lunedì 30 novembre 2009

Guerra per l'Economia

E' difficile confutare il "keynesianismo militare", ossia l'idea che le spese militari siano il miglior incentivo per l'economia. Di fatto, il concetto alla base del keynesianismo militare è talmente diffuso che ci sono circa mezzo milione di pagine web in cui si parla di questo argomento. E molti economisti autorevoli e politici esperti ne tessono le lodi. Ad esempio, Martin Feldstein - presidente del Council of Economic Advisers sotto il Presidente Regan, professore di economia ad Harvard e membro del collegio dei collaboratori di The Wall Street Journal - ha scritto un articolo sul numero del Journal di Dicembre scorso intitolato "Le spese per la difesa sarebbero un grande stimolo".
E come fa notare il Cato Insitute: Bill Kristol concorda. Considerando che l'imperativo era "spendere qualunque cifra di soldi subito", il signor Kristol ha espresso un dubbio, "se acquisti 2.000 Humvee al mese, perché non comprarne 3.000? Se rimetti a nuovo due basi militari, perché non farlo per cinque?" Non è la prima volta che le spese per la difesa vengono approvate con l'intento di far ripartire l'economia. Circa cinque decadi fa, un consigliere economico del Presidente Kennedy raccomandò proprio di aumentare le spese militari come sprone per l'economia. Oggi si ascoltano discorsi simili. I membri della delegazione congressuale del Connecticut sono stati particolarmente espliciti nel loro supporto ai sottomarini di classe Virginia, e non hanno mostrato dubbi nell'indicare le opportunità di lavoro che il programma offre nel loro stato. Il programma Falco Pescatore del corpo dei Marines V-22 è stato approvato su basi simili. Nonostante serie preoccupazioni riguardanti la sicurezza e il comfort del gruppo di lavoro, il programma V-22 coinvolge collaboratori in Pennsylvania, New Jersey, Delaware e Texas, e un certo numero di altri stati. I professori di economia politica Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler scrivono :
Le teorie del keynesianismo militare e del complesso dell'industria militare diventarono popolari dopo la seconda guerra mondiale, e probabilmente per una buona ragione. La prospettiva di una smobilitazione militare sembrò allarmante, in modo particolare negli Stati Uniti. L'élite statunitense ricordava bene come l'aumento delle spese militari avesse fatto uscire il mondo dalla grande depressione, e si preoccupavano del fatto che un crollo degli stanziamenti militari avrebbe ribaltato questo processo. Se questo fosse successo, la prospettiva era che gli affari sarebbero precipitati, la disoccupazione sarebbe cresciuta rapidamente, e la legittimità del libero mercato sarebbe stata nuovamente messa in discussione.
Nel tentativo di allontanare questa eventualità, nel 1950 il consiglio di sicurezza nazionale statunitense stese un documento top secret, l'NSC-68. Tale documento, che fu desegretato solo nel 1977, faceva esplicitamente appello al governo affinché aumentasse le spese militari in modo da prevenire una conseguenza come questa. Hanno ragione riguardo all'NSC-68? Robert Higgs, dottorato in economia, conferma l'importanza dell'NSC-68:
I funzionari dell'amministrazione precedente hanno incontrato un'ostinata resistenza da parte del congresso riguardo alla loro richiesta di un aumento sostanziale, simile a quanto spiegato nell'NSC-68, un documento fondamentale dell'Aprile 1950. Gli autori di questa relazione del governo nazionale proponevano una visione manichea della rivalità tra l'America e l'Unione Sovietica, sposavano la causa di un ruolo permanente per gli Stati Uniti come poliziotto mondiale, e prevedevano una spesa di circa il 20 percento del PIL. Ma l'approvazione del congresso per i provvedimenti indicati sembrò molto improbabile in assenza di crisi. Nel 1950 "la paura che l'invasione della Corea del Nord fosse solo il primo passo di una più ampia offensiva sovietica risultò molto utile quando venne usata per persuadere il congresso ad aumentare il budget per la difesa". Come disse in seguito il segretario di stato Dean Acheson: "la Corea ci ha salvati". L'aumento delle spese militari raggiunse il suo picco nel 1953, quando i belligeranti, trovandosi in una condizione di stallo, concordarono un armistizio.
Chalmers Johnson - Professore emerito dell'Università della California, a San Diego, in passato consulente della CIA - scrive : Questo è il keynesianismo militare - la determinazione a mantenere un'economia di guerra permanente e a trattare il rendimento militare come un qualunque prodotto economico, sebbene non contribuisca né alla produzione né al consumo. Questa ideologia risale ai primi anni della guerra fredda. Durante la fine degli anni '40 gli Stati Uniti erano tormentati da ansie di tipo economico. La grande depressione degli anni '30 era stata superata solo grazie al boom di produzione dato dalla seconda guerra mondiale. Con la pace e la smobilitazione ci fu una paura diffusa che la depressione mondiale potesse tornare. Durante il 1949, allarmati dalla detonazione di una bomba atomica in Unione Sovietica, l'imcombente vittoria comunista nella guerra civile cinese, la recessione nazionale, e l'abbassarsi della cortina di ferro attorno all'URRS da parte degli stati satelliti in Europa, gli Stati Uniti cercarono di abbozzare la strategia di base per la guerra fredda che stava per cominciare. Il risultato fu il verbale militaristico del consiglio di sicurezza nazionale NSC-68, steso sotto la supervisione di Paul Nitze, all'epoca capo dello staff della pianificazione diplomatica nel dipartimento di stato. Datato 14 Aprile 1959 e firmato dal Presidente Harry S. Truman il 30 Settembre 1950, tracciò le basi delle politiche di economia pubblica che gli Stati Uniti perseguono tutt'oggi. Nelle sue conclusioni, l'NSC-68 afferma: "una delle lezioni più significative ottenute dalla nostra esperienza della seconda guerra mondiale è stata che l'economia americana, quando funziona a livelli prossimi alla massima efficienza, può fornire enormi risorse con scopi differenti dal consumo civile, provvedendo allo stesso tempo a mantenere alti standard di vita".
Con questa convinzione gli strateghi statunitensi iniziarono a costruire un'imponente industria di munizioni, sia per contrastare la forza militare dell'Unione Sovietca (che ingigantivano in modo consistente) che per mantenere la piena occupazione, e anche per evitare un possibile ritorno della depressione. Il risultato fu che, sotto la guida del Pentagono, vennero create nuove industrie per fabbricare grandi aerei, sottomarini alimentati ad energia nucleare, testate nucleari, missili balistici intercontinentali, e satelliti per la sorveglianza e le comunicazioni. Questo condusse a ciò che aveva prefigurato il Presidente Eisenhower durante il suo discorso di commiato del 6 Febbraio 1961: "la coesione tra un'immensa impresa militare e una grande industria delle armi è una novità per gli americani" - ovvero il complesso militare-industriale. Dal 1990 il valore delle armi, degli equipaggiamenti e delle fabbriche impegnate per il dipartimento della difesa erano l'83% del valore di tutti gli stabilimenti ed equipaggiamenti dei prodotti industriali statunitensi. Dal 1947 al 1990, il budget consolidato per le spese militari statunitensi ammontava a 8.7 trilioni di dollari. Nonostante l'Unione Sovietica non esista più, la fiducia degli Stati Uniti nei confronti del keynesianismo militare è, semmai, aumentata, grazie ai massicci interessi acquisiti che si sono fortificati attorno all'establishment militare. L'autorevole giornalista politico John T. Flynn scrisse nel 1994: Il militarismo è l'affascinante progetto di lavori pubblici grazie al quale molte parti della comunità possono raggiungere un accordo. Ma Flynn aveva messo in guardia: Inevitabilmente, avendo ceduto al militarismo come stratagemma economico, faremo quello che hanno fatto altri paesi: manterremo viva la paura del nostro popolo verso le ambizioni aggressive di altri paesi ed intraprenderemo noi stessi imprese di tipo imperialistico. Infatti, lo stesso ideatore della teoria del keynesianismo militare aveva avvertito del fatto che chi avesse seguito questo pensiero sarebbe diventato un fabbricante di paure, avrebbe dovuto fare appello al patriottismo e ci avrebbe portato in guerra in modo da promuovere questo "stimolo" all'economia. Come ha scritto The Independent nel 2004: La crescita alimentata militarmente, o keynesianismo militare come viene chiamato nei circoli accademici, fu prima teorizzato dall'economista polacco Michal Kalecki nel 1943. Kalecki sosteneva che i capitalisti e i loro difensori politici tendevano ad ostacolare il keynesianismo classico; ottenere la piena occupazione attraverso la spesa pubblica li rendeva nervosi, poiché rischiava di dare troppo potere alla classe lavoratrice e ai sindacati.
La spesa militare era senza dubbio un investimento più allettante dal loro punto di vista, sebbene giustificare una tale distrazione di fondi pubblici richiedeva un certo grado di repressione politica, che si poteva meglio ottenere attraverso appelli al patriottismo e suscitando la paura di una minaccia nemica - e, inesorabilmente, di una vera e propria guerra. All'epoca, il migliore esempio di keynesianismo militare secondo Kalecki era la Germania nazista. Ma il concetto non funziona solamente sotto la dittatura fascista. Anzi, è stato valutato con grande entusiasmo dai conservatori neo-liberali negli Stati Uniti. Non è una questione partigiana. L'articolo riportato da The Independent ritrae i "conservatori neo-liberali" come guerrafondai; non credo ci sia molta differenza con la "sinistra neo-liberale" o la "destra neo-conservativa", o qualunque altra cosa. Di fatto, le definizioni politiche hanno ben poco significato. Ciò che importa risiede nelle azioni che qualcuno compie, non nella retorica attorno alle sue azioni. Azioni che prefigurano lo scenario di una guerra per sostenere l'economia: la bestemmia del capitalismo morente.

