lunedì 16 novembre 2009

Rivolta a Forth Hood

Nei tragici eventi della settimana scorsa, in cui il sedicente omicida Nidal Malik Hasan sembra abbia ucciso più di 13 militari nella sede di Fort Hood nel Texas, occorre capire che che il tragico episodio nasconde qualcosa di più grave ma molto rivelatore: un vero e proprio ammutinamento contro i propri superiori!
Una versione dei fatti diversi da quelli ufficiali, parlano di di due soldati semplici, i quali avevano comunicato il loro rifiuto a ogni ulteriore dispiegamento in Afghanistan, e perciò erano stati affidati alla terapia del dottor Hasan. Dopo cinque settimane di «cure» però, ai due era stato effettivamente comunicato un nuovo turno in zona di operazioni; una squadra di soldati era stata mobilitata per ridurre alla ragione con la forza i due insubordinati, cogliendoli di sorpresa per caricarli probabilmente su un aereo. Ma i due erano preparati a reagire con le armi, e da qui la sparatoria, in cui lo stesso maggiore psichiatra è stato ferito gravemente.
L'esercito non poteva tollerare una vergogna ed uno scandalo simile, ed ha cominciato la più assurda mascherata per coprire la più grave e fatale tragedia, che non si può confessare, appunto quella di un'ammutinamento armato nell'esercito statunitense che, dopo otto anni di guerra e di continui ri-dispiegamenti di una truppa esaurita, psicologicamente a terra, mostra gravi segni di cedimento. Di questa versione esistono indizi, ancorchè frammentari, più solidi di quelli della versione ufficiale.
All'inizio si è detto che due soldati avevano sparato ed erano stati catturati; subito dopo, che erano stati rilasciati perchè estranei al fatto. Un alto ufficiale che giocava a golf nel campo vicino, sentito da CNN, ha testimoniato di aver assistito all’arresto di un soldato, in tuta mimetica da battaglia, da parte della polizia militare. Per ore inoltre, tutto attorno alle installazioni di Fort Hood, i telefoni cellulari sono stati azzerati da «jamming», per impedire la diffusione di informazioni non-autorizzate dall’interno della caserma. Soldati che sono stati sentiti nei giorni seguenti dai giornalisti non confermano la versione ufficiale, ma parlano senza dare il proprio nome. Fort Hood, la più grande base militare USA del mondo (53 mila soldati), è anche la più attiva nel dispiegare il suo personale nelle due guerre in corso. Di conseguenza, è la base che segnala, oltre a molti atti di violenza con armi da fuoco, il maggior numero di suicidi di ogni altra fra i soldati. Solo quest’anno, a Fort Hood in media si sono tolti la vita 10 giovani in divisa ogni mese. Nell’insieme delle forze armate, 134 soldati s’erano già suicidati ad ottobre: un aumento del 366% rispetto al 2006, e la sinistra promessa di superare il record del 2008, di 140 suicidi. Dietro ogni cancello di ogni base USA, centinaia e forse migiaia di soldati presi per diserzione o assenza senza autorizzazione (definiti AWOL) vengono sistematicamente detenuti per mesi, in attesa di un processo da corte marziale che non arriva mai, e soggetti a punizioni «informali» da parte di graduati-aguzzini; e gli si dice, o gli si fa capire, che le loro pene e la minaccia giudiziaria possono terminare, purchè accettino di essere ri-dispiegati in Iraq o Afghanistan. Anche se affetti riconosciuti da disordine psichico da stress post-traumatico, guadagnato in precedenti operazioni. Nell’agosto dell’anno scorso un episodio ha rivelato l’esistenza di questi metodi. A Fort Bragg, North Carolina, un soldato semplice di nome Timothy Rich, arrestato mesi prima come AWOL, mentre si trovava nella guardia medica psichiatrica della caserma sotto osservazione per rischio suicidio, si lanciò dalla finestra dell’infermeria, al terzo piano, spezzandosi la spina dorsale. Si scoprì che Rich aveva appena ricevuto dai superiori un’offerta che non poteva rifiutare: l’amnistia, in cambio della sua accettazione di farsi rispedire in Afghanistan. Il soldato Rich apparteneva al Plotone Echo della 82ma Divisione Aerotrasportata . I reporter del sito informativo TomDispatch.com scoprirono che oltre 50 membri del plotone Echo, tutti con problemi mentali per i troppi turni operativi, erano tenuti nelle stesse condizioni di prigionieri indefiniti (un destino analogo a quello degli «enemy combatants» di Guantanamo), in un edificio in rovina e maltrattati da comandanti-carcerieri. Il soldato Rich confermò: «Volevo andarmene da quel posto ad ogni costo. Da quattro mesi mi dicevano che sarei uscito la settimana prossima, ho pensato di uscire da me».
