venerdì 30 ottobre 2009

I Morti Viventi

Il credito è tutto. Senza l’espansione del credito non vi è alcun recupero perché non vi è alcun miglioramento della domanda aggregata. Ma il credito è in decrescita. Le banche hanno estremizzato le proprie condizioni per le concessioni di prestiti e i potenziali debitori meritevoli di credito sono spariti. I prestiti bancari hanno sofferto un calo del 14% dall’Ottobre del 2008. Il credito privato è attualmente diminuito al 10.5% su base annua. La situazione non sta migliorando, ma peggiorando.
Negli Stati Uniti, sia il credito bancario che l’offerta di aggregati monetari M3 si sono contratti a tassi comparabili con quelli della Grande Depressione fin dall’inizio dell’estate scorsa. David Rosenberg, capo stratega alla Gluskin Sheff, ha sollevato una preoccupazione analoga ed ha affermato che durante le quattro settimane precedenti allo scorso 24 agosto, il credito bancario si è ridotto fino ad un ritmo annuale “epico” del 9%, l’offerta dell’aggregato monetario M2 si è ridotta al 12.2% e l’M1 al 6.5%.
Le esecuzioni ipotecarie, la mancanza di pagamenti e gli intrallazzi sono all’ordine del giorno. Le ipoteche vengono eseguite a un ritmo superiore alle 300.000 al giorno. L’accumulazione enorme delle ipoteche “occulte” si mantiene artificialmente fuori dal mercato per sostenere i prezzi. Tutto questo porterà ad un gocciolamento di queste ipoteche messe lentamente nel mercato che manterrà depresso il mercato degli immobili per almeno un decennio. Le persone proprietarie degli immobili non potranno indebitarsi perch gli ultimi saranno totalmente svalutati. Tutto fa pensare ad un crollo a lungo termine della spesa. Alle imprese sta risultando più difficile rifinanziare i propri debiti, i prestiti bancari soffrono della loro situazione di morosità storica ed il mercato immobiliare è imploso. L’attuale distruzione del credito non ha precedenti, è già ad un livello avanzato e continua a crescere. Il buco del capitale è maggiore della FED (la Riserva Federale degli Stati Uniti, ndt) e maggiore del Tesoro. Risulta impossibile coprirlo solo con maggiore liquidità. Al momento, il governo può gestire la situazione con il PIL con uno stimolo di 800 miliardi di dollari, ma cosa succederà quando la volontà politica di continuare ad aumentare il deficit si dissipa? Cosa succederà quando gli investitori stranieri chiederanno alla FED di non emettere più assegni scoperti?
In realtà, la FED non ha trovato soluzione a niente. Le banche continuano ad essere con l’acqua alla gola, il prodotto ha battuto il suo record di caduta e la disoccupazione sta arrivando al 10%. Il piano di riscatto di svariati bilioni di dollari del presidente della FED Ben Bernanke è servito solo a sostenere un sistema fragile, niente più. I problemi economici sottolineati continuano ad essere gli stessi. L’aumento di capitale della FED basato sulla monetizzazione (stampa di carta) ha rilanciato le quotazioni in borsa ma non ha fatto nulla per stimolare l’economia. Questo perch le bolle finanziarie hanno un impatto insignificante nella domanda aggregata; non c’è un effetto domino. L’economia reale continua a presentare un elettroencefalogramma piatto mentre Wall Street festeggia. Il piano Bernanke è stato semplicemente un'operazione di facciata. Il governo non può indebitarsi ad oltranza. In qualsiasi momento il PIL dovrà tornare a dipendere dalla crescita dei salari e dal credito. Data la faziosità politica e istituzionale contro il lavoro (e contro il fatto che i salari crescano insieme alla produttività), l’unico modo per fomentare l’economia è attraverso l’espansione del credito. Ed è proprio lì il problema. Le famiglie hanno perso circa 14 bilioni di dollari fin dall’inizio della crisi e non sono in condizione di ritornare agli stessi livelli d’indebitamento precedenti alla crisi. I consumatori stanno riducendo la spesa e cercando di pagare i propri debiti. Non hanno un rimedio differente.
Il risparmio aumenta e la spesa cade. L’economia si dirige verso una depressione a lungo termine; la nuova “normalità”. I giochi di prestigio dei programmi della FED e l’elisir dello stimolo di Obama non hanno alterato la precedente tendenza alla caduta. In tutti i casi, hanno reso le cose peggiori.
La FED non ha fatto niente per ristrutturare i mercati finanziari cosicch gli stessi problemi che causarono la fine della Lehman e spinsero l’economia globale verso una caduta libera, persistono ancora. Quando lo stimolo scema e la FED finisce di comprare gli 1.25 bilioni di dollari di attivo ipotecario (da Fannie e Freddie) e i 300.000 milioni di buoni del Tesoro, i tassi di interesse torneranno a crescere, i prezzi delle case torneranno a cadere e l’economia tornerà a sprofondare. Bernanke si vedrà obbligato a ricorrere di nuovo alle macchine da stampa, l’unica speranza per capovolgere la spirale deflazionaria. E tutto questo porterà ad una nuova crisi: una corsa al dollaro. Il sistema è collassato perché era costruito sulla falsa premessa che un sistema bancario ombra e sregolato potrebbe generare una quantità infinita di credito senza la sufficiente base di capitale. Questo si è rivelato falso. Il capitalismo richiede capitale. I bilioni di dollari in prestiti, complessi strumenti di debito, operazioni senza equilibrio e contratti derivati erano tutti accatastati in cima a un cumulo di rottami del capitale, che finalmente è crollato sotto il peso del debito. Questo sistema (cartolarizzazione) che ha creato il caos, non può essere ripristinato. Aveva bisogno di una divisa forte, di tassi d’interesse particolarmente bassi e d’investitori creduloni che non fossero coscienti dei rischi inerenti agli attivi non liquidi. Queste condizioni già non ci sono più ma di certo ci sono state durante gli ultimi 2 anni. Anche così, la FED continua a pompare sangue ad un cadavere con la speranza che un giorno dia qualche segno di vita. E’ per questo che una crisi ancora più grande non può essere molto lontana.

giovedì 29 ottobre 2009

I Principi

Da Massimo Fini riceviamo e volentieri Pubblichiamo.

Sull’onda di una dichiarazione del Procuratore Grasso che non ha escluso che nei primi anni ’90 ci siano stati contatti fra Stato e «Cosa Nostra» per salvare alcuni ministri nel mirino della mafia, è rispuntato, postumo, il «partito della trattativa» molto attivo all’epoca del sequestro Moro, nella persona di Pierluigi Battista che sul Corriere si chiede: perché per Moro no e per altri invece sì? A parte che un errore non ne sana un altro ma si aggiunge ad esso, nel 1978 no si trattò per salvare la vita di Moro non come scrive Battista, per il motivo formale di non riconoscere alle Brigate Rosse lo status di «soggetto politico» ma per le ragioni espresse con sintetica lucidità dal liberale Alfredo Biondi (allora era liberale): «Non c’è da dividersi in falchi o colombe; non c’è da mistificare come caldo umanitarismo lo spirito di rinuncia e di sottomissione e come gelida statolatria l’elementare esigenza di non transigere su diritti e doveri indisponibili come quello di rendere giustizia e di assicurare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; c’è solo da compiere puramente e semplicemente il proprio dovere politico e morale, non di riaffermare il prestigio e la dignità formali di uno Stato». In quel drammatico frangente la Dc ritrovò con l’appoggio del Pci quel senso dello Stato, che vuol dire rispetto dei principi su cui si basa e dell eleggi che ne sono espressione, che da sempre la era stato rimproverato di non avere. I principi sembrano a taluni, soprattutto in questi tempi di confusione, una cosa astratta, in realtà l’intaccarli ha conseguenze concretissime e devastanti. Poniamo che si fosse trattato con le Br salvando così la vita di Moro, il giorno dopo i terroristi avrebbero rapito Mario Bianchi ponendo al Governo questo dilemma: o trattare di nuovo innescando una spirale alla cui fine c’era la dissoluzione dello Stato oppure non trattare e quindi rendere evidente, e quasi ufficiale, che l’Italia era come «La fattoria degli animali» di Orwell, una Paese «dove tutti sono uguali ma ci sono alcuni più uguali degli altri» e una ingiustizia così palese non avrebbe fatto altro che ingrossare le fila brigatiste. Non è quindi affatto vero che quella della trattativa, voluta soprattutto da Craxi, fosse una «linea umanitaria». È vero il contrario perché la trattativa avrebbe aperto la strada ad altri lutti, ad altro sangue, al sacrificio di altre vite (così come le trattative con la mafia porteranno all’assassinio di Borsellino). Del resto c’è un fato che taglia la testa al toro per confermare che la «linea della fermezza» era quella giusta: dopo l’uccisione di Moro le Br si dissolsero e furono sconfitte.
Battista lamenta poi che ci fu chi arrivò al «disconoscimento del Moro che inviava i suoi messaggi disperati» in quanto estorti con la violenza. E dimentica che furono proprio gli amici più stretti di Moro a sostenere questa tesi nel tentativo di salvarne l’immagine politica e morale. Perché lo spettacolo di uno statista, o presunto tale, che, per salvare le palle, rinnega lo Stato, i suoi principi, ai quali aveva chiesto per decenni agli altri di credere, il proprio partito, era raccapricciante, umiliante. Tutti hanno diritto di aver paura. Ma se si è di questa fatta allora non si pretende di guidare un popolo di 50 milioni di anime, si fa un altro mestiere. Che è la stessa cosa che si può dire di Bettino Craxi scappato in Tunisia perché, come mi confessò Intini, «aveva paura della prigione». Ai Moro e ai Craxi io preferisco Quattrocchi, che senza avere minimamente le loro responsabilità, disse ai suoi aguzzini: «Ora vi faccio vedere come muore un italiano».

