venerdì 29 gennaio 2010

Arma Sismica

Sì, l'arma sismica esiste e gli Stati Uniti, tra gli altri, ne sono in possesso. Sì, le forze armate statunitensi erano già in posizione pronte a dispiegarsi sull'isola. Ciò non è sufficiente per giungere a conclusioni ma merita una riflessione.
La questione agita gli ambienti militari e mediatici in molti paesi ma che è ignorata in altri .
Ciò non equivale ad una presa di posizione. Semplicemente ritengo che non si possano capire le relazioni internazionali se non studiando quello che pensano i dirigenti del pianeta. Il conformismo diffuso fa sì che quando rendiamo conto dei dibattiti che si svolgono a Washington nessuno si offende, ma quando riferiamo dei dibattiti nei paesi non allineati assistiamo ad una levata di scudi in Europa. Come se gli Europei giudicassero a priori che solo le problematiche "occidentali" siano pertinenti e che le altre siano irragionevoli.
L'origine dell'accusa secondo la quale il terremoto ad Haiti potrebbe essere artificiale potrebbe trattarsi di pura disinformazione, iniziata da un certo David Booth (alias Sorcha Faal), che si sarebbe propagata negli ambienti di governo mondiali. In definitiva, non so con certezza quale sia la fonte iniziale, ma si sa che la questione viene dibattuta ai massimi livelli in numerosi Stati in America latina, in Europa e in Asia.
Cosa sappiamo al momento dell'arma sismica?
Durante la Seconda Guerra mondiale, alcuni ricercatori neozelandesi hanno tentato di realizzare una macchina in grado di provocare tsunami che potesse essere utilizzata contro il Giappone. I lavori furono diretti dall'australiano Thomas Leech dell'università di Auckland, sotto il nome di "Progetto Seal". Furono realizzati numerosi esperimenti su piccola scala, nel 1944-45, a Whangaparaoa. Gli esperimenti furono coronati da successo. Gli Stati Uniti consideravano questo programma tanto promettente quanto il "progetto Manhattan" per la fabbricazione della bomba atomica. Fu designato il dottor Karl T. Compton per collegare insieme le due unità di ricerca. Compton era il presidente del MIT (Massachusets Institut of Technology). Aveva già reclutato numerosi esperti per lo sforzo bellico ed era una delle otto persone incaricate di consigliare il presidente Truman sull'uso della bomba atomica. Egli pensava che la bomba avrebbe potuto fornire l'energia necessaria all'équipe di Leech per provocare grandi tsunami.
I lavori di Thomas Leech proseguirono durante la Guerra fredda. Nel 1947, Giorgio VI innalzò lo scienziato alla dignità di Cavaliere dell'Impero britannico per ricompensarlo di avere elaborato una nuova arma. Essendo il Progetto Seal ancora un segreto militare, non fu rivelato all'epoca che era stato onorato per la bomba a tsunami. In seguito, i servizi USA si sono applicati per fare credere che queste ricerche non fossero mai esistite e che tutto fosse una finzione per impressionare i Sovietici. Tuttavia, l'autenticità degli esperimenti di Leech è stata stabilita, nel 1999, quando una parte della documentazione è stata declassificata dal ministero neozelandese degli Affari esteri. Ufficialmente, ora gli studi sono stati ripresi all'università di Waikato. Si ignora se le ricerche anglo-sassoni siano proseguite negli anni '60, ma esse sono per forza ricominciate quando fu deciso di abbandonare i test nucleari nell'atmosfera a vantaggio dei test sottomarini. Gli Stati Uniti temevano di provocare involontariamente terremoti e tsunami. Volevano saperlo fare volontariamente.
Ufficialmente, alla fine della guerra del Vietnam, gli Stati Uniti e l'Unione sovietica hanno rinunciato alle guerre ambientali (terremoti, tsunami, distruzione dell'equilibrio ecologico di una regione, modificazioni delle condizioni atmosferiche - nubi, precipitazioni, cicloni e uragani - modificazioni delle condizioni climatiche, delle correnti oceaniche, dello strato di ozono o della ionosfera) firmando la "Convenzione sul divieto di utilizzo di tecniche di modificazione dell'ambiente per scopi militari o per altri fini ostili" (1976).
Tuttavia, a partire dal 1975, l'URSS ha iniziato nuove ricerche di Magnetoidrodinamica (MHD). Si trattava di studiare la crosta terrestre e di prevedere i terremoti. I Sovietici studiarono la possibilità di provocare piccoli terremoti per evitarne uno grande. Tali ricerche furono ben presto militarizzate. Sfociarono nella costruzione di Pamir, la macchina per terremoti.
All'epoca dello smantellamento dell'URSS, alcuni responsabili del programma decisero di passarlo agli Stati Uniti per denaro, ma essendo la loro ricerca incompiuta, il Pentagono rifiutò di pagare. Nel 1995, quando la Russia era governata da Boris Eltsin e dall'oligarca Victor Chernomyrdin, l'US Air Force reclutò i ricercatori e il loro laboratorio a Nijni Novgorod. Vi costruirono una macchina molto più potente, Pamir 3, che fu testata con successo. Il Pentagono acquisì allora gli uomini e il materiale e li trasportò negli USA dove furono integrati nel programma HAARP. Negli ultimi anni sono stati suggeriti alcuni utilizzi dell'arma sismica, particolarmente in Algeria e in Turchia. Tuttavia, il caso più discusso è quello del sisma del Sichuan (Cina), il 12 maggio 2008. Durante i 30 minuti che hanno preceduto il terremoto, gli abitanti della regione hanno osservato colori insoliti in cielo. Se certuni vedono in questi eventi il segno che il Cielo ha ritirato la sua fiducia nel Partito comunista, altri li interpretano in maniera più razionale. L'energia utilizzata per provocare il sisma avrebbe anche provocato le perturbazioni della ionosfera. Nei mesi seguenti, il web e i media cinesi hanno diffuso e discusso questa ipotesi che oggi viene data per certa dall'opinione pubblica cinese.
Nulla differenzia un sisma provocato da un sisma naturale, tuttavia non si è in grado di provocare che sismi superficiali, come quello di Haiti. Quello che provoca turbamento è la reazione degli Stati Uniti. Mentre i media atlantisti si contentano di rilanciare la polemica sulle violazioni della sovranità haitiana, i media latino-americani si interrogano sulla rapidità nello spiegamento di soldati: fin dal primo giorno, più di 10 000 soldati e contractors sono arrivati ad Haiti. Questa prodezza logistica si spiega semplicemente. Questi uomini erano già pre-posizionati nell'ambito di un'esercitazione militare. Sotto l'autorità del vice comandante del SouthCom, il generale P.K. Keen, partecipavano ad una simulazione di una operazione umanitaria, ad Haiti, dopo un uragano. Keen e la sua squadra erano arrivati qualche giorno prima. Al momento preciso del terremoto si trovavano tutti al sicuro, all'ambasciata USA che è costruita secondo le norme antisismiche, ad eccezione di due uomini che si trovavano all'hotel Montana e che sarebbero rimasti feriti.
Il generale Keen ha rilasciato numerose interviste alla stampa statunitense, che ha moltiplicato i servizi e le trasmissioni riguardo le operazioni di soccorso. Egli ha fatto spesso menzione della sua presenza a Port-au-Prince durante il sisma, ma senza mai accennare ai motivi della sua presenza. Tra gli obiettivi dell'esercitazione militare figurava il test di un nuovo software finalizzato a coordinare gli sforzi umanitari delle ONG e dei sodati. Nei minuti che hanno seguito la catastrofe, questo software è stato messo in linea e 280 ONG si sono iscritte. E' legittimo chiedersi se queste coincidenze siano o no dovute al caso. Ma intanto i sospetti persistono.

giovedì 28 gennaio 2010

Haiti, Terremoto Artificiale.