domenica 29 novembre 2009

L'incubo di Sociète Gènerale

In un rapporto intitolato “Worst-case debt scenario”, il team di gestione degli asset della banca ha dichiarato che nell’ultimo anno i pacchetti di salvataggio statali hanno solamente trasferito i debiti privati sulle spalle ormai incurvate degli stati, creando una nuova serie di problemi. Il debito complessivo, come percentuale del PIL, è ancora eccessivamente elevato in quasi tutte le economie ricche (il 350% negli Stati Uniti). Deve essere ridotto, nei prossimi anni, con il lavoraccio necessario di “diminuzione della leva.” Finora nessuno può dire con certezza se siamo effettivamente scampati dalla prospettiva di un crollo economico globale”, sostiene il rapporto di 68 pagine, curato dal responsabile degli asset Daniel Fermon. E’ una valutazione dei danni, non una previsione.
Nello scenario della banca francese chiamato “Situazione dell’Orso” (il risultato più pessimista tra i tre possibili), il dollaro scivolerebbe ulteriormente e i capitali globali sperimenterebbero di nuovo i minimi di marzo. I prezzi dell’immobiliare precipiterebbero un’altra volta. Il petrolio scenderebbe a 50 dollari al barile nel 2010. I governi hanno già sparato le loro cartucce fiscali. Anche senza nuove spese, il debito pubblico esploderebbe entro due anni al 105% del PIL nel Regno Unito, al 125% negli Stati Uniti e nell’Eurozona e al 270% in Giappone. Il debito degli stati nel mondo raggiungerebbe i 45.000 miliardi di dollari, un aumento di due volte e mezzo in dieci anni. (Le cifre riguardanti il Regno Unito sembrano basse perché il debito è partito da una base bassa. Ferman sostiene che il Regno Unito potrebbe convergere con l’Europa al 130% del PIL entro il 2015 nel risultato più pessimista). Il peso del debito è superiore a quello susseguente alla Seconda Guerra Mondiale, quando i livelli nominali apparivano molto simili. L’invecchiamento delle popolazioni renderà più difficile l’erosione del debito attraverso la crescita. “Gli elevati debiti pubblici appaiono del tutto insostenibili nel lungo termine. Per il debito governativo abbiamo quasi raggiunto un punto di non ritorno”, viene detto. Il debito inflazionistico potrebbe essere visto da alcuni governi come il male minore.
Se così fosse, l’oro salirebbe “sempre più in alto”, l’unico rifugio sicuro dalla moneta a corso forzoso. Il debito privato si trova anch’esso in una situazione rovinosa. Anche se il tasso di risparmio americano si stabilizzasse al 7%, e venisse utilizzato tutto per ripagare il debito, occorrerebbero comunque nove anni alle famiglie per ridurre il rapporto debito/reddito ai livelli di sicurezza degli anni Ottanta. La banca ha affermato che la crisi attuale mostra delle “affascinanti similitudini” con il Giappone del Decennio Perduto (o dei due decenni), ma con una grossa differenza: il Giappone è riuscito a cavarsela esportando in una forte economia globale e permettendo la svalutazione dello yen. Per la metà del mondo non è possibile portare avanti contemporaneamente questa strategia. SocGen consiglia ai ribassisti di vendere i dollari e di andare “short” sui titoli ciclici come tecnologia, automobili e viaggi per evitare di rimanere intrappolati nella “intrinseca spirale deflazionistica.” I mercati emergenti non verrebbero risparmiati. Paradossalmente, hanno un’influenza sulla crescita degli Stati Uniti maggiore della stessa Wall Street. I prodotti agricoli reggerebbero bene, zucchero in testa. Fermon ha detto che le obbligazioni spazzatura (“junk bond”) perderebbero solo nel 2010 il 31% del loro valore. Tuttavia, le obbligazioni sovrane genererebbero dei “profitti turbo” che imiterebbero la lenta ma continua discesa dei rendimenti che si è vista in Giappone quando la crisi ha toccato il fondo. Ad un certo punto il rendimento dei Buoni del Tesoro giapponesi a 10 anni è sceso allo 0,40%. La Fed conterrebbe i rendimenti acquistando altre obbligazioni. La Banca Centrale Europea farebbe ancora meno, per ragioni politiche.
La tesi di SocGen di acquistare obbligazioni sovrane è controversa. Un certo numero di fondi dubitano del fatto che lo scenario giapponese si possa ripetere, non ultimo il fatto che Tokyo stessa possa trovarsi all’apice di una crisi aggravata dal debito. Fermon ha detto che il suo rapporto ha elettrizzato i clienti su entrambe le sponde dell’Atlantico. “Tutti vogliono sapere quale sarà l’impatto. Molti hedge fund e molti banchieri sono preoccupati.

venerdì 27 novembre 2009

Ritorno dell'Etere - La Spirale phi

Dato che il mondo occidentale conosce molto poco su Kozyrev, saranno utili alcune note biografiche e informazioni di ricerca, le quali mostreranno anche come egli sia ben lungi dall’essere una sorta di scienziato-mitomane: si tratta anzi di uno dei più eminenti pensatori russi del XX secolo. La prima pubblicazione scientifica di Kozyrev ebbe luogo quando aveva diciassette anni; gli altri scienziati si meravigliarono della profondità e della chiarezza della sua logica. La sua attenzione principale fu rivolta all’astrofisica, in particolare studiò l’atmosfera del Sole e delle altre stelle, il fenomeno delle eclissi solari e l’equilibrio della radiazione. A venti anni si laureò in Fisica e Matematica all’università di Leningrado, e a ventotto anni era già conosciuto come importante astronomo, e relatore a diversi convegni.
L’intensa vita di Kozyrev attraversò una fase sfortunata e difficile nel 1936, quando fu arrestato a causa della leggi repressive di Josef Stalin; subito dopo, nel 1937, iniziò un tormentoso periodo di 11 anni durante i quali conobbe tutti gli orrori di un campo di concentramento. Anche senza equipaggiamento scientifico, durante questo periodo gli fu data la più brutale delle iniziazioni nel campo della conoscenza nascosta. In questo stato, egli meditò profondamente sui misteri dell’Universo, prestando attenzione a tutte le strutture esistenti nella vita, in cui così tanti differenti organismi manifestano segni di asimmetria e/o sviluppo a spirale. Kozyrev sapeva che, a metà dell’Ottocento, Louis Pasteur aveva scoperto che il blocco di vita in formazione noto come “protoplasma” era intrinsecamente non simmetrico, e che le colonie di microbi crescevano in una struttura a spirale. Queste proporzioni in espansione soggiacevano anche alla struttura di piante, insetti, animali e uomini, come la forma a spirale nota come Fibonacci, Sezione Aurea, o spirale “phi”.
Dalle sue osservazioni illuminate nel campo di prigionia, Kozyrev ritenne che tutte le forme di vita dovevano essere composte da una forma di energia invisibile a spirale, in aggiunta alle loro normali proprietà di ottenere energia per mezzo di cibo, liquidi, respirazione e fotosintesi.
Kozyrev teorizzò che cose come la crescita della spirale del guscio e quale lato del corpo umano conterrà il cuore sono determinati dalla direzione di questo flusso. Da qualche parte nello spaziotempo dovrebbe esistere un’area in cui il flusso di energia produca spirali in direzione opposta, cosicché Kozyrev si aspettava che lì i gusci crescessero in direzione opposta, e che il cuore si trovasse dalla parte opposta della cavità corporea.
Questo concetto di energia a spirale potrebbe sembrare non realistico in biologia. Eppure Kozyrev suggerì che la vita non avrebbe avuto altri modi di manifestarsi, poiché essa crea continuamente la sua energia a spirale per sostenersi, e perciò ogni momento del processo deve seguire le proporzioni. Quando Kozyrev venne finalmente riabilitato e liberato dal campo di prigionia, nel 1948, fece ritorno alle sue ricerche, e fece delle predizioni sulla Luna, Venere e Marte, che furono in seguito convalidate dai ricercatori spaziali sovietici più di dieci anni dopo. Con questo si guadagnò la considerazione generale dei sovietici, che lo considerarono un pioniere della corsa allo spazio. Quindi, nel 1958 il prof. Kozyrev attirò su di sé una controversia a livello mondiale, dichiarando che la Luna presentava attività vulcanica in prossimità del cratere Alphonsus. Se questa scoperta si fosse dimostrata vera – cosa che la maggior parte di astronomi e scienziati si rifiutò fermamente di credere – avrebbe significato che la luna possedeva immense risorse naturali e sorgenti di forza, tali da rendersi utili come propellenti per lanciare l’umanità verso le stelle.
Il Premio Nobel statunitense prof. Harold Urey fu tra i pochi che credettero all’ipotesi di Kozyrev sull’attività vulcanica lunare, tanto da spingere la NASA a svolgere ricerche in merito. Il risultato fu che la NASA lanciò l’immenso progetto “Moon Blink” (battito lunare), che in seguito fu in grado di confermare le asserzioni di Kozyrev, avendo scoperto significative emissioni di gas sul suolo lunare.
Come detto, i modelli di energia a spirale si svelarono agli occhi dell’illuminato prof. Kozyrev mentre si trovava nel campo di concentramento. La sua “conoscenza diretta” lo informò che questa energia a spirale era, in effetti, la vera natura e manifestazione del “tempo”. Naturalmente, egli trovò che la nozione di “tempo” che possediamo doveva essere qualcosa di più che un semplice calcolo di durata. Kozyrev ci spinge a tentare di trovare una causa per il tempo, qualcosa di tangibile ed identificabile nell’Universo che noi possiamo associare al tempo. Dopo averci pensato per un po’, possiamo concludere che il tempo non è nient’altro che un movimento a spirale. Sappiamo che stiamo tracciando un complesso modello di spirale attraverso lo spazio grazie ai modelli orbitali della Terra e del Sistema Solare. E adesso, lo studio della “temporologia”, o scienza del tempo, è sotto continua, attiva investigazione dall’Università di Stato di Mosca e dalla Fondazione Umanitaria Russa, ispirata dal lavoro pionieristico del prof. Kozyrev. Sul loro sito web, essi affermano che: Secondo noi, la “natura” del tempo è il meccanismo che causa cambi apparenti e nuovi accadimenti nel mondo. Comprendere la natura del tempo significa concentrare l’attenzione su un processo, un fenomeno, una “carriera” nel mondo materiale le cui proprietà potrebbero essere identificate o corrispondere a quelle del tempo.
Tutto ciò potrebbe a prima vista apparire strano: un albero che cade su un vostro terreno potrebbe essere stato causato da forte vento, piuttosto che dal “flusso del tempo”. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi che cos’è che ha causato il soffio del vento.In ultima analisi, il maggior responsabile di ciò è il movimento della Terra intorno al proprio asse. Perciò, tutti i cambiamenti sono causati da qualche forma di movimento, e senza movimento non può esistere il tempo. Diversi studiosi i cui lavori sono pubblicati sull’Istituto Russo di Temporologia, concordano sul fatto che se Kozyrev avesse cambiato la sua terminologia, usando la parola “tempo”, anziché termini scientifici più comuni come “etere” e “vacuum fisico”, allora molte persone sarebbero state in grado di comprendere il suo lavoro prima. A questo punto, non è necessario al lettore approfondire la filosofia dell’energia a spirale come manifestazione del tempo, come sarà più chiaro in seguito.
Uno dei pochi ricercatori occidentali a rilevare le opere del prof. Kozyrev fu il dott. Albert Wilson dei Douglas Research Laboratories in California, che affermò: Trovo che qualcosa di molto simile a ciò che ha teorizzato il prof. Kozyrev sarà istituzionalizzato nella teoria fisica entro dieci o vent’anni. Le implicazioni di ciò saranno rivoluzionarie. Sarà necessario lavorare per una generazione per integrare i salti in avanti che egli ha prodotto e incorporarli nella conoscenza scientifica. La previsione di Wilson si è rivelata ottimistica, in effetti solo adesso, alla prima decade del 21° Secolo siamo in grado di mettere insieme tutti i pezzi. Per dare consistenza ai nostri termini, useremo le espressioni scientifiche comuni “campi di torsione” oppure “onde di torsione” nel riferirci al flusso spiraliforme di energia-tempo scoperta da Kozyrev. Molti scienziati occidentali che hanno esplorato questo argomenti, in particolare il Ten. Col. Tom Bearden, definiscono tali campi come “onde scalari”, ma noi riteniamo che l’espressione “onde di torsione” è in ultima analisi di più facile approccio, anche perché ci rimanda al modello a spirale. Il lettore dovrebbe poi tenere presente che in tutti i casi, ciò di cui ci occupiamo è semplicemente un impulso di momentum ( che viaggia attraverso il medium dell’etere/ZPE/vacuum fisico, e non possiede qualità elettromagnetiche).
Prima che Kozyrev avesse mai iniziato a condurre i suoi esperimenti, già esisteva una buona, solida fondazione teoretica che aveva già dato i suoi risultati. -Continua

giovedì 26 novembre 2009

Generazione Silente

Due immagini hanno predominano nella settimana di celebrazioni per il ventesimo anniversario della “caduta” del Muro di Berlino: la prima, Ronald Reagan in piedi di fronte alla Porta di Brandeburgo che intona “Mr. Gorbaciov, butti giù questo muro”. La seconda, una folla di berlinesi giubilanti che si riversano attraverso Checkpoint Charlie, mentre altri si arrampicano sul Muro o lo attaccano con i martelli, spesso con l’accompagnamento musicale di David Hasselhoff. Vedendo queste immagini, uno non s’immaginerebbe mai che questi due eventi sono avvenuti a più di due anni di distanza l’uno dall’altro – e di certo nessuno potrebbe immaginare quanto poco in realtà hanno avuto a che fare l’uno con l’altro. I media principali durante le celebrazioni erano pieni di tributi a quello che definivano “il discorso che ha messo fine alla Guerra Fredda”. Alcune fonti di notizie –assieme ad Angela Merkel e allo stesso popolo tedesco – hanno avuto l’accortezza di riconoscere che anche Mikhail Gorbaciov c’entrava qualcosa con questo. Comunque, molte storie attribuiscono la caduta del Muro ad azioni e decisioni che sono state prese ai vertici, dai leader delle due grandi potenze della Guerra Fredda. In gran parte dimenticati o ignorati sono i normali cittadini che per anni si sono riuniti nelle chiese della RDT, sottoponendo se stessi a un enorme rischio personale mentre lavoravano per il cambiamento in modo pacifico e persistente.
Un assaggio di questi movimenti popolari erano visibili nei primi giorni dell’ottobre 1989 a Berlino Est, un mese prima della caduta del Muro. Per la maggior parte del decennio, i dissidenti si erano riuniti in chiese protestanti a Lipsia o a Dresda, così come anche a Berlino – da principio per protestare contro la lotta armata, poi anche per farsi promotori di una riforma politica. Queste chiese erano tollerate dal governo ed era ad esse consentito di fornire una sorta di rifugio per l’opposizione – sebbene, come dovunque nella Repubblica Democratica Tedesca, esse fossero monitorate a stretto giro dalla Stasi. Ora dell’inverno del 1989, il numero di questi movimenti era cresciuto e c’era un senso generale di eccitazione, accompagnato tuttavia da uno di timore: Erich Honecker, leader della Germania dell’Est, sosteneva una linea dura senza alcun interesse per la perestroika. Alcuni leader del movimento furono arrestati e, dopo la carneficina a Piazza Tiananmen avvenuta qualche mese prima, si era insinuata la preoccupazione che il governo avrebbe potuto scegliere la “soluzione cinese” per far fronte alle crescenti proteste nella RDT. E' sufficiente recuperare le memorie di un giornalista del NY Times che si trovava a Berlino Est in quei giorni per capire l'atmosfera del momento.