Massimo Fini

mercoledì 28 ottobre 2009

Il tallone UBS

Indebolito in termini strettamente economici, il dollaro è la forza politica dello stato nordamericano per cercare di mantenere le sue prerogative mondiali. È nell’ambito del mantenimento dell’egemonia del dollaro, che obbliga i capitali a investire nella propria zona economica, che si dovrebbe leggere la ristrutturazione del sistema finanziario internazionale attualmente in corso, di cui l’attacco contro la UBS Swiss Bank costituisce l’operazione principale. Infatti l'UBS è il cavallo di Troia del fisco USA.
Il 19 agosto (2009) scorso, l’UBS e il fisco statunitense hanno firmato un accordo che temporaneamente mette fine alla questione dell’evasione fiscale che li opponeva. L’accordo consente alla banca di evitare un processo. Tuttavia, l’UBS deve consegnare i nomi di circa 4.450 titolari di conto di contribuenti americani sospettati di evasione fiscale. Questi dati saranno trasmessi per via ufficiale dell’assistenza amministrativa. Le autorità svizzere hanno in tal modo legalizzato il nuovo equilibrio di potere e il fisco americano ha ricevuto l’approvazione per indagare le altre banche svizzere. L’abolizione della distinzione frode/evasione fiscale, operata dal governo della Confederazione per uscire fuori dalla lista grigia dei paradisi fiscali elaborata dall’OCSE, offre nuove prospettive per le richieste delle amministrazioni fiscali estere. Le autorità svizzere cercano innanzitutto di evitare le reti da pesca, vale a dire ottenere informazioni sulla base di semplici sospetti e non su informazioni specifiche, come ad esempio i nomi degli evasori, le società coinvolte, i numeri dei conti . Tuttavia, a questo livello nulla è definitivo. Infatti, dopo l’inizio di tale questione, tutto si gioca in funzione dei rapporti di forza. In effetti, questo nuovo accordo tra l’UBS e l’amministrazione americana servirà come uno standard per definire le dimensioni della rete con cui il fisco americano andrà a pescare gli evasori, dapprima nella piazza finanziaria svizzera e poi in quelle dei paesi terzi. L’accordo del febbraio 2009, con il quale la banca UBS ha inizialmente accettato, in violazione del diritto svizzero, di consegnare alla giustizia american il nome di circa 250 clienti, che aveva aiutato a sfuggire alle autorità fiscali degli Stati Uniti, non aveva fermato la giustizia statunitense. Non appena è stato firmato l’accordo quest’ultima ha richiesto chiesto alla UBS di consegnarle l’identità di circa 52 000 clienti statunitensi, titolari di “conti segreti illegali”. Il nuovo accordo sospende tali richieste.
Ciò è, a prima vista e contro tutte le aspettative, particolarmente favorevole per la banca svizzera. L’UBS, che aveva già pagato una multa di $ 780 milioni nel mese di febbraio, non dovrebbe pagare ulteriori sanzioni. Si tratta di un eccezione alla prassi abituale del fisco americano. Fatto ancora più sorprendente: è previsto che, se dopo un anno, la banca non ha rispettato i suoi impegni, nessuna penalità finanziaria sarà adottata contro di essa. Questo atteggiamento del governo degli Stati Uniti può essere compreso se si ipotizza che l’imposta americana non voglia creare difficoltà finanziarie alla banca. Non c’è, infatti, alcun interesse a uccidere un cavallo di Troia, che fino ad oggi ha servito molto bene, e soprattutto che può ancora essere molto utile. L’UBS è molto dipendente dal mercato americano ed è quindi particolarmente vulnerabile alle pressioni del fisco USA. Questo è meno vero per le altre banche svizzere. I progressi di questo caso ci dice che dobbiamo quindi aspettarci ulteriori attacchi dagli Stati Uniti contro la piazza finanziaria svizzera.
Una riorganizzazione USA del sistema finanziario internazionale è finalizzato anche a questo. L’azione del governo degli Stati Uniti contro la banca svizzera utilizza un’operazione contro l’evasione fiscale dei suoi cittadini per modificare, a suo vantaggio, le regole del sistema bancario mondiale. La risposta positiva della UBS alle ingiunzioni del fisco USA, come la legittimazione della consegna delle informazioni fornite dalle autorità svizzere di vigilanza, pongono l’amministrazione statunitense in una posizione che le permette di fare sempre nuove richieste. La sovranità americana si definisce non solo come la capacità di sollevare l’eccezione e di stabilire uno stato permanente di emergenza ponendo sempre nuove richieste, ma soprattutto per stabilire la base su cui ricostruire un nuovo ordine giuridico internazionale. La creazione di un puro equilibrio di potenza non è solamente una prima forma di azione. Le autorità statunitensi hanno poi la possibilità di far legittimare, dovunque, i nuovi diritti loro concessi. Questa nuova sovranità americana è parte di una riorganizzazione del sistema finanziario internazionale in loro favore. Attraverso la lotta contro l’evasione fiscale, questa operazione distingue “paradisi fiscali”, di cui fa parte la Svizzera, i centri off-shore, di solito interamente controllati dalle autorità statunitensi, la cui tecnica si basa sui “trusts”. Quest’ultimi, costosi da mettere in funzione, consentono una opacità fiscale molto più grande rispetto alla tecnica del segreto bancario. La piazza elvetica detiene ancora il 27% del mercato off-shore, quello dei capitali posti al di fuori del loro paese d’origine. Essa, quindi, è il principale rivale dei centri finanziari anglo-sassoni. Gli attacchi contro gli svizzeri sono un modo per lottare contro il declino del dollaro, costringendo l’investimento dei capitali nell’area di questa moneta. Il G20 di Londra (aprile 2009) ci mostrava tuttavia che la morsa degli Stati Uniti sul sistema finanziario internazionale è solo parziale. La piazza di Singapore, che è chiamata ad una crescita forte e in grado di recuperare una parte dei capitali che abbandonano la Svizzera, è riuscita a mantenere le sue prerogative contro l’offensiva degli Stati Uniti.

martedì 27 ottobre 2009

La guerra contro Obama

Dato che gran parte delle persone sane di mente sono fuggite dall'esercito durante l'amministrazione Bush, non mi stupisce che tra quelli che sono rimasti ci siano molti elementi razzisti e di estrema destra. Eppure si riesce ancora a sentire questo:
DURHAM — L'esercito americano non sta solo combattendo guerre in Iraq e Afghanistan, afferma un rinomato giornalista investigativo americano. L'esercito è anche “in guerra contro la Casa Bianca – e sono convinti di avere incastrato Obama”, ha affermato martedì sera nel Page Auditorium della Duke University di fronte a centinaia di persone il vincitore del premio Pulitzer Seymour Hersh. “Loro pensano che sia debole e del colore sbagliato. Si, c'è del razzismo al Pentagono. Potrebbe non farci piacere pensare che sia così, ma è vero e lo sappiamo tutti”. In un seminario sulla politica estera di Obama, Hersh, che scoprì il massacro di My Lai durante la guerra del Vietnam e le torture nella prigione di Abu Ghraib durante la guerra in Iraq, ha affermato che molti comandanti militari vorrebbero veder fallire Obama.
“Un sacco di gente al Pentagono vorrebbero vederlo finire nei guai”, ha affermato. Lasciando trapelare l'informazione che il comandante in capo in Afghanistan, Gen. Stanley McChrystal, ritiene che la guerra sarebbe perduta senza altri 40.000 soldati americani, i pezzi grossi hanno messo Obama in una situazione senza uscita, ha sostenuto Hersh. “Se egli dà loro le truppe in più che chiedono, perde politicamente”, ha detto Hersh. “Ma anche se non gliele dà, perde politicamente”.
Il giornalista ha criticato il presidente per “aver lasciato che i militari facessero una cosa del genere”, e ha suggerito l'unica via di uscita con cui Obama potrebbe tenere loro testa. “O lascia che sia il Pentagono a gestire lui, oppure si deve mettere a gestire lui il Pentagono,” ha detto Hersh. Se non lo farà, “questa storia sarà la rovina della sua presidenza”. Hersh ha definito la situazione in “Af-Pak” - il diffondersi del conflitto in Afghanistan e Pakistan – la maggiore sfida per Obama. L'unico modo che hanno gli USA per districarsi dal conflitto, ha detto Hersh, è negoziare con i Talebani. “E' l'unica via di uscita”, ha detto. “So che ora alla Casa Bianca si discute molto di questo”.

sabato 24 ottobre 2009

FIne delle monete

Dato che i paesi di tutto il mondo hanno tenuto in funzione notte e giorno le loro macchine stampa banconote, gli investitori stanno iniziando ad agitarsi per tutte le valute? George Soros ha detto l’altro giorno nel corso di una conferenza:
C’è una fuga generale dalle valute. In occasione di una recente lezione che fatto ad Hangzhou, un facoltoso membro del pubblico ha detto: “Le proprietà potrebbero ben essere sopravvalutate del 100%. Ma mi prenderò sempre la metà quando [il valore] scende. La valuta cartacea avrà zero valore”. L’attrattiva di questa ultima storia è che l’economia non ha importanza. Se il mondo è in recessione, che importa? Se i mercati azionari e immobiliari crollano, che importa? Fuggiamo dalla valuta cartacea, vero? Meglio acquistare degli asset. Ed è a questo punto che entrano in gioco le politiche di prestito delle banche. Ma più le banche sono pronte a prestare, più diventano incandescenti i mercati degli asset.
Il denaro cartaceo perde il suo valore nel tempo al tasso di differenza tra l’inflazione e i tassi d’interesse, quindi se il tasso di inflazione è del 6% e il tasso di deposito bancario è del 2%, la valuta cartacea perde il 4% all’anno, ovvero lo 0.33% al mese. Le azioni e le proprietà in Cina potrebbero essere sopravvalutate del 100%, con solo due decenni di inflazione relativamente alta a giustificazione dei loro prezzi. Tuttavia un’inflazione persistentemente alta porta alla svalutazione della valuta, che innesca la fuga di capitali, ed infine il crollo del mercato degli asset. Questa storia semplicemente non continuerà ancora per molto.
Un esempio è la crisi della US Savings and Loans della fine degli anni 80 e inizio anni 90. La Federal Reserve mantenne una politica monetaria espansiva per aiutare il sistema bancario. Il dollaro è entrato in un protratto mercato ribassista. Durante la caduta, le economie asiatiche che ancoravano le loro valute al dollaro hanno potuto accrescere gli aggregati monetari e il prestito senza preoccuparsi della svalutazione, ma il denaro non poteva uscire dal paese a causa della brutta prospettiva per il dollaro, quindi è andato nei mercati degli asset.
Quando il dollaro ha iniziato a ricadere nel 1996 le economie asiatiche hanno subito una forte pressione che ha fatto scoppiare le loro bolle di asset. Il crollo dei prezzi degli asset ha provocato una fuga di capitali che ha rinforzato la deflazione degli asset. La deflazione degli asset ha distrutto i loro sistemi bancari. In breve, la crisi bancaria americana ha creato l’ambiente per un boom creditizio in Asia. Quando le banche americane hanno ripreso,le banche asiatiche sono crollate.
La Cina farà lo stesso?
Questo conferma quello che hanno detto John Exeter, Antal Fekete, Darryl Schoon e forse persino Alan Greenspan , ossia che quando gli investitori perdono fiducia nelle valute “fiat”, si spostano sull’oro e su altri investimenti concreti ?

venerdì 23 ottobre 2009

La "Non" minaccia iraniana.

