venerdì 2 ottobre 2009

La caduta di Israele

Un rapporto online della Central Intelligence Agency americana proietta dei dubbi sulla sopravvivenza di Israele nelle prossime due decadi. Ma lasciando da parte la validità del rapporto, e tenuto conto di ciò che ormai si conosce sui costi in termini di sangue e di denaro che la relazione USA-Israele ha imposto agli Stati Uniti da parte del suo principale alleato, Israele potrebbe cadere entro cinque anni.
Per più di sei decenni, il supporto americano ad Israele è dipeso dall’abilità dei pro-israeliani a dominare i media statunitensi, permettendo a Tel Aviv di dare un risvolto positivo anche ai suoi comportamenti più estremi, incluso il suo recente massacro a Gaza. Con l’accesso al giornalismo online questa faziosità israeliana sta diventando visibile e i veri fatti trasparenti.
Sebbene raramente gli Americani mostrino un forte interesse per la politica estera, anche questo sta cambiando. Mentre pochi di loro colgono le sottigliezze della proposta a-uno-stato contro la proposta a-due-stati, molti hanno assistito online all’impatto dell’assalto omicida israeliano sui civili palestinesi programmato tra Natale e l’inaugurazione di Barack Obama.
I capi della Commissione sull’11 Settembre hanno riconosciuto che i suoi membri non avrebbero permesso di testimoniare sullo slancio per quell’attacco. Tuttavia il rapporto ha confermato che la motivazione chiave stava nella relazione USA-Israele. Grazie all’accesso online alle notizie, sempre più Americani si stanno chiedendo perchè siano costretti a supportare un governo coloniale in stile Apartheid. Con l’elezione di un altro governo israeliano estremista guidato da un altro sostenitore del partito di destra Likud, è chiaro che Tel Aviv intenda precludere la pace continuando a costruire altri insediamenti. Con questo atteggiamento, Israele non solo ha costretto Barack Obama all’angolo, ma ha anche forzato la sicurezza nazionale statunitense a prendere una decisione strategica fondamentale: Israele è un partner affidabile per il processo di pace ? Secondo ogni criterio la risposta deve essere un altisonante ‘No’.
Questa inevitabile conclusione lascia poche opzioni agli Americani. Dopo tutto, gli USA sono largamente responsabili per la legittimità garantita a questa enclave estremista nel maggio 1948 quando Harry Truman, un presidente Cristiano-Sionista, ampliò il riconoscimento come stato-nazione. Agì in questo modo contro le strenue obiezioni del Segretario di Stato George Marshall, i membri del Gabinetto, la giovane CIA e la massa del corpo diplomatico degli Stati Uniti.
Nel dicembre del 1948, un esimio contingente di scienziati ed intellettuali ebrei avvertì dalle pagine del New York Times che coloro i quali guidavano lo sforzo per stabilire uno stato ebraico portavano ‘l’inconfondibile marchio di un partito fascista’. Albert Einstein si unì agli ebrei preoccupati che avvertivano gli Americani di ‘non supportare questa ultima manifestazione del fascismo’.
Solo nelle ultime settimane è emersa la spinta per sottoporre Israele alle stesse pressioni esterne che furono usate sul Sud Africa dell’Apartheid. Dopo più di sei decenni di comportamento reiterato – e chiara evidenza della mancanza di voglia di cambiare – gli attivisti si sono coalizzati intorno alla necessità di boicottare i prodotti israeliani, disinvestire nelle aziende israeliane e imporre sanzioni a Israele simili a quelle che esso cerca di imporre ad altri. Il punto focale della pace in Medio Oriente non dovrebbe riguardare le nazioni che non hanno armi nucleari ma quella che le possiede. Senza pressioni esterne il comportamento di Israele non cambierà. Senza pressioni – e quindi forza – applicata dagli USA in quanto paese che ha permesso a lungo questo comportamento, il sionismo coloniale continuerà ad essere una minaccia per la pace. Le potenze occupanti non sono note per lasciare volontariamente le terre che hanno occupato. Esattamente come per la loro prontezza a cedere le armi nucleari.
Una fine per il fascismo ebraico ? Il punto chiave non deve più essere al centro di un dibattito senza fine. Deve esserci una soluzione a-uno-stato caratterizzata dal principio democratico di totale uguaglianza. Gli Americani informati non vogliono più supportare uno stato teocratico in cui la piena cittadinanza è limitata a coloro considerati ‘ebrei’ (qualunque cosa esso significhi). Se i tassi di natalità locali indicano una prossima fine allo ‘stato ebraico’, che così sia. Perchè attendere due decenni quando questo incubo può volgere al termine in meno di cinque anni ?
Coloro che si considerano ‘ebrei’ potranno rimanere come parte di una democrazia inclusiva. O potranno andarsene. Gli Americani dovrebbero giudicare quanti di questi estremisti desiderano accogliere in un paese già troppo sotto la pressione di un’immigrazione massiccia. Ufficialmente 500.000 israeliani hanno un passaporto statunitense. Con più di 300.000 cittadini con doppia cittadinanza residenti nella sola California, questo stato potrebbe aver bisogno di un referendum sul numero di sionisti che desidera ricevere. Come per la Russia da cui fuggirono molti ‘ebrei’, inclusi circa 300.000 emigrati russi che sostengono il Likud ma devono ancora essere certificati come ebrei.
I sionisti inizialmente considerarono l’Argentina e l’Uganda come mete desiderabili per stabilirvi la loro attività. Potrebbero volersi dirigere lì per il reinsediamento. La domanda per cui i palestinesi (o i californiani) dovrebbero sopportare il costo di un problema creato dagli europei sei decenni fa è una di quelle cui Tel Aviv deve ancora rispondere, senza citare antiche credenze che insiste dovrebbero avere la precedenza su duemila anni di presenza palestinese. Ritirando lo status di Israele di ‘stato’ legittimo, gli ebrei a lungo sconvolti dal comportamento di questa enclave estremista non potranno più essere considerati colpevoli per associazione. Questo cambio di status troppo a lungo rimandato darà certamente beneficio alla più vasta comunità ebraica. Chiudendo il programma di armi nucleari di Israele e distruggendo il suo arsenale nucleare verrà risparmiata al mondo la corsa alle armi nucleari attualmente in corso nella regione.
A meno che i pro-Israele possano creare un’altra crisi inducendo a invadere l’Iran (o una guerra razziale), gli Americani realizzeranno presto che un solo ‘stato’ aveva i mezzi, le motivazioni, l’opportunità e le capacità di intelligence proprie di uno stato per poter organizzare le condizioni che hanno spinto gli USA a invadere l’Iraq coerentemente con gli obiettivi espansionistici del sionismo coloniale. L’intelligence che ora lavora alla propria trasparenza confermerà presto che, non fosse stato per i sionisti all’interno del governo USA, l’11 settembre avrebbe potuto essere evitato così come la Guerra in Iraq. Ad oggi, questo estremismo è stato reso possibile da una serie di presidenti deboli. Perchè gli USA recuperino la propria credibilità è necessario che non solo guidino lo sforzo per fermare l’attività sionista ma anche che condividano la responsabilità del proprio comportamento.

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