"In un pomeriggio di ottobre freddo e umido, in una piccola piazza ad ogni angolo c’era una Trabant, la piccola macchina della Germania dell’Est a forma di scatola, ciascuna con due uomini appostati nei sedili anteriori. Pareva che tutte le macchine fossero rosse: questa era la Stasi, ed essi non avevano alcun bisogno di mascherare la loro presenza.
Abbiamo girato per una stradina laterale e siamo andati avanti per un po’ fino a un indirizzo che ci era stato dato, la sede di un negozio di libri sull’ambiente. Ma le serrande erano abbassate e la porta chiusa con un lucchetto. Mentre tornavamo indietro, abbiamo sorpassato una giovane coppia, tutta avvinghiata per proteggersi dal freddo pungente. Hanno fatto un cenno con la testa e ci hanno superati. I loro abiti erano semplici, sgualciti e, come tutte le cose a Berlino Est, senza colore. Ma sul colletto della giacca che indossava la ragazza, messa un po’ in disparte, c’era una spilletta. “Eccoli”, ha sussurrato Bettina, “sono loro”. Mantenendo un occhio alle auto della Stasi, abbiamo osservato la coppia attraversare la piazza e sparire oltre la porta di un normale edificio. Li abbiamo seguiti, e ci siamo ritrovati in un piccolo caffè con una dozzina di persone, più o meno. Nessuna di loro parlava molto. Sembravano in attesa. Qua e là si vedeva spuntare quella piccola spilletta. Poco dopo, non facendo caso a noi, hanno iniziato a uscire da soli o a gruppi di due.
Bettina aveva parlato brevemente con un giovane uomo che le aveva dato un altro indirizzo. Quindi ci siamo spostati a due a due verso l’uscita, siamo saliti su una metro semi vuota, percorso un paio di fermate, superato un’altra piazza verso una grande chiesa fatta di mattoni rossi, a fianco della quale stava la parrocchia. Stava iniziando a diventare buio e le luci brillavano dalle finestre. Fuori, tutto attorno all’edificio, c’erano delle piccole Trabant rosse.
Avevamo trovato la strada per Erloeserkirche, o Chiesa del Redentore, dove quella sera centinaia di persone si erano riunite alla luce delle candele. Alcune rappresentavano diversi gruppi democratici, che stavano lavorando a una dichiarazione congiunta che mettesse in chiaro i termini per una nuova società nella Germania dell’Est, che comprendesse libertà di espressione e libere elezioni (il capitalismo, almeno allora, non era all’ordine del giorno). Molti altri erano arrivati a Berlino dal profondo est per catturare uno sguardo di Gorbachiov, che stava per arrivare in città per celebrare l’anniversario della RDT. Essi indossavano – dapprima timidamente, poi con orgoglio – le loro spillette della perestroika, emblemi orgogliosi di quella che sembrava essere una rivoluzione pacifica. Non riuscivo a capire quello che veniva detto, quindi mi limitavo a guardare la folla; la gente ascoltava in silenzio e in modo serio, ma l’aria frizzava di una energia inespressa. Quando la riunione giunse a termine, seguimmo la folla all’esterno. All’improvviso, le porte delle piccole macchine rosse si chiusero. I motori si accesero. Gli uomini dentro le auto osservavano fuori mentre seguivano i loro bersagli nella notte.
Se tutto ciò suona come una storia di John Le Carre, è perché le cose a Berlino est le cose erano davvero così, e lo sono state fino alla fine. Se si può dire che ci fosse un certo sentore di cambiamento, né miei colleghi né io sapevamo di essere testimoni del realizzarsi di una trasformazione cataclismatica nella politica globale. E, penso, nemmeno le persone dentro la chiesa ne erano consapevoli. Ma quella settimana le chiese di Berlino, di Lipsia e di altre parti sarebbero diventate luoghi di dimostrazioni e arresti di massa. Ancora una settimana e Honecker avrebbe dato le dimissioni. Nel giro di un mese, mezzo milione di persone avrebbero dimostrato in Alexanderplatz, a Berlino Est; pochi giorni dopo il Muro sarebbe caduto. I membri del movimento pro democratico che si erano riuniti in quelle chiese invocavano il nome di Dietrich Bonhoeffer, il pastore luterano che si era opposto a Hitler e che era stato ucciso dal Terzo Reich; rendevano omaggio a Martin Luther King, Jr., che aveva dato vita a un movimento di liberazione dal suo pulpito in Atlanta. Hanno applaudito Gorbachev, che vedevano come un sostenitore delle loro rivolte, ed erano affamati di notizie riguardanti i dissidenti in altre parti dell’Europa dell’Est. Ma non ho mai sentito neanche una volta uno di loro nominare Ronald Reagan."

Nonostante possa essersi perso nella pretenziosa retorica dell’auto-glorificazione dell’occidente, soprattutto dell’America, il fatto è che la caduta del Muro di Berlino –e di fatto la nostra cosiddetta vittoria della Guerra Fredda – non ha praticamente nulla a che fare con noi. Non è dovuta ai miliardi che gli Stati Uniti hanno speso per le armi nucleari o alle centinaia di agenti segreti di cui ci siamo serviti (nessuno dei quali, comunque, ha avvertito l’avvicinarsi di tutto questo). Deve sicuramente qualcosa all’anticonformista premier sovietico che ha creato una finestra di opportunità. Ma, alla fine, è tutto merito di persone come questi giovani senza pretese di Berlino Est, che hanno sfidato la consuetudine di 40 anni di repressione e un’armata di piccole macchine rosse per riunirsi in una chiesa durante una pungente sera di ottobre.

mercoledì 25 novembre 2009

Ritorno dell'Etere- Il sogno di Kozyrev

La sensazionale prova scientifica che tutta la materia fisica è formata da un “etere” di energia invisibile e cosciente risale almeno agli anni ’50. Il rinomato astrofisico russo prof. Nikolaj A. Kozyrev (1908-1983) ha dimostrato senza ombra di dubbio che una simile sorgente di energia deve esistere; e il risultato di ciò fu che egli divenne una delle figure più controverse nella storia della comunità scientifica russa. Le imponenti conseguenze delle sue ricerche, e di tutti coloro che lo seguirono, furono completamente nascoste dall’ex Unione Sovietica; ma con la caduta della Cortina di Ferro e l’avvento di Internet finalmente abbiamo la possibilità di accedere ai “segreti più nascosti della Russia”. Il seme delle scoperte di Kozyrev ha prodotto come frutto due generazioni di rimarchevoli ricerche da parte migliaia di studiosi specialisti in materia, cosa che ha cambiato profondamente la nostra concezione dell’Universo.
Il fatto di attribuire a Kozyrev una menzione di rilievo vuole essere un modo per far capire permanentemente ai nostri lettori l’importanza e l’impatto storico di questo studioso.
Il termine “aether” in greco significa “splendore”, e la realtà fondamentale di una tale invisibile, fluida sorgente di energia universale. L’esistenza dell’etere è stata manifestamente accettata senza riserve nei circoli scientifici a partire dai primi anni del XX secolo, dopo che l’esperimento Michelson-Morley del 1887 era stato “cooptato” per provare che una simile forma di energia nascosta non esisteva. D’altra parte, le scoperte più recenti sulla “massa oscura” , l’”energia oscura”, le “particelle virtuali”, il “vacuum flux”, e l’”energia del punto-zero”, per citarne solo alcune, hanno portato gli scienziati occidentali riluttanti a dover riconoscere che invece doveva esistere un medium energetico nascosto nell’Universo.
Finché si adopera un termine rassicurante come “quantum medium” anziché la parola proibita “etere”, è possibile parlare sulla stampa ufficiale senza timore di cadere nel ridicolo. L’establishment scientifico di base è assai duramente polarizzato contro chiunque si avvicini ad una teoria “eterica”: loro “sanno” che una simile teoria (la loro) è palesemente falsa, e si batteranno vigorosamente per questo. Comunque, una simile repressione non fa altro che incrementare il desiderio e l’impegno di quanti si adoperano per risolvere il puzzle.
Uno dei primi esempi della prova dell’esistenza dell’etere proviene dal dott. Hal Puthoff, un rispettabile scienziato della Cambridge University. Puthoff menziona di frequente gli esperimenti compiuti all’inizio del XX secolo, prima dell’avvento della teoria meccanica dei quanti, che cercavano di definire se ci fosse una forma di energia nello spazio vuoto.
Per verificare quest’idea in laboratorio, era necessario creare uno spazio completamente privo di aria (il vacuum), schermato e protetto da tutti i tipi di radiazione elettromagnetica, usando ciò che è noto con il nome di gabbia di Faraday. Questo vacuum veniva portato alla temperatura di meno 273 gradi (lo zero assoluto), alla quale tutta la materia dovrebbe smettere di vibrare e di produrre calore. Questi esperimenti provarono che, anziché assenza di energia nel vacuum, si verificava un tremendo aumento di essa, per giunta da una fonte non-elettromagnetica !
Il dott. Puthoff ha spesso definito questo processo come “un calderone in ebollizione” di energia alla più elevata magnitudine. Dato che questa energia potrebbe essere trovata allo zero assoluto, tale forza è stata chiamata “energia del punto zero” o ZPE (zero point energy), mentre gli scienziati russi di solito la definiscono “il vacuum fisico”, o PV (phisical vacuum). Affermati fisici John Wheeler e Richard Feynman hanno calcolato che: La quantità di zero point energy nel volume spaziale di un singolo bulbo luminoso è potente abbastanza da portare tutti gli oceani del mondo al punto di ebollizione ! Chiaramente, non abbiamo a che fare con una forza tenue e invisibile, ma con una fonte di potenza incredibilmente elevata, che potrebbe avere capacità necessaria per sostenere l’esistenza di tutta la materia fisica.
Nella nuova visuale scientifica che emerge dalla teoria dell’etere, tutti e quattro i campi di forza, il campo gravitazionale, il nucleare forte e quello debole, il campo elettromagnetico, sono in sostanza differenti manifestazioni dell’etere/ZPE. Per avere un’idea di quanta energia “libera” esista intorno a noi, il prof. M.T. Daniels calcola che la densità di energia gravitazionale vicino la superficie della terra corrisponde a 5,74 x 10^10 (t/m^3). (Non bisogna dimenticare che la gravità potrebbe essere semplicemente un’altra forma di etere secondo questo nuovo modello).
I calcoli del prof. Daniels rivelano che il prelevamento di 100 kilowatt di questa potenza di “energia libera” dal campo gravitazionale intacca un estremamente piccolo 0,001% dell’energia naturale che è stata prodotta in quell’area.
Molti del resto sono i miti della fisica quantica; basti pensare che il consueto modello dell’atomo a “particella” è seriamente errato. Come suggerisce la teoria della relatività di Einstein, tutta la materia fisica, in ultima analisi, è composta da pura energia, e non vi sono “particelle pesanti” da rinvenire nel regno quantico. Sempre più spesso la comunità scientifica viene forzata ad accettare il fatto che gli atomi e le molecole siano come la fiamma di una candela, in cui l’energia che essa rilascia (come il calore e la luce della fiamma) deve essere bilanciata dall’energia che assorbe (come la cera della candela e l’ossigeno dell’aria). Quest’”analogia della candela” è un tratto distintivo del modello del dott. Hal Puthoff, con cui egli cerca di spiegare per quale motivo l’elettrone ipotetico non irradia intorno tutta la sua energia e precipita dentro il nucleo. Questo apparente “moto perpetuo” entro l’atomo viene spiegato semplicemente dai più come “la magia della meccanica quantistica”. Per essere realmente in grado di grattare la scorza del lavoro e delle relative scoperte di Kozyrev, sono richieste certe nuove analogie per la materia fisica. L’opera di Kozyrev richiede rigorosamente che noi siamo in grado di visualizzare tutti gli oggetti fisici della materia dell’Universo come se essi fossero spugne immerse nell’acqua. In tutte queste analogie, dovremmo considerare le spugne come se fossero rimaste immerse nel liquido per tutto il tempo sufficiente affinché arrivassero ad essere sature. Tenendo presente questo, ci sono adesso due cose che possiamo fare con le spugne imbevute: possiamo decrementare il volume dell’acqua che esse contengono oppure incrementarlo, per mezzo di alcune procedure meccaniche molto semplici.
- 1. decrementare: se una spugna imbevuta viene strizzata, raffreddata o ruotata, parte dell'acqua che essa contiene verrà rilasciata nelle vicinanze, diminuendo la sua massa. lasciando riposare la spugna subito dopo, la pressione dei milioni di piccoli pori viene alleggerita, portandola a poter nuovamente assorbire altra acqua e ad espandersi nuovamente entro la sua normale massa a riposo.
- 2. incrementare: possiamo anche pompare più acqua nella spugna in posizione di riposo, scaldandola (facendola vibrare), portando così i pori ad espandersi più della loro normale capacità ricettiva. In questo caso, dopo aver rilevato la pressione aggiunta, la spugna rilascerà naturalmente l'acqua in eccesso e si ritrarrà di nuovo alla sua massa a riposo.
Anche se potrebbe apparire impossibile alla maggior parte delle persone, Kozyrev ha dimostrato che scuotendo, facendo girare, riscaldando, raffreddando, facendo vibrare o rompendo oggetti fisici, il loro peso può essere incrementato o decrementato di piccole ma significative unità. E questo è solo uno degli aspetti del suo eccezionale lavoro. -Continua