Nel 2001, il settimanale inglese The Observer pubblicò una serie di articoli che dichiaravano ci fosse una “connessione irakena” ad al-Qaeda, arrivando a descrivere persino la base in Iraq dove si addestravano i terroristi e una struttura dove si fabbricava l’antrace come arma di distruzione di massa. Era tutto falso. Strane storie fatte circolare dall’intelligence statunitense e da esuli irakeni sui media britannici e americani aiutarono George Bush e Tony Blair a lanciare un’invasione illegittima che, secondo dati recenti, ha finora causato circa 1.3 milioni di vittime. Sta succedendo qualcosa di simile riguardo all’Iran: le stesse “rivelazioni” sincronizzate da parte dei media e governo, la stessa finta percezione di crisi. “Si profila una resa di conti con l’Iran per le centrali nucleari segrete”, ha dichiarato il 26 settembre scorso The Guardian. “Regolamento di conti” è la parola chiave. Mezzogiorno di fuoco. Il tempo che scorre. Il bene verso il male. Aggiungici un tranquillo nuovo presidente americano che si è “lasciato alle spalle gli anni di Bush”. Un’eco immediata è stato il tristemente famoso titolo in prima pagina del Guardian del 22 maggio 2007: “I piani segreti dell’Iran per un’offensiva che forzerà gli Stati Uniti ad abbandonare l’Iraq quest’estate”. Basandosi su infondate rivelazioni del Pentagono, lo scrittore Simon Tisdall presentò come reale un “piano” dell’Iran di dichiarare guerra, vincendola, alle truppe statunitensi in Iraq entro il settembre di quell’anno – una falsità facilmente dimostrabile, che peraltro non è stata ritirata. Il gergo ufficiale per questo genere di propaganda è “psy-ops”, termine militare per indicare operazioni psicologiche. Al Pentagono e a Whitehall sono diventate una componente cruciale di campagne diplomatiche e militari per bloccare, isolare e indebolire l’Iran esagerandone la “minaccia nucleare”, una frase ora usata assiduamente da Barack Obama e Gordon Brown e ripetuta dalla BBC e altre emittenti come verità assoluta. Ma del tutto falsa.
La minaccia è a senso unico
Il 16 settembre scorso Newsweek rivelò che le principali agenzie d’intelligence americane avevano comunicato alla Casa Bianca che la situazione nucleare dell’Iran non era cambiata dal novembre del 2007, quando era stata valutata dalla National Intelligence che informò con “alta attendibilità” che l’Iran aveva cessato nel 2003 il suo presunto programma nucleare, cosa che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica aveva sostenuto più volte. L’attuale falsa informazione deriva dalla comunicazione che Obama pronunciò riguardo allo smantellamento dei missili situati sulle frontiere della Russia. Ciò serviva a coprire il fatto che il numero di missili statunitensi sta effettivamente aumentando in Europa e che le testate in esubero sono riposizionate su navi. Il gioco è quello di ammorbidire la Russia per far sì che si unisca, o che perlomeno non ostacoli, la campagna degli USA contro l’Iran. “Il presidente Bush aveva ragione” ha dichiarato Obama, “nel dire che il programma missilistico dell’Iran rappresenta una minaccia reale (all’Europa e agli Stati Uniti)”. Che l’Iran possa contemplare un attacco suicida agli Stati Uniti è inconcepibile. La minaccia, come sempre, è a senso unico, con la superpotenza mondiale praticamente appollaiata ai suoi confini.
Il crimine dell’Iran è la propria indipendenza. Essendosi sbarazzato del tiranno beniamino degli Stati Uniti, Shah Reza Pahlavi, l’Iran è rimasto il solo stato musulmano ricco di risorse fuori dal controllo degli Stati Uniti. E siccome soltanto Israele ha “il diritto di esistere” in Medio Oriente, il fine ultimo degli USA è di neutralizzare la Repubblica Islamica. Questo permetterà a Israele di dividere e dominare il Medio Oriente per conto di Washington, incurante di un vicino che sa il fatto suo. Se c’è un paese al mondo cui sia stata data una buona ragione per sviluppare un “deterrente” nucleare, quello è l’Iran.
Come uno dei primi firmatari del Trattato per la Non Proliferazione Nucleare, l’Iran ha costantemente promosso l’idea di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Al contrario, Israele non si è mai assoggettata ad alcuna ispezione dell’IAEA, e il suo arsenale nucleare a Dimona non è un segreto per nessuno. Con tanto di 200 testate nucleari attive, Israele “deplora” la risoluzione delle Nazioni Unite che le chiedono di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, come ha recentemente deplorato la denuncia fattale dalla UN di crimini contro l’umanità commessi a Gaza, così come detiene il record mondiale per violazione di leggi internazionali. La fa franca perché un grande potere le garantisce l’immunità.
Apprestarsi alla guerra infinita
Il regolamento di conti di Obama con l’Iran ha un altro programma. Ai due lati dell’Atlantico ai media è stato affidato il compito di preparare la gente alla guerra senza fine. A detta della NBC, il Generale Stanley McChrystal, comandante dell’esercito USA/Nato ha affermato che in Afghanistan ci sarà bisogno di 500.000 soldati nei prossimi cinque anni. Lo scopo è quello di controllare il “premio strategico” del gas e dei pozzi petroliferi del Mar Caspio in Asia centrale, del Golfo e dell’Iran – in parole povere, di dominare l’Eurasia. Ma il 69% della popolazione britannica e il 57% di quella americana si oppongono alla guerra, così come quasi tutti gli altri esseri umani. Convincere “noi” che l’Iran è il nuovo demonio non sarà facile. L’infondata dichiarazione di McChrystal che l’Iran “si dice stia addestrando guerrieri per qualche gruppo talebano” suona disperata quanto le patetiche parole di Brown “una linea nella sabbia”, come a dire “non si va oltre”.
A detta del grande informatore Daniel Ellsberg, durante l’amministrazione Bush, negli USA c’è stato un golpe militare ed ora il Pentagono la fa da padrone in ogni settore che riguarda la politica estera. Si può misurarne il controllo contando il numero di guerre di aggressione dichiarate simultaneamente e la scelta del metodo di “colpire per primi” che ha abbassato la soglia del possibile uso di armi nucleari, contribuendo a confondere la distinzione tra armi nucleari e armi convenzionali.
Tutto ciò si fa beffe della retorica di Obama riguardo a “un mondo senza armi nucleari”. Infatti lui è l’acquisto più importante del Pentagono. La sua accondiscendenza alla richiesta di tenersi come segretario alla “difesa” lo stesso di Bush, cioè il guerrafondaio Robert Gates, è unica nella storia degli Stati Uniti. Gates ha subito provato la sua abilità con un incremento delle guerre, dal sud est asiatico al Corno d’Africa. Come l’America di Bush, quella di Obama è gestita da personaggi molto pericolosi. Noi abbiamo il diritto di essere avvisati. Quando cominceranno a fare il loro lavoro quelli pagati per dire le cose come stanno ?

giovedì 22 ottobre 2009

La recessione, Ultima ventura.

Scontenti delle pesanti tasse, delle guerre in paesi lontani e dei salvataggi per ricchi banchieri, sempre più americani spingono i loro stati a sfidare le leggi federali ed alcuni promuovono la secessione.
“Il nostro governo è posseduto e gestito da Wall Street e dall’America corporativa” ha detto alla Agence France-Presse (AFP) lo scorso 11 ottobre Thomas Naylor, professore di economia in pensione che è a capo del movimento per la seconda repubblica del Vermont. L’impero sta andando a picco -- volete affondare con il Titanic, oppure cercare le altre opzioni finché si può”. Gli USA sono stati colpiti dalla peggiore crisi economica dal 1930 lo scorso settembre, dopo il crollo della Lehman Brothers, la quarta maggiore banca d’investimento e i guai finanziari di un gran numero di giganti di Wall Street. Le ripercussioni di ciò si sono sviluppate in una recessione piena, che minaccia le finanze personali con la caduta dei prezzi delle case, la riduzione dei fondi pensionistici e con lo svanire dell’accesso al credito e del lavoro. La recessione, la crescita del governo e l’esplosione della spesa federale fanno infuriare molti Americani.
“Il governo degli Stati Uniti ha perso la sua autorità morale”, dice Naylor.
Venticinque stati hanno approvato leggi che impediscono l’attuazione del Real ID Act del 2005, che impone norme federali per le carte d’identità. Inoltre 13 stati hanno legalizzato la marijuana per uso medico, contravvenendo ai regolamenti federali antidroga. Con il crescere delle tensioni sulla riforma del servizio sanitario, 15 stati stanno facendo pressione per delle leggi che li esenterebbero dai regolamenti del servizio sanitario federale. Il Montana e il Tennessee hanno persino approvato leggi che esentano dai regolamenti federali le armi e le munizioni prodotte in questi stati.
Alcuni sostengono che la secessione sia la cura per il problema dell’America. “Si parla più al giorno d’oggi di annullamento (l’invalidazione delle leggi federali) e di secessione… che in qualsiasi altro momento dal 1865”, ha detto Kirkpatrick Sale, che è a capo del Middlebury Institute, con sede nella Carolina del Sud, che studia il separatismo, la secessione e l’autodeterminazione. Sale sostiene che ci siano gruppi secessionisti attivi in almeno 10 stati americani, compresi il Vermont, lo Stato di Hawaii, l’Alaska, il Texas e il Porto Rico. “La secessione è la nostra unica risposta perché il nostro governo federale è in frantumi e non può essere riparato nell’attuale sistema politico” concorda Dave Mundy, un portavoce del Movimento Nazionalista del Texas.
Gli Stati Uniti sono una repubblica costituzionale federale composta da cinquanta stati e da un distretto federale. Sono stati fondati il 4 luglio 1776 da tredici colonie inglesi che hanno sconfitto la Gran Bretagna nella guerra d’indipendenza americana. Ma il Texas è stata una repubblica indipendente dal 1836 al 1845, e il Vermont lo è stato dal 1777 al 1791. Il Texas si è poi distaccato nel 1861, entrando a far parte degli stati confederati d’America insieme ad altri 10 stati meridionali. Poco dopo è scoppiata la guerra civile e quattro anni dopo è stata ripristinata l’unione.
J.R. Labbe, capo redattore del quotidiano Fort Worth Star-Telegram dubita che i secessionisti possano guadagnare terreno. “(Sono) la voce di una minoranza il cui momento è arrivato per un’unica ragione: la tecnologia” ha detto all’AFP. “Le telecamere digitali che possono registrare immagini e commenti -- e i canali di informazione 24-7 che cercano sempre i filmati più stravaganti che si possono trovare -- gli hanno dato un pubblico molto più vasto di quanto loro stessi o il Texas meritino”. Ne conviene anche Lyn Spillman, esperta di nazionalismo dell’università statunitense cattolica di Notre Dame. “Considerati generalmente, i movimenti di secessione -- che sono piuttosto comuni nella storia americana -- rarissimamente hanno delle conseguenze politiche significative”. Ma Sale controbatte che il crollo del dollaro e la collera per le guerre all’estero, in concomitanza con il disastroso cambiamento climatico provocato dal surriscaldamento globale, potrebbe spingere le comunità verso l’indipendenza energetica, idrica e alimentare. “Una congiunzione di eventi nei prossimi anni potrebbe far aumentare le voci di una secessione”.

mercoledì 21 ottobre 2009

La Tela di Ahmadinejad

Sarebbe un errore decifrare la fissazione di Ahmadinejad per Israele in chiave religiosa, per il suo impegno nella causa palestinese o nel quadro della disputa tra Teheran e Tel Aviv per l’egemonia di una delle regioni più strategiche del mondo. I suoi motivi vanno cercati altrove.
Pochi mesi fa, una valanga di supposizioni ha invaso la stampa iraniana quando un quotidiano, per una distrazione, rivelò che il cognome originale di Ahmadinejad é Saburjian, un clan ebreo iraniano. Dato irrilevante se non fosse che nella Repubblica Islamica un ebreo non può occupare nessun incarico pubblico. L’uomo, originario di Aradan, aveva cambiato il suo cognome con quello di Ahmadinejad “discendente di Maometto”, quando emigrò con la sua famiglia a Teheran. Dopo lo scandalo, il riformista Mehdi Karrubi gli domandò circa la sua vera identità e il fu Saburjian evase la risposta. Dopo l’autoproclamazione a presidente, Ahmadinejad ha nominato suo capo di gabinetto Rahim Massai, che qualificava il popolo ebreo amico dell’Iran. Ex capo dei servizi segreti e dirigente del principale partito che appoggia Ahmadinejad, anche Asgar Oladì é discendente di famiglia ebrea. Figuriamoci se da Israele potevano attizzare il fuoco del sospetto! Un quotidiano ebreo animava i Parsims, la comunità ebrea in Iran, a votarlo nelle elezioni a giugno e Meir Dagan, ex capo del Mossad, disse che “Israele avrebbe un grave problema se Ahmadinejad perdesse le elezioni”. Moshen Rezaì, ex comandante delle Guardie Islamiche, lo chiamò pubblicamente “agente di Israele”. Misteri genealogici e di spionaggio a parte, non c’è dubbio che i discorsi di Ahmadinejad fanno molto comodo al suo collega Nethanyahu, il quale é ben cosciente che l’appoggio dell’islamista alla causa Palestina non é altro che una tattica politica e si serve della “minaccia iraniana” per continuare la sua politica militarista nella zona. Durante l’ultimo assalto di Israele a Gaza, il mero appoggio verbale di Teheran alla Palestina ha sorpreso sia Hamas che Israele, convinti di un intervento diretto dell’Iran, che ha scelto invece di non confrontarsi con uno degli eserciti più potenti del mondo. Imprigionato nella sua propria propaganda, il regime, da un lato animava i giovani a recarsi a Gaza, e dall’altro, mandava il fratello di Ahmadinejad a farli tornare a casa quando erano già all’aeroporto. Approfittando del clima bellico, Ahmadinejad é riuscito a bloccare la mozione di censura contro i suoi ministri e ha chiuso varie pubblicazioni che criticavano Hamas per la sua strategia suicida davanti al potente esercito israeliano. Il pretesto: la necessità di unirsi contro la “minaccia israeliana”.
Con queste premesse, il suo intento di riaprire l’estemporaneo dibattito sull’Olocausto, più che smascherare la mancanza di equità degli organismi internazionali nel giudicare i crimini commessi dai differenti Stati o denunciare il ricorso di Tel Aviv al vittimismo quando bombarda la Palestina, avvelena una visione onesta e aperta di quella barbarie, nella quale, oltre che ebrei, furono sterminati centinaia di migliaia di comunisti, anarchici, democratici anti-fascisti, tra gli altri. Non si dice, ad esempio, che dei 25 milioni di persone che i nazisti uccisero in Unione Sovietica, solo 6 milioni erano militari. (NdT: nonostante il rapporto sia corretto le cifre in realtà sono minori). In Ahmadinejad, ragioni politiche, economiche e militari si uniscono nell’affanno di smentire le illazioni sulle sue origini. La sua esagerata esibizione come salvatore del popolo palestinese (fumo per nascondere i crimini che commette sui cittadini del suo paese) ha persino fatto gridare una rivista ultraconservatrice come Jomhuri e Eslami, che gli ricorda che é il presidente dell’Iran, non della Palestina, e che la deve smettere di spostare l’attenzione dai problemi della popolazione iraniana.
Quando organizzò l’infame incontro sull’Olocausto riunendo dal Ku Klux Klan ai nazisti (con i quali condivide lo sterminio dei marxisti, degli omosessuali e le tecniche per farla finita con gli avversari) in Iran si domandarono che motivi ci fossero di sprecare tanti milioni per parlare di qualcosa che é successo 60 anni fa a migliaia di chilometri. L’ayatollah Abtahi si lamentò che “non é giusto che il mondo intero veda gli iraniani, un popolo di grande civiltà, seduti insieme ai fascisti” , mentre decine di politici ed intellettuali proposero di portarli ai tribunali per “attentato contro la sicurezza nazionale”, provocando Israele. Il peggioramento delle relazioni con l’Occidente e l’isolamento in cui viene mantenuto il paese, intanto, hanno aumentato moltissimo il beneficio dovuto al traffico delle merci in mano ai militari, che controllano l’economia del paese e sono il principale appoggio di Ahmadinejad. C’é di più. La caduta del prezzo del petrolio da 180$ al barile a 50$ circa in un anno, per un governo che basa il suo bilancio per un 70% sulla rendita del petrolio, si traduce in una crisi totale. Cerca forse di aumentare la tensione nella zona per spingere in alto il prezzo del barile? L’inflazione galoppante, la mancanza di investimenti in un Iran politicamente instabile e la disoccupazione di 12 milioni di giovani, annunciano un’esplosione sociale. Una guerra come cortina di fumo servirebbe, in aggiunta, per schiacciare il movimento dei cittadini per i diritti civili, che avanza inarrestabile. Egli basa la sua esperienza sulla guerra con l’Iraq degli anni 80, quando furono sterminati migliaia di oppositori, poi fu montato lo scandalo dei “Versetti Satanici”, così che il mondo non vedesse le fosse comuni che nascondevano la più grande carneficina politica nella storia contemporanea del paese.
L’Iran non conosce questa retorica antiebrea. Questa terra millenaria accolse gli ebrei già quando Ciro il Grande, creatore della prima Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, li liberò dalla schiavitù dei Babilonesi e li invitò a vivere in un Iran che rispettava l’identità dei popoli che lo abitavano. Questo fatto si rispecchia in Isaia, che chiama Ciro “messia”. Fu così che Esther si convertì nella regina ebrea dell’Iran ed é per questo che ancora sono in piedi 32 luoghi sacri di questo popolo, come la tomba del profeta Daniele. Dei quasi 100.000 Parsims che vivevano in Iran nel 1978, circa 70.000 emigrarono, insieme ai circa 5 milioni di iraniani che abbandonarono il paese in conseguenza della repressione politica, religiosa, etnica e di genere, il maggiore esodo della popolazione in tutta la sua lunga storia.
Iran e Israele, oggi, governati entrambi dalla ultradestra religiosa, si autoalimentano per garantire la propria sopravvivenza fatta di tensione e conflitto.