Secondo Russia Today, il presidente del Venezuela, Hugo Chávez Frías, ha dichiarato che è possibile che gli Stati Uniti abbiano provocato la serie di terremoti, della scorsa settimana, nei Caraibi, tra cui quello che ha colpito Haiti.
Secondo ViveTv, è l'esercito russo che ha parlato di questa possibilità. In ogni caso, Venezuela, Bolivia e Nicaragua hanno chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza.
La commissione dovrebbe esaminare queste accuse, e l'invasione "umanitaria" di Haiti da parte delle truppe statunitensi. Stranamente, la fonte TV venezuelana indica come fonte delle sue accuse l'esercito russo, mentre la televisione russa indica come origine delle stesse accuse il presidente Chavez.
Una relazione della Flotta russa del Nord rivelerebbe che il terremoto che ha devastato Haiti è inequivocabilmente "il risultato di un test, da parte della U. S. Navy, della sua arma sismica".
La Flotta del Nord osserva i movimenti e le attività navali degli americani nei Caraibi, dal 2008 quando gli Stati Uniti hanno annunciato la loro intenzione di ricostruire la Quarta Flotta che fu sciolta nel 1950. La Russia aveva reagito un anno più tardi, riprendendo nella regione le esercitazioni della sua flotta, di cui fa parte l'incrociatore atomico lancia-missili Pietro il Grande; esercitazioni sospese dopo la fine della Guerra Fredda.
Dalla fine degli anni '70, gli Stati Uniti hanno enormemente migliorato la ricerca sulle armi sismiche. Secondo questo rapporto russo, al giorno d'oggi gli USA utilizzano generatori di impulsi, al plasma e a risonanza, in tandem con bombe Shockwave (a onde di choc).
Il rapporto mette a confronto due esperimenti condotti dalla U.S. Navy la settimana scorsa: un terremoto di magnitudo 6,5 vicino alla città di Eureka, California, che non ha fatto vittime, e il terremoto dei Caraibi che ha fatto almeno 140 000 morti.
Come spiega il rapporto, è molto probabile che la U.S. Navy fosse pienamente consapevole dei danni che questa esperienza poteva provocare ad Haiti. Per questo, la U.S. Navy aveva inviato in anticipo sull'Isola una postazione al comando del generale P.K. Keen, comandante in seconda del SouthCom (Southern Command), per sorvegliare le possibili operazioni di soccorso. Per quanto riguarda l'obiettivo finale di questi esperimenti, dice il rapporto, si trattava della pianificazione della distruzione dell'Iran per mezzo di una serie di terremoti al fine di neutralizzare l'attuale governo islamico. Secondo il rapporto, il sistema sperimentale degli Stati Uniti Haarp (High Frequency Active Auroral Research Program) permetterebbe inoltre di creare delle anomalie climatiche al fine di provocare inondazioni, siccità e uragani.
Secondo un precedente rapporto, i dati disponibili coincidono con quelli del terremoto di magnitudo 7,8 sulla scala Richter che si è verificato nel Sichuan (Cina), il 12 maggio 2008, provocato ugualmente dalle onde elettromagnetiche di HAARP. Sono state osservate delle correlazioni tra l'attività sismica e la ionosfera di HAARP:
1. I terremoti in cui la profondità è linearmente identica nella stessa faglia, sono provocati da una proiezione lineare di frequenze indotte.
2. Dei satelliti coordinati fra loro consentono di generare delle proiezioni, concentrate, di frequenze in punti specifici (detti Seahorse).
3. Un diagramma mostra che i terremoti considerati artificiali si propagano linearmente alla stessa profondità:

Località
Data
Profondità
Venezuela
08 gennaio 2010
10 km
Honduras
11 gennaio 2010
10 km
Haiti
12 gennaio 2010
10 km

Anche le repliche sono sono state osservate a circa 10 km di profondità.
Dopo il terremoto, il Pentagono ha annunciato che la nave ospedale USNS Comfort, ancorata a Baltimora, ha ordinato al suo equipaggio l'imbarco e ha fatto rotta verso Haiti, anche se ci vogliono alcuni giorni per raggiungere la meta. L'ammiraglio Mike Mullen, capo di stato maggiore, ha detto che le Forze Armate degli Stati Uniti stava preparando un'emergenza per questa calamità. Il generale Douglas Fraser, comandante in capo del SouthCom, ha dichiarato che alcune navi della Guardia Costiera e della Navy sono stati inviate sul posto, nonostante avessero del materiale e degli elicotteri in numero limitato. La portaerei USS Carl Vinson è partita da Norfolk (Virginia), con una dotazione completa di aerei ed elicotteri. E 'arrivata ad Haiti il pomeriggio del 14 gennaio, ha detto Fraser. Ulteriori gruppi di elicotteri si aggiungeranno al Carl Vinson, ha continuato.
L'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), era già sul posto ad Haiti prima del terremoto. Il presidente Obama è stato informato del terremoto alle 17 e 52 del 12 gennaio, e ha ordinato l'invio dei soccorsi per il personale della sua ambasciata e gli aiuti necessari alla popolazione. Secondo il rapporto russo, il Dipartimento di Stato, l'USAID e il SouthCom hanno iniziato l'invasione umanitaria impiegando 10 000 soldati e mercenari, al posto dell'ONU, per il controllo del territorio di Haiti dopo il "devastante terremoto sperimentale".

lunedì 25 gennaio 2010

Oro nel Mondo


MM News pubblica una lista di 107 nazioni e delle loro riserve in oro in tonnellate e in percentuale delle riserve nazionali.
Le prime venticinque le trovate qui sotto, la lista completa al sito linkato.
Cosí, spontaneamente, un paio di osservazioni:
l’Italia è al quarto posto dietro a Stati Uniti, Germania e il Fondo Monetario Internazionale.
È quindi Mario Draghi a far da guardia alle 2451 tonnellate di oro italiano (e probabilmente futura guardia dell’oro della Banca Europea) che costituisce il 63,4% delle “nostre” riserve. Nostre fra virgolette perché solo nel giorno X del crollo dell’economia mondiale sapremo a chi veramente appartengono. Primi posti per i paesi “islamici” sono il ventitreesimo per la Libia di Gheddafi e l’Arabia Saudita con ca. 143 tonnellate, pari al 4,6% delle riserve libiche e a ca. il 10% delle riserve saudite. Colpisce come la percentuale di oro sia relativamente bassa anche per la straricca Arabia Saudita che, pare, abbia invece le casseforti di Stato ricolme di figurine verdi di nessun valore con il ritratto dei presidenti americani, cosa che al momento fa molto arrabbiare anche i cinesi.
Altro dato interessante, nella lista non compare, oltre l’Iran, anche un paese del Mediterraneo orientale che pure ha un PIL di ca. 202 miliardi $ (2008) e un reddito medio pro capite di 28.600 $. Una svista?
Un’ultima cosa. Se cercate di abbonare una Newsletter o richiedere informazioni via mail da MM News, un sito di economia molto critico, e il vostro Mail – provider si chiama gmx o web. de, entrambi appartenenti al gruppo United Internet, aspetterete invano. Mail e newsletter di MM News vengono censurate e non le troverete nemmeno nel recipiente di Spam.

