla disfatta della Germania nel 1945, al di là di come le società capogruppo avrebbero affermato dopo la guerra. Ad esempio, rispetto alle strutture della Ford e della GM, l’esperto tedesco Hans Helms dichiara, "neppure una volta, durante il loro regime di terrore, i nazisti si sono impegnati in un tentativo anche il più insignificante di variare la situazione proprietaria della Ford, cioè della Ford-Werke, o della Opel".
Neppure dopo Pearl Harbor, a Ford veniva requisito il 52% delle azioni della Ford-Werke a Colonia, e la GM rimaneva l’unica proprietaria della Opel. (Billstein et al., 74, e 141)
In più, i proprietari e i dirigenti americani conservarono una dimensione di controllo a volte considerevole sulle loro affiliate tedesche, anche dopo la dichiarazione di guerra della Germania contro gli USA. Esistono risultanze che le centrali delle imprese negli USA e le loro filiali in Germania rimasero in contatto le une con le altre, o indirettamente via filiali nella Svizzera neutrale, o direttamente tramite la rete mondiale dei sistemi moderni di comunicazioni. Quest’ultima veniva fornita dalla ITT in collaborazione con Transradio, una joint venture fra la stessa ITT con la RCA (un’altra corporation americana) e le imprese tedesche Siemens e Telefunken.
In un recente documento sulle sue attività nella Germania nazista, Ford dichiara che, dopo Pearl Harbor, la sua centrale direzionale a Dearborn non teneva più contatti diretti con la sua affiliata tedesca. Per quel che concerne la possibilità di comunicazioni via società consociate presenti in paesi neutrali, il documento afferma che "non esistono indicazioni di comunicazioni fra le centrali USA e le filiali in Germania tramite loro consociate nei paesi neutrali". (Research Findings, 88)
Comunque, la mancanza di tali "indicazioni" significa semplicemente che ogni prova di contatti può essere stata smarrita o distrutta prima che gli autori del documento permettessero l’accesso agli specifici archivi; dopo tutto, l’accesso a questi archivi è stato concesso solamente più di 50 anni dopo gli accadimenti. Inoltre, lo stesso documento mette in evidenza un elemento contraddittorio, che un alto dirigente della Ford-Werke aveva fatto un viaggio nel 1943 a Lisbona per una visita alla filiale Portoghese della Ford, ed è estremamente improbabile che a Dearborn non fossero al corrente di questo.
Questo vale anche per la IBM: Edwin Black scrive che durante la guerra il general manager della IBM per l’Europa, l’Olandese Jurriaan W. Schotte, veniva insediato nella centrale operativa a New York, dove egli "continuava a mantenere regolarmente rapporti diretti con le filiali della IBM in territorio nazista, come nella sua patria di origine, l’Olanda, e in Belgio". Quindi, la IBM poteva "tenere sotto controllo gli eventi ed esercitare la sua autorità in Europa attraverso le filiali situate nelle nazioni neutrali," e in modo particolare attraverso le sue diramazioni Svizzere a Ginevra, il cui direttore, di nazionalità Svizzera,"viaggiava liberamente in, e dalla, Germania, nei territori occupati e nei paesi neutrali".
Infine, come per molte altre grandi imprese USA, la IBM poteva anche affidarsi ai diplomatici americani presenti nei paesi occupati e neutrali per inviare messaggi tramite valigia diplomatica. (Black, 339, 376, and 392–5)
I nazisti, non solo permettevano ai proprietari americani di conservare le loro strutture e le loro filiali in Germania e di esercitarne anche in una certa misura il controllo amministrativo, ma la loro influenza, ad esempio nella conduzione della Opel e della Ford-Werke, rimaneva minima.
Dopo la dichiarazione di guerra della Germania contro gli USA, i membri della dirigenza americana certamente si ritirarono dalle scene, ma i managers presenti in Germania — che riscuotevano la fiducia dei capi negli Stati Uniti — in genere conservarono le loro posizioni autorevoli e continuarono a condurre gli affari, perciò tenendo sempre presenti gli interessi delle case madri delle imprese e degli azionisti americani.
Per quel che riguarda la Opel, il quartier generale della GM negli USA aveva mantenuto l’effettivo controllo totale sui dirigenti a Rüsselsheim; questo scrive lo storico americano Bradford Snell, che negli anni Settanta ha dedicato la sua attenzione a questo tema, ma i cui riscontri sono stati contestati da GM.
