domenica 1 novembre 2009

Coincidenze

Molte riflessioni si stanno dipanando in queste ore dal complicato garbuglio di omissioni e ricatti, video apparsi e scomparsi, smentite e ammissioni che ha per protagonista il presidente PD della regione Lazio, Pietro Marrazzo.
A cominciare dalla constatazione (ovvia ovunque tranne che in Italia) per cui è inammissibile che sia esposto a ricatti il titolare di una carica politica di quel livello e –a maggior ragione- il detentore di un ancor più importante incarico. Perché allora Marrazzo si sospende dalla carica e non lo fa invece il primo ministro che da mesi ha ammesso, con l'ardito eufemismo "non sono un santo", di essere un puttaniere e del quale sono, per di più, provati gli intensissimi rapporti con un corruttore sotto inchiesta per induzione alla prostituzione, ma anche per detenzione di cocaina a fini di spaccio?
Più a fondo ancora ci si potrebbe chiedere, come fa Piergiorgio Paterlini, se tutto si possa ridurre alle usurate categorie della 'debolezza', degli ormai logori vizi privati e delle sempre più implausibili pubbliche virtù o se invece non si debba almeno tentare un'esplorazione più ampia, nei campi ancora ostinatamente tabù "del desiderio, dell'identità, del sesso che si paga". L'affaire Marrazzo, però, non è solo l'occasione per ragionamenti e argomentazioni ma è anche un fatto di cronaca che si sostanzia di dati e risultanze. Dal primo lancio dell'Ansa sulla vicenda, i giornali hanno raccolto e rilanciato un numero molto ampio di informazioni, non sempre in perfetta coerenza le une con le altre. Quanti sarebbero i video? Quali i nomi delle transessuali con cui Marrazzo si accompagnava? Quanti i carabinieri coinvolti? Quanti direttori di giornale erano in possesso del filmato tramite il quale Marrazzo veniva ricattato? Agli inquirenti che si dovranno orizzontare in tanta complessa materia non sarà però sfuggito il ricorrere, nel materiale di indagine, di un elemento suggestivo. L'incontro nel quale Marrazzo sarebbe stato filmato dai carabinieri che lo hanno ricattato si è svolto a Roma, in un appartamento sito in via Gradoli 96.
Chi ha più di trent'anni non faticherà a riconoscere questo indirizzo. La mattina del 18 aprile 1978, in pieno svolgimento del sequestro Moro, nell'appartamento sito al secondo piano, interno 11, di via Gradoli 96 qualcuno trova il modo di incastrare tramite una scopa la bocchetta della doccia e di puntarla verso una fessura fra le piastrelle del bagno. Una volta aperto il rubinetto, l'acqua filtra nei muri, allaga le intercapedini sino a quando una vasta macchia si allarga sul soffitto dell'appartamento di sotto, dove l'inquilina è costretta a chiamare prima l'amministratore e poi i pompieri. È in questo modo che viene scoperto il covo brigatista in cui è alloggiato, con il nome falso di Mario Borghi, nientemeno che Mario Moretti, il capo delle Brigate Rosse. Su quel ritrovamento tutt'altro che casuale, si è parlato a lungo, tanto nelle varie commissioni parlamentari d'inchiesta, quanto in libri di storici, politici e saggisti intenzionati a indagare i troppi misteri d'Italia in cui non è difficile supporre l'intervento dei Servizi segreti. È il caso, ad esempio, del celebre tramezzo di un altro covo BR, quello milanese di via Montenevoso. In quel bilocale che i carabinieri al comando di Dalla Chiesa "scarnificarono mattonella per mattonella", rimase però occultata una copia completa del Memoriale di Aldo Moro, comprensiva delle pagine in cui Moro rivelava alle BR l'esistenza di una struttura clandestina, Gladio, creata dalla Nato in funzione antisovietica e ignota persino al Parlamento italiano. Rimaste celate (dietro il citato tramezzo) per oltre 12 anni, quelle pagine riapparvero nel 1990. All'indomani, guarda caso, della disgregazione del blocco sovietico.
Nel caso del covo di via Gradoli, però, il ruolo degli apparati è qualcosa di più di una fantasticheria per amanti delle cospirazioni. Come ampiamente documentato dal senatore Sergio Flamigni in Il covo di Stato (Kaos edizioni, 1999), lo stabile dove Moretti aveva affittato sin dal dicembre 1975 un appartamento in cui visse per tutto il primo mese del sequestro Moro, era amministrato da un sistema di scatole cinesi di società-ombra, immobiliari, fiduciarie e finanziarie, connesse ai servizi e ad essi in toto riconducibili. "In pratica" scrive Flamigni "nella primavera del 1978 ben 24 appartamenti della palazzina di via Gradoli 96, sede del covo BR, erano di proprietà di società immobiliari nei cui organismi societari figuravano alcuni fiduciari del servizio segreto civile (Sisde). A Roma e circondario si contano più di un milione di abitazioni, ma le BR morettiane che progettarono e attuarono il sequestro di Aldo Moro insediarono il covo-base dell'operazione proprio in via Gradoli 96, in un'abitazione letteralmente circondata da appartamenti la cui proprietà era controllata da fiduciari del servizio segreto del Viminale."