martedì 20 ottobre 2009

E' Ora di Bombardare l'Iran

Gli Stati Uniti e la folla occidentale del "bombarda, bombarda, bombarda l’Iran" - isterismo portato al culmine prima dei colloqui sul nucleare multilaterale di Ginevra - potrebbero fare di peggio che avere un incontro con il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.
Lula effettivamente ha parlato con il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad faccia a faccia per più di un'ora ai margini dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il mese scorso. Egli ha invitato Ahmadinejad in Brasile nel mese di novembre. A proposito dell’incontro, è andato dritto al punto, "Cosa voglio per l'Iran è ciò che ho sempre voluto per il Brasile - un pacifico programma nucleare civile." Lula è un'isola di buon senso in un oceano di isterismo. Il presidente francese Nicolas Sarkozy pubblicamente ha dato una scadenza a dicembre perché l’Iran non commetta un “tragico errore ", come provocare Armageddon. Il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha ribadito che il G8 dava all'Iran solo tre mesi ancora. Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – che ha tre guerre in corso (Iraq e AfPak combo) - ha chiesto che l'Iran (che non è in guerra con nessuno) dimostri "le sue intenzioni pacifiche o renda conto alle norme internazionali e alle leggi internazionali".
Il Primo Ministro israeliano Benjamin "Bibi" Netanyahu ha annunciato alle Nazioni Unite, "la minaccia più grave di fronte al mondo di oggi è il matrimonio tra il fondamentalismo religioso e le armi di distruzione di massa". Inaccessibile all’ironia, Netanyahu ha ovviamente dimenticato che l'Iran - come l'Iraq nel 2003 - non ha armi di distruzione di massa (WMD) secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA). Israele non solo ha armi di distruzione di massa (WMD), ma si rifiuta anche di firmare la non proliferazione nucleare (TNP) o di consentire che le sue armi vengano ispezionate, come il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è affrettato a chiarire. Per quanto riguarda il fondamentalismo religioso, il sionismo è più che simile allo sciitismo dell'Iran. Come se ciò non fosse abbastanza isterismo, indiscrezioni in Gran Bretagna hanno rivelato che il capo del M-I6, Sir John Scarlett, e il capo del Mossad, Meir Dagan, possono aver stabilito che l'Arabia Saudita è pronta a permettere che Israele bombardi l'Iran. La Casa di Saud è rimasta muta. Ma non il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana [IRGC- Iranian Revolutionary Guards Corps, ndt] - che di fatto controllano il programma missilistico dell'Iran. Essi hanno testato con successo gli Shahab-3 a lungo raggio e i missili Sajjil a combustibile solido, con una portata massima di 2.000 chilometri. Quindi, ancora più isterismo.
Il Generale Hoseyn Salami, comandante della forza aerea della CGR, ha detto alla rete televisiva IRINN che l'Iran aveva una politica decisa a “non colpire per primi" in termini di una guerra missilistica con Israele, e difendeva i tests come legati all’ avvicinarsi dell’anniversario dell'attacco iracheno del 1980 all'Iran - l'inizio di una terribile guerra di otto anni che uccise almeno 250.000 iraniani. (Gli Stati Uniti, tra l'altro, appoggiavano in quella guerra un personaggio che in seguito personificò il "nuovo Hitler": Saddam Hussein.). Ora confrontate tutto questo alla reazione occidentale per quello che è accaduto a Pechino, durante la parata della Festa Nazionale Cinese, per il 60° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese; uno schieramento di due tipi di missili convenzionali terra-terra, un nuovo missile da crociera d’attacco terrestre, missili terra-terra intermedi e a lunga gittata in grado di trasportare testate nucleari e missili nucleari intercontinentali sono stati tutti esibiti in una passerella d’asfalto. Non una sbirciata dall’occidente. E' come se tutto questo facesse parte della Settimana della Moda di Pechino. Un segreto non-segreto.
L’isterismo totale raggiunge toni ridicoli quando si tratta di campagna di disinformazione sull’ormai iconico programma iraniano della centrale d’arricchimento dell’uranio, costruita ai piedi di una montagna all'interno di un sotterraneo ultra-protetto, controllato dall’IRGC, a circa 30 chilometri a nordest della città santa di Qom. La centrale è stata costruita con cemento pesantemente armato ed ha le dimensioni di un campo di calcio, sufficiente a contenere 3.000 centrifughe per la raffinazione dell'uranio. Il sito è stato debitamente segnalato da parte di Teheran in una lettera all'AIEA; secondo le regole questo viene fatto sei mesi prima che il sito diventi operativo. Il Vice Presidente iraniano Ali Akbar Salehi, che è anche capo del programma nucleare iraniano, ha sottolineato non c'è mai stato niente di “segreto" sulla centrale, e ha giustificato la sua costruzione a causa di "minacce" contro l'Iran. Ahmadinejad - un ingegnere - per parte sua ha sottolineato che la centrale sarà operativa solo tra 18 mesi. E sarà aperta alle ispezioni dell'AIEA, secondo un calendario già in discussione. Questa è la linea di fondo: se la ispeziona l’AIEA, non c'è modo che la centrale potrà sfornare armi nucleari.
Dal punto di vista di Teheran, tutto questo ha un senso; una centrale protetta dall’ IRGC vicina a Qom è un dato di fatto dopo che George W. Bush e Israele hanno ripetutamente minacciato di bombardare l'Iran. La posizione è tutto; immaginate Israele che bombarda i sobborghi di Qom. È come se il Pentagono bombardasse il Vaticano. Per quanto riguarda Washington, potrebbe essere venuta a conoscenza di questa centrale "segreta" durante l’amministrazione di George W Bush – come quei soliti "alti funzionari" hanno confermato alle aziende mediatiche americane. Ma questo solleva la domanda: perché Israele e gli Stati Uniti non la rivelarono quando era "segreta", ossia, non ancora segnalata all'AIEA?
Comunque, ciò che rimane escluso dal ciclo di notizie saturo di isterismo è che la nuova centrale non-così segreta non arricchirà l'uranio oltre il 5% - il livello richiesto in un programma civile di energia. Le armi nucleari richiedono un arricchimento del 90%. La centrale non produrrà esafluoruro di uranio, o UF6, che viene utilizzato per l'arricchimento. Ancora una volta, la questione è tutta qui. La centrale di Qom non cambia niente in termini di programma nucleare iraniano così come riconosciuto dall’AIEA.
Dialoga prima, bombarda dopo. E questo ci riporta a Lula. Il Brasile, proprio come l'Iran, è firmatario del TNP. Proprio come l'Iran, sta arricchendo l'uranio. Proprio come l'Iran, non consente invasive ispezioni dell'AIEA in merito. E proprio come l'Iran, ha in passato mantenuto "segreti" alcuni aspetti della sua tecnologia nucleare. Il Brasile arricchisce l'uranio a meno del 5%, come parte della sua industria nucleare da un miliardo di dollari, che investirà in sette nuove centrali atomiche per diversificare il consumo del paese basato sul petrolio e sull’energia idroelettrica. Il Brasile pensa di cominciare a esportare uranio arricchito prima del 2014. Le centrifughe brasiliane potrebbero essere utilizzate per produrre uranio altamente arricchito. Ma questa è una questione di volontà politica. La Costituzione brasiliana effettivamente proibisce la costruzione di armi nucleari.
In Iran la situazione è in realtà simile. Sia il fondatore della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ruhollah Khomeini, che attuale leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, hanno detto molto chiaramente che le armi nucleari sono contro l'Islam. Ovviamente, il Dipartimento di Stato americano respingerà sempre qualsiasi confronto tra Teheran e Brasilia. Dopo tutto, il Brasile è una democrazia di stile occidentale e l'Iran è oggi, dopo le ultime elezioni presidenziali, una dittatura militare del mullahtariato. Il Brasile può essere una potenza naturale in Sud America, ma non è una minaccia per nessuno, mentre l'Iran, una potenza regionale, minaccia l’egemonia nucleare "segreta" di Israele in Medio Oriente. Ma in entrambi i casi dell'Iran e del Brasile, il cuore della questione è la stessa: eseguire un programma nucleare di successo è, soprattutto, una questione di orgoglio nazionale. Le sanzioni non possono funzionare. E ancora una volta l'attuale isterismo mostra vistosamente come, quando si parla di Iran, ci siano due pesi e due misure. Washington è stata costretta ad ammettere che le sanzioni non hanno funzionato con la dittatura in Myanmar. Ora Washington vuole dialogare. Le sanzioni non funzioneranno neppure contro l'Iran. È ridicolo, per esempio, immaginare l'Iraq che si unisce ad un embargo occidentale di benzina imposto contro l'Iran. Inoltre, i persiani sono troppo orgogliosi e troppo carichi di storia per soccombere alle minacce.
Israele, i vari governi fantoccio arabi sunniti e i dittatori, il patetico diritto americano e il diritto europeo, tutti questi temono l’impatto regionale dell'Iran e vogliono abbattere il regime. Il dossier nucleare non potrebbe essere una storia di copertura più conveniente per un cambiamento di regime. Per quanto la dittatura militare del mullahtariato possa essere sgradevole per il mondo e per tanti cittadini iraniani, il fine non giustifica i mezzi. E il mezzo non porterà al fine desiderato, poiché un attacco contro l'Iran farà in modo che l’intera popolazione si raduni dietro al regime. Qualcosa è profondamente marcio nel cosiddetto regno della "comunità internazionale" - meno la Russia e la Cina, a proposito - quando esso permette che la politica globale sia determinata da qualcuno come Netanyahu.
Obama e Lula si sono incontrati a Copenaghen durante la gara dell'assegnazione di Giochi Olimpici 2016 vinti da Rio. La chimica tra di loro è eccellente. Obama potrebbe fare di peggio che fare domande a Lula sul suo faccia a faccia con Ahmadinejad. Ma così come stanno le cose, sembra più che la "comunità internazionale" sia guidata in una gara olimpica per bombardare l'Iran. Pepe Escobar è l'autore di "Globalistan: Come il mondo globalizzato si dissolve in Guerra Liquida" (Nimble Books, 2007) e "Red Zone Blues: un'istantanea di Baghdad durante l'embargo". Il suo nuovo libro, appena uscito, è "Obama does Globalistan" (Nimble Books, 2009).