Da allora, altre vittime hanno cominciato a raccontare. Lo specialista Dustin Stevens, del Plotone Echo, ha chiamato TomDispatch: «E’ orribile lì. Siamo trattati come bestie. Qualcuno di noi è uscito di testa, altri sono ammalati, c’è gente che dovrebbe essere in una clinica psichiatrica». Ormai la faccenda era pubblica: una dozzina di soldati del plotone (fra cui Stevens) hanno ricevuto finalmente la data del processo alla corte marziale, tutti gli altri sono stati dispersi in altre unità, e la caserma-prigione è stata chiusa. Ma altre vittime, da altre caserme, hanno parlato, rivelando così che il problema dei disertori o AWOL – e i trattamenti inumani – dilaga in tutte le basi.
Da Fort Lewis, nello Stato di Washington, lo specialista Scott Wildman ha raccontato la sua storia: reduce da un turno di 15 mesi in Iraq (quando la pratica militare dice che dopo 180 giorni in area di conflitto un soldato è ridotto a un carbone spento), Wildman scappò nel 2007, quando ricevette la notizia che lo attendeva un imminente altro dispiegamento. Si è riconsegnato a febbraio del 2009, e si è trovato detenuto, fisicamente confinato, senza contatti con la famiglia. «Mia moglie mi ha lasciato, non vedo i miei figli da due anni. Avevo dalla mia una diagnosi di disordine post-traumatico, ma a Fort Lewis se ne fregano. Il superiore ci chiamava ‘i fighetti del disordine post-traumatico’, e ci trattano come m....». Alcuni devono lavare i cessi, non ricevono cure se non qualche ansiolitico. Un mese fa Wildman s’è sentito annunciare che sarebbe stato deferito alla corte marziale, ma non gli è stata detta la data; è riuscito di nuovo a scappare, ed è da allora irreperibile.
Un altro soldato del plotone «Bravo», unità di punizione della 4° Divisione di fanteria, terza brigata, di Fort Carson (Colorado), dice di essere tornato da un lungo turno in Iraq, e di aver trovato sua madre gravemente malata. Quando gli è stato annunciato un nuovo turno, ha presentato certificati medici che provavano che sua madre aveva bisogno di assistenza. E’ stato messo nel battaglione di punizione, degradato, costretto a lavori umilianti. Lo hanno minacciato di spedirlo alle caserme disciplinari di Fort Leavenworth (Kansas), il carcere militare di massima sicurezza, e il più temuto perchè sovraffollato di delinquenti comuni e di pazzi pericolosi, a meno che – ovviamente – non accettasse di farsi rimandare in Iraq.
Secondo i regolamenti, soldati in cura con farmaci psicotropi non dovrebbero essere reimpiegati prima di 90 giorni: questa regola viene spesso disattesa dai bisogni di scarponi sul terreno. Persino quelli con diagnosi TBI (sofferenza cerebrale traumatica), una conseguenza comune delle bombe a lato strada, vengono rispediti in operazione in meno di 90 giorni. Nell’agosto del 2008 una valutazione dello Armed Forces Health Surveillance Center (dunque un ente ufficiale) ha stabilito che «43 mila soldati, i due terzi dell’esercito e nella riserva dell’esercito, erano stati diagnosticati non-impiegabili per ragioni sanitarie tre mesi prima di essere rimandati in Iraq».