domenica 22 novembre 2009

Cluster Bombs

Il commercio mortale delle bombe a grappolo è finanziato dalle più grandi banche mondiali che hanno prestato o concordato il finanziamento per un valore di 20 miliardi di dollari (12.5 miliardi di sterline (12.6 miliardi di euro,)) ad imprese che producono le controverse armi, nonostante i crescenti sforzi internazionali per bandirle.
La HSBC (uno dei più grandi istituti di credito del mondo con sede a Londra), guidata dal prete ordinato Anglicano Stephen Green, ha fatto profitti più di ogni altro istituto con compagnie che producono bombe a grappolo. La banca britannica, con sede nell'importante distretto finanziario londinese Canary Wharf, ha guadagnato un totale di 657.3 milioni di sterline in parcelle stipulando obbligazioni e offerte di titoli per la Textron, che realizza munizioni a grappolo descritte dall'azienda statunitense come "quelle che lasciano un campo di battaglia pulito". Gli attivisti affermano che le armi mortali possono esplodere anni dopo i combattimenti, uccidendo o mutilando gente innocente.
La HSBC se l'è vista con proteste davanti la sua sede centrale a Londra il 29 ottobre scorso. La Goldman Sanchs, la Bank of America, la JP Morgan e la banca con sede in Gran Bretagna Barclays sono state menzionate fra le peggiori banche in un dettagliato rapporto di 126 pagine realizzato dai gruppi di attivisti olandese e belga IKV Pax Christi e Netwerk Vlaanderen.
La Goldman Sachs, la banca statunitense che ha fatto 3.19 miliardi di sterline di profitti in appena tre mesi, ha guadanato 588.82 milioni di dollari per servizi bancari e ha prestato 250 milioni di dollari alla Alliant Techsystems e alla Textron. Delle banche menzionate solo la Barclays era disposta a replicare. Questa ha detto: "Il gruppo Barclays fornisce servizi finanziari al settore della difesa all'interno di una specifica e circoscritta linea di condotta. E' nostra politica non finanziare il commercio in armi nucleari, chimiche, biologiche o altre armi di distruzione di massa.
"La nostra politica proibisce esplicitamente anche di finanziare il commercio di mine terestri, bombe a grappolo o qualunque altro armamento designato per essere usato come uno strumento di tortura." Un portavoce ha aggiunto che la Barclays ha stanziato soldi per la Textron, che realizza bombe a grappolo, ma che l'azienda statunitense era un produttore di armi diversificate fra loro. Lo scorso dicembre 90 nazioni, inclusa la Gran Bretagna, si sono impegnate a mettere al bando le bombe a grappolo entro il prossimo anno. Ma gli Stati Uniti non erano una di quelle. Fino ad ora 23 nazioni hanno ratificato la convezione. La Gran Bretagna deve ancora farlo, ma il ministero degli esteri ha confermato che farebbe parte del programma legislativo del governo prima delle prossime elezioni.
Un portavoce del ministero degli esteri ha detto che è stato disposto ordine del più stretto controllo sull'esportazione di bombe a grappolo, il quale si estende alle banche che forniscono soldi ai produttori. Il governo era consapevole che l'ordine di controllo non stava funzionando e "sta lavorando su questo". Esther Vandenbroucke, della Netwerk Vlaanderen e uno degli autori del rapporto, ha detto: "La responsabilità di bandire le munizioni a grappolo è un responsabilità comune. Richiede coraggio, e richiede uno sforzo. Siamo a distanza di pochi mesi dall'entrata in vigore di un trattato internazionale ed è tempo che gli stati firmatari della Convenzione sulle Munizioni a Grappolo agiscano nei confronti degli stati non firmatari e delle istituzioni finanziarie." Lo scorso dicembre, il fondo pensionistico del governo della Nuova Zelanda ha venduto azioni della Lockheed Martin a causa del suo legame con la costruzione delle bombe a grappolo. Simili azioni sono state intraprese dai governi irlandese e olandese. Milioni di persone saranno in pericolo a causa di fino a dieci milioni di bombe a grappolo che non sono ancora esplose, cosa che è causa di un danno economico e sociale alle collettività in più di 20 nazioni nelle prossime decadi, hanno avvertito gli attivisti. La grande maggioranza di perdite di vite umane a causa delle bombe a grappolo avvengono mentre le vittime stanno portando avanti le loro vite quotidiane. Lunedi, ad un libanese di 20 ani gli è stata amputata la gamba dopo che una bomba a grappolo è esplosa ad Houla un villaggio del sud del Libano. Una fonte del servizio di sicurezza ha detto che stava raccogliendo legna nel suo villaggio di confine quando è avvenuta l'esplosione.
L'esercito Israeliano ha fatto un uso intensivo delle bombe a grappolo durante la guerra nel sud del Libano tre anni fa. Le bombe a grappolo sono state usate più recentemente sia dai georgiani che dai russi nella controversia sull'Ossezia del Sud. Sono state usate anche nelle invasioni dell'Iraq e dell'Afghanistan.

venerdì 20 novembre 2009

II Male della Modernità

Da Massimo Fini riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Porta a porta di martedì scorso era dedicato all’argomento droga allargatosi poi anche all’uso e abuso di alcol. C’erano il sindaco di Roma Alemanno, quello di Firenze Renzi, il radicale Cappato, scienziati, esperti del settore. Dalla trasmissione saliva un forte lezzo di Stato totalitario. Tutti gli interventi infatti, sia che abbracciassero la linea della repressione dura sia quella della legalizzazione, erano intesi a "salvare" l’individuo da se stesso e dai suoi vizi. Ora, in uno Stato liberale il cittadino maggiorenne ha diritto, in linea di principio, a fare quel che vuole della sua vita. Anche distruggerla. Sia in un colpo solo, sia con quella sorta di suicidio differito cui porta spesso l’uso di determinate sostanze. La vita appartiene a lui e solo a lui.
Non era così nel Medioevo, società teocratica in cui si riteneva che la vita appartenesse a Dio e che quindi l’uomo non potesse disporne (e per questo il suicidio era punito: con ritorsioni sul cadavere e il patrimonio). Nello Stato etico, cioè totalitario, che è la derivazione laica di quello teocratico, si ritiene invece che la vita appartenga, appunto, allo Stato che ha quindi il diritto e il dovere di dettare le regole morali e comportamentali anche nella sfera privatissima dell’individuo che riguarda tutte le azioni che non invadono, non limitano, non danneggiano la libertà altrui.
La società occidentale, e in particolare quella italiana, pur dicendosi liberale, sta assumendo sempre più una fisionomia autoritaria. Con i più vari pretesti, in special modo, ma non solo, quello della salute. E’ proibito drogarsi, non si può più fumare, si può bere solo a determinate condizioni, non si può morire in santa pace (lo Stato, attraverso i medici, ha il dovere di "salvarti"), si può dar corso alle proprie inclinazioni sessuali ma solo di nascosto altrimenti si incorre nell’interdetto sociale ed è allo studio una legge per rendere reato la prostituzione (da strada, non quella da escort che è roba per i ricchi e i potenti i quali godono, com’è noto, di un diritto proprio). Ancora un passo e il Grande Fratello ci dirà cosa è lecito fare, e cosa no, in camera da letto con la propria sposa o compagna.
Premesso questo, a "Porta a porta" ho sentito, molte dotte disquisizioni, ma nessuno ha affrontato il problema delle cause, delle ragioni per cui è in vertiginoso aumento l’uso di droghe, di psicofarmaci che sono anch’essi delle droghe (negli Stati Uniti vi ricorrono 592 americani su mille), di alcol, con i loro correlati, e spesso precondizioni, che sono la depressione, la nevrosi, lo stress, per non parlare dei suicidi decuplicati in Europa rispetto alla società preindustriale. Sono tutte malattie della Modernità, il prodotto di un modello di sviluppo in cui l’individuo non può mai raggiungere uno stadio di equilibrio e di soddisfazione perché raggiunto un obiettivo ne deve inseguire immediatamente un altro, in ciò costretto dall’ineludibile meccanismo, produzione-consumo, che lo sovrasta, in un processo che non ha mai fine è che, com’è noto in psichiatria, è alla base di una perenne frustrazione. E bisogna essere efficienti, sempre più efficienti, sempre all’altezza. Nasce così l’ansia da prestazione, la paura di non farcela, di non reggere i vorticosi ritmi cui siamo sottoposti. Da qui il ricorso ad additivi chimici, come la coca; per migliorare le proprie performance, il passo è brevissimo. Oppure si rinuncia in partenza alla competizione e con l’eroina o l’alcol ci si rifugia in un mondo onirico separato da quello reale. Nella migliore delle ipotesi si cerca di placare l’ansia con la fagìa del consumo che è anch’esso una droga (il "soma" del "Mondo nuovo" di Huxley). Se non si cambia modello di sviluppo il consumo delle droghe è destinato a crescere esponenzialmente e non ci saranno suorine di buona volontà che potranno arginarlo.