lunedì 19 ottobre 2009

Scontro in America

Il vento sta cambiando in peggio negli Stati Uniti.
Da un pò di tempo sembra di percepire segnali che puntano tutti nella stessa direzione: una esasperazione della polarizzazione ideologica, moltiplicata all’infinito dall’incognita della crisi economica, su cui aleggia l’oscuro fantasma di una pandemia di dimensioni catastrofiche. Dal punto di vista politico, la destra evangelica del Bible Belt non è riuscita a digerire l’elezione di un nero alla Casa Bianca, e sta lasciando emergere il suo odio mascherandolo da protesta per la politica “socialisteggiante” di Obama. Ma i toni estremi dei contestatori, che spesso si ritrovano a ritrarre il Presidente come una scimmia o come un cannibale con l’osso nel naso, tradiscono chiaramente la natura razzista del loro malcontento. Nel Sud si sente parlare sempre più seriamente di secessione, mentre Sarah Palin ha lanciato l’idea di un partito a sè, che unisca tutti gli evangelici e li separi definitivamente dai “normali” repubblicani senzadio. Paradossalmente, però, questo malcontento viene alimentato dall’intero partito repubblicano, che cerca compatto di bloccare la riforma sanitaria di Obama. I miliardi delle case farmaceutiche e delle compagnie di assicurazione piovono copiosi su chiunque si mostri disposto a combattere la riforma, oppure a combattere il presidente che vuole realizzarla.
La cosa curiosa è che Obama non sta affatto tentando di “socializzare” il sistema, ma ha sfidato l’industria sullo stesso terreno del capitalismo, proponendo un servizio di copertura sanitaria statale che competa a pari condizioni con le assicurazioni private. Ma è proprio la competizione che i repubblicani non vogliono, ben sapendo che le assicurazioni private oggi non competono affatto fra loro: fingono solo di farlo, mentre in realtà formano un cartello compatto che tiene in pugno tutta la nazione.
Il profitto medio annuale di una compagnia di assicurazione sanitaria, in America, è di circa trecento milioni di dollari. E nella media sono comprese anche tutte le società che falliscono. In tutto questo, aleggia sulla nazione lo spettro di una pandemia – naturale o indotta che sia - da virus H1N1. Molti ospedali hanno già reso obbligatoria la vaccinazione per tutto il personale sanitario, mentre diversi “whistleblowers” hanno denunciato che da tempo militari e poliziotti vengono addestrati a preparare posti di blocco, dove il cittadino verrà posto di fronte alla seguente alternativa: o ti fai vaccinare, o finisci in un campo di concentramento. Ma anche chi pensasse di restarsene chiuso in casa non dorme sonni tranquilli: il senato del Massachussets ha appena approvato una legge che permetta alla polizia di entrare in casa dei cittadini anche senza il mandato del giudice, per vaccinare di forza i bambini i cui genitori si fossero rifiutati di farlo spontaneamente.
Per distinguere i vaccinati dai non-vaccinati sarebbe stato approntato – secondo una soldatessa “whistleblower” - una specie di braccialetto permanente, impossibile da rimuovere, che riporti chiaramente data e luogo della vaccinazione. Cos’altro cercheranno di metterci, in quel braccialetto, Dio solo lo sa. Fortunatamente, gli americani si stanno rivelando tutt’altro che disposti a farsi prendere in giro per l’ennesima volta dai loro governanti: molte madri stanno formando associazioni per impedire che i figli vengano vaccinati, un gruppo di infermiere dello stato di New York ha preferito licenziarsi dall’ospedale in cui lavorava piuttosto che farsi vaccinare (chissà perchè?), mentre la legge del Massachussets è stata accolta nel resto del paese con una rumorosa alzata di scudi: l’americano medio ritiene semplicemente inaccettabile la violazione del domicilio privato, la cui immunità è garantita dalla Costituzione.
C’è quindi una doppia polarizzazione in corso negli Stati Uniti: quella destra-sinistra, fra progressisti e conservatori, esasperata dall’elezione di un nero alla Casa Bianca, e quella alto basso, con il potere, arroccato dietro alla lobby farmaceutica, che tenta di imporre alla popolazione un ultimo salasso economico, nella forma di vaccino anti-influenza, che riservi naturalmente la sorpresa finale di aver ammalato milioni e milioni di cittadini perfettamente sani. Sembra quasi che si vada incontro ad una battaglia a tutto campo, dove i pochi cercheranno come al solito di schiacciare i molti, a meno che i molti trovino finalmente la forza di liberarsi per sempre dei pochi.
Forse davvero il Grande Scontro sta per iniziare.