Rank Country/Organization Gold
(tonnes) Gold’s share
of national
forex reserves (%)[11]
1 United States 8,133.5 68.7%
2 Germany 3,407.6 64.6%
3 International Monetary Fund 3,005.3 -
4 Italy 2,451.8 63.4%
5 France 2,435.4 64.2%
6 China 1,054.0[12] 1.5%
7 Switzerland 1,040.1 28.8%
8 Japan 765.2 2.4%
9 Netherlands 612.5 51.7%
10 Russia 607.7[13] 4.7%
11 India 557.7[6] 6.4%
12 European Central Bank 501.4 19.6%
13 Taiwan 423.6 4.1%
14 Portugal 382.5 83.8%
15 Venezuela 356.4 35.7%
16 United Kingdom 310.3 15.2%
17 Lebanon 286.8 26.5%
18 Spain 281.6 34.6%
19 Austria 280.0 52.7%
20 Belgium 227.5 31.8%
21 Algeria 173.6 3.8%
22 Philippines 154.7 12.1%
23 Libya 143.8 4.6%
24 Saudi Arabia 143.0 10.2%
25 Singapore 127.4 2.3%


mercoledì 20 gennaio 2010

Collasso Americano

Adesso è tutto più chiaro. Girovagando per gli States si ha una chiara coscienza di quello che sta accadendo a seguito della crisi finanziaria ed immobiliare. L'economia americana è collassata per motivi razziali: il suo destino sembra ormai segnato da un lento ed inesorabile declino economico e sociale. Chi confidava in un miglioramento con l'avvento di Obama, mitizzandolo come il nuovo Kennedy, ha iniziato a ripensarci.
L'America di Obama non è l'America di Kennedy: alla metà degli anni sessanta, la popolazione americana era costituita per circa l'80% da bianchi caucasici (europei ed anglosassoni) e per il il 20% da svariate minoranze etniche (afroamericani, ispanici, orientali). Oggi è tutto cambiato: il 30% sono bianchi caucasici, il 30% sono ispanici, il 30% sono afroamericani ed infine il 10 % sono orientali. L'America come vista nei serial televisivi con i quali siamo cresciuti, da Happy Days a Melrose Place, non esiste più.
Questa trasformazione del tessuto sociale ha comportato un lento e progressivo cambiamento negli stili di vita, nella capacità di risparmio, nella responsabilità civica e soprattutto nella stabilità e sicurezza economica. La cosiddetta crisi dei mutui subprime trova fondamento proprio in questa constatazione. In America ad ogni contribuente viene assegnato un punteggio di affidabilità utilizzando una scala valori che va da un minimo di 300 ad un massimo di 850 punti (è un modello matematico sviluppato da una società quotata al Nyse, Fair Isaac Corp.). All'interno di questo range possiamo individuare tre categorie di soggetti: prime consumer (750-850 punti con excellent credit), midprime consumer (720-750 con good credit) ed infine subprime consumer (660-720 con fair credit). Evito di soffermarmi nelle categorie con il rating inferiore (low and bad credit) per limiti di esposizione. In base alla categoria di appartenenza varia la disponibilità di accesso al credito ed il costo dello stesso. Sostanzialmente il credit scoring è un modello di valutazione che consente di comprendere chi affidare e per quanto, oltre al fatto di selezionare i buoni pagatori da quelli cattivi, il tutto rapportato alla propria posizione debitoria e disponibilità reddituale.
Più carte di credito utilizzate, più fido richiedete, più le rate dei prestiti pregressi pesano in percentuale sul vostro reddito mensile, più ritardi nei pagamenti avete nel vostro track record personale, più il vostro credit scoring tenderà ad essere di basso livello. Sulla base di questo sistema, il 20% della popolazione americana è un soggetto prime, un altro 25% midprime ed infine quasi il 30% è un soggetto subprime. Il livello medio di credit scoring per un cittadino americano si attesta intorno ai 680 punti (subprime). Dal punto di vista statistico, troviamo tra i soggetti fair e low credit, per la stragrande maggioranza, gli appartenenti alle classi sociali legate alle ondate immigratorie degli ultimi decenni (per quello che ho potuto vedere non penso sia casuale). Ma torniamo a noi. Durante la metà degli anni novanta, con l'intento di mitigare le tensioni e le disparità sociali della popolazione, nella constatazione che solo il 20% degli afroamericani ed il 30% degli ispanici erano proprietari della loro casa contro il 60% della popolazione bianca, vennero istituite delle piattaforme di ammortizzazione sociale che avrebbero consentito l'acquisto facilitato di un'abitazione a soggetti con capacità di redditto e disponibilità limitate. In buona sostanza il governo federale avrebbe garantito attraverso le varie GSE (Government Sponsored Enterprise come Fannie Mae e Freddie Mac) la remissione dei debiti concessi alle fasce sociali più deboli. Fu così che le banche iniziarono lentamente, ma con le pressioni del governo, a prestare denaro quando qualche anno prima non lo avrebbero mai fatto. La ratio su cui poggiava questa scelta politica era identificata nella volontà di rendere i poveri meno poveri in quanto se “possiedi” un'abitazione puoi pensare di pianificare la tua vita e stabilizzare il tuo nucleo familiare, oltre a questo non dimentichiamo le motivazioni politiche volte a conquistare nuove fasce di elettorato grazie a proposte molto popolari.
Quello che è successo dopo a distanza di anni, dalla Lehman Brothers alla Fannie Mae, ormai fa parte della storia, senza dimenticare anche la complicità o incompetenza della FED. Una politica immigratoria troppo liberale e la mancanza di protezionismo culturale hanno presentato un conto impossibile da pagare per l'America che oggi inizia a comprendere cosa significa aver perso la propria originaria identità etnica. Lo scenario macroeconomico che caratterizza adesso il paese è tutt'altro che confortante e a detta di molti analisti indipendenti americani il peggio deve ancora arrivare. La disoccupazione è ovunque con disperati (non gli homeless) che chiedono l'elemosina di qualche dollaro e accampamenti di tende sotto i ponti delle freeway nelle grandi città. Obama ha subito una perdita di popolarità devastante, persino le persone di colore che lo hanno votato girano per le città con cartelli appesi al collo con la dicitura “Obama, dovè il mio assegno ? Allora quando arriva il cambiamento ?” In più occasioni si sente dire che la colpa è riconducibile ad un eccesso di liberalità immigratoria e ad una insensata politica di sostegno alle fasce sociali più deboli, che ha innescato il fenomeno dell'”overbuilding in bad areas”. Si è costruito troppo ovunque in area residenziali scadenti, prestando parallelamente denaro a chi non lo avrebbe mai meritato in passato.
Troppi messicani ed orientali entrati nel paese, legalmente e clandestinamente, hanno consentito l'abbassamento medio dei salari, mentre le concessioni, i sussidi ed il credito facile ai neri hanno distorto l'economia statunitense, rendendola drogata ed artefatta, portandola a basarsi esclusivamente sul consumismo sfrenato, il ricorso al debito e sulla totale incapacità di risparmio. Solo vivendolo sulla propria pelle, si percepisce intensamente un risentimento ed un odio trasversale tra le varie etnie che popolano il paese: bianchi contro afroamericani, ispanici contro afroamericani, orientali contro ispanici, insomma tutti contro tutti. In più occasioni per le strade di Miami e Chicago ho assistito ad episodi di tensione razziale stile “Gran Torino”. Chi parla con ingenuità evangelica di integrazione razziale per questo paese, probabilmente ha studiato per corrispondenza all'Università Radio Elettra.
I bianchi benestanti che fanno gli executive (dirigenti, funzionari o colletti bianchi ben pagati) si autoghettizzano da soli in quartieri residenziali che assomigliano a paradisi dentro a delle prigioni, con videosorveglianza e servizi di sicurezza privati degni del Pentagono. Di contrasto dai fast food, ai jet market, alle pompe di benzina, a qualsiasi altro retail service a buon mercato, trovate tutte le altre razze che ramazzano i pavimenti, servono ai tavoli, lavano le vostre auto, consegnano pizze a domicilio o guidano i taxi per uno stipendio discutibilmente decoroso. L'America per alcuni aspetti (opportunità di lavoro per i giovani che hanno indiscusse capacità) può sembrare superficialmente un buon paese, ma se ti soffermi ad osservarla con un occhio critico, sotto è un paese marcio e primitivo da far schifo, e si rivela per quello che è realmente ovvero un calderone multirazziale con la maggior parte delle persone (bianchi compresi) che hanno il senso di autocoscienza di un insetto. L'americano medio (che sia un bianco, cinese, messicano o afroamericano) se ne frega assolutamente dei problemi ambientali del pianeta, della sofferenza inaudita degli animali nei loro allevamenti intensivi, delle carestie in Africa o dei conflitti in Medio Oriente, si interessa solo che possa ingozzarsi di hotdog, bere fiumi di coca cola, guardarsi il superbowl e guidare il suo megatruck dai consumi spropositati.
Ciò nonostante nel lungo termine il paese non si riprenderà dal processo di imbarbarimento ed impoverimento sociale che lo sta caratterizzando, per quanto potenziale bellico possa vantare, questo non lo sottrarrà dalla sorte che lo attende, prima il collasso economico e dopo quello sociale, scenario confermato anche da molte fonti di informazione indipendente.
Se c'è bisogno di allontanarsi da un modello di riferimento sociale, questo è quello americano.
Signori Politici, siete avvisati.