Massimo Fini

giovedì 19 novembre 2009

Imbarazzo Sanitario

Nella frenetica ricerca negli ultimi mesi di un modo migliore per fornire assistenza sanitaria al popolo americano, i media americani hanno spesso parlato dei sistemi sanitari di altri paesi, in particolare europei. Come al solito, brevemente, come se nulla fosse, viene menzionato il sistema cubano, dove ognuno è coperto per tutto, dove le condizioni pre-esistenti non importano, e nessun paziente paga per nulla; in sostanza, mai nulla. La ragione per cui il sistema cubano è raramente menzionato nei mass media è probabilmente il fatto che provoca un certo imbarazzo che un paese altrimenti povero, sofferente sotto l’orrendo giogo del socialismo, può fornire un’assistenza sanitaria che molti americani possono solo sognare. C’è un nuovo libro di T.R. Reid, ex corrispondente del Washington Post ed editorialista della National Public Radio. S’intitola “The Healing of America: A Global Quest for Better, Cheaper, and Fairer Health Care” [“La guarigione dell’America: una ricerca globale per un’assistenza sanitaria migliore, meno costosa e più giusta”]. Reid non evita di dare un po’ di credito al sistema cubano, ma si assicura che il lettore sappia che lui non è stato influenzato da nessun genere di propaganda comunista. Egli fa riferimento al governo cubano in quanto “totalitario comunista feudale”, ed aggiunge: “In ogni paese (tranne, forse, uno stato di polizia come Cuba) vi è un gruppo di cittadini che non è legato al sistema sanitario unico: i ricchi”. Perciò, il fatto che Cuba abbia un sistema sanitario egalitario viene fatto sembrare come qualcosa di negativo, qualcosa che uno può aspettarsi solo in uno stato di polizia.
Parlando del fatto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato voti elevati a Cuba per l’equità del suo sistema, Reid sottolinea che “certamente, l’equità e l’uguale trattamento valgono fino ad un certo punto; quando Fidel Castro si ammalò nel 2007, luminari della medicina vennero fatti venire dall’Europa per curarlo”. Aha! Lo sapevo! Gli americani, e non solo gli invasati di destra, non accetterebbero mai un sistema sanitario in cui ognuno avesse un’assistenza totalmente gratuita per ogni patologia se il presidente ottenesse un qualsiasi trattamento speciale. Lo accetterebbero? Potremmo almeno chiederglielo. A proposito degli invasati di destra, vi è un articolo del New York Times in cui si afferma: “Domani sera, nel bel mezzo della battaglia, il presidente comunicherà il suo messaggio al popolo in un discorso trasmesso alla radio ed in televisione in tutta la nazione, combattendo per l’approvazione del suo progetto di legge di riforma sanitaria , che gli oppositori hanno battezzato come ‘medicina socializzata’ e ‘tassello iniziale della rilevazione della medicina privata da parte del governo federale’”. Il presidente era John F. Kennedy, il programma era Medicare, l’articolo del Times fu pubblicato il 20 maggio 1962. Nonostante il discorso, lo sforzo fallì fino all’approvazione nel 1964.
E parlando della dittatura totalitaria comunista socialista fascista poliziesca cubana, Reid ed altri potrebbero essere interessati ad un articolo che dimostra come durante il periodo della sua rivoluzione, Cuba abbia goduto di una delle migliori performance in termini di diritti umani in tutta l’America latina. Ma come archiviare un’eternità di condizionamenti e far giungere alle menti degli americani questo messaggio? Al recente congresso dell’AFL-CIO, la principale organizzazione dei lavoratori del paese, è stata presa una risoluzione molto progressista, la quale chiede che venga concesso a tutti gli americani di recarsi a Cuba e che l’embargo statunitense nei confronti dell’isola venga sospeso. Ma al termine della risoluzione, gli autori ci hanno ricordato che sono americani, chiedendo a Cuba di “liberare tutti i prigionieri politici”.
Per apprezzare cosa vi è di sbagliato in quella risoluzione, si deve comprendere ciò che segue: gli Stati Uniti sono per il governo cubano come al Qaeda per Washington, solo molto più potenti e molto più vicini. Sin dalla rivoluzione cubana, gli Stati Uniti e gli esuli cubani anticastristi negli USA hanno inflitto a Cuba un danno e delle perdite maggiori di quanto accaduto a New York e a Washington l’11 settembre 2001. I dissidenti cubani hanno avuto legami politico-finanziari molto stretti, se non intimi, con i funzionari del governo americano, in particolare all’Havana attraverso la United States Interests Section. Il governo statunitense ignorerebbe un gruppo di americani che ricevono fondi da al Qaeda e/o partecipano ripetutamente ad incontri con noti leader di quell’organizzazione? Negli ultimi anni, il governo americano ha arrestato un gran numero di persone negli Stati Uniti ed all’estero solamente sulla base di presunti legami con al Qaeda, con molte meno prove a sostegno di quante Cuba ne abbia avute dei legami dei suoi dissidenti con gli Stati Uniti, prove raccolte dagli agenti segreti cubani. Virtualmente tutti i “prigionieri politici” di Cuba sono dissidenti del genere.

mercoledì 18 novembre 2009

Il successo dietro la Cina

Si è celebrato a Pechino nell'ottobre scorso il 60º anniversario della Repubblica Popolare. Sicuramente tale celebrazione infastidirà coloro, che per inclinazione ideologica, non tollerano che un “paese Comunista” possa ostentare tanta presunzione. Vale la pena, però, guardare alla Cina con obiettività, per scoprire ciò che ha reso possibile nel tempo di una generazione la trasformazione di un paese povero ed indigente a una delle più grandi economie mondiali.
I critici amano sostenere che nonostante il successo economico, la Cina non abbia “grandi idee” da proporre. Sono, invece, proprio le grandi idee, secondo l’autore, che hanno permesso l’incredibile ascesa della Cina. Ecco qui otto di queste grandi idee:
1. La ricerca della verità attraverso i fatti. Questo è un antico concetto cinese e allo stesso tempo il credo dell’ultimo Deng Xiaoping, segretario della seconda generazione del Partito Comunista Cinese e ex-leader della Repubblica Popolare Cinese. Nell’identificazione e definizione della verità, Deng Xiaoping considerava come criterio fondamentale il riconoscimento dei fatti, piuttosto che l’affidamento ai dogmi ideologici, orientali o occidentali che fossero. Pechino giunse alla conclusione, dall’analisi dei fatti, che nè il modello Comunista Sovietico, nè quello della democrazia Occidentale realmente si adattavano a un paese in via di sviluppo nei suoi processi di modernizzazione e che la democratizzazione normalmente segue la modernizzazione piuttosto che precederla. Per questo, nel 1978, Pechino decise di esplorare il proprio percorso verso lo sviluppo, adottando un’approccio pragmatico e di trial-and-error (metodo di risoluzione dei problemi che implica ipotizzare risposte fino a individuare quella che realmente risulta adeguata al raggiungimento di una soluzione) per il suo immenso programma di modernizzazione.

2. Il benessere della popolazione prima di tutto. Pechino ha definito la lotta alla povertà come il principale tra i diritti umani, attualizzando così questo antico concetto cinese di governance. Tale idea rappresenta la base dell’incredibile successo raggiunto dalla Cina nel risollevare quasi 400 milioni di individui dalle condizioni più terribili di povertà nell'arco di una generazione. Un successo senza precedenti per la storia dell’umanità. Nell'orizzonte dei diritti umani, tale attitudine potrebbe risolvere una negligenza storica tipica dell’Occidente, che sin dai tempi dell’Illuminismo si è unicamente concentrato sui diritti civili e politici. Questa idea potrebbe avere effetti durevoli nell'affrontare la povertà a livello mondiale.

3. L’importanza del pensiero olistico. Dagli inizi degli anni 80 a oggi, la Cina ha sviluppato una strategia olistica in termini di modernizzazione, evidentemente influenzata dalla propria tradizione filosofica. Ciò ha permesso a Pechino di definire uno schema di priorità e sequenze sui vari gradi di trasformazione, con semplici riforme normalmente seguite da altre più determinate e complesse. Tale strategia contrasta le più diffuse e populiste politiche di breve termine che caratterizzano gran parte del mondo d’oggi.

4. L’arte di governare: una virtù necessaria. La lunga storia cinese racconta di tempi floridi sempre associati con uno Stato solido e progressista. In contrasto con la visione statunitense dello Stato come male necessario, la trasformazione della Cina è stata portata avanti da uno Stato progressista che punta allo sviluppo. A differenza di Mikhail Gorbachev, che abbandonò il suo vecchio Stato per fondare un impero a pezzi, Deng Xiaoping diede un nuovo orientamento al vecchio Stato passando dalla ricerca dell’utopia Maoista alla promozione della modernizzazione. Lo Stato cinese, pur con i suoi difetti, riesce a creare consenso nazionale sul tema della modernizzazione e del perseguimento di obiettivi fortemente strategici, quali la realizzazione di riforme nel settore bancario, lo sviluppo delle energie rinnovabili e il sostegno all’economia cinese come risposta alla crisi globale.

5. Un buon governo vale di più della democratizzazione. La Cina rifiuta la dicotomia stereotipica che contrappone la democrazia all’autocrazia e afferma che la natura di uno Stato, inclusa la sua legittimità, debba essere definita dalla sua sostanza, per es. un buon governo, dimostrato dai risultati che riesce a conseguire. Nonostante le lacune in termini di trasparenza e di istituzioni legali, lo Stato cinese dirige l’economia con il ritmo di crescita più alto al mondo e ha migliorato su larga scala gli standard di vita della sua popolazione. In un sondaggio del 2008, il settantasei per cento dei Cinesi si sono dichiarati ottimisti riguardo al loro futuro, superando di gran lunga i dati raccolti nei 17 paesi più grandi da Pew, un centro di ricerca con base a Washington.

6. Il rendimento come forma di legittimazione. Inspirandosi alla tradizione confuciana della meritocrazia, Pechino valuta i rendimenti come forma di legittimazione a tutti i livelli politici, anche se non sempre con successo. Criteri come l’efficacia nella lotta contro la povertà e nell’impegno per un ambiente sempre più sano rappresentano i fattori chiave per la promozione dei funzionari. I leader cinesi sono competenti, sofisticati e testati su vari livelli di responsabilità.

7. L’apprendimento selettivo e l’adattamento. La Cina rappresenta una cultura secolare dove l’apprendere dall’altro è un’attitudine estremamente apprezzata. I Cinesi hanno sviluppato una gran capacità nell’apprendimento selettivo e di adattamento di fronte alle nuove sfide, come dimostrato dalla rapidità con cui la Cina si è aperta alla rivoluzione informatica per poi eccellere nella stessa.

8. L’armonia nella diversità. Pechino ha dato vita nuova a questo vecchio ideale confuciano applicandolo a una società grande e complessa. Pechino ha rifiutato lo stile occidentale di politica di contrasto tra avversari per enfatizzare invece la comunione di differenti interessi collettivi al fine di calmare la tensione sociale conseguente alle rapide trasformazioni e tessere una rete sociale che offra sicurezza.