Un recente studio della ricercatrice tedesca Anita Kugler conferma il resoconto di Snell, fornendo maggiori dettagli e maggiori sfumature al quadro presentato. Dopo la dichiarazione di guerra della Germania contro gli USA, la Kluger scrive che i nazisti assolutamente non crearono difficoltà alla dirigenza della Opel. Solo il 25 novembre 1942 Berlino nominava un "servizio di controllo alle strutture produttive del nemico", ma il significato di questa procedura risultò essere puramente simbolico. I nazisti semplicemente desideravano assegnare un’immagine tedesca ad un’impresa che sarà posseduta al 100% dalla GM per tutto il corso della guerra. (Billstein et al., 61) Presso la Ford-Werke, Robert Schmidt, certamente un fervente nazista, durante la guerra operava come general manager, e le sue prestazioni erano tanto soddisfacenti sia per le autorità di Berlino che per i dirigenti della Ford in America. Messaggi di approvazione e congratulazioni, recanti la firma di Edsel Ford, gli venivano regolarmente recapitati dalla casa madre della Ford a Dearborn. I nazisti erano veramente deliziati dal lavoro di Schmidt; in opportuna occasione lo avevano gratificato del titolo di "leader nel campo dell’economia militare". Perfino quando, mesi dopo Pearl Harbor, erano stati imposti controlli a sovrintendere gli impianti della Ford a Colonia, Schmidt aveva conservato le sue prerogative e la sua libertà di azione. Allo stesso modo, l’esperienza in tempo di guerra per la IBM sotto controllo dell’Asse in Germania, Francia, Belgio, e in altri paesi risultava ben lontana dall’essere traumatica. I nazisti erano molto meno interessati alla nazionalità dei proprietari o all’identità dei manager che alla produzione, visto che, dopo il fallimento della loro strategia di Guerra Lampo nell’Unione sovietica, stavano sperimentando la necessità sempre crescente di una produzione massiccia di aerei e di mezzi da trasporto.
Dal momento in cui Henry Ford aveva aperto la strada all’impiego della catena di montaggio e ad altre tecniche "Fordiste", le imprese americane erano divenute leader nel campo della produzione industriale di massa, e le affiliate Statunitensi in Germania, inclusa la sussidiaria Opel della GM, non facevano eccezione a questa regola generale. I pianificatori nazisti, come Göring e Speer, avevano ben compreso che radicali cambiamenti nel management della Opel potevano ostacolare la produzione nel Brandenburgo e a Rüsselsheim.
Per mantenere il rendimento della Opel ad alti livelli, ai manager in carica veniva concesso di andare avanti, dato che avevano familiarità con i metodi di produzione americani particolarmente efficienti. Anita Kugler conclude che l’Opel, "aveva messo a disposizione dei nazisti la sua produzione totale e quindi — obiettivamente parlando — aveva contribuito ad accrescere le loro possibilità di condurre la guerra per un lungo periodo di tempo". (Billstein et al., 81)
Esperti ritengono che le migliori innovazioni tecnologiche della GM e della Ford per scopi bellici principalmente siano andate a tutto vantaggio delle loro filiali nella Germania nazista.
Ad esempio, citano gli autocarri della Opel con tutte le ruote motrici, che si erano rivelati particolarmente utili ai tedeschi nel fango del Fronte Orientale e nei deserti del Nord Africa, così come i motori per il nuovo ME-262, il primo caccia a reazione, che veniva assemblato sempre dalla Opel a Rüsselsheim.
Lo stesso vale per la Ford-Werke: nel 1939 questa industria aveva sviluppato un autocarro all’avanguardia — il Maultier ("mulo") — che aveva ruote cingolate sulla parte frontale e un rimorchio nella parte posteriore. Inoltre la Ford-Werke aveva creato una "società di copertura", la Arendt GmbH, per produrre equipaggiamento bellico, oltre a veicoli, e, nello specifico, parti lavorate per aeroplani. Ma Ford afferma che questo era stato fatto senza che a Dearborn si fosse a conoscenza o lo si approvasse. Verso la fine della guerra, questa fabbrica veniva coinvolta nello sviluppo top-secret di turbine per gli scellerati missili V-2 che avevano procurato devastazioni su Londra e Anversa. (Research Findings, 41–2)
La ITT continuava a fornire alla Germania sistemi avanzati per le comunicazioni anche dopo Pearl Harbor, a detrimento degli stessi americani, il cui codice cifrato diplomatico era stato decifrato dai nazisti tramite questa strumentazione. Fino alla fine totale della guerra, le strutture produttive della ITT in Germania, come pure in paesi neutrali come la Svezia,la Svizzera e la Spagna, fornivano alle forze armate tedesche congegni bellici di avanguardia. Charles Higham entra nei particolari: dopo Pearl Harbor, l’esercito, la marina e l’aviazione tedesca hanno stipulato contratti con la ITT per la fabbricazione di centraline telefoniche, telefoni, suonerie d’allarme, gavitelli, dispositivi d’allarme di attacchi aerei, strumentazione radar, trentamila spolette al mese per proiettili d’artiglieria…, che arrivavano a cinquantamila al mese nel 1944.