domenica 17 gennaio 2010

Imperi a confronto

Anche una lettura superficiale di un singolo numero del The Financial Times – come quella del 28 dicembre 2009-ci fa capire le diverse strategie di costruzione di un impero. In prima pagina, il principale articolo sugli Stati Uniti parla dei conflitti militari in atto e della “guerra contro il terrorismo”, sotto il titolo di “Obama chiede la revisione dell’elenco delle organizzazioni terroristiche”. Paradossalmente ci sono due articoli nella stessa pagina, uno sulla Cina che parla della inaugurazione del treno passeggeri più veloce al mondo e della decisione di mantenere la loro moneta legata al dollaro USA per promuovere il loro settore di esportazioni. Mentre Obama è focalizzato sulla creazione di un quarto fronte di battaglia (Yemen) nella “guerra al terrore” (dopo l’Iraq, Afghanistan e Pakistan), il Financial Times nella stessa pagina informa che un trust della Corea del Sud ha vinto un appalto di 20.400 milioni di dollari per sviluppare l’energia nucleare ad uso civile negli Emirati Arabi Uniti, battendo i suoi concorrenti americani ed europei.
A pagina due del FT c’è un lungo articolo sulla nuova rete ferroviaria cinese, sottolineando la sua superiorità nei confronti del servizio ferroviario degli Stati Uniti. Il treno cinese d’ultima generazione ad alta velocità unisce due importanti città distanti 1.100 km, in meno di tre ore, mentre “l’Espress” della compagnia Amtrack, nordamericana “impiega tre ore e mezza per coprire i 300 km da Boston a New York.” Mentre le ferrovie statunitensi si logorano per mancanza di fondi e di manutenzione, la Cina investe 17.000 milioni di dollari nella costruzione delle sue linee. Inoltre sono in preventivo la costruzione di altri 18.000 km di linee del suo sistema ultramoderno entro il 2012, mentre gli USA investiranno altrettanti soldi nel finanziamento dell'offensiva militare in Afghanistan e Pakistan, e nell’apertura del nuovo fronte bellico nello Yemen.
La Cina costruisce un sistema di trasporti che collega i produttori e i mercati del lavoro nelle province interne con i centri di produzione e porti situati sulla costa, mentre a pagina quattro del FT si legge come gli Stati Uniti sono ancora aggrappati alla politica di affrontare la “minaccia islamica” in una “infinita guerra al terrorismo”. L’invasione e le guerre ai paesi musulmani hanno dirottato centinaia di milioni di dollari dei fondi pubblici verso una politica senza benefici per il paese, intanto la Cina modernizza la sua economia civile. La Casa Bianca e il Congresso soddisfano e sovvenzionano lo Stato militarista e coloniale di Israele, con la sua base di insignificanti risorse di mercato, allontanandosi da 1.500 milioni di musulmani (FT , pag. 7), il Pil della Cina è aumentato di dieci volte negli ultimi 26 anni (FT , pag.9). Mentre gli Stati Uniti hanno stanziato più di 1.400 miliardi di dollari a Wall Street e ai militari, aumentando il deficit fiscale e il deficit bancario, raddoppiando il tasso di disoccupazione e prolungando la recessione (FT , pag.12), il governo cinese ha lanciato un pacchetto di incentivi mirati ai settori interni del manifatturiero e della costruzione che ha prodotto una crescita dell’8% del PIL, una significativa riduzione della disoccupazione e “la ripresa delle economie coinvolte” in Asia, America del Sud e Africa (FT , pag12). Mentre gli Stati Uniti sciupavano il loro tempo, le risorse e il personale nella organizzazione di “elezioni “ per conto dei suoi corrotti Stati satelliti in Afghanistan ed Iraq, e faceva da inutile mediatore fra il suo intransigente partner israeliano e il suo impotente cliente palestinese, il governo sudcoreano ha sostenuto un gruppo condotto dalla Kora Electric Power Corporation nella riuscita manovra di 20.400 milioni di dollari per l’installazione di centrali nucleari, aprendo così la strada a svariati altri contratti miliardari nella zona (FT , pag. 13). Mentre gli USA spendono più di 60.000 milioni di dollari per il controllo interno nella crescita a dismisura dei suoi organismi interni di sicurezza in cerca di potenziali terroristi, la Cina investiva più di 25.000 milioni di dollari per consolidare i suoi scambi energetici con la Russia (FT , pag.13). Quello che ci raccontano gli articoli e le notizie di una sola edizione, in un solo giorno, nel Financial Times , riflette una realtà più profonda che illustra la grande divisione del mondo d’oggi. I paesi dell’Asia, con in testa la Cina, stanno raggiungendo lo status di potenze mondiali, a suon di grandi investimenti nazionali ed esteri nell’industria manifatturiera, nel trasporto, nelle tecnologie, nell’estrazione e lavorazione dei minerali. Contrariamente, gli Stati Uniti sono una potenza in declino, con una società in caduta, risultato della costruzione dell’Impero con mezzi militari e della economia finanziaria speculativa:

1-Washington cerca clienti militari minoritari in Asia, mentre la Cina allarga i suoi accordi commerciali e di investimenti con importanti partner economici: la Russia, Giappone, Corea del Sud ed altri.

2-Washington prosciuga la sua economia nazionale per finanziare le guerre all’estero. La Cina estrae minerali e risorse energetiche per fomentare il suo mercato interno del lavoro e dell’industria.

3-Gli Stati Uniti investono in tecnologia militare per combattere contro i ribelli locali nei loro Stati satelliti, la Cina investe in scienza tecnologica per poter fare esportazioni competitive.

4-La Cina inizia a ristrutturare la sua economia per poter meglio sviluppare il paese all’interno, e conferisce maggiori spese sociali per correggere le disuguaglianze e i grandi squilibri, gli Stati Uniti riscattano e rinforzano il settore finanziario sfruttatore, che ha saccheggiato l’industria (riducendo i suoi attivi tramite fusioni e acquisizioni), e speculano su mete finanziarie senza impatto sul lavoro, sulla produttività e sulla competitività.

5-Gli Stati Uniti moltiplicano la guerra e l’ammasso di truppe in Medio Oriente, Asia meridionale, Corno d’Africa e nei Caribi. La Cina mette a disposizione investimenti e prestiti pari a 25.000 milioni di dollari per la costruzione di infrastrutture, estrazioni minerarie, produzione di energia e per le costruzione de impianti di assemblaggio in Africa.

6-La Cina firma accordi commerciali di migliaia di milioni di dollari con l’Iran, Venezuela, Brasile, Argentina, Cile, Perù e Bolivia, assicurando l’accesso all’energia strategica e alle risorse minerarie ed agricole; Washington offre 6.000 milioni di dollari di aiuti militari alla Colombia, ottiene dal presidente Uribe la cessione di sette basi militari (con le quali minacciare il Venezuela), appoggia un colpo militare nel Honduras, e denuncia il Brasile e la Bolivia perchè diversifichino le loro relazioni economiche con l’Iran.