domenica 18 ottobre 2009

Il Volo di Lockerbie

Cercheremo di ricostruire, anche in maniera schematica, la storia “dietro le quinte” fra Libia, Gran Bretagna e Stati Uniti, che è ruotata per tutti questi anni intorno all’attentato di Lockerbie.
Il suo presunto responsabile, Abdul al-Megrahi, è stato recentemente liberato dalla Gran Bretagna “per motivi compassionevoli” – così dice la motivazione ufficiale - e rimpatriato in Libia. In realtà, come vedremo, è ormai chiaro che al Megrahi sia stato soltanto il capro espiatorio della vicenda, e che non abbia avuto nulla a che fare con l’attentato, mentre il suo rilascio sarebbe stato la conseguenza di una urgente esigenza da parte degli inglesi, piuttosto che un gesto umanitario. La storia si può far iniziare dall’attentato del 1984 ad una discoteca di Berlino, nel quale morirono due cittadini turchi ed un soldato americano. Le autorità tedesche individuarono nel “terrorismo libico” i responsabili, e Ronald Reagan pensò che una adeguata risposta fosse quella di bombardare Tripoli. Il vero scopo, naturalmente, era togliere di mezzo il colonnello, che già da anni sedeva borioso su milioni di barili di petrolio del quale gli anglo-americani cominciavano a sentire una forte nostalgia (la prima “crisi del petrolio” risale al 1973). Gheddafi si salvò, ma nel bombardamento morì, insieme a molti altri innocenti, Hanna Gheddafi, la sua bambina di due anni.
Il 21 dicembre 1988 il volo Pan-Am 103, da Londra a New York, esplose in volo sopra la Scozia, causando la morte di 270 persone. Oltre a tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio morirono anche 11 abitanti della cittadina di Lockerbie, dove caddero le ali e la parte centrale della fusoliera. Dopo 3 anni di indagini, svolte con la solerte collaborazione dell’FBI (più di metà dei passeggeri erano americani), la corte scozzese concluse che i responsabili fossero due libici, Abdul al-Megrahi e Lamin Fhimah. Cominciò subito a circolare l’idea, non difficile da alimentare, che quell’attentato fosse stato la vendetta di Gheddafi per la morte della figlia, e quindi l’idea degli attentatori “libici” sembrò a tutti la più naturale del mondo. Altri sostennero che la vendetta di Gheddafi si fosse già consumata nel 1986, con il sequestro del volo PanAm 73 a Karachi, che aveva causato la morte di una ventina di ostaggi. In ogni caso, devono essersi accorti in molti che un “tiranno” con una figlia uccisa in quel modo diventi per tutti un comodo attaccapanni, al quale si possono appendere anche i più remoti attentati della Patagonia o delle Isole di Pasqua. Non esistendo però trattati diretti fra i due paesi, gli inglesi non potevano richiedere ufficialmente l’estradizione dei presunti colpevoli, per cui incaricarono gli uomini dell’MI-6 (la CIA inglese) di aprire dei canali extradiplomatici con Tripoli – le cosiddette “backdoors”, o “porte sul retro” - per ottenere in altri modi la loro consegna.
Nel frattempo partiva una pubblica escalation di accuse, ricatti e controaccuse, che culminò con una pesante serie di sanzioni internazionali imposte alla Libia dall’ONU, per ottenere la consegna dei due presunti attentatori. (Curioso come siano sempre i paesi ricchi di petrolio a finire ricattati con embargo e sanzioni di ogni tipo). Ma Gheddafi teneva duro, e dopo sei anni gli uomini dell’MI-6 non erano ancora riusciti ad aprire nemmeno uno sportello per gatti, nel retro della sua fortezza. Accadde così che nel ’94 si presentò all’ambasciata inglese di Tunisi un ”agente dei servizi libici”, che chiese di parlare con il locale responsabile dell’MI-6, e gli fece una proposta molto allettante. Aveva a disposizione – disse – un manipolo di fedelissimi disposti a tutto, pronti ad uccidere Gheddafi e a prendere il potere. Ma aveva bisogno di soldi per preparare l’attentato (armi, bombe, logistica, eccetera), e quindi offriva in cambio, se gli inglesi lo avessero aiutato a rovesciare il colonnello, la prelibata preda dei due attentatori di Lockerbie.
L’uomo dell’MI-6, un certo David Watson, riferì la cosa al suo capo-struttura di Londra, Richard Bartlett. Dopo qualche giorno arrivò l’OK da Bartlett, che disse di aver avuto la “licenza di uccidere” dal ministro degli esteri, insieme ad un finanziamento di 100.000 dollari da passare al manipolo di attentatori. Dimenticavamo di dire che questo manipolo di attentatori si chiamava “Al-Queda”, e faceva capo ad un certo Osama bin Laden, l’uomo che aveva organizzato per la CIA i Mujaheddin afghani che avevano rimandato i russi a casa loro. (Come si è poi saputo infatti, “Al-Queda” era il nome del database della CIA con i nomi di tutti i Mujaheddin). Era a nome di bin Laden che l’ ”agente dei servizi libici” si era presentato a Tunisi da Watson. (Questo personaggio non è mai stato identificato con certezza, ma è quasi certo che fosse Anas al-Liby, il n. 2 di bin Laden, che in quel periodo risiedeva, curiosamente, nel vicino Sudan).
In altre parole, i servizi inglesi finanziarono bin Laden per uccidere Gheddafi. Solo un bambino infatti potrebbe credere alla storiella dello sconosciuto agente libico che si presenta all’ambasciata inglese di Tunisi, offrendo due uomini in cambio di una nazione, e se ne va fischiettando dopo tre giorni con 100.000 dollari in tasca. Questa è la pietosa bugia che si dovette inventare quando la faccenda dell’attentato a Gheddafi – che nel frattempo era fallito - divenne di dominio pubblico. Erano stati gli agenti dell’MI-5 Annie Machon e David Shayler a denunciarla, dopo averlo saputo dai colleghi dell’MI-6. Fu un caso di wisthleblowing di prima grandezza, che scatenò un vero e proprio putiferio in Gran Bretagna, poichè metteva il paese in imbarazzo di fronte al mondo intero. Non a caso Machon e Shayler dovettero fuggire, rimanendo nascosti per lunghi mesi in una fattoria nel nord della Francia, per poi affrontare diversi anni di contorte vicende giudiziarie che si sono conclusi solo di recente. Se non fosse stato per loro, nessuno avrebbe mai saputo del tentativo inglese di uccidere Gheddafi, nè di altri attentati contro i cittadini di Israele, ufficialmente attribuiti ai palestinesi, che risultarono essere invece opera del Mossad.
Dopo il fallito attentato a Gheddafi, il braccio di ferro per avere i due presunti attentatori di Lockerbie riprese come prima, e a lungo andare il prezzo pagato per le sanzioni diventò insostenibile anche per l’orgoglio del colonnello. Dopo lunghe trattative, la Libia riconobbe ufficialmente “le responsabilità dei nostri ufficiali” (al-Megrahi era il capo della security delle aerolinee libiche a Londra) e consegnò i due sospettati, a condizione che venissero giudicati in un tribunale neutrale, in Olanda, alla presenza di osservatori internazionali. Al processo olandese Fhimah fu assolto, mentre al-Megrahi fu ritenuto colpevole, e condannato all’ergastolo, con una pena minima di venti anni da scontare.
Qualcuno si domanderà come sia stato possibile dimostrare addirittura l’identità dell’attentatore, partendo da una semplice caterva di rottami fumanti. Ebbene, quando c’è di mezzo l’FBI, tutto diventa possibile: attenzione, perchè lo spettacolo va ad iniziare. Frugando fra i resti del disastro, qualcuno si era accorto che un frammento di abiti da bambino, sbruciacchiato ma non troppo, portava tracce di esplosivo talmente pesanti da suggerire che fosse stato usato per avvolgere la bomba stessa. Miracolosamente però, il tessuto conservava ancora l’etichetta, e da questa si è potuto risalire al venditore, un commerciante di Malta di nome Tony Gauci. Quando gli uomini dell’FBI andarono a trovarlo, Gauci si ricordò improvvisamente di aver venduto degli abiti da bambino ad un “Libyan looking man” – letteralmente, “un uomo dall’aspetto libico” (come è noto i libici sono completamente diversi da tutti gli altri arabi) – il 7 di dicembre, ovvero 3 settimane prima dell’attentato. Da lì a identificare al-Megrahi, fra una ventina di “Libyan looking men” come lui, il passo fu breve. Ma per farlo condannare non bastava. Il fatto che gli abiti da bambino si trovassero in prossimità della bomba non significava che l’avessero avvolta fisicamente. Instancabili, gli uomini dell’FBI continuarono a indagare, finchè scoprirono fra i resti del disastro un frammento di circuito elettrico che viene montato normalmente su un certo modello di radio Toshiba. E’ lo stesso modello di radio – fecero notare gli uomini dell’FBI – usato da un palestinese poco tempo fa per confezionare una bomba di tipo Sentex.
Ottima intuizione, ma non bastava ancora. Cerca, esamina e analizza, e saltò fuori che un altro frammento di circuito elettrico recuperato fra i rottami apparteneva ad un timer simile a quello trovato addosso ad un agente libico, arrestato qualche mese prima, che si aggirava nella notte con in tasca una bomba tipo Semptex. La cosa cominciava a farsi interessante, ma gli indizi non bastavano ancora.
Ci fu allora il colpo di genio finale degli agenti dell’FBI, che da un frammento di valigia risalirono al modello di Samsonite che aveva contenuto la bomba, accorgendosi nel frattempo che proprio quella valigia, imbarcata a Londra sul volo Pan-Am, era partita da Malta. Ora sì che il cerchio si chiudeva! Bastò fare “libico” + “Semptex” + “timer” + “Samsonite” + “Malta”, ed ecco uscire un bell’ergastolo per il povero al-Megrahi. Nonostante lui si proclamasse innocente, e nonostante il principale osservatore dell’ONU, Hans Köchler, abbia definito il verdetto uno “spettacolare aborto giuridico” (“a spectacular miscarriage of justice”), il mondo si convinse presto che l’attentato fosse partito proprio dalla Libia. Eravamo nel gennaio 2001, a pochi mesi dall’undici settembre.
Nel frattempo Gheddafi aveva messo la testa a posto, aveva rinunciato a farsi la bomba atomica, ed era diventato addirittura il “buon esempio” di islamico addomesticato che tutti gli altri nel mondo dovevano imitare. (Saddam era avvisato). A conferma delle sue buone intenzioni, Gheddafi si impegnò a pagare 2.7 miliardi di dollari alle famiglie delle vittime (circa 10 milioni di dollari per famiglia), legando però i pagamenti alla cancellazione definitiva delle sanzioni contro la Libia, ed alla rimozione del suo paese dalla lista degli “stati-canaglia”. La maggior parte di quei soldi è finita nelle casse dei prestigiosi studi legali americani che hanno rappresentato i familiari delle vittime. Nel 2002 al-Megrahi tentò un ricorso in appello, ma la sua richiesta fu respinta per “inconsistenza delle motivazioni”. Al-Megrahi non si arrese, e iniziò – probabilmente aiutato dall’esterno – a far raccogliere tutta la documentazione possibile per preparare un secondo appello, molto più serio e ben organizzato del primo.
La sua “contro-indagine” fu così efficace che nel 2007 la Corte Penale di Revisione Scozzese stabilì, con grande sorpresa di tutti, che il caso andasse riaperto. Nel frattempo infatti era emerso che:
- Tony Gauci, il commerciante maltese di vestiti, aveva visto una foto di al-Megrahi 4 giorni prima del riconoscimento. La difesa di al-Megrahi sostiene di avere le prove che Gauci abbia ricevuto 2 milioni di dollari per la testimonianza che portò all’arresto dell’imputato.
- Il tecnico svizzero che aveva confermato che il timer venisse usato per le bombe Semtex ha confessato di aver mentito al processo, dopo aver respinto un’offerta di 4 milioni di dollari da parte dell’FBI per fare quelle dichiarazioni. Il tecnico ha anche ammesso di aver rubato dalla sua ditta un esemplare di quel timer, per consegnarlo “ad un uomo incaricato delle indagini”.
- Il pezzetto di circuito elettrico ritenuto appartenere al timer risultò non essere stato nemmeno testato per la presenza di esplosivi
- La famosa “Samsonite partita da Malta” aveva girato per 17 ore su un carrousel vuoto di Heatrow, prima di essere imbarcata sul volo Pan-Am, e durante quel periodo era stata forzata da qualcuno.
- La polizia di Heatrow ha purtroppo “perso” la documentazione su quella valigia, per cui non è più possibile risalire a chi l’abbia maneggiata, nè tantomeno imbarcata.
- L’abitante di Lockerbie che aveva trovato nella foresta il manuale della radio Toshiba disse che il documento presentato al processo era completamente diverso da quello che lui aveva consegnato alla polizia.
Insomma, ci siamo capiti, è inutile infierire: all’FBI usano ancora le tecniche e i manuali di Edgar Hoover. I media però fecero finta di nulla, e la notizia del verdetto della Corte di Revisione passò sotto relativo silenzio. Ma i tempi per l’appello di al-Megrahi nel frattempo sono maturati, e la data per la riapertura del processo era stata fissata per lo scorso Aprile. Se quel processo si fosse svolto, al-Megrahi molto probabilmente sarebbe stato assolto, e gli inglesi avrebbero fatto una plateale figuraccia di fronte al mondo. C’era inoltre il rischio, non trascurabile, che Gheddafi a quel punto chiedesse la restituzione di tutti i soldi pagati per risarcire le famiglie delle vittime. Ecco perchè gli inglesi, colti da improvviso spirito compassionevole, hanno deciso di rimpatriare in gran fretta al-Megrahi, iniziando una complessa procedura legale che richiedeva, prima di tutto, che lui ritirasse la richiesta di appello. Dopo che questo è avvenuto, al-Megrahi è stato rimandato a casa. Nonostante abbia rinunciato all’appello, al-Megrahi ha detto che renderà pubblico il dossier di oltre 300 pagine che nel frattempo la difesa aveva preparato per lui.
Fine della storia.
A questo punto resta solo una domanda: se non sono stati i libici, chi ha messo la bomba sul Pan-Am 103?
La risposta precisa nessuno la conosce, e Internet a questo punto pullula di “teorie alternative” di ogni tipo, la maggioranza delle quali sono state chiaramente messe in circolo per confondere le acque. A chi non avesse voglia di addentrarsi in quell’infida foresta, possiamo sempre suggerire di domandarsi a chi possa essere convenuto, in tutti questi anni, far passare la Libia di Gheddafi per uno stato di “terroristi”.

sabato 17 ottobre 2009

Il guardiano Silenzioso

Gli investimenti in armi e dotazioni militari non riguardano più solamente gli equipaggiamenti destinati al confronto con un nemico “in divisa”, al contrario soprattutto negli ultimi anni si stanno moltiplicando gli sforzi economici destinati a fronteggiare un altro tipo di nemico, considerato in propensione futura evidentemente ben più pericoloso di un esercito belligerante. I contestatori, i manifestanti che ben presto potrebbero riempire le piazze, i cittadini che rimasti senza lavoro e senza prospettive potrebbero passare dal mugugno alla protesta attiva, sembrano infatti preoccupare un po’ tutti i governi (o se preferite il governo unico che regola l’ordine mondiale) che si stanno affrettando ad “acquistare” le opportune contromisure per fronteggiarli. Il nuovo cannone sonoro LRAD, usato nei giorni scorsi dalla polizia americana nei confronti dei contestatori del recenteG20 a Pittsburg, al quale il quotidiano Repubblica dedica un lungo articolo, rappresenta solo una delle nuove armi definite “non letali” che potrebbero aiutare la polizia nel mantenere l’ordine pubblico, anche nella prospettiva di situazioni particolarmente difficili come potrebbero essere quelle degli anni a venire. Progettato dall’'American Technology Corporation il nuovo cannone a forma di antenna parabolica (fino ad oggi utilizzato negli scontri bellici veri e propri) qualora usato al massimo della sua potenza, può raggiungere un livello di pressione sonora tale da superare la soglia del dolore e danneggiare in maniera permanente il sistema uditivo umano, provocando inoltre soffocamento, nausea e vomito. Oltre al cannone in oggetto, di armi potenzialmente“non letali” ne esistono in realtà molte, alcune già in dotazione presso le forze di polizia di svariati paesi, altre ancora nella fase di sperimentazione. A questo proposito è curioso osservare come in una missiva destinata da alcuni sindacati di polizia al ministro dell’Interno nello scorso mese di luglio, venissero manifestate tutta una serie di richieste, aventi per oggetto proprio la dotazione di nuove armi “non letali” da destinare al mantenimento dell’ordine pubblico. Fra di esse venivano elencate nell’ordine:
1)Sfollagente elettrico che sprigiona una scarica fra 50.000 e 900.000 volt, in base ai modelli. Si aziona con un pulsante e, in un quarto di secondo, fa contrarre i muscoli, mentre da 1 a 5 si cade semiparalizzati per 7 minuti. Costa 80 Euro e si alimenta con 2 normali pile.
2)Proiettili di gomma che un’apposita pistola spara fino a 50 m, costituiti da cartucce in gommapiuma che si deformano all’impatto senza penetrare la pelle. Costo dell’arma 292 Euro. In Francia si sottolinea essere in dotazione ai Gruppi d’intervento della Polizia Nazionale e alle Brigate anti-criminali. Esistono pure apparecchi fissi, come il Modular Crowd control, con potenza di 600 colpi in successione per disperdere grandi assembramenti e frazioni di folla violenta.
3)Nuovi cannoni ad acqua controllati con un joystick dall’interno del veicolo. Sparano 15 litri al secondo a 30 bar. Con l’aggiunta di additivi l’acqua può anche venire elettrificata (per il comprensibile piacere dei cittadini in protesta) o colorata per facilitare l’individuazione e l’arresto dei facinorosi.
4)Spray irritante che acceca per 30 minuti, fino a 4 metri. Alcune bombolette contengono gel paralizzante al pepe. In Italia, col principio attivo al 10%, è legale anche l’uso e costano 32 Euro l’una.
5)Guardiano silenzioso, costituito da un raggio a microonde da 95 giga hertz, sparato dalle camionette con una parabolica manovrabile (sorella di quella del cannone sonoro). Alza a 54 gradi la temperatura della pelle fino a 500 m, senza ustionare, provocando una fuga istantanea.
6)Pistole elettriche (laser) consistenti in due freccette a filo che si piantano nei vestiti dando uno shock da 50.000 v. Negli USA sono già in dotazione a 9800 dipartimenti di Polizia su 18000. In Gran Bretagna vengono usate dalla Metropolitan Police.
7)Armi acustiche; portatili o su jeep, che colpiscono le funzioni motorie attraverso l’emissione di infrasuoni a bassa frequenza;
8)Negtun, consistente in una rete che viene sparata ad aria compressa sul bersaglio, al fine di immobilizzarlo.
9)Nuovi blindati rg12, gli unici veicoli antigranate per l’ordine pubblico, nel 2005 l’Arma dei Carabinieri ne ordinò 30 in Sud Africa al costo di 10 milioni di dollari l’uno.
Tempi duri dunque nell’immediato futuro per chiunque abbia la “malaugurata” idea di scendere in strada a protestare, magari contro la costruzione di un nuovo inceneritore, di una galleria del TAV o di una centrale turbogas, ma anche per difendere i propri diritti ed il proprio posto di lavoro vaporizzatosi per effetto della globalizzazione. Tempi duri per tutti i cittadini “scontenti” che si troveranno a confrontarsi con un vero e proprio “armamentario da guerra”, destinato ad annichilire le loro pretese, ben prima che queste possano diventare anche solo potenzialmente pericolose.

