venerdì 4 settembre 2009

Profitto "uber alles"- Parte IV

Prima della guerra, le imprese tedesche si erano entusiasticamente avvantaggiate del grande favore loro concesso dai nazisti, vale a dire dell’eliminazione dei sindacati dei lavoratori e della trasformazione risultante della classe lavoratrice tedesca, nel passato militante e consapevole, in una mansueta "massa di servitori". Quindi, non è sorprendente che nella Germania nazista i salari reali diminuivano rapidamente, mentre i profitti in corrispondenza si incrementavano. Durante la guerra, i prezzi continuavano a salire, mentre gli stipendi venivano gradualmente erosi e l’orario di lavoro veniva aumentato. Questa era anche l’esperienza che dovevano subire le forze del lavoro delle sussidiarie americane. Per contrastare la deficienza di lavoratori nelle industrie, i nazisti facevano assegnamento in modo crescente su lavoratori stranieri che venivano deportati a lavorare in Germania sotto condizioni molto spesso disumane.
Insieme a centinaia di migliaia di sovietici e di altri prigionieri di guerra e di reclusi nei campi di concentramento, questi lavoratori stranieri (lavoratori forzati) costituivano una gigantesca massa di lavoratori che potevano essere sfruttati a volontà da chiunque li prendesse in carico, in cambio di una modesta remunerazione versata alle SS, la Schutzstaffel, la milizia di protezione nazista. Infatti, le SS mantenevano la disciplina e l’ordine d’obbligo con pugno di ferro. Allora, i costi del lavoro crollavano ad un livello tale per cui i programmatori di oggi possono solo sognare, e i profitti delle imprese aumentavano in proporzione. Anche le filiali tedesche delle imprese americane avevano fatto con bramosia uso del lavoro schiavile fornito dai nazisti, non solo attraverso lavoratori stranieri, ma anche di prigionieri di guerra e di reclusi dei campi di concentramento. Ad esempio, la Yale & Towne Manufacturing Company con sede a Velbert in Renania, da quanto viene documentato, faceva affidamento sul "concorso di lavoratori provenienti dall’Europa Orientale" per realizzare "consistenti profitti", ed anche viene sottolineato che la Coca-Cola ha avuto vantaggi dall’utilizzo di lavoratori stranieri, e di prigionieri di guerra nei suoi impianti della Fanta.
Comunque, gli esempi maggiormente spettacolari dell’uso di lavoro forzato da parte di filiali americane sono sicuramente forniti dalla Ford e dalla GM, due casi che di recente hanno costituito l’oggetto di un’approfondita inchiesta. Sulla Ford-Werke, è stato asserito che a partire dal 1942 questa fabbrica "sollecitamente, aggressivamente e con grande successo" aveva perseguito l’uso di lavoratori stranieri e di prigionieri di guerra dall’Unione sovietica, dalla Francia e dal Belgio e da altri paesi occupati — chiaramente con la conoscenza della casa madre dell’impresa negli USA.
Karola Fings, una ricercatrice tedesca che con molta attenzione ha studiato le attività in tempo di guerra della Ford-Werke, scrive: "[Ford] aveva fatto meravigliosi affari con i nazisti, dato che l’accelerazione della produzione durante la guerra dava spazio totalmente a nuove opportunità, mantenendo basso il livello del costo del lavoro. In effetti era dal 1941 che alla Ford-Werke era in atto un generale congelamento dell’aumento dei salari. Comunque, i più alti margini di profitto potevano essere acquisiti per mezzo dell’uso dei cosiddetti Ostarbeiter [lavoratori forzati provenienti dall’Europa dell’Est]. Le migliaia di lavoratori forzati stranieri portati a lavorare nella Ford-Werke venivano costretti come schiavi ogni giorno, eccettuata la domenica, per dodici ore al giorno, e per questo non ricevevano un qualsiasi salario.
Presumibilmente anche peggiore era il trattamento riservato al relativamente piccolo numero di reclusi del campo di concentramento di Buchenwald, messo a disposizione della Ford-Werke nell’estate del 1944". (Research Findings, 45–72) In contrasto con Ford-Werke, l’Opel non ha mai usato reclusi di campi di concentramento, almeno non nelle fabbriche principali di Rüsselsheim e nel Brandenburgo. La filiale tedesca della GM, comunque, aveva avuto un insaziabile appetito per altri tipi di lavoratori forzati, per i prigionieri di guerra. "Tipico dell’uso schiavistico del lavoro nelle fabbriche Opel, particolarmente quando venivano utilizzati i Russi", scrive la storica Anita Kugler, "era lo sfruttamento massimo, il trattamento peggiore possibile, e…la pena capitale anche nel caso di lievi violazioni." La Gestapo aveva l’incarico di sorvegliare e sovrintendere ai lavoratori stranieri.
Negli USA, le case madri delle imprese delle filiali tedesche lavoravano veramente in modo intenso per convincere l’opinione pubblica americana sul loro patriottismo, in modo che l’uomo della strada americano non potesse pensare che la GM, ad esempio, che in patria finanziava manifesti antitedeschi, fosse coinvolta in operazioni di banche lontane, sul Reno, in attività che erano equivalenti al tradimento. Washington era molto meglio informata di "John Doe", ma il governo americano osservava la regola non scritta convenuta che "quello che va bene per la General Motors va bene per l’America", ed evitava di prendere in considerazione il fatto che le imprese americane accumulavano ricchezze tramite i loro investimenti o i loro affari in un paese con cui gli Stati Uniti erano in guerra.
