mercoledì 11 novembre 2009

Errore di Valutazione

La recente immissione da parte del Fondo monetario, nell'ottica di abbassarne il prezzo, di circa 430 tonnellate di oro ne ha fatto invece crescere il prezzo facendolo schizzare in alto dato che le Banche centrali di Cina, India, Russia e alcune Banche Centrali europee si sono immediatamente precipitate a comprarlo. Soprattutto l’India, che s’è accaparrata 200 tonnellate del metallo, ben felice di scambiarlo contro i suoi dollari in eccesso pagandolo quasi 6,7 miliardi di dollari l'anno, pari a quasi il 10% dell'estrazione mondiale annua. Questa azioen inaspettata ha spinto i brokers ed i trader di borsa a pronosticare l'aumento del metallo giallo spingendone all'acquisto e rincarandolo fino a 1.086 dollari l’oncia. Il ministro indiano delle finanze ha spiegato la mossa del suo governo per questo acquisto così ingente affermando: «Le economie di USA e della UE sono collassate».
E' oramai chiaro a tutti, tranne ai prezzolati di regime e agli economisti da strapazzo che ci ingolfano con l'idea che il prezzo dell'oro è troppo alto, che l'oro è destinato a salire in misura consistente e anche a velocità sostenuta per tutto l'anno in corso rischiando di esplodere alle stelle nel 2010, con il collasso dell'economia anglo-americana.
Sin d'ora, l’oro si vende ancora alla metà del rincaro-record che toccò nel 1979, anno in cui l’URSS invase l’Afghanistan, decine di diplomatici americani erano prigionieri nell’ambasciata USA a Teheran, un’azione di commandos ordinata dal presidente Carter era tragicamente e ridicolmente fallita; la potenza americana era vista come una potenza agonizzante.
L’oro è considerato non un investimento, ma una assicurazione sul rischio di collasso delle monete cartacee: e fu questo il motivo della sua ascesa dei prezzi nel 1979.
Oggi le Banche Centrali del mondo detengono 4,8 milioni di tonnellate d’oro. Le miniere ne producono 2.200 tonnellate l’anno. Poniamo che le Banche Centrali vogliano «assicurarsi», aumentando dell’1% le loro riserve auree: andranno a caccia di 48 mila tonnellate del metallo, ossia di 20 volte la produzione mineraria mondiale. Questi dati con la loro obiettiva esistenza testimoniano come l'oro in realtà sia sin d'ora enormemente sottostimato e che il tetto degli 800$ ad oncia non varrà di nuovo raggiunto come nel passato, ed anzi le futures puntano ad un prezzo già oggi di 1.300$ ad oncia.
E' la crisi del sistema valutario agganciato al dollaro? Già oggi gli Stati Uniti sono di fatto insolventi continuando a consumare a credito ed aumentando il loro debito tale da renderlo inesigibile. Infatti le banche estere sono sempre meno propense a detenere attivi in dollari, liberandosene appena possono ( vedi anche l'acquisto di terre in Madagascar da parte della Cina pagati in Bond Americani).
L'obiettivo della Federal Reserve è, in maniera delinquenziale, di diluire, o dilavare come si dice in gergo, il proprio debito rendendo l'export usa più competitivo.D'altro canto i responsabili finanziari americano non hanno riformato o nazionalizzato le principali strutture finanziarie del loro paese costringendo lo stato a costosissimi sforzi economici e finanziari per sostenerle ponendosi come strumenti competitivi della politica nazionale sul teatro mondiale.
Nouriel Roubinim scrive nel suo sito che questo è un calcolo che si rivelerà un errore molto costoso. Prosegue dicendo che «in fin dei conti, il rientro dell’eccesso di debito (deleveraging) richiede la cancellazione dei debiti (inesigibili), in quanto le politiche di reflazione non sono gratis, e non risolvono il problema dell’eccesso di debito. Si veda il caso del Giappone, che è in piena deflazione nonostante il grande e aumentato debito pubblico e la creazione di nuova moneta… la coesistenza in equilibrio di interessi zero, alta disoccupazione, deflazione, la crescita di conti che vengono tenuti liquidi (ossia non investiti), e riserve in eccesso puntano ad una ‘trappola della liquidità’ simile a quella della Grande Depressione (1929-1939) e al ‘decennio perduto’ giapponese.»
Le mega-banche che i dirigenti USA credono strategiche, sono e restano strumenti di distruzione finanziaria, del tutto inutili a risollevare l’economia reale: il volume dei crediti concessi alle imprese americane è calato del 20% nell’ultimo anno (sono rimaste solo le piccole banche a prestare a). In Florida, su ogni casa in vendita, ce ne sono cinque che sono in via di pignoramento. Circa la metà dei prestiti immobiliari a tasso variabile (option-ARM) sono in ritardo nei pagamenti. E intanto le quattro megabanche USA conservano 1.500 miliardi di dollari liquidi (tutti soldi dei contribuenti) rispetto ai 900 di un anno fa. E Citigroup addebita interessi del 29,9% sugli scoperti delle carte di credito.
Come ha ricordato il Nobel John Stiglitz, «l’America paga il prezzo di non aver nazionalizzato le banche. Abbiamo dato loro miliardi di dollari, e il presidente le ha implorate di prestare, ma loro rifiutano. Abbiamo fatto la scelta sbagliata: che ha indebolito l’economia e aumentato il nostro deficit, rendendo più difficile il risanamento in futuro».
Siccome nessuno avrà il coraggio di ri-nazionalizzare le nostre banche, l’economia europea non si risolleverà presto dal collasso. Un grave errore di valutazione che si pagherà amaramente.

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