venerdì 16 ottobre 2009

Metodo Manageriale

Credo che sia troppo. 24 morti suicidi e almeno 14 tentati suicidi in soli 18 mesi. Una strage. Alcuni media ne danno notizia quasi fosse un bollettino di guerra, accennando a motivi legati all’azienda o parlando di “mobbing spinto”, ma senza andare troppo in profondità. Un uomo di 51 anni, padre di due figli, si è gettato dal cavalcavia dell’autostrada, lasciando alla moglie una lettera in cui ha scritto che “il clima in azienda lo ha spinto all'atto”. Altri suicidi scrivono che il loro gesto è stato causato da “disorganizzazione permanente, il management del terrore, lo stress e il sovraccarico di lavoro.”
Il 14 luglio a Marsiglia un dipendente si è ucciso lasciando precise parole di accusa: ”Mi tolgo la vita a causa del mio lavoro a France Telecom. È l’unica ragione. La totale disorganizzazione dell’impresa, gestita incutendo il terrore nei dipendenti, mi ha stravolto. Sono diventato un relitto, un naufrago. E’ meglio finirla qui”. Qual è la vera causa di questa strage? Tutte le vittime lavoravano a Telecom France, che da quando è stata privatizzata (dal 1997) è diventata un esempio di metodo manageriale. Tale metodo è finalizzato ad accrescere sempre di più il profitto, attirando gli investitori. Il risultato è che oggi il “cammino manageriale” si è trasformato per molti in un vero e proprio incubo, portando non poche persone alla disperazione e al suicidio. Come ammettono i sindacati, col pretesto della “ristrutturazione” sono state fatte cose assurde, senza alcun controllo o limite da parte delle autorità francesi. Ad esempio, trasferimenti selvaggi, declassamenti di ruolo, sovraccarichi di lavoro e creazione di situazioni assurde. Nel 2008 France Telecom ebbe un utile di 4.1 miliardi di euro, attirando investimenti ma allontanando lavoratori. Negli ultimi due anni, tra licenziamenti e prepensionamenti, ben 22.450 impiegati hanno lasciato la società. Si parla di 
“Management della paura”. Alcune testimonianze di lavoratori sono state raccolte da "Le Monde". Racconta Olivia J.: “Dieci anni fa ero fiera del mio posto a France Telecom, il lavoro era stimolante ed ero contenta. Dopo è cambiato tutto. L’azienda si è disumanizzata, ormai siamo solo cifre. L’unica cosa che conta è quante vendite si riescono a portare a termine alla fine della giornata. Lo stress è permanente e gli smottamenti sono incessanti: sono alla sesta mansione. Ogni volta ci viene chiesto di ricominciare da zero e vendere sempre di più. La maggior parte dei miei colleghi va avanti ad antidepressivi. Quando sarà il mio turno di scoppiare?”
Il dirigente dell’azienda è stato trasformato in una specie di aguzzino: deve mettere il lavoratore nella condizione di sentirsi obbligato a lavorare sempre di più e con eguale o addirittura meno guadagno. La Telecom France purtroppo non è l’unica società i cui lavoratori hanno impulsi suicidi. Nella stessa Francia qualche anno fa c’era stato il caso dell’epidemia di suicidi nelle fabbriche della Peugeot Citroen. Nella fabbrica di Mulhouse nel giro di pochi mesi si suicidarono sei operai di età dai 50 ai 55 anni. Il sindacalista Cgt del consiglio di fabbrica Vincent Duse spiegò:
“Le condizioni di lavoro si degradano, giorno dopo giorno, alla Peugeot quasi quotidianamente si susseguono annunci di licenziamenti e di mutazioni interne. Le pressioni esercitate sui lavoratori per produrre altrettanto con meno personale si accentuano e le vessazioni esplodono… Nessuna spiegazione sui trasferimenti interni che mandano alla catena delle persone che godevano di una certa autonomia di lavoro, che perdono soldi e sono obbligate a cambiare il ritmo di vita. Nessuna spiegazione neppure sulle lettere che arrivano a casa degli operai che sono in malattia, che li colpevolizzano e li minacciano”.
Ma i suicidi per gravi problemi sul lavoro non avvengono soltanto in Francia. Negli ultimi anni ci sono stati diversi suicidi anche nel nostro paese, nel silenzio dei media. Ad esempio, un uomo di 47 anni operaio della Ericsson di Roma si è buttato giù dal tetto della fabbrica perché minacciato di licenziamento. A Imola un altro lavoratore di 32 anni si è impiccato. A un collega aveva detto “che stava subendo delle pressioni dall'azienda, che lo chiamava continuamente perché andasse via. Era preoccupato”. Fra gli altri, un caso emblematico è avvenuto lo scorso anno, a Suzzara, dove una donna ha tentato il suicidio in fabbrica perché non aveva ricevuto il rinnovo del contratto di lavoro. La fabbrica è andata avanti ignorando completamente il comportamento della donna. Altri lavoratori si suicidano anche quando il loro posto di lavoro non è a rischio, ma il salario è troppo basso per vivere. Ad esempio, un uomo di 43 anni si è impiccato nella fabbrica dove lavorava, la "Meloni" di Tolentino (Macerata). 
L’uomo, padre di una bambina di sei anni, non riusciva più a pagare il mutuo della casa, dopo che la moglie precaria era stata licenziata. Queste stragi non fanno notizia. Si teme che si possa approfondire e tirare fuori cose scomode per il sistema attuale.
La cosiddetta “globalizzazione” ha trasformato molte aziende statali in S.p.A. a controllo privato (di solito grandi banchieri o imprenditori di alto livello, celati dietro diverse società), e molte società sono state delocalizzate, ovvero portate in paesi dove, a causa della povertà, molte persone sono disposte a lavorare per salari miseri. In tale situazione l’attenzione si concentra sul profitto e sulla svalutazione del lavoratore. Persino la stessa quantificazione economica del lavoro è diventata molto arbitraria, ed è cresciuto il rischio per i lavoratori di vessazioni e abuso di potere. Le nuove leggi che legalizzano il precariato e lo sfruttamento favoriscono ovviamente un rapporto di lavoro in cui i vantaggi sono soprattutto del datore di lavoro. Per il lavoratore, gli straordinari, gli orari flessibili, i contratti precari, ecc. diventano un eccesso di problemi legati al lavoro, che lo attanagliano, spesso con una tale pervasività da condizionare anche altri settori della sua esistenza. Le persone sono trattate da oggetti, viste in funzione degli interessi dell’azienda. Ciò che conta non è il “mondo umano” ma il mondo del profitto, della concorrenza, delle azioni da portare alle stelle. Tutto il resto va subordinato, compresa la salute umana.
Il personaggio che ricopre un’alta carica nell'azienda è percepito come potente, vincente, anche se spesso si tratta di persone che hanno scelto pesanti compromessi oppure sono semplicemente parenti o amici dei proprietari. Quando un “capo” commette angherie contro un sottoposto, gli altri lavoratori di solito non fiatano, lo percepiscono forte e ne hanno paura. E’ la legge del più forte.
Umiliare? Destabilizzare? Ridurre i lavoratori alla depressione? E che importa se ciò non danneggia l’azienda? Anzi, se un lavoratore sta male, si sente depresso, è possibile giustificare il licenziamento, tanto è assai difficile dimostrare che il suo malessere può essere dovuto a situazioni lavorative. Il manager di livello superiore, nell’azienda ha sempre il coltello dalla parte del manico. Se un sottoposto osa alzare la testa e fargli presente alcuni errori nel suo comportamento, egli può sempre screditarlo, umiliarlo oppure minacciarlo. In maniera velata, s’intende. Basta poco per mettere in cattiva luce un dipendente, specie se le parole escono dalla bocca di un’autorità. Come si sa, da un non detto, dall’insinuazione, può scaturire la perdita di credibilità o fiducia, necessarie per continuare battaglie giuste contro gli aguzzini in veste manageriale. Isolare il lavoratore più attento ai diritti significa metterlo ko. Isolarlo significa fargli credere che è nel torto, anche se non lo è. Significa convincerlo che non può far nulla anche quando si accorge che non c’è rispetto per i diritti umani. Significa farlo apparire debole, e contrapporlo alla forza del top-manager.
Il top-manager può sentirsi onnipotente, ricavare piacere dal suo ruolo, anche quando deve comportarsi in modo disumano. Alcuni però non provano piacere nel fare del male o nel trattare gli altri come marionette. Ad esempio, un importante dirigente di una società americana, alla fine di una giornata lavorativa, confessò ad un amico: “Meno male che la giornata è finita, non ne potevo più di comportarmi da carogna. Sul lavoro devo essere molto diverso da quello che sono veramente, devo diventare malvagio, altrimenti non potrei sostenere il mio ruolo”. L’assetto socio-economico attuale permette in molti casi di attuare impunemente vessazioni e disumanizzazione. Spiega la psicoterapeuta Marie-France Hirigoyen:“La minaccia di licenziamento permette di erigere l’arroganza e il cinismo a metodo manageriale. In un sistema di accanita concorrenzialità la freddezza e la durezza diventano la regola. La competizione, quali che siano i metodi utilizzati, è considerata sana, e i perdenti sono messi da parte. Gli individui che temono lo scontro non utilizzano metodi diretti per acquisire il potere. Manipolano le persone in modo subdolo o sadico, allo scopo di ottenerne la sottomissione. Valorizzano così la propria immagine squalificando l’altro… Le nuove forme di lavoro, che mirano ad accrescere i rendimenti delle imprese lasciando da parte tutti gli aspetti umani, generano stress… Di fronte a un attacco (gli animali), possono scegliere tra la fuga e la lotta. Per il lavoratore, una scelta del genere non esiste. Il suo organismo, come quello dell’animale, reagisce in tre fasi successive: allerta, resistenza, sfinimento; … Si chiede ai dipendenti di lavorare troppo, di lavorare in condizioni di emergenza e di essere polivalenti… Alcune aziende sono degli ‘spremilimoni’. Fanno vibrare la corda affettiva, utilizzano il loro personale chiedendo sempre di più… Quando il lavoratore, sfruttato, non rende più abbastanza, l’azienda se ne sbarazza senza stare a pensarci sopra.” In alcuni casi, i lavoratori, oltre ad essere sfruttati sono anche “negati” nelle loro caratteristiche umane. In alcune aziende non si amano le persone intelligenti, capaci di utilizzare la propria testa o creatività. Spiega Hirigoyen:
“Ogni forma di originalità o di iniziativa personale è fonte di disturbo…Gli impiegati vengono trattati come scolaretti indisciplinati… Qualche volta si chiede loro di fare autocritica nell’ambito di riunioni settimanali, trasformando così i gruppi di lavoro in pubblica umiliazione. Ad aggravare questo processo interviene il fatto che oggi molti di loro sono sottoccupati e hanno un livello di studi equivalente o addirittura superiore rispetto a quello del loro superiore gerarchico…. Le sollecitazioni economiche fanno sì che si chieda sempre di più ai lavoratori, con sempre minore considerazione. Vi è una svalutazione della persona e delle sue capacità. L’individuo non conta. Poco importano la sua storia, la sua dignità, la sua sofferenza. Di fronte a questa ‘cosificazione’, a questa robotizzazione degli individui, la maggior parte dei dipendenti di società private si sente in una condizione di fragilità troppo grande per poter fare altro oltre che protestare interiormente e chinare la testa in attesa di giorni migliori.”
Il top manager, per licenziare, basta che parli un linguaggio “colto”, come se gli eufemismi fossero capaci di dare virtù ad un’azione iniqua. Si parlerà di “ristrutturazione”, di “rilancio della competitività dell’azienda”, e potranno attuare ogni azione infame: trasferire lavoratori in posti orrendi, aumentare le ore lavorative ma non lo stipendio, lasciare a casa padri di famiglia che hanno cinquant’anni, un’età in cui sarà difficile essere inseriti in una nuova azienda. Il dirigente non deve tener conto dei fattori umani, deve avere sempre qualche frase deresponsabilizzante (ad esempio: “dobbiamo essere competitivi”) e creare una situazione di menzogna e paura.
La bravura dei top manager, man mano che le "esigenze manageriali" crescono, non sarà più quella legata alla peculiarità produttiva dell’azienda, ma sarà più che altro di tipo socio-psicologico (nel senso di "spin doctors" o dottori del raggiro). Essi devono consolidare l’impressione che in azienda ci sia comunicazione, “democraticità”, confronto aperto e sincero. Devono ribaltare le cose, far sembrare quello che non è, e non mostrare quello che è. Ad esempio, devono far credere che si rispetta la Costituzione del Paese, mentre in realtà si calpestano anche i minimi diritti.
Nel nostro Paese, l’Art. 2 della Costituzione sostiene che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Questo significa che in teoria le istituzioni dovrebbero proteggere i cittadini dai pericoli di essere subordinati al profitto, oppure umiliati e considerati una nullità.
Quando le cose si fanno difficili, nelle aziende altamente "manageriali" si insinua talvolta una certa distorsione comunicativa, e chi cerca di far chiarezza viene trattato da impiccione o da rompiscatole. Il dialogo vero e proprio fra dirigenti e sottoposti di solito non c’è. Nei casi in cui la situazione conflittuale si accresce, il messaggio del dirigente diventa vago, incompleto, reticente. Egli dice ma non comunica nulla. La sua arte dovrà consistere nel far credere di informare i lavoratori sulla situazione senza farlo.
Confondere il lavoratore che sta per essere trasferito, licenziato o messo in cassa integrazione, farlo sentire inquieto, pieno di paura e di dubbi significa poter giustificare qualsiasi comportamento, specialmente oggi che anche i sindacati sono sempre più spesso latitanti o inclini a mistificare i fatti. Il compito più importante per il dirigente sarà quello di far credere che nessuno ha alcuna responsabilità. E men che meno l’azienda. In tal modo tutto ricade sugli stessi lavoratori, anche quando essi sono preparati e molto efficienti.
Se non si può dare la colpa ai lavoratori si dà la colpa alla “crisi”, anche quando la fabbrica che chiude o si delocalizza era in attivo. In alcuni casi i lavoratori, in seguito al precariato lavorativo o alla minaccia di licenziamento, vedono apparire sintomi come l’insonnia, le crisi di angoscia e ansia. In quasi tutti i Paesi del mondo, non c’è una precisa tutela legale contro le vessazioni dei lavoratori precari o con condizioni di lavoro non sane. Il problema sembra non esistere per i nostri media di massa. Eppure non soltanto esiste ma sta assumendo livelli insostenibili. Secondo lo studioso Harald Ege in Italia la situazione dei lavoratori è molto difficile: “Per la difficile situazione economica generale, per l’elevato tasso di disoccupazione o per il carattere stesso più individualista dell’italiano medio, in Italia sui posti di lavoro c’è molta più tensione di rapporti rispetto agli altri Paesi, soprattutto del Nord Europa. Questa conflittualità quasi ‘fisiologica’ è generalmente accettata come dato di fatto dai lavoratori italiani”.
“I molti soccombono ai pochi”, è la regola del sistema attuale. Ogni importante istituzione finanziaria, economica o politica di alto livello ha questa regola di base, ma essa viene dissimulata, in modo tale che quei molti non si alleino contro i pochi. Poco importa che persino il rendimento lavorativo non può essere eccellente in condizioni di stress. Infatti, diverse ricerche hanno dimostrato che quando c’è un livello troppo alto di conflitto o di disagio in azienda, il rendimento o l’efficienza diminuiscono. Finché saremo nelle mani di pochi affaristi loschi i cui interessi contrastano con quelli del paese ma continuano a prevalere perché protetti dal sistema politico, ci saranno problemi per molti. Il sistema attuale è disumano, e non ci vuole molto a capirlo. Fino a quando si cercherà di giustificarlo o di deresponsabilizzarlo? Per quanto tempo ancora ci illuderemo che le “riforme” dei cosiddetti “grandi” lo cambieranno davvero? Le illusioni non possono che trasformarsi in delusioni. Prima rigetteremo il sistema attuale sotto tutti i suoi aspetti paradossali e iniqui e prima renderemo possibile una nuova realtà, in cui la dignità e la vita umana non saranno più subordinati al potere di pochi.