Questo aveva molto a che fare con il fatto che il sistema delle imprese americano era diventato ancora più influente a Washington durante il conflitto di quanto lo era stato dapprima; infatti, dopo Pearl Harbor i rappresentanti dei "grandi affari" si erano accalcati nella capitale in modo da prendere il controllo su molti uffici governativi importanti. Stando alle apparenze, costoro erano motivati da un genuino patriottismo e offrivano il loro servizi per una elemosina, diventando noti per questo come "gli uomini un-dollaro-per-un-anno". In verità, molti occupavano quei posti per garantire le loro strutture in Germania. L’ex presidente della GM, William S. Knudsen, un esplicito ammiratore di Hitler dal 1933 e amico di Göring, divenne direttore dell’Ufficio Gestionale della Produzione. Un altro direttore esecutivo della GM, Edward Stettinius Jr., divenne Segretario di Stato, e Charles E. Wilson, presidente della General Electric, divenne "il potentissimo numero due del Ministero della Produzione Bellica". Sotto queste circostanze, desta ancora meraviglia che il governo americano abbia preferito guardare da un’altra parte, mentre le grandi imprese del paese operavano come falchi da preda nella terra del nemico tedesco? Nei fatti, Washington effettivamente legittimava queste attività.
Appena una settimana dopo l’attacco giapponese su Pearl Harbor, il 13 dicembre 1941, lo stesso Presidente Roosevelt in via riservata emanava un decreto che consentiva alle imprese americane di fare affari con le nazioni nemiche — o con paesi neutrali che erano in buone relazioni con i paesi nemici — per mezzo di una speciale autorizzazione. Questa disposizione chiaramente contravveniva alle norme, supposte estremamente vincolanti, contro tutte le forme di "commercio con il nemico". Presumibilmente, Washington non poteva permettersi di offendere le grandi imprese del paese, i cui esperti erano indispensabili per portare la guerra al successo finale.
Come ha scritto Charles Higham, "l’amministrazione Roosevelt doveva andare a letto con le compagnie petrolifere (e con le altre grandi imprese) in modo da vincere la guerra" . Di conseguenza, i funzionari governativi giravano la testa da un’altra parte sistematicamente, per non vedere il comportamento non patriottico dei capitalisti americani con investimenti all’estero, ma vi sono state alcune eccezioni a questa regola generale. "In ordine di soddisfare l’opinione pubblica", scrive Higham, nel 1942, in modo simbolico, venivano mosse azioni legali contro la più conosciuta compagnia violatrice della legislazione sui "rapporti commerciali con il nemico", la Standard Oil. Ma la Standard faceva rilevare "che stava fornendo carburanti per un’alta percentuale all’Esercito, alla Marina e all’Aviazione, quindi rendendo possibile la vittoria della guerra all’America". Alla fine, l’impresa di Rockefeller concordava di pagare un’ammenda di poca importanza "per aver tradito l’America", ma le veniva consentito di continuare il suo redditizio commercio con i nemici degli Stati Uniti. Un tentativo di inchiesta relativa alle attività della IBM in territorio del nemico nazista, che si potevano configurare come tradimento, veniva allo stesso modo bloccato, visto che gli USA avevano bisogno della tecnologia IBM, tanto quanto facevano i nazisti.
Edwin Black scrive: "La IBM era per molti versi peggiore della guerra". Entrambi i contendenti non avrebbero potuto procedere senza la tecnologia assolutamente essenziale della compagnia. "Hitler aveva necessità della IBM. Questo valeva anche per gli Alleati". (Black, 333, and 348) In breve, lo Zio Sam ammoniva con il dito la Standard Oil e la IBM, ma la maggior parte dei proprietari e dei manager delle corporation, che facevano affari con Hitler, non dovevano assolutamente preoccuparsi. Le connessioni di Sosthenes Behn della ITT con la Germania nazista, per esempio, non erano un pubblico segreto a Washington, ma, come risultato di tutto questo, Behn non veniva sottoposto ad alcuna difficoltà. Nel frattempo, risultava che in Germania i quartieri generali degli Alleati Occidentali facilmente avrebbero avuto la possibilità di accanirsi sulle imprese di proprietà americana. Secondo l’esperto tedesco Hans G. Helms, Bernard Baruch, un consigliere di alto grado del Presidente Roosevelt, aveva dato l’ordine di non bombardare certe fabbriche in Germania, o di bombardarle non in maniera pesante; è difficile sorprendersi che le affiliate delle imprese americane cadessero in questa categoria! Ed infatti, mentre il centro storico della città di Colonia veniva raso al suolo in ripetuti raid di bombardamenti, la grande fabbrica della Ford in periferia poteva godere della reputazione di essere il posto più sicuro della città durante gli attacchi aerei, sebbene alcune bombe naturalmente cadessero occasionalmente sulle sue strutture. (Billstein et al, 98-100).
Dopo la guerra, la GM e le altre imprese americane, che avevano fatto affari in Germania, non solo non venivano penalizzate, ma anche venivano compensate per i danni subiti dalle loro sussidiarie tedesche, come risultato dei raid dei bombardamenti Anglo-americani. La General Motors riceveva dal governo americano come indennizzo 33 milioni di dollari e la ITT 27 milioni di dollari. La Ford-Werke, durante la guerra, era stata danneggiata relativamente poco e aveva ricevuto più di 100.000 dollari a compensazione dallo stesso regime nazista; anche la filiale della Ford in Francia si era azionata in modo da ricevere un indennizzo di 38 milioni di franchi dal Regime di Vichy. Nonostante ciò, la Ford si rivolgeva a Washington per ottenere un indennizzo di 7 milioni di dollari di danni, e dopo molto disputare riceveva un totale di 785,321 dollari "per la parte di perdite riconosciute accettabili sostenute dalla Ford-Werke e dalla Ford Austriaca durante la guerra" , che la compagnia aveva rese note in un suo rapporto di recente pubblicazione. (Research Findings, 109)-Continua.

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