La Cina sta facendo tuttora fronte a sfide importanti come la lotta alla corruzione e la riduzione del divario tra le varie regioni. L’evoluzione della Cina continuerà sulle solide basi di queste idee, piuttosto che virare verso la democrazia liberale occidentale, visto che pare che tali idee abbiano funzionato e si siano fuse bene con il senso comune e con l’unicità della cultura politica cinese, risultato di svariati millenni – tra cui 20 e più dinastie, 7 delle quali durarono più a lungo dell’intera storia degli Stati Uniti. La Cina continuerà ad imparare dall’Occidente a proprio beneficio. Tocca forse ora all’Occidente, per usare una massima di Deng Xiaoping, “emancipare le menti” per scoprire un poco di più sulla Cina, o addirittura imparare a proprio beneficio da queste grandi idee, per quanto banali possano sembrare. Tale attitudine potrebbe evitare ulteriori letture erronee, dettate dall’ideologia, rispetto a questa nazione nonchè civiltà estremamente importante ed in più arricchire la coscenza collettiva mondiale di fronte alle sfide poste dalla lotta alla povertà, dai cambiamenti climatici e dallo scontro di civiltà.

lunedì 16 novembre 2009

Rivolta a Forth Hood

Nei tragici eventi della settimana scorsa, in cui il sedicente omicida Nidal Malik Hasan sembra abbia ucciso più di 13 militari nella sede di Fort Hood nel Texas, occorre capire che che il tragico episodio nasconde qualcosa di più grave ma molto rivelatore: un vero e proprio ammutinamento contro i propri superiori!
Una versione dei fatti diversi da quelli ufficiali, parlano di di due soldati semplici, i quali avevano comunicato il loro rifiuto a ogni ulteriore dispiegamento in Afghanistan, e perciò erano stati affidati alla terapia del dottor Hasan. Dopo cinque settimane di «cure» però, ai due era stato effettivamente comunicato un nuovo turno in zona di operazioni; una squadra di soldati era stata mobilitata per ridurre alla ragione con la forza i due insubordinati, cogliendoli di sorpresa per caricarli probabilmente su un aereo. Ma i due erano preparati a reagire con le armi, e da qui la sparatoria, in cui lo stesso maggiore psichiatra è stato ferito gravemente.
L'esercito non poteva tollerare una vergogna ed uno scandalo simile, ed ha cominciato la più assurda mascherata per coprire la più grave e fatale tragedia, che non si può confessare, appunto quella di un'ammutinamento armato nell'esercito statunitense che, dopo otto anni di guerra e di continui ri-dispiegamenti di una truppa esaurita, psicologicamente a terra, mostra gravi segni di cedimento. Di questa versione esistono indizi, ancorchè frammentari, più solidi di quelli della versione ufficiale.
All'inizio si è detto che due soldati avevano sparato ed erano stati catturati; subito dopo, che erano stati rilasciati perchè estranei al fatto. Un alto ufficiale che giocava a golf nel campo vicino, sentito da CNN, ha testimoniato di aver assistito all’arresto di un soldato, in tuta mimetica da battaglia, da parte della polizia militare. Per ore inoltre, tutto attorno alle installazioni di Fort Hood, i telefoni cellulari sono stati azzerati da «jamming», per impedire la diffusione di informazioni non-autorizzate dall’interno della caserma. Soldati che sono stati sentiti nei giorni seguenti dai giornalisti non confermano la versione ufficiale, ma parlano senza dare il proprio nome. Fort Hood, la più grande base militare USA del mondo (53 mila soldati), è anche la più attiva nel dispiegare il suo personale nelle due guerre in corso. Di conseguenza, è la base che segnala, oltre a molti atti di violenza con armi da fuoco, il maggior numero di suicidi di ogni altra fra i soldati. Solo quest’anno, a Fort Hood in media si sono tolti la vita 10 giovani in divisa ogni mese. Nell’insieme delle forze armate, 134 soldati s’erano già suicidati ad ottobre: un aumento del 366% rispetto al 2006, e la sinistra promessa di superare il record del 2008, di 140 suicidi. Dietro ogni cancello di ogni base USA, centinaia e forse migiaia di soldati presi per diserzione o assenza senza autorizzazione (definiti AWOL) vengono sistematicamente detenuti per mesi, in attesa di un processo da corte marziale che non arriva mai, e soggetti a punizioni «informali» da parte di graduati-aguzzini; e gli si dice, o gli si fa capire, che le loro pene e la minaccia giudiziaria possono terminare, purchè accettino di essere ri-dispiegati in Iraq o Afghanistan. Anche se affetti riconosciuti da disordine psichico da stress post-traumatico, guadagnato in precedenti operazioni. Nell’agosto dell’anno scorso un episodio ha rivelato l’esistenza di questi metodi. A Fort Bragg, North Carolina, un soldato semplice di nome Timothy Rich, arrestato mesi prima come AWOL, mentre si trovava nella guardia medica psichiatrica della caserma sotto osservazione per rischio suicidio, si lanciò dalla finestra dell’infermeria, al terzo piano, spezzandosi la spina dorsale. Si scoprì che Rich aveva appena ricevuto dai superiori un’offerta che non poteva rifiutare: l’amnistia, in cambio della sua accettazione di farsi rispedire in Afghanistan. Il soldato Rich apparteneva al Plotone Echo della 82ma Divisione Aerotrasportata . I reporter del sito informativo TomDispatch.com scoprirono che oltre 50 membri del plotone Echo, tutti con problemi mentali per i troppi turni operativi, erano tenuti nelle stesse condizioni di prigionieri indefiniti (un destino analogo a quello degli «enemy combatants» di Guantanamo), in un edificio in rovina e maltrattati da comandanti-carcerieri. Il soldato Rich confermò: «Volevo andarmene da quel posto ad ogni costo. Da quattro mesi mi dicevano che sarei uscito la settimana prossima, ho pensato di uscire da me».
Da allora, altre vittime hanno cominciato a raccontare. Lo specialista Dustin Stevens, del Plotone Echo, ha chiamato TomDispatch: «E’ orribile lì. Siamo trattati come bestie. Qualcuno di noi è uscito di testa, altri sono ammalati, c’è gente che dovrebbe essere in una clinica psichiatrica». Ormai la faccenda era pubblica: una dozzina di soldati del plotone (fra cui Stevens) hanno ricevuto finalmente la data del processo alla corte marziale, tutti gli altri sono stati dispersi in altre unità, e la caserma-prigione è stata chiusa. Ma altre vittime, da altre caserme, hanno parlato, rivelando così che il problema dei disertori o AWOL – e i trattamenti inumani – dilaga in tutte le basi.
Da Fort Lewis, nello Stato di Washington, lo specialista Scott Wildman ha raccontato la sua storia: reduce da un turno di 15 mesi in Iraq (quando la pratica militare dice che dopo 180 giorni in area di conflitto un soldato è ridotto a un carbone spento), Wildman scappò nel 2007, quando ricevette la notizia che lo attendeva un imminente altro dispiegamento. Si è riconsegnato a febbraio del 2009, e si è trovato detenuto, fisicamente confinato, senza contatti con la famiglia. «Mia moglie mi ha lasciato, non vedo i miei figli da due anni. Avevo dalla mia una diagnosi di disordine post-traumatico, ma a Fort Lewis se ne fregano. Il superiore ci chiamava ‘i fighetti del disordine post-traumatico’, e ci trattano come m....». Alcuni devono lavare i cessi, non ricevono cure se non qualche ansiolitico. Un mese fa Wildman s’è sentito annunciare che sarebbe stato deferito alla corte marziale, ma non gli è stata detta la data; è riuscito di nuovo a scappare, ed è da allora irreperibile.
Un altro soldato del plotone «Bravo», unità di punizione della 4° Divisione di fanteria, terza brigata, di Fort Carson (Colorado), dice di essere tornato da un lungo turno in Iraq, e di aver trovato sua madre gravemente malata. Quando gli è stato annunciato un nuovo turno, ha presentato certificati medici che provavano che sua madre aveva bisogno di assistenza. E’ stato messo nel battaglione di punizione, degradato, costretto a lavori umilianti. Lo hanno minacciato di spedirlo alle caserme disciplinari di Fort Leavenworth (Kansas), il carcere militare di massima sicurezza, e il più temuto perchè sovraffollato di delinquenti comuni e di pazzi pericolosi, a meno che – ovviamente – non accettasse di farsi rimandare in Iraq.
Secondo i regolamenti, soldati in cura con farmaci psicotropi non dovrebbero essere reimpiegati prima di 90 giorni: questa regola viene spesso disattesa dai bisogni di scarponi sul terreno. Persino quelli con diagnosi TBI (sofferenza cerebrale traumatica), una conseguenza comune delle bombe a lato strada, vengono rispediti in operazione in meno di 90 giorni. Nell’agosto del 2008 una valutazione dello Armed Forces Health Surveillance Center (dunque un ente ufficiale) ha stabilito che «43 mila soldati, i due terzi dell’esercito e nella riserva dell’esercito, erano stati diagnosticati non-impiegabili per ragioni sanitarie tre mesi prima di essere rimandati in Iraq».
Si può solo immaginare il comportamento militare di questi ragazzi ridotti a larve umane, coi nervi limati e disturbi psichici gravi, messi a guidare un corazzato, muniti di armi, munizioni di ogni calibro e bombe. Dovrebbe anche essere evidente che simili «soldati» non contribuiscono a vincere alcuna guerra, e sono un peso pericoloso per le truppe normali.
Ed invece bisogna obbedire alla nuova Amministrazione, che ha ordinato altri 30 mila uomini in Afghanistan. Dispiegare i non-impiegabili è la sola soluzione che i comandi riescono a pensare, dato che non hanno né l'intelligenza né il buon senso di dire la verità. E non sanno come agire dato che anche le speranze sucitate nella truppa combattente dall’elezione di Obama, così crudelmente tradite, si traducono in atti ogni giorno più inconsulti e tragici, atti di disperazione, di insubordinazione e di diserzione, ed infine di stragi. Il maggiore Hasan – accusato di essere un terrorista omicida – non sappiamo ancora se si è messo dalla parte di due suoi pazienti disperati o èstato vittima degli stessi:è vivo, e forse potrà testimoniare su quel che è veramente successo a Fort Hood. Intanto il Washingotn Post ha scoperto che nel giungo del 2007 il maggiore Hasan, davanti ai suoi superiori e a 25 colleghi della sanità psichiatrica militare, tenne una lezione sul pericolo di impiegare soldati di religione musulmana in Paesi musulmani. Nel suo intervento affermò che : «Se gruppi musulmani possono convincere soldati musulmani che stanno combattendo per Dio contro le ingiustizie degli infedeli, allora possono diventare avversari potenti (suicide bombers)». E concludeva: «Soldati islamici non dovrebbero essere impiegati in alcuna operazione che li metta a rischio di uccidere o ferire dei credenti ingiustamente. Si consiglia il Dipartimento della Difesa di consentire ai soldati di religione musulmana di essere esentati a motivo di obiezione di coscienza; ciò accrescerebbe il morale della truppa e ridurrebbe il pericolo di eventi avversi».
Naturalmente, il Washington Post legge in questa lezione del maggiore Hasan una premonizione delle sue intenzioni «terroristiche», laddove altri vi possono leggere la sua fedeltà alle Forze Armate, e la voce del buonsenso. Ma l’America ufficiale non può ascoltare la voce del buon senso, nè della verità. Deve continuare a sostenere la menzogna che ha profferito al mondo l’11 settembre 2001; fa parte di questa menzogna la descrizione del maggiore Hasan, con quel nome musulmano e l’origine palestinese, come «terrorista islamico». Il noto senatore ebreo Joe Lieberman ha annunciato che proporrà «tolleranza zero verso i soldati musulmani che servono nel nostro esercito». Ma la dichiarazione più illuminante è venuta dal candidato repubblicano (alle elezioni del 2010) Allen West, che tra l’altro è un colonnello che ha prestato servizio (come aguzzino?) a Fort Hood: «La terribile tragedia di Fort Hood prova che è in atto un tentativo dell’estremismo islamico di reclutare i nostri soldati scontenti. Il nemico sta infiltrando il nostro esercito».
L’affermazione contiene, forse, un’involontaria verità: il nemico è fra noi. Anzi, è dentro di noi. Ma bisogna accusare «i musulmani», per tacere che l’ammutinamento cova fra i fantaccini dell’impero «cristiano», stanchi e distrutti dalle guerre basate sulla menzogna. E le frasi dell’ex-colonnello West rivelano che uno spirito di rabbia e rivalsa cova tra gli ufficiali di carriera: come scrive William Pfaff , c’è tra gli alti gradi l’idea che il Vietnam fu una «vittoria persa», che loro stavano vincendo ma fu perduta a causa del cedimento del fronte interno e delle «sinistre» che demoralizzarono la truppa e provocarono il collasso della disciplina, e che anche l’Afghanistan rischia oggi di essere una «vittoria persa», se Obama decide il disimpegno. E’ l’analogo americano di quel sentimento che nella Germania pre-hitleriana fu detto della «pugnalata alla schiena», e può preludere a un colpo di Stato, e ad una dittatura dei gallonati. Prepariamoci ad assistere anche a questo: ad una seconda probabile guerra civile americana.