giovedì 15 ottobre 2009

I Bond di Chiasso

La storia dei Bonds continua a diffondersi, più per osmosi che per una volontà diretta, attraverso una serie di informazioni riportate da diversi blog e news internazionali.
A suo tempo abbiamo descritto diffusamente il sequestro di "Bond" americani per ben 134 miliardi di dollari avvenuto alla frontiera di Chiasso ormai ben 4 mesi fa. Molto meno noto è un sequestro avvenuto invece a Milano Malpensa alcune settimane fa, a carico di due filippini diretti in Svizzera. In questo caso si trattava addirittura di 180 miliardi di dollari. Questa volta le fiamme gialle hanno arrestato in flagranza di reato i due filippini ed hanno invitato gli esperti americani dell'US. Secret Service a dare una occhiata ai titoli. Invito accolto e titoli riconosciuti falsi, per una serie di motivi.
Pare che servissero, pensate un poco, ad organizzare una stangata al fine di raccogliere fondi per una chiesa. Come si suol dire? Le Vie del Signore sono infinite.Ma quelle dei mascalzoni no!
Sui titoli sequestrati a Chiasso, invece, per quanto possa sembrare strano, non c'e' ancora nessuna conferma o smentita ufficiale della loro autenticità. Questo dopo numerosi solleciti, due interrogazioni parlamentari e un fitto scambio di documentazione, in un arco di quasi tre mesi.
Proprio il confronto con i tempi di accertamento nel caso del sequestro di Malpensa deve portarci a ritenere che questi titoli possono anche essere originali, essendo questa una eventualità ovviamente niente affatto gradita dal Governo Americano.
In primo luogo perchè poco meno di 50 miliardi di dollari verrebbero confiscati dal governo italiano per la legge sui capitali all'estero ( altro che scudo fiscale). In secondo luogo perchè diverrebbe impossibile nascondere ancora quello che è un segreto di pulcinella, lo spettro che si aggira per le cancellerie e le dirigenze degli organismi finanziari di tutto il mondo: è in atto una massiccia quanto sotterranea fuga dal dollaro, che richiede mesi, se non anni di tempo per essere effettuata senza sconquassi e che porterà ad un rovinoso collasso del valore del biglietto verde, quando diventerà evidente che la bilancia dei pagamenti USA è completamente e definitivamente sballata, con i risparmiatori cinesi stufi di rischiare i loro sudati risparmi in pezzi di carta verdolini.
Le cose stanno così e starebbero così anche se i bonds fossero falsi. In questo caso sarebbe interessante conoscere le motivazioni che hanno portato a liberare i due portaborse giapponesi tre mesi fa, una risposta che potrebbbe dare solo il Ministro Tremonti, visto che la legge avrebbe imposto, nel dubbio sulla autenticità dei bonds, il fermo dei duei asiatici. Ovviamente, se davvero si è fatta valere la superiore ragion di Stato, per liberare, d'ufficio, i due corrieri, sarebbe interessante conoscere quale è stata, questa ragione di Stato. La verità è che si cerca di far dimenticare la cosa, sperando che le acque si calmino e che si possa buttare questi maledetti bonds in fondo ad un cassetto e dimenticarceli, a dispetto di cassintegrati, precari e scudi fiscali vari. O magari si potrebbe restiturli al Governo Americano, per una accuratissima indagine di cui a questo punto potremmo conoscere l'esito in antipo con una certa qual ragionevole certezza. Cosa ci dice, in conclusione questa vicenda, al di la di ogni ragionevole dubbio, al di la della autenticità o meno dei bonds?
1) Che si stanno attivamente riversando in Svizzera ENORMI capitali in dollari espressi come titoli al portatore, a livelli e per importi mai raggiunti prima (altrimenti questi sequestri costituirebbero una regola e non un unicum).
2) Che "bond" di queste dimensioni ENORMI del valore di 500 milioni o un miliardo di dollari ciascuno esistono davvero, dal momento che, ovviamente, se NON esistessero nessuno si prenderebbe la briga di farne così dettagliati, filigranati e certificati, esattamente come nessuno si prenderebbe mai la briga di realizzare una perfetta banconota da 300 euro.
3) Che, per lo stesso motivo, chi li deteneva, ragionevolmente Istituti di Credito di primaria importanza o addirittura Banche Nazionali, sta cercando di liberarsene in fretta ed in silenzio, cosi come in un complice silenzio li deteneva, visto non se ne conosceva nemmeno l'esistenza prima di questa vicenda.
4) Che questo è ben a conoscenza della Federal Reserve, come del Governo Americano, insieme alla consapevolezza che la massa monetaria in dollari è in rapido e silenzioso aumento, le due cose costituendo, insieme al progressivo collasso del castello di debiti costruito nell'ultimo decennio per tenere su il sogno americano, una tempesta perfetta in grado di mettere in gioco non tanto il ruolo internazionale ma addirittura la stessa sopravvivenza degli USA.
Non ci credete?
Beh, tanto per farvi drizzare le orecchie vi porto a conoscenza di un paio di curiose coincidenze. L'US Secret Service è la più antica agenzia governativa in assoluto ed è stata fondata addirittura nel 1865, da McKinley, il successore del povero Lincoln, con il compito espresso di combattere i falsari. Perchè dovesse essere segreta non è dato sapere, anche se immagino che durante la guerra di Secessione le sedi della Federal Reserve rimaste negli Stati Confederati si dessero da fare per produrre tanti dollari più veri del vero e che qualcuno possa averci preso gusto ed aver continuato anche in seguito. In ogni caso l' US Secret Service è rimasto, come è logico, sotto la dipendenza del Ministero del Tesoro Americano fino al 2003 per poi passare alle dipendenze del Dipartimento della Sicurezza Nazionale.
Un'altra curiosità è che, un paio di anni dopo, nel 2006, la Federal Reserve, in modo altamente sospetto, abbia cessato di fornire dati sul misterioso parametro M3, ovvero il parametro che esprime un valore globale sulla massa circolante dei dollari, aprendo così la strada ad una crescita incontrollata ( in senso stretto) della medesima, senza un controllo visibile, con i risultati che vediamo.
Il fantasma che si aggira nelle felpatissime cancellerie e nei disturbatissimi sogni dei governatori ha quindi un nome, sia pure poco attraente. Si chiama M3. E si traduce con una vigliaccata, ovvero con l'illusione che ci sia una ripresa. Una illusione che pagheremo duramente.

NOTA SUL COPYRIGHT©

ARTICOLI DI PIERMAFROST SONO COPERTI DA COPYRIGHT . POSSONO ESSERE LIBERAMENTE DIFFUSI A PATTO DI CITARE L'AUTORE E IL LINK DELLA FONTE.