Per giunta, la ITT forniva componenti per le bombe-razzo che cadevano su Londra, celle al selenio per raddrizzatori a secco, strumentazione radio ad alta frequenza, e apparecchi per le comunicazioni e per il rafforzamento di campo.
Senza queste forniture di materiali cruciali sarebbe stato impossibile per l’aviazione tedesca eliminare truppe americane e Britanniche, per l’esercito tedesco combattere contro gli Alleati, per l’Inghilterra venire bombardata, o per le navi degli Alleati venire attaccate sul mare.
Allora, non sorprende che le sussidiarie tedesche delle imprese americane fossero considerate come "pionieri dello sviluppo tecnologico" da parte dei pianificatori nei Ministeri Economici del Reich della Germania e di altre autorità naziste coinvolte nello sforzo bellico. Inoltra, Edwin Black afferma che la tecnologia avanzata della IBM, relativa alla perforazione delle schede, che ha preceduto il computer, ha permesso ai nazisti di automatizzare la persecuzione. La IBM, presumibilmente, aveva consentito la valutazione degli inimmaginabili numeri dell’Olocausto, perché aveva fornito al regime di Hitler di macchine calcolatrici e di altri strumenti che venivano utilizzati per "generare le liste degli Ebrei e delle altre vittime, che venivano designate alla deportazione" e "per registrare i detenuti dei campi di concentramento e di seguire il lavoro schiavile".
Comunque, i critici della ricerca di Black sostengono che i nazisti avrebbero potuto acquisire la loro efficienza di sterminio senza l’apporto della tecnologia IBM. In ogni modo, il caso della IBM fornisce ancora un altro esempio di come le corporation USA abbiano procurato ai nazisti tecnologia avanzata e chiaramente non si sono curate troppo a quali scopi malvagi questa tecnologia sarebbe stata applicata.
I proprietari e i manager delle imprese case madri negli USA si preoccupavano poco di quali prodotti venivano sviluppati e prodotti dalle catene di montaggio tedesche. Quello che contava per loro e per i detentori delle loro azioni era solamente il profitto. Le affiliate delle corporation americane in Germania realizzavano considerevoli guadagni durante il conflitto, e questo denaro non veniva intascato dai nazisti. Per quel che concerne la Ford-Werke, sono disponibili dati precisi.
I profitti della filiale tedesca di Dearborn aumentavano da 1.2 milioni di Marchi tedeschi (RM) nel 1939 a 1.7 milioni di RM nel 1940, a 1.8 milioni di RM nel 1941, a 2.0 milioni di RM nel 1942, e a 2.1 milioni di RM in 1943. (Research Findings, 136).
Anche le filiali della Ford nella Francia occupata, in Olanda e nel Belgio, dove il gigantesco sistema delle imprese americane forniva un contributo industriale allo sforzo bellico nazista, vedevano ugualmente realizzarsi successi straordinari. Ad esempio, la Ford-France, — che prima della guerra non era una struttura troppo fiorente —, divenne veramente redditizia dopo il 1940, grazie alla sua collaborazione incondizionata con i tedeschi; nel 1941 registrava profitti per 58 milioni di Franchi, un livello di rendimento per cui riceveva le calde congratulazioni da parte di Edsel Ford. (Billstein et al, 106; e Research Findings, 73–5)
Relativamente alla Opel, i profitti industriali erano saliti alle stelle al punto tale che il Ministero dell’Economia nazista aveva vietato la loro pubblicazione per impedire un bagno di sangue da parte della popolazione tedesca, alla quale si chiedeva in maniera sempre più pressante di stringere collettivamente la cinghia.(Billstein et al, 73)
La IBM non solo realizzava profitti alle stelle tramite la sua filiale tedesca, ma, come la Ford, vedeva innalzarsi i suoi guadagni anche nella Francia occupata, soprattutto per merito degli affari generati tramite la zelante collaborazione con le autorità di occupazione tedesche. Era stato perfino necessario costruire nuove fabbriche. Comunque, su tutto, la IBM prosperava in Germania e nei paesi occupati grazie alle vendite ai nazisti di strumenti tecnologici richiesti per identificare, deportare, ghettizzare, schiavizzare e, alla fine del percorso, sterminare milioni di Ebrei Europei, in altre parole, per organizzare l’Olocausto.(Black, 212, 253, and 297–9) È ben lontano dall’essere chiarito cosa sia successo ai profitti realizzati in Germania durante la guerra dalle filiali americane, ma qualche allettante notizia succosa di informazioni è nonostante tutto emersa.