domenica 15 novembre 2009

Distruzione dello Stato

Il “debito pubblico” è frutto della rinuncia alla sovranità monetaria da parte dello Stato... Le previsioni di autunno degli analisti della UE, appena ufficializzate, parlano di un PIL italiano al – 4,7 % a fine anno, un risultato ben peggiore del – 1 % del 2008 e del + 1,6 % del 2007. Tuttavia un’inversione di tendenza è attesa nel prossimo futuro: + 0,7 % nel 2010 e + 1,4 % l’anno successivo. Il calo delle esportazioni (- 20 % a fine anno, nelle previsioni) determinerà comunque – per gli analisti – un consolidamento del tasso di disoccupazione, da 7,8 % a fine 2009 a 8,7 % nel 2010 e nel 2011. I dati pubblicati il 30 ottobre da Eurostat, l’ufficio statistico della UE, confermano la grave emergenza della disoccupazione: nei sedici paesi che hanno adottato l’euro essa è passata dal 7,7 % di un anno fa al 9,7 % attuale. Gli autori del rapporto non mancano di lanciare il consueto appello apparentemente tecnico e di buon senso ma in realtà devastante per l’autentico sistema economico/produttivo e soprattutto per la sopravvivenza del residuo sistema di protezione sociale: il debito pubblico rimane molto alto (quest’anno è pari al 114,6 % del PIL, nel 2010 sarà al 116,7 % e nel 2011 al 117,8 %) e le debolezze strutturali, come l’alto debito pubblico, continueranno a pesare sull’economia italiana. Pertanto, l’Italia – ma il discorso è esteso, ovviamente, agli altri paesi europei – è invitata ad affrontare tali debolezze, mettendo in campo politiche tese ad arginare il debito e la crescita della spesa pubblica.
Facciamo un salto al di là dell’oceano, nella casa-madre del mondo occidentale: il PIL statunitense è aumentato di oltre tre punti e mezzo percentuali di crescita, ma – scrive da New York Elena Molinari, corrispondente di “Avvenire” – “il prezzo pagato per uscire dalla crisi è troppo alto, e le conseguenze saranno pesanti. Un dato per tutti: nel 1991 il debito pubblico Usa era pari al 56 % del PIL. Nel 2010, secondo alcune stime, sarà quasi equivalente al prodotto interno lordo nazionale: circa 14.500 miliardi di dollari (…). Ma se il debito va ridotto, per non finire nel circolo vizioso di interessi alti, inflazione e svalutazione del dollaro, come lo si ripaga? Tagliando i servizi o aumentando le tasse”.
Debito pubblico o Stato sociale: bisogna sapere che questa è l’alternativa fondamentale, e che occorre scegliere. Il “debito pubblico” (le virgolette non sono casuali) è frutto della rinuncia alla sovranità monetaria da parte dello Stato, un’abdicazione folle compiuta a favore della Banca d’Italia prima e della BCE poi : a favore cioè di banchieri e capitalisti finanziari privati che battono denaro al posto dello Stato vendendoglielo come fosse loro. La composizione del “debito pubblico” è a tal proposito illuminante, e in questo senso (nell’accettare di doverlo perennemente ripianare) si può veramente parlare di “spreco di denaro pubblico”! Privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica (allo Stato sociale, in ultima analisi) e pressione fiscale hanno come primo e fondamentale obiettivo l’affannosa rincorsa a tale arbitrario e istituzionalizzato debito, una vera e propria servitù che riguardando lo Stato e gli altri enti pubblici coinvolge tutti noi. Il fatto è che – come perfino il guru della globalizzazione Jacques Attali annota – “gli sforzi di investimento e il denaro disponibile sono stati concentrati sulla speculazione finanziaria”, e per invertire la tendenza non occorre meno Stato nell’economia ma, al contrario, più intervento pubblico; infrastrutture, maggiore sostegno all’economia produttiva e sovranità monetaria ricondotta allo Stato, per farla finita con l’indebitamento artificiale perpetuo.

venerdì 13 novembre 2009

La fine del Dollaro.

L’autore di best-seller Daniel Estulin afferma che la questione centrale che verrà discussa al meeting dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali, organizzato a St. Andrews in Scozia, sarà come far crollare l’attuale sistema finanziario mondiale scaricando il dollaro.
Prima di tutto, Estulin ha raccontato che quest’iniziativa è stata decisa nell’ultimo incontro del Gruppo Bilderberg, tenuto a maggio in Grecia. Estulin afferma che la riuscita o il fallimento di questo piano bieco dipenderà dalla capacità dei rappresentanti di USA e Regno Unito di convincere i governi russo, cinese e altri ad accettare il progetto. Estulin sostiene che se i cospiratori hanno successo, una svalutazione così immediata del dollaro condurrebbe al tracollo dell’economia mondiale attraverso un collasso a catena dell’intero sistema finanziario globale. Come discusso nel conclave top-secret del Gruppo Bilderberg a maggio scorso, questo crollo verrebbe utilizzato come scusa per lanciare un nuovo sistema monetario mondiale. I leader del G-20 sono consapevoli che chi guida i mercati monetari, il sistema monetario, controlla il mondo. Ecco perché oggi il mondo è governato per mezzo di un sistema dominato da una singola valuta e non da sistemi di credito nazionali.
Una grave crisi colpirebbe ogni angolo della Terra e sarebbe il preludio a instabilità, guerre e ostilità generalizzate a livello finanziario, geografico e geopolitico, interessando così non solo determinati paesi, ma società, culture e interi continenti. Una tale crisi potrebbe portare a un consolidamento del sistema monetario mondiale. Estulin dichiara che la creazione della nuova valuta mondiale è il vero significato della globalizzazione, che non è altro che un impero. È la distruzione dello stato-nazione, la degradazione delle libertà nazionali individuali e la depredazione dei diritti civili.
Far cadere il dollaro, innanzitutto, è un assalto alla struttura dell’economia americana verso la creazione di una “Azienda Globale”. Quest’idea, dice Estulin, fu inizialmente discussa alla riunione del Gruppo Bilderberg nell’aprile del 1968, tenuto a Mont Trembland in Canada, da George Ball, un banchiere di Lehman Brothers ed ex sottosegretario agli affari economici sotto i Presidenti John Kennedy e Lyndon Johnson. L’obiettivo di quest’Azienda Globale, nelle parole di Ball, era di “eliminare l’arcaica struttura politica dello stato-nazione” in favore di una più “moderna” struttura aziendale. Ball chiese anche una maggiore integrazione in Europa, e poi nel resto del mondo, come prerequisito per allargare i poteri di un’Azienda Globale, ponendo così i finanzieri sullo stesso livello dei governi.
Secondo Estulin quest’iniziativa, ovvero l’abbandono del dollaro come moneta internazionale, è il vero intento del meeting del G20 del 6 e 7 novembre a St. Andrews, in Scozia, già luogo della conferenza Bilderberg del 1998.

mercoledì 11 novembre 2009

Errore di Valutazione

La recente immissione da parte del Fondo monetario, nell'ottica di abbassarne il prezzo, di circa 430 tonnellate di oro ne ha fatto invece crescere il prezzo facendolo schizzare in alto dato che le Banche centrali di Cina, India, Russia e alcune Banche Centrali europee si sono immediatamente precipitate a comprarlo. Soprattutto l’India, che s’è accaparrata 200 tonnellate del metallo, ben felice di scambiarlo contro i suoi dollari in eccesso pagandolo quasi 6,7 miliardi di dollari l'anno, pari a quasi il 10% dell'estrazione mondiale annua. Questa azioen inaspettata ha spinto i brokers ed i trader di borsa a pronosticare l'aumento del metallo giallo spingendone all'acquisto e rincarandolo fino a 1.086 dollari l’oncia. Il ministro indiano delle finanze ha spiegato la mossa del suo governo per questo acquisto così ingente affermando: «Le economie di USA e della UE sono collassate».
E' oramai chiaro a tutti, tranne ai prezzolati di regime e agli economisti da strapazzo che ci ingolfano con l'idea che il prezzo dell'oro è troppo alto, che l'oro è destinato a salire in misura consistente e anche a velocità sostenuta per tutto l'anno in corso rischiando di esplodere alle stelle nel 2010, con il collasso dell'economia anglo-americana.
Sin d'ora, l’oro si vende ancora alla metà del rincaro-record che toccò nel 1979, anno in cui l’URSS invase l’Afghanistan, decine di diplomatici americani erano prigionieri nell’ambasciata USA a Teheran, un’azione di commandos ordinata dal presidente Carter era tragicamente e ridicolmente fallita; la potenza americana era vista come una potenza agonizzante.
L’oro è considerato non un investimento, ma una assicurazione sul rischio di collasso delle monete cartacee: e fu questo il motivo della sua ascesa dei prezzi nel 1979.
Oggi le Banche Centrali del mondo detengono 4,8 milioni di tonnellate d’oro. Le miniere ne producono 2.200 tonnellate l’anno. Poniamo che le Banche Centrali vogliano «assicurarsi», aumentando dell’1% le loro riserve auree: andranno a caccia di 48 mila tonnellate del metallo, ossia di 20 volte la produzione mineraria mondiale. Questi dati con la loro obiettiva esistenza testimoniano come l'oro in realtà sia sin d'ora enormemente sottostimato e che il tetto degli 800$ ad oncia non varrà di nuovo raggiunto come nel passato, ed anzi le futures puntano ad un prezzo già oggi di 1.300$ ad oncia.
E' la crisi del sistema valutario agganciato al dollaro? Già oggi gli Stati Uniti sono di fatto insolventi continuando a consumare a credito ed aumentando il loro debito tale da renderlo inesigibile. Infatti le banche estere sono sempre meno propense a detenere attivi in dollari, liberandosene appena possono ( vedi anche l'acquisto di terre in Madagascar da parte della Cina pagati in Bond Americani).
L'obiettivo della Federal Reserve è, in maniera delinquenziale, di diluire, o dilavare come si dice in gergo, il proprio debito rendendo l'export usa più competitivo.D'altro canto i responsabili finanziari americano non hanno riformato o nazionalizzato le principali strutture finanziarie del loro paese costringendo lo stato a costosissimi sforzi economici e finanziari per sostenerle ponendosi come strumenti competitivi della politica nazionale sul teatro mondiale.
Nouriel Roubinim scrive nel suo sito che questo è un calcolo che si rivelerà un errore molto costoso. Prosegue dicendo che «in fin dei conti, il rientro dell’eccesso di debito (deleveraging) richiede la cancellazione dei debiti (inesigibili), in quanto le politiche di reflazione non sono gratis, e non risolvono il problema dell’eccesso di debito. Si veda il caso del Giappone, che è in piena deflazione nonostante il grande e aumentato debito pubblico e la creazione di nuova moneta… la coesistenza in equilibrio di interessi zero, alta disoccupazione, deflazione, la crescita di conti che vengono tenuti liquidi (ossia non investiti), e riserve in eccesso puntano ad una ‘trappola della liquidità’ simile a quella della Grande Depressione (1929-1939) e al ‘decennio perduto’ giapponese.»
Le mega-banche che i dirigenti USA credono strategiche, sono e restano strumenti di distruzione finanziaria, del tutto inutili a risollevare l’economia reale: il volume dei crediti concessi alle imprese americane è calato del 20% nell’ultimo anno (sono rimaste solo le piccole banche a prestare a). In Florida, su ogni casa in vendita, ce ne sono cinque che sono in via di pignoramento. Circa la metà dei prestiti immobiliari a tasso variabile (option-ARM) sono in ritardo nei pagamenti. E intanto le quattro megabanche USA conservano 1.500 miliardi di dollari liquidi (tutti soldi dei contribuenti) rispetto ai 900 di un anno fa. E Citigroup addebita interessi del 29,9% sugli scoperti delle carte di credito.
Come ha ricordato il Nobel John Stiglitz, «l’America paga il prezzo di non aver nazionalizzato le banche. Abbiamo dato loro miliardi di dollari, e il presidente le ha implorate di prestare, ma loro rifiutano. Abbiamo fatto la scelta sbagliata: che ha indebolito l’economia e aumentato il nostro deficit, rendendo più difficile il risanamento in futuro».
Siccome nessuno avrà il coraggio di ri-nazionalizzare le nostre banche, l’economia europea non si risolleverà presto dal collasso. Un grave errore di valutazione che si pagherà amaramente.