Interessante anche la figura dell'amministratore del palazzo, Domenico Catracchia, professionista di fiducia del Sisde e amministratore dei beni di Vincenzo Parisi, il futuro capo del Servizio che aveva acquistato nel settembre 1979, appena un anno dopo il delitto Moro, proprio l'appartamento-covo di via Gradoli. Interrogato dalla Digos lo stesso giorno della "scoperta" "Catracchia dichiarò: «Sono amministratore dello stabile sito in via Gradoli n° 96. Riscuoto gli affitti di tutti gli appartamenti del suddetto stabile, tranne quello nella palazzina Imico, scala A, int. 11, 2° piano, che è di proprietà del sig. Ferrero-Bozzi, il quale lo ha affittato direttamente all'inquilino», cioè al capo delle BR che dovevano preparare il sequestro Moro […] Di norma gli inquilini pagano l'affitto direttamente al proprietario, ma in via Gradoli 96 questa regola valeva esclusivamente per il capo delle BR, Mario Moretti. A questa macroscopica incongruenza gli inquirenti non prestarono alcuna attenzione, né prestarono attenzione allo strano ruolo del Catracchia il quale, riscuotendo personalmente gli affitti pagati dagli inquilini, garantiva di fatto una copertura agli effettivi proprietari degli appartamenti. In pratica, il ruolo operativo di Catracchia faceva da schermo alle società immobiliari e agli studi commercialisti che le gestivano".
Insomma, la palazzina in cui nasce lo "scandalo Marrazzo" è un edificio ben noto ai servizi. Gli stessi servizi da cui, secondo diversi analisti, proverrebbe la velina che definiva Dino Boffo "noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato" e che Vittorio Feltri allegò disinvoltamente a un vero certificato giudiziario (quasi si trattasse di documenti ufficiali di pari valore) nella serie di articoli che portò alle dimissioni del direttore di 'Avvenire'. Dopo quella vicenda, diverse voci dell'entourage del premier sono tornate a minacciare l'esibizione o il recupero di succulenti fascicoli da adoperare alla bisogna. Berlusconi in persona aveva dichiarato: "da editore ho stracciato molti servizi e fotografie" e, più di recente, ha annunciato che ne sarebbero venute fuori "delle belle" sul giudice della sentenza Mediaset-Cir. Alla lista delle dichiarazioni si aggiunge Feltri, che ha ricevuto una querela da Gianfranco Fini per aver minacciato esplicitamente di ripescare un dossier a luci rosse su un esponente di Alleanza Nazionale, né poteva mancare Emilio Fede che il 21 giugno in uno dei suoi strabordanti editoriali ha parlato di "scheletri negli armadi" chiedendo: "Li vogliamo aprire?".
Qualcuno potrebbe argomentare che il primo a essere fatto oggetto di curiosità e reportage è stato Berlusconi. Ma mentre i maneggi del premier con prostitute, attricette, candidate e così via emergono per così dire "in diretta", per effetto di valide inchieste giornalistiche e (non di rado) per il suo stesso cospicuo contributo (come ad esempio le molte contraddizioni del 5 maggio di Porta a Porta, puntata: "Adesso parlo io"), per i personaggi poco graditi al governo, le rivelazioni imbarazzanti o, meglio, il loro ripescaggio arriva sempre "in differita", al momento opportuno. È il caso di Boffo, la cui condanna per molestie risaliva al 2004 e, ora, di Piero Marrazzo: il video del ricatto, (che secondo il Corriere pare fosse in circolazione già in agosto, tanto da essere oggetto di un'inchiesta giudiziaria) viene alla luce ora, in prossimità di elezioni regionali che si preannunciano molto tese, soprattutto per la pretesa della Lega di avere una presidenza di Regione (verosimilmente quella del Veneto). Quella di fabbricare dossier sugli avversari, magari con l'aiuto degli apparati di intelligence è un'antica tradizione italiana. Nella storia della Repubblica si può risalire almeno sino al 1964 e alla lista di "enucleandi" stilata dal Sifar per ordine del generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, spalleggiato da importanti esponenti della DC. Ma anche nell'attuale maggioranza ci dev'essere chi non disprezza tale tecnica, almeno a giudicare dall'imponente centrale di dossieraggio fasullo scoperta il 5 luglio 2006 in via Nazionale a Roma e gestita da un funzionario del Sismi, Pio Pompa, assunto direttamente dal generale Niccolò Pollari, a sua volta nominato ai vertici del servizio nell'autunno 2001 da Silvio Berlusconi. Gli editoriali parlano sempre più spesso di "imbarbarimento", di "torbidi", di "ultimi giorni dell'impero". L'affaire Marrazzo è un'altra tappa di questo declino, ma lo spettro di coincidenze che vi aleggia intorno partendo dalla palazzina di via Gradoli, colora di bagliori ancor più foschi tutto quanto il contesto. Un Contesto che, coincidenza per coincidenza, pare opportuno rileggere. A sollievo, almeno parziale, della concitazione di questi complicatissimi mesi.
La ragion di Stato, signor Cusan: c'è ancora come ai tempi di Richelieu. E in questo caso è coincisa, diciamo, con la ragion di Partito.

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