Si può solo immaginare il comportamento militare di questi ragazzi ridotti a larve umane, coi nervi limati e disturbi psichici gravi, messi a guidare un corazzato, muniti di armi, munizioni di ogni calibro e bombe. Dovrebbe anche essere evidente che simili «soldati» non contribuiscono a vincere alcuna guerra, e sono un peso pericoloso per le truppe normali.
Ed invece bisogna obbedire alla nuova Amministrazione, che ha ordinato altri 30 mila uomini in Afghanistan. Dispiegare i non-impiegabili è la sola soluzione che i comandi riescono a pensare, dato che non hanno né l'intelligenza né il buon senso di dire la verità. E non sanno come agire dato che anche le speranze sucitate nella truppa combattente dall’elezione di Obama, così crudelmente tradite, si traducono in atti ogni giorno più inconsulti e tragici, atti di disperazione, di insubordinazione e di diserzione, ed infine di stragi. Il maggiore Hasan – accusato di essere un terrorista omicida – non sappiamo ancora se si è messo dalla parte di due suoi pazienti disperati o èstato vittima degli stessi:è vivo, e forse potrà testimoniare su quel che è veramente successo a Fort Hood. Intanto il Washingotn Post ha scoperto che nel giungo del 2007 il maggiore Hasan, davanti ai suoi superiori e a 25 colleghi della sanità psichiatrica militare, tenne una lezione sul pericolo di impiegare soldati di religione musulmana in Paesi musulmani. Nel suo intervento affermò che : «Se gruppi musulmani possono convincere soldati musulmani che stanno combattendo per Dio contro le ingiustizie degli infedeli, allora possono diventare avversari potenti (suicide bombers)». E concludeva: «Soldati islamici non dovrebbero essere impiegati in alcuna operazione che li metta a rischio di uccidere o ferire dei credenti ingiustamente. Si consiglia il Dipartimento della Difesa di consentire ai soldati di religione musulmana di essere esentati a motivo di obiezione di coscienza; ciò accrescerebbe il morale della truppa e ridurrebbe il pericolo di eventi avversi».
Naturalmente, il Washington Post legge in questa lezione del maggiore Hasan una premonizione delle sue intenzioni «terroristiche», laddove altri vi possono leggere la sua fedeltà alle Forze Armate, e la voce del buonsenso. Ma l’America ufficiale non può ascoltare la voce del buon senso, nè della verità. Deve continuare a sostenere la menzogna che ha profferito al mondo l’11 settembre 2001; fa parte di questa menzogna la descrizione del maggiore Hasan, con quel nome musulmano e l’origine palestinese, come «terrorista islamico». Il noto senatore ebreo Joe Lieberman ha annunciato che proporrà «tolleranza zero verso i soldati musulmani che servono nel nostro esercito». Ma la dichiarazione più illuminante è venuta dal candidato repubblicano (alle elezioni del 2010) Allen West, che tra l’altro è un colonnello che ha prestato servizio (come aguzzino?) a Fort Hood: «La terribile tragedia di Fort Hood prova che è in atto un tentativo dell’estremismo islamico di reclutare i nostri soldati scontenti. Il nemico sta infiltrando il nostro esercito».
L’affermazione contiene, forse, un’involontaria verità: il nemico è fra noi. Anzi, è dentro di noi. Ma bisogna accusare «i musulmani», per tacere che l’ammutinamento cova fra i fantaccini dell’impero «cristiano», stanchi e distrutti dalle guerre basate sulla menzogna. E le frasi dell’ex-colonnello West rivelano che uno spirito di rabbia e rivalsa cova tra gli ufficiali di carriera: come scrive William Pfaff , c’è tra gli alti gradi l’idea che il Vietnam fu una «vittoria persa», che loro stavano vincendo ma fu perduta a causa del cedimento del fronte interno e delle «sinistre» che demoralizzarono la truppa e provocarono il collasso della disciplina, e che anche l’Afghanistan rischia oggi di essere una «vittoria persa», se Obama decide il disimpegno. E’ l’analogo americano di quel sentimento che nella Germania pre-hitleriana fu detto della «pugnalata alla schiena», e può preludere a un colpo di Stato, e ad una dittatura dei gallonati. Prepariamoci ad assistere anche a questo: ad una seconda probabile guerra civile americana.

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