Negli anni Trenta le imprese americane avevano sviluppato diverse strategie per eludere l’embargo nazista al rimpatrio dei profitti. L’ufficio della dirigenza della IBM a New York, per esempio, regolarmente fatturava la Dehomag per royalties dovute alla casa madre, per rimborso di prestiti inventati, e per altre competenze e spese; queste pratiche ed altri bizantinismi di transazioni intersocietarie minimizzavano i profitti realizzati in Germania e quindi nel contempo funzionavano come un realistico piano di evasione fiscale. Inoltre, esistevano altri modi di operare per evitare l’embargo sul rientro dei profitti alla casa madre, come il loro reinvestimento all’interno della Germania, ma dopo il 1939 questa opzione non veniva permessa più a lungo, almeno in teoria.
In pratica, le sussidiarie americane intrapresero questo percorso, di aumentare in modo assolutamente considerevole le loro strutture. L’Opel, ad esempio, nel 1942 assumeva il controllo di una fonderia a Lipsia. Rimaneva anche possibile utilizzare i profitti per migliorare e modernizzare le infrastrutture stesse delle affiliate, cosa che era avvenuta spesso nel caso della Opel. Inoltre, esistevano possibilità di espansione nei paesi occupati dell’Europa. Nel 1941, la sussidiaria della Ford in Francia utilizzava i suoi profitti per costruire un’industria di carri armati ad Orano, Algeria; con tutta probabilità, questo impianto aveva fornito all’Africa Corps di Rommel le strutture necessarie all’avanzata diretta verso El Alamein in Egitto. Nel 1943, anche la Ford-Werke insediava una fonderia non lontano da Colonia, proprio attraverso il confine con il Belgio, vicino a Liegi, per produrre parti di ricambio. (Research Findings, 133) Per di più, è probabile che una parte del profitto ammassato nel Terzo Reich veniva trasferita in qualche modo direttamente negli USA, ad esempio, attraverso la Svizzera neutrale. Molte corporation USA mantenevano in Svizzera uffici che funzionavano da intermediari fra le case madri e le loro filiali nei paesi nemici od occupati, e quindi erano coinvolti nel "riciclaggio dei profitti", come scrive Edwin Black a proposito della filiale Svizzera della IBM. (Black, 73)
Allora, allo scopo del ritorno dei profitti alle case madri, le corporation potevano far conto sui servizi sperimentati delle filiali Parigine di alcune banche americane, come la Chase Manhattan e J.P. Morgan, e di un certo numero di banche Svizzere. La Chase Manhattan faceva parte dell’impero di Rockefeller, così come la Standard Oil, partner americana della IG Farben; la sua filiale nella Parigi sotto occupazione tedesca rimaneva aperta per tutto il corso della guerra e realizzava guadagni in modo considerevole grazie alla stretta collaborazione con le autorità tedesche. Inoltre, da parte Svizzera, si dava il caso che alcune istituzioni finanziarie si impegnavano — senza porsi imbarazzanti domande — a prendersi cura dell’oro sottratto dai nazisti alle loro vittime Ebree. A questo riguardo, giocava un importante ruolo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) di Basilea, una Banca internazionale che era stata fondata nel 1930 all’interno della struttura del Progetto Giovani, con l’obiettivo di agevolare i pagamenti delle riparazioni di guerra da parte tedesca dopo la Prima Guerra Mondiale. I banchieri americani e tedeschi (come Schacht) dominavano la BIS fin dall’inizio e collaboravano con tutta comodità in tutte le sue speculazioni finanziarie. Durante la guerra, era un tedesco, che era membro del Partito nazista, Paul Hechler, ad occupare la funzione di direttore della BIS, mentre un americano, Thomas H. McKittrick, ne era presidente.
McKittrick era un buon amico dell’ambasciatore americano a Berna e di un agente in Svizzera del servizio segreto americano [l’OSS, antesignano della CIA], Allen Dulles. Prima della guerra, Allen Dulles e suo fratello John Foster Dulles erano stati partner nell’ufficio legale di New York Sullivan & Cromwell, ed erano specializzati nell’affare veramente redditizio di gestione di investimenti americani nella Germania. Avevano eccellenti rapporti con i proprietari e dirigenti al vertice di imprese americane, e in Germania con banchieri, uomini di affari e funzionari governativi, compresi alti papaveri nazisti.
Dopo lo scoppio della guerra, John Foster divenne il legale societario per la BIS a New York, mentre Allen veniva arruolato nell’OSS e prendeva servizio in Svizzera, dove si dimostrava amico di McKittrick. È ampiamente conosciuto che durante il conflitto la BIS maneggiava quantità enormi di denaro e di oro provenienti dalla Germania nazista. Non è irragionevole sospettare che tali trasferimenti potevano riguardare i proventi delle associate americane destinati agli USA, in altre parole, denaro accumulato da clienti ed associati degli onnipresenti fratelli Dulles-Continua.

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