7-La Cina incrementa le sue relazioni economiche con le economie dinamiche dell’America del Sud che rappresentano più dell’80% della popolazione del continente; gli Stati Uniti si associano con il fallito stato del Messico, che detiene il peggior ruolo economico dell’emisfero e nel quale potenti cartelli della droga controllano ampie regioni e sono profondamente infiltrati nel macchinario statale.
Come paese capitalista la Cina non fa eccezione. Sotto il loro capitalismo vi è sfruttamento del lavoro, abbondano disuguaglianze di ricchezza e di accesso al benessere come altrove, i piccoli agricoltori si vedono sfollare a causa di progetti di megadighe, le aziende cinesi estirpano minerali ed altre risorse naturali nel Terzo Mondo senza troppi indugi. Ma la Cina ha creato decine di milioni di posti di lavoro nell’industria ed ha ridotto la povertà molto più velocemente e per molte più persone nel lasso di tempo più breve della storia. Le sue banche finanziano soprattutto la produzione. La Cina non bombarda, non invade, non saccheggia altri paesi. In compenso, il capitalismo statunitense è una mostruosa macchina militare mondiale che prosciuga l’economia nazionale e riduce il tenore di vita del paese pur di finanziare le sue interminabili guerre all’estero. I capitali finanziari, commerciali, immobiliari minano il settore manifatturiero, a beneficio della speculazione e delle importazioni a basso costo. La Cina investe nei paesi ricchi di petrolio; gli Stati Uniti li attaccano. La Cina vende vassoi e ciotole per i matrimoni afghani, gli Stati Uniti bombardano le loro feste con i droni. La Cina investe in industrie estrattive, ma a differenza dei coloni europei costruisce ferrovie, porti, aeroporti e fornisce crediti a prezzi accessibili. La Cina non finanzia né arma guerre etniche, ne organizza “rivoluzioni colorate” come la CIA. La Cina autofinanzia la propria crescita, il suo commercio ed il suo sistema di trasporto, nel frattempo gli USA stanno sprofondando sotto un debito di parecchi miliardi di dollari per finanziare guerre senza fine, per salvare le loro banche a Wall Street e appoggiare altri settori privi di produttività, mentre molti milioni di persone restano disoccupate.
La Cina crescerà ed eserciterà il suo potere attraverso i mercati economici, gli Stati Uniti entreranno in guerre senza fine verso il cammino del fallimento e del declino interno. La crescita diversificata della Cina è legata a partner economici dinamici; il militarismo degli Stati Uniti è vincolato ai narcostati, regimi sotto controllo dai signori della guerra, registi delle repubbliche delle banane e all’ultimo e peggiore regime razzista e coloniale dichiarato: Israele. La Cina attira i consumatori del mondo; le guerre globali degli Stati Uniti producono terroristi nel proprio territorio e all’estero. La Cina potrebbe trovarsi di fronte ad una crisi e anche alle agitazioni dei lavoratori, ma ha i mezzi finanziari per risolverli. Gli Stati Uniti sono in crisi e potrebbero dover affrontare una sommossa interna, ma hanno esaurito il loro credito e le loro fabbriche sono all’estero, mentre le loro basi ed installazioni militari portano conti passivi, non attivi. Ci sono sempre meno fabbriche negli USA disposte a riassumere i loro disperati lavoratori: uno sconvolgimento sociale potrebbe mostrarci i lavoratori statunitensi occupando con i loro scheletri i vuoti delle loro vecchie fabbriche.
Per diventare uno Stato “normale” gli USA devono ripartire dall’inizio: chiudere tutte le banche e le basi militari all’estero, tornare in Nord America. Devono cominciare una lunga marcia verso la ricostruzione di una industria al servizio delle nostre necessità nazionali, devono vivere dentro il loro proprio ambiente naturale e abbandonare la costruzione dell’impero a favore della costruzione di una repubblica socialista democratica.
Quando è che prendendo il Financial Times , o qualsiasi altro giornale, si leggerà che i treni ad alta velocità porteranno in meno di un’ora da New York a Boston? Quando le fabbriche americane inizieranno a fornire i loro negozi di ferramenta? Quando costruiranno generatori di energia eolica, solare o marina? Quando potranno abbandonare le loro basi militari e far sì che i signori della guerra, i trafficanti di droga e i terroristi si trovino ad affrontare la giustizia della loro propria gente?
In Cina tutto ebbe inizio con una rivoluzione.....

sabato 16 gennaio 2010

Saccheggio della Terra

Si impadroniscono delle risorse naturali sempre più scarse attraverso la guerra delle armi o il danaro. La scomparsa delle popolazioni in via di sviluppo a loro non importa. Lo sfruttamento delle terre coltivabili ha raggiunto il suo limite ma, non contenti, adesso distruggono le foreste. I cambiamenti climatici non garantiscono nessuna sicurezza alimentare per il futuro; i paesi industrializzati e dipendenti aspirano ad una crescita economica permanente e quindi allo sfruttamento irrazionale dell’ambiente; nel 2050, 3 miliardi di persone in più avranno bisogno di interventi di sostegno alimentare; il petrolio si esaurisce e le terre vengono occupate per la produzione di biocombustibili; i prezzi alimentari sono saliti provocando fame ed instabilità sociale.
Di fronte a questa prospettiva crepuscolare, la borghesia cerca la propria sicurezza. Il metodo chiamato agro-colonialismo consiste nel lanciarsi, a livello internazionale, in una valanga di acquisti di terreni appartenenti a popolazioni povere. I loro governi e gli imprenditori legati alla corrotta borghesia locale acquistano queste terre oppure le prendono in affitto per lunghi periodi.
Bahrein, Omán, Qatar, Cina, Corea del Sud, Kuwait, Malesia, India, Svezia, Libia, Brasile, Russia ed Ucraina hanno comprato terre in Africa. Nel 2008 l’Arabia Saudita ha concordato con il governo della Tanzania l’affitto di 500.000 ettari per la produzione di riso e frumento, imprenditori del Kuwait hanno affittato terreni in Cambogia e il governo del Qatar ha creato una società agricola in Sudan insieme ai cittadini del luogo. Nello stesso anno, il Ghana, l’Etiopia, il Mali ed il Kenia hanno concesso loro in locazione milioni di ettari per la produzione agricola o di biocarburanti. In Sud America sono state vendute decine di migliaia di ettari in Argentina, Uruguay e Paraguay. Associazioni indiane stanno comprando intere piantagioni di palma da olio indonesiane e cercano in Uruguay, Paraguay e Brasile terre per coltivare lenticchie e soia.
Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari che ha sede a Washington DC, nei paesi poveri di Africa, Cambogia, Pakistan e Filippine sono stati ceduti tra i 15 e i 20 milioni di ettari di terreni coltivabili. Per quanto riguarda il denaro utilizzato non c’è chiarezza alcuna ma per avere un’idea è sufficiente pensare che in cinque paesi subsahariani, per la vendita o l’affitto di 2,5 milioni di ettari di terreno, negli ultimi anni sono stati spesi 920 miliardi di dollari.
Solo un sistema predatore di essere umani e di terre, insieme ai governi locali indifferenti al futuro delle loro popolazioni, può concepire l’idea che persone denutrite possano essere private delle loro terre a favore di paesi ricchi in cui l’obesità rappresenta un grave problema di salute.
La macchina di propaganda giustifica tale conquista coloniale affermando che si tratta di un’azione conveniente per entrambe le parti perché i paesi ricchi apportano tecnologie, capitale, affari e conoscenze. Nascondono che il problema della fame è cronico e, senza ombra di dubbio, nessuno ha mai apportato alcun contributo. Si parla anche del libero commercio, della necessità di concorrenza per sradicare i produttori inefficienti. Principi che non possono essere considerati validi nell’economia dei paesi industrializzati che sovvenzionano i propri agricoltori portando alla rovina quelli dei paesi più poveri.
In realtà gli investitori stranieri sanno perfettamente di pregiudicare gravemente gli sfruttati di sempre. Provocano danni alla terra con le coltivazioni intensive che rompono i ritmi naturali, esauriscono le riserve d’acqua sotterranee, inquinano con prodotti chimici. Sanno che i coltivatori locali saranno allontanati, che si truffano i piccoli proprietari con il pagamento delle loro terre, che le loro coltivazioni di biocarburanti significano minor quantità di prodotti locali e prezzi irraggiungibili. Sanno che il cambiamento di proprietà e l’occupazione hanno aumentato il tasso di suicidio degli agricoltori in paesi come Sri Lanka, Cina e Corea del Sud. In India tra il 1997 al 2007 si sono tolte la vita 182.936 persone. Non conosciamo la cifra in Africa.
I capitalisti si sono impadroniti del mondo. Il loro modo violento di farlo viene condannato ma le loro subdole tecniche di conquista attraverso l’acquisto della natura (petrolio, coltan, diamanti, rame, ferro)…sì, anche se significa privarci del nostro futuro.
La risposta popolare a tale privazione è indispensabile. Quando il Madagascar raggiunse l’accordo con la Daewoo Logistics per la concessione di 1,3 milioni di ettari di terreno per 99 anni e consentì la coltivazione ed esportazione di mais e di olio di palma alla Corea del Sud per 6 mila miliardi di dollari, gli agricoltori impedirono l’operazione fecendo cadere il governo. L’Associazione degli Agricoltori Asiatici e la Lega Internazionale Panasiatica degli Agricoltori hanno realizzato, in dieci paesi del continente, una campagna il cui motto è: “fermiamo l’occupazione della terra! Lottiamo per una vera riforma agraria e per la sovranità alimentare dei popoli”.
E’ necessario conoscere il presente e i pericoli del futuro per intraprendere attraverso la lotta, l’unica via d’uscita possibile: il socialismo post capitalista solidale, sostenibile, programmato, di decrescita dei paesi industrializzati.