martedì 10 novembre 2009

Insicurezza Sanitaria

La sicurezza sanitaria funziona come la sicurezza militare? Quali segreti nasconde, se perfino la Corte dei conti ora vuol vederci chiaro? Sullo sfondo delle dispute sull’influenza suina vediamo avanzare una militarizzazione della salute che gioca sulla paura delle malattie, la più primitiva.
Tralasciamo la questione della tossicità del vaccino, e la rimandiamo ad altre sedi. Partiamo proprio dalla Corte dei conti, l’organo che la Costituzione italiana ha messo a guardia delle spese pubbliche, compresa la cospicua voce della spesa sanitaria.
La Corte dei conti ha setacciato anche la questione della fornitura dei vaccini, fino a sollevare parecchie eccezioni. Si è subito dovuta scontrare con la segretezza, usata per ragioni di emergenza. In nome dello stato di eccezione non si può sapere qualcosa di più su uno specifico contratto di acquisto del vaccino che dovrebbe prevenire la famigerata influenza A(H1N1).
Sotto esame passa un contratto di fornitura di dosi di vaccino antinfluenzale stipulato tra il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali e la Novartis, la multinazionale svizzera nata dalla fusione di Ciba-Geigy e Sandoz. Il primo appunto della Corte dei Conti è di metodo. Si critica l'assenza di qualsiasi garanzia sull’esito «delle ricerche, la capacità di sviluppare con successo il Prodotto». Tutti i vincoli del contratto sono resi vani da un semplice fatto: non c’è nessuna certezza che il prodotto funzioni e ci sia. L’oggetto del contratto non è dunque materia certa.
Uno si aspetterebbe che in compenso ci siano clausole che stringano il contraente da qualche altra parte. Si tratta pur sempre di soldi pubblici. E invece per Novartis ci sono anche vantaggi per l’IVA. E passi. Ma si prevede anche «la possibilità del mancato rispetto delle date di consegna del Prodotto, senza l'applicazione di alcuna penalità» per Novartis.
Va bene, la motivazione è l’emergenza, ma qui si saltano tutti i normali passaggi che regolano l’immissione di prodotti che abbiano implicazioni rilevanti sulla salute dei cittadini. Al punto che ora si accetta il prodotto anche senza l’autorizzazione a commerciarlo in Italia: stavolta basta «un generico "Quality Agreement"». I rischi se li prende il Ministero, insomma. Se ad esempio si volessero riscontrare eventuali difetti di fabbricazione o danni fisici del prodotto, chi deve dirsi d'accordo è proprio Novartis. La Corte nota cioè che i fornitori di una merce eventualmente difettosa hanno addirittura la facoltà di dirsi preventivamente d’accordo o non d’accordo sui rilievi a loro carico. Se, bontà loro, si dicono d’accordo, i difetti di fabbricazione li devono rimborsare loro al ministero. Per gli altri danni causati a terzi dal vaccino sarà il ministero – cioè i contribuenti - a risarcire Novartis.
La Corte critica anche il fatto che alla Novartis verranno pagati poco più di 24 milioni di euro (IVA esclusa) se non otterrà l'autorizzazione all'immissione in commercio del vaccino. Nulla è detto nel contratto sul perché di quella somma-salvagente. E che succederebbe se Novartis dovesse violare le disposizioni essenziali del contratto? Dal punto di vista del pagamento non succederebbe nulla. Così viene steso un altro tappeto rosso per la multinazionale di Basilea: «il pagamento dovrà essere ugualmente effettuato per il prodotto fabbricato e consegnato».
I rilievi della Corte dei conti si estendono a un altro punto essenziale: il segreto. Certo, si sa che in ogni rilevante contratto industriale ci sono sempre clausole di riservatezza. Ma nel contratto in questione si va ben oltre. Fra le informazioni riservate sono state infatti inserite anche questioni che invece non possono essere segrete, perché si tratta di forniture che devono avvenire con «evidenza pubblica». Per il vaccino si voleva rendere segreta perfino l’esistenza stessa del contratto, non solo i suoi contenuti.
La Corte dei conti a questo punto scopre che non può approfondire di più. Il contratto è a trattativa riservata ed è stato secretato, perché valgono le stesse emergenze previste in caso di eventi calamitosi “di natura terroristica” (ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3275 del 28 marzo 2003).
Il trattamento dell’influenza A(H1N1) è nelle mani della Protezione civile. E di fronte alle emergenze, le leggi si piegano alle eccezioni. La Corte registra di dover «ritenere il provvedimento al di fuori degli ordinari schemi contrattuali». Ma poco può farci. Deve arrendersi all’emergenza e accettare la situazione. In nome della Guerra al Terrorismo è nato ovunque un corpus giuridico sempre più esteso che sta divorando il sistema di bilanciamenti delle vecchie costituzioni. Non è l’unico caso in cui la Grande Paura di una qualche nuova peste, alimentata dai media e da molti governi, porta a forzare le leggi per estendere verso limiti mai visti i poteri delle sempre più ingombranti strutture di ”protezione civile”. E non è nemmeno l’unico caso in cui, con poche righe, i governi garantiscono grandi affari ai produttori del controverso vaccino dell’influenza suina. Il conduttore di una radio newyorchese, Al Roney di NY WGY, ha rivelato ad esempio le imbarazzanti connessioni che legano il commissario alla Salute dello stato di New York, Richard Daines, e il gigante dei vaccini MedImmune. Si dà il caso che la moglie di Daines, Linda, sia una manager di punta dell’onnipresente Goldman Sachs, la società finanziaria che oltre a essere il maggiore azionista di MedImmune ha anche intermediato una commercializzazione di vaccini del valore di 15 milioni di dollari.
Roney ha fatto appello ai suoi ascoltatori affinché si rivolgessero a Andrew Cuomo, il brillante politico che oggi ricopre la carica di Attorney General, e ha quindi la titolarità della pubblica accusa nello stato di New York. Il tema sollevato da Roney era il conflitto d’interessi. Roney ha proposto ai radioascoltatori di fare causa sul fatto che oltre 500mila lavoratori dello stato, in vario modo legati alla sanità, stavano per essere sottoposti a una vaccinazione obbligatoria, con un potenziale profitto per Goldman Sachs. Dopo la campagna lanciata da Roney, il 23 ottobre il commissario Daines ha sospeso il suo provvedimento, adducendo una carenza di dosi di vaccino. Va notato che lo stato di New York finora è stato l’unico in USA a prevedere vaccinazioni obbligatorie. Più in generale si può riconoscere un metodo fondato su un allarme martellante, poco preoccupato di provocare panico, fortemente assecondato dai media, con i governi impegnati a rilanciarlo. Un metodo già sperimentato nei casi della SARS e dell’influenza aviaria, e ormai sempre più rodato. Ai tempi dell’allarme SARS i giornali, imbeccati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, arrivarono a pubblicare grafici e ricostruzioni che pretendevano senza ironia di identificare il «paziente zero»: una scenetta in cui un canadese, un cinese e un vietnamita si incrociavano in un ascensore di Hong Kong, e da lì irradiavano la nuova pandemia per l’universo mondo. Avete visto cosa ne è stato della SARS, che poteva «uccidere miliardi di individui». Sono stati classificati come SARS solo ottomila casi in tutto il mondo e meno di ottocento morti.
Ricordo anche una surreale apertura del Tg1, quando la prima notizia fu un fenicottero morto in uno stagno rumeno. «Un altro caso di aviaria? E se passa all’uomo?». Ho in mente il Tg1, ma non è che gli altri organi d’informazione si fermassero a riflettere. Ovunque aviaria, aviaria, polli, fagiani, e allarmi. Nel frattempo i produttori di antivirali (una delle categorie di farmaci più inutili che si possano immaginare) gongolavano con profitti miliardari. Gongolava anche Donald Rumsfeld, allora segretario alla difesa USA, in qualità di perfetto anello di collegamento fra il complesso militare-industriale-mediatico e le gradi case farmaceutiche. Proprio Rumsfeld era stato il capo della Gilead Science, la società che brevettò il Tamiflu prima di cederlo alla Roche non senza lasciarsi succulente royalty, governate oggi da un consiglio di amministrazione che comprende vari pezzi grossi dell'atlantismo, tra cui l'ex segretario di Stato George Schulz. Rumsfeld, uno degli artefici del nuovo diritto d’emergenza e del nuovo stato d’eccezione nato con l’allarme terroristico, ha avuto buon gioco a spingere la manipolazione della paura in più di una direzione, militare, mediatica, medica, ovunque con gli stessi metodi e le stesse complicità. Rumsfeld è lo stesso Rumsfeld che nel 1976 svolgeva il ruolo di Capo di Gabinetto del presidente Ford, quando questi ordinò una vaccinazione di massa per un caso di influenza suina molto simile a quello odierno. Così, eccoci qui, in un mondo in cui da sempre sono esistite le malattie e le influenze stagionali, ma che solo da qualche anno le vede come una guerra spaventosa nonostante i morti siano in declino, e non certo grazie ai vaccini antinfluenzali, che persino secondo «The Lancet», la più importante rivista medica, sono praticamente inefficaci. Come dice l'epidemiologo Tom Jefferson, «c'è tutta un'industria che si sta aspettando una pandemia». Basta guardare il grafico qui sotto per capire perché questa insistenza sulle influenze “speciali” non si giustifichi scientificamente. Altre malattie simili fanno più morti, ma non suscitano altrettanta attenzione perché non ci sono montagne di soldi né carriere da innalzare su di esse. Lo sviluppo dell'influenza A non sta modificando minimamente il trend delle malattie infettive, ma si presenta come un esperimento affaristico di proporzioni mostruose.
A questo punto però non vorrei caricare di troppe domande il governo italiano. Lo scenario è grandioso, e a Berlusconi non voglio chiedere conto dei guadagni di Rumsfeld. Sarebbe troppo. Anzi, non voglio essere nemmeno io a fargli delle domande sullo strano contratto con i produttori di vaccini stipulato dal Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, il ministero guidato da Maurizio Sacconi.
Lascio le domande nientemeno che a Vittorio Feltri, che il 30 gennaio 2009, quando era ancora direttore di «Libero», titolava così un suo editoriale: «Caro Berlusconi, chiedi cosa fa la moglie di Sacconi». E cosa fa la moglie di Sacconi? Lo facciamo dire da Feltri, che qui ragiona su una cosa verissima: «Si dà infatti il caso che Sacconi sia coniugato (...) con una donna talmente in gamba da essere assurta alla direzione generale di Farmindustria. Anche chi non ha dimestichezza con certi affari comprende: siamo di fronte a un gigantesco conflitto di interessi; il responsabile del dicastero (sia pure tramite il sottosegretario Fazio) controlla la Salute pubblica, e sua moglie è al vertice non di un’azienda di elettrodomestici bensì di un colosso quale Farmindustria che, come dice la parola stessa, si occupa di farmaci. Il premier ne è al corrente? Se lo è, provveda per favore a scorporare la Sanità dal resto (Lavoro e Previdenza) onde non offrire il fianco agli attacchi dell’opposizione.»
Ecco, l'opposizione. Bersani, dove sei? Ti fai scavalcare anche da Feltri? È troppo, chiedere che si faccia luce sull'acquisto di una bazzeccola come 24 milioni di dosi per vaccinare il 40% della popolazione, che farà da cavia per un vaccino non sufficientemente sperimentato? È troppo poi, diffidare dei fabbricanti dei vaccini che saranno ora iniettati a milioni di persone, visto che a loro carico si registrano processi per corruzione o per gli effetti collaterali dei vaccini?
Un piccolo caso istruttivo.
Le pagine dei quotidiani del 3 novembre 2009 sono coperte di titoli allarmistici e richiamano «la morte sospetta di un bimbo». Già alle ore 10,15 di questa stessa giornata un lancio di agenzia rivela che «il bambino deceduto ieri all'ospedale romano San Pietro è risultato negativo ai test per il virus H1N1. Le analisi effettuate dal laboratorio di virologia del policlinico Gemelli - secondo quanto appreso dall'Agenzia Italia - hanno dato esito negativo». Nel frattempo milioni di persone hanno ricevuto l'imprinting della paura e i poveri pediatri sono presi d'assalto. Se non è questa insicurezza sanitaria....

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