giovedì 14 gennaio 2010

Guerra Intestina

L’americana ABC News ha riferito il 2 Gennaio scorso della morte di sette agenti della CIA dislocati in Afghanistan in quello che viene definito come uno dei più gravi attacchi suicidi mai compiuti contro l’agenzia di intelligence americana. “La Central Intelligence Agency”, scrive il sito della ABC, “piange la perdita di sette suoi funzionari in un attacco suicida in Afghanistan, uno dei colpi più duri mai subiti da un’agenzia che è sempre stata in prima linea nelle guerre americane”. L’episodio, al di là della consueta retorica dei mezzi d’informazione di regime, sembra celare una realtà ben più agghiacciante e pare rappresentare una tappa ulteriore di una vera e propria “guerra segreta” in corso tra l’amministrazione americana e la Central Intelligence Agency, divenuta ormai un’entità così potente da governare in proprio i destini della nazione e deciderne, attraverso operazioni mirate compiute in ogni parte del mondo, la politica interna ed internazionale.
Pochi giorni prima, il presidente afghano Hamid Karzai aveva inoltrato una formale protesta contro gli Stati Uniti per l’uccisione di 10 civili, otto dei quali erano bambini in età scolare, avvenuta sabato 26 dicembre nella provincia afgana di Kunar, vicino al confine col Pakistan. Si tratta di una zona in cui prevale l’etnia pashtun e nella quale le attività della CIA sono da tempo incentrate su uno “sforzo deliberato teso a perseguitare, attaccare ripetutamente, antagonizzare, assaltare, reprimere ed uccidere i pashtun”, allo scopo di indirizzare la loro rabbia contro il governo del Pakistan, che gli USA stanno tentando di destabilizzare, non potendo permettersi di attaccarlo direttamente, con l’obiettivo di “far sprofondare quel paese nel caos della guerra civile, nella balcanizzazione, nella frammentazione e nella confusione totale”. Questa volta sembra però che gli operativi della CIA abbiano davvero esagerato nelle loro sanguinose operazioni di “provocazione”. Secondo le testimonianze, alcuni individui definiti come “stranieri” sono penetrati la sera del 26 dicembre in una casa di due stanze della provincia di Kunar, hanno trascinato fuori 10 persone del tutto disarmate, tra cui 8 bambini, e le hanno uccise con colpi d’arma da fuoco alla testa. La NATO si è difesa, sostenendo che gli autori della strage erano americani non appartenenti alle forze militari che avevano sparato per autodifesa dopo essere stati presi di mira dagli abitanti del villaggio. Ma in seguito alle proteste di Karzai e del Consiglio Nazionale di Sicurezza dell’Afghanistan – che hanno a loro volta fatto seguito ad una manifestazione di 1.500 persone che protestavano contro la strage e accusavano Karzai di complicità con gli USA – l’amministrazione americana, che non può permettersi in questo momento di indebolire ulteriormente il suo già debolissimo e detestato quisling afghano, è stata costretta a prendere severi provvedimenti.
Secondo il sito Whatdoesitmean, che cita fonti militari russe, il presidente Obama, in un atto senza precedenti, avrebbe firmato un ordine per l’“immediata” esecuzione degli agenti della CIA responsabili del massacro. Truppe speciali americane avrebbero circondato l’installazione della CIA sita a Khowst, nella provincia di Paktia, prendendo in custodia e poi giustiziando i mercenari responsabili degli omicidi. Si sarebbe poi inventata la copertura dell’attacco suicida per fornire una raffazzonata spiegazione al pubblico occidentale. In effetti non è facile spiegare in che modo un attentatore suicida, imbottito di esplosivo, potrebbe mai superare i controlli per entrare in un centro della CIA e farsi saltare in aria “in una palestra” interna all’installazione.
Se davvero l’ordine di giustiziare uomini della CIA fosse partito dal presidente americano, è ovvio che ci troveremmo di fronte ad una fase drammatica nell’escalation del confronto che contrappone da mesi l’agenzia d’intelligence e l’amministrazione USA.
Le tensioni erano già state rese evidenti dal prolungato braccio di ferro tenutosi nei mesi scorsi tra il direttore della CIA, Leon Panetta, e il direttore dell’Intelligence Nazionale, Dennis C. Blair, vicino ad Obama, che aveva apertamente criticato i metodi utilizzati dalla CIA nel gestire le operazioni segrete, particolarmente in territorio afghano. A fine agosto la Casa Bianca aveva annunciato l’istituzione di un nuovo corpo antiterrorismo, che si sarebbe occupato degli interrogatori dei sospetti per riferirne direttamente all’amministrazione americana. La creazione di questa unità operativa doveva servire a strappare le attività di raccolta informazioni alle mani brutali e imbarazzanti della CIA, dopo i numerosi scandali scoppiati a causa di violenze perpetrate contro i prigionieri, da Abu Ghraib in poi. Di fronte a questa sfida, Panetta aveva minacciato di rassegnare le dimissioni. Alla fine, il tentativo di indebolire Panetta era fallito e Obama aveva dovuto rinunciare alla prospettiva di conferire a Blair un maggior controllo sulle attività di intelligence, attraverso un’ordinanza riservata con cui veniva ribadito il ruolo dominante della CIA nella gestione operativa, anche se si sottolineava “l’obbligo dell’agenzia di lavorare in stretto contatto con Blair nelle operazioni più importanti”.
A fine 2009 si è verificato un altro incidente significativo: il 28 dicembre (proprio nel periodo in cui Obama si sarebbe deciso a firmare l’“ordine di esecuzione” per i mercenari della CIA di Khowst) il presidente era stato costretto ad abbandonare in fretta e furia una partita di golf nella sua tenuta di vacanza di Kailua, alle Hawaii. Le agenzie di stampa hanno riportato in seguito che la fuga concitata sarebbe stata dovuta ad un improvviso malore del figlio di un amico di Obama. Tuttavia, il sito Whatdoesitmean sostiene che le misure di sicurezza sarebbero scattate dopo che un aereo AWACS di sorveglianza aveva segnalato che un jet privato, di proprietà della Hunt Oil Company, era entrato nello spazio aereo di sicurezza riservato alla protezione della località in cui Obama si trovava in vacanza. Temendo un attacco terroristico, Obama sarebbe stato frettolosamente accompagnato in un luogo più sicuro. La Hunt Oil Company è una compagnia petrolifera legata alla CIA. Nel 1984 aveva scoperto un vasto giacimento petrolifero nello Yemen, inaugurando poi nel 1986 una raffineria nella città di Maarib alla presenza dell’allora vice presidente George H. W. Bush. Secondo il sito Sourcewatch “tra il 27 e il 28 novembre del 2006, un aereo civile intestato alla Hunt Consolidated, Inc., compì due visite presso Camp Peary, campo di addestramento della CIA. Prima di arrivare a Camp Peary aveva compiuto una sosta notturna all’aeroporto Dulles di Washington. Fece anche una breve fermata all’aeroporto Dulles dopo la sua visita a Camp Peary. Il numero di registrazione del velivolo era N46F”.
N46F è lo stesso numero di registrazione dell’aereo della Hunt che avrebbe violato lo spazio aereo di Kailua il 28 dicembre. Inoltre, riporta ancora Sourcewatch, “non è questa l’unica connessione della compagnia con le attività di spionaggio: il suo amministratore delegato, Ray L. Hunt, è un (ormai ex) membro del Comitato di Consulenza sull’Intelligence Straniera del Presidente”, nominato da George W. Bush nell’ottobre 2001.
Il fatto che l’aereo di una compagnia petrolifera, legata alla CIA e con interessi petroliferi nello Yemen, compaia nello spazio aereo presidenziale nel momento in cui tanto l’operato della CIA quanto lo Yemen si trovano nelle priorità immediate dell’amministrazione USA, non può non rappresentare un segnale inquietante, che ha il sapore di un avvertimento o di un’aperta minaccia. Se i rapporti tra la principale agenzia d’intelligence americana e l’amministrazione USA si ricomporranno in seguito a questi minacciosi segnali o sfoceranno in guerra aperta è qualcosa che non tarderemo molto a sapere. Fin dall’epoca di Kennedy, la CIA non ha mai perdonato i presidenti americani che hanno provato ad indebolirla.

mercoledì 13 gennaio 2010

Business sul Vaccino

Topo Gigio è depresso. Ce l’aveva messa tutta, lui, a convincere gli italiani che dovevano vaccinarsi. Ma quelli niente. E così, dei 24 milioni di vaccini acquistati dall’Italia, finora ne sono stati utilizzati solo 840.000. Gli altri ventitré milioni si stanno accumulando nei centri di stoccaggio. Una spesa di 184 milioni di euro andata, almeno per ora, in fumo. Anzi, nelle tasche della Novartis, la multinazionale che ha prodotto il farmaco. E con cui il governo ha un rapporto stretto, che risale sin dal 2004. È l’anno dell’aviaria, un’ influenza che non colpisce l’Italia, ma che mette in agitazione il secondo governo Berlusconi: preoccupato per una pandemia che fino ad allora non c’è mai stata e forse non ci sarà mai, decide che bisogna prendere precauzioni. E di stipulare dei contratti che riconoscano allo Stato italiano un diritto di prelazione sulla produzione futura di vaccini.
Un paradosso: io governo ti pago ora affinché in caso di emergenza tu faccia il tuo interesse, ossia vendere a me i farmaci.Neanche due mesi dopo, il ministero chiama a raccolta attorno a un tavolo cinque aziende, che mettono sul piatto le loro proposte di contratto. Il ministero ne sceglie tre: tra queste quella della Chiron, una azienda senese specializzata in vaccini che pochi mesi dopo verrà acquisita dalla Novartis.
A quella seduta partecipa anche Reinhard Gluck. Allora è il presidente di Etna Biotech, una società siciliana. Anche lui fa la sua proposta. "Quando entrai nella stanza capii subito come sarebbero andate le cose – racconta – e che il mio progetto non sarebbe mai passato. Era evidente che tra i rappresentanti del governo e i senesi ci fosse un rapporto consolidato. Ero terribilmente dispiaciuto". Anche perché la posta in gioco è alta: sulla base di quei contratti verranno stipulati i successivi in caso di pandemia. Una bella torta per le aziende del farmaco. I tre contratti costano in tutto al governo 6 milioni e mezzo di euro. Oltre a sancire un diritto su un bene futuro di cui il governo potrebbe non godere mai, vengono stipulati in modo carbonaro senza alcuna gara di appalto.
L’accordo più oneroso è quello con la Chiron-Novartis: da solo costa 3 milioni di euro ed è alla base del contratto di fornitura per il vaccino H1N1, stipulato il 21 agosto 2009 tra il governo e la Novartis. L’accordo del 2005 garantiva al ministero la fornitura in caso di pandemia di 15 milioni di dosi di vaccino entro tre mesi dalla consegna del seme da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ma nel contratto di quest’anno, che di pubblico ha solo il nome, quella clausola fondamentale scompare. Viene sostituita da tre date di consegna (con le relative forniture) che però nel testo sono oscurate. “Motivi di riservatezza”, commenta il ministero.
L’unica cosa certa è che al momento del solo picco pandemico, a inizi novembre, la richiesta di vaccino è più alta dell’offerta. Il contratto, come segnala subito la Corte dei Conti, è totalmente sbilanciato a favore della multinazionale: in caso di mancata consegna nei tempi prestabiliti, per esempio, non sono previste multe o penalità per la Novartis.
Altro punto critico: se l’azienda non avesse ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco, il governo avrebbe dovuto comunque corrisponderle 24 milioni di euro. Una specie di premio per la partecipazione. La Novartis poi è manlevata legalmente, tranne che per difetti di fabbricazione del prodotto. Il costo del vaccino è piuttosto alto: sette euro e novanta a dose, quando quello di un normale antinfluenzale, che ha le stesse spese di produzione, viene pagato dalle Regioni circa quattro euro. Quattro euro di differenza che non si spiegano solo con i costi di ricerca. Contratti simili sono stati stipulati in realtà dalla maggior parte dei governi europei, che nella corsa all’accaparramento del vaccino hanno accettato condizioni vessatorie. Eppure si sapeva fin da subito che il virus non era così pericoloso. A inizio 2009 i membri dell’unità di crisi dell’Oms (alcuni ora sotto inchiesta per presunti conflitti di interesse con le case farmaceutiche) avevano eliminato dalla definizione di pandemia il criterio dell’"alto numero di morti". E in un batter d’occhio quello che fino ad allora era un normale virus influenzale a bassa mortalità diventò il virus-killer. Con la conseguenza che centinaia di milioni di vaccini ora giacciono nelle celle frigorifere di mezza Europa.
Al di là di quello che dice il neo ministro della Salute Ferruccio Fazio, difficilmente il farmaco, che ha durata di un anno, potrà essere riutilizzato il prossimo inverno, a meno che, evento improbabile, il ceppo non rimanga esattamente lo stesso. Intanto in Italia le Asl cominciano ad avere problemi di stoccaggio. E ancora deve arrivare l’ultima fornitura, prevista per il 31 marzo, quando probabilmente la suina sarà solo una barzelletta. L’unico a ridere per ora è Ewa Kopzac, Ministro della Sanità polacco, che di vaccino non ne ha comprato neanche uno. In tempi di isteria pandemica disse: "Il nostro Stato è molto saggio, i polacchi sanno distinguere la verità dalla truffa".

martedì 12 gennaio 2010

Terrorismo Marcio

«Il Fatto Quotidiano» (FQ) e la politica estera: era evidente che questa sarebbe stata un grande banco di prova per valutare il nuovo giornale di Padellaro e Travaglio, che sapevamo puntualissimo nella sua cronaca giudiziaria (tanti fogli), ma balbettante sugli esteri (una pagina scarsa).
Alla prima grande prova, l’allarme terrorismo in piena epoca Obama, vediamo tutti i limiti del progetto di giornalismo che pure vuol sfidare «la scomparsa dei fatti». Un articolo di Giampiero Gramaglia, “Se Obama diventa come Bush”, pubblicato su FQ il 5 gennaio 2010, ci avverte: «Alzando la minaccia, bin Laden ha ottenuto – chissà se volontariamente – il risultato di rendere il linguaggio di Obama simile a quello di Bush».
Bin Laden? Quello?
Dov’è che Gramaglia ha appreso che Osama bin Laden, proprio lui, in barba e turbante, sta «alzando la minaccia»? Sa cose che noi non sappiamo? Ce le vuole raccontare tutte, per favore?
Il FQ mette insieme il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit, la strage di agenti CIA sul confine afghano-pakistano, gli allarmi isterici dell’aeroporto di Newark. Pere con mele con albicocche, tutte sommate in un’unica operazione da attribuire a un’entità maligna da film di James Bond: Lui, bin Laden, che non si sa se sia vivo, che non dà prove credibili di sé da anni, se non in video emanati da “ex” agenti segreti israelo-americani, e che viene mostrato come il pontefice dark di un’organizzazione tentacolare con una strategia centralizzata. Cosa che non è.
A rigore, la vicenda del nigeriano dalla mutanda esplosiva solleva ogni giorno più dubbi, per chi voglia guardare i fatti. E passi, per ora.
Ma perché mai inserire in un’unica “minaccia” anche l’uccisione degli agenti CIA e della ex Blackwater nella base Chapman, situata non in USA ma in un territorio bombardato ogni santo giorno dai Predator americani che fanno stragi indiscriminate?
Sicuro sicuro che sia stato bin Laden, Gramaglia?
O non sarà stato magari qualche settore dell’intelligence pakistana, la quale sa bene che la base Chapman è quella che coordina il programma clandestino per i raid dei droni, e che sospetta che gli USA vogliano far implodere il Pakistan?
E infine si cerca bin Laden anche dietro ogni allarme rosso diffuso dalle autorità fino a paralizzare gli aeroporti. Si diceva lo stesso ai tempi dell’allarme antrace, nel 2001, per impaurire tutti. Ma non era il fantasma di al-Qa’ida, neanche allora. Erano ambienti militari, molto, molto occidentali.
C’è continuità con quei tempi, e in questo il FQ ha ragione: “Obama diventa come Bush”. Anzi, spende perfino di più in armamenti, fra un discorso conciliante e una cerimonia per il Nobel.
Sarebbe auspicabile che una parte dell’impegno – pur lodevole - dedicato a scartabellare le ramificazioni societarie e i ricatti incrociati di questo o quel puzzone della Casta italiana, fosse dedicato dal FQ anche alla Casta planetaria. Si scoprirebbero cose interessanti.
Prendiamo per esempio il babbo nababbo di Mutanda Boom, Alhaji Umaru Mutallab, il banchiere nigeriano che nell’economia del racconto dei media più importanti serve a dire che “c’è poco controllo”, che “occorrono misure più restrittive” e che serve anche a convalidare l’esistenza di al-Qa’ida, nella sua variante yemenita, in vista delle prossime iniziative belliche.
Il signor Mutallab non è “un” banchiere nigeriano, ma “il” banchiere della Nigeria, un ex ministro ammanicato con uno dei poteri più corrotti dell’Africa, l’uomo più ricco di un paese chiave della produzione di idrocarburi, nonché uno degli uomini più ricchi del continente africano. Come molte banche in giro per il mondo, anche la sua, non appena ha soffiato il vento della crisi, è stata salvata dai cavalieri verdi, quelli che i dollari ce li avevano e non sapevano come investirli. Ad altre banche sarà toccato il Kuwait o la Cina. Alla nigeriana Jaiz Bank è toccato invece mettersi nelle mani della Banca Islamica di Sviluppo, il braccio finanziario della Organizzazione della Conferenza Islamica, con sede a Gedda, in Arabia Saudita, direttamente influenzato dal potere della monarchia saudita.
Mutallab senior non ha faticato a cercarsi partner così ingombranti, perché in anni precedenti aveva contribuito a mettere il suo paese nelle mani di altre istituzioni finanziarie, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Prevedibile l’effetto delle secche ricette finanziarie di Washington su un paese africano complesso. La polizia nel solo 2009 ha ucciso centinaia di persone per controllare i disordini. Ma noi cittadini dell’emisfero Nord avevamo troppe pagine occupate dall’Iran per rendercene conto. Le stesse ricette finanziarie, applicate in Yemen, hanno qualche effetto sui disordini di quel paese, dove Banca Mondiale, FMI e Banca Islamica di Sviluppo hanno investito nel 2009 svariati miliardi di dollari, ora a rischio.
Sappiamo che Obama è molto sensibile agli interessi delle banche, e quindi qualcosa farà, prima che un cambio di regime sgradito in Yemen minacci definitivamente quegli interessi così intrecciati e trasversali.
Torniamo dunque al banchiere, che di questi interessi ne sa qualcosa. Infatti Mutallab non è stato solo banchiere. È stato anche per anni consigliere di amministrazione e in seguito direttore esecutivo della Defense Industry Corporation of Nigeria (DICON). La DICON è la principale industria a produzione militare nigeriana. Assembla su licenza modelli d’arma israeliani e adotta modelli di gestione privatistica della sicurezza in stile Blackwater, ma sempre con istruttori israeliani, dispiegati nelle aree calde del paese. Si tratta di una partnership spinosa, tanto che qualche parlamentare nigeriano ha paventato forti rischi di sovranità e un ruolo eccessivo del Mossad. L’operazione Mutallab ha troppe connessioni con una macchina bellica in corsa verso lo Yemen, per starcene a inseguire i deboli nessi con il fantasma di bin Laden. L’operazione sa di terrorismo sintetico, di psicologia di massa montata ad arte, con la complicità delle oligarchie mediatiche e la passività del resto dei media. Alla luce di questi contatti e di questi interessi, il nuovo allarme terrorismo richiederebbe un’analisi più attenta, senza cedere alla corrente delle notizie che fanno comodo ai governi. Gramaglia è contento del «neo-decisionismo» obamiano. E fiaccamente dice che «la paura sale». La paura costruita ad arte va invece smontata pezzo per pezzo. Se no finiamo in guerra, e senza sapere le cose davvero importanti, come è già accaduto.Insomma per farla breve questo terrorismo di cui ci ammorbano ogni santo giorno puzza sempre più di marcio.

lunedì 11 gennaio 2010

Criminale di Guerra

Come probabilmente saprete, il presidente degli Stati Uniti ha nominato una certa Amanda Simpson come consigliere del Dipartimento del Commercio.
Amanda Simpson (nella foto), ci raccontano sovreccitati i media, è la prima transessuale ad assumere un incarico governativo negli Stati Uniti, e già vediamo le opposte tifoserie animarsi a proposito.
In realtà la pensiamo diversamente dai tifosi di entrambi gli schieramenti. A mio avviso la signora Simpson dovrebbe godere di tutti i diritti attinenti alle sue scelte personali. Ma in galera, come criminale di guerra.
Amanda Simpson lavora da trent'anni nel settore bellico e da 23 alla Raytheon, dove fino a poco tempo fa svolgeva l'incarico di Vicedirettore per lo sviluppo della tecnologia avanzata. Negli stessi giorni, Obama ha nominato un certo William Lynn vicesegretario alla Difesa, che in pratica significa che avrà il potere di decidere le spese che farà il Pentagono. Per nominarlo, Obama ha dovuto aggirare una legge che lui stesso aveva voluto contro le nomine politiche a responsabili di lobby private: William Lynn infatti è a capo della lobby ufficiale della Raytheon a Washington, ed è riuscito a far assegnare commesse alla Raytheon per 10 miliardi di dollari solo nel corso dell'anno passato. La motivazione della deroga di Obama: William Lynn avrebbe dimostrato le proprie capacità, tra il 1997 e il 2001, quando era responsabile della gestione finanziaria del Pentagono. In quegli anni, riuscì a ridurre le spese "non documentate" del Pentagono da 2,3 trilioni a 1,3 trilioni di dollari.
Riassumo: Lynn gestiva i soldi dell'intero sistema militare statunitense, dove anche alla fine della sua carriera era normale che 1,3 trilioni di dollari scomparissero in tasche imprecisate. Poi ha lavorato per uno dei principali contraenti del sistema militare, con l'incarico di usare i propri contatti per fargli avere dei contratti. Otto anni dopo, ritorna a gestire le spese del sistema militare. Negli stessi giorni, Obama ha annunciato il nome del nuovo ambasciatore in Arabia Saudita: James B. Smith, ex-generale dell'aeronautica, passato a dirigente anche lui della Raytheon. Anche qui troviamo un tipico passaggio: il militare che punta a un futuro impiego multimiliardario presso un'azienda privata sicuramente dedica gran parte del proprio impegno a farne gli interessi nell'esercito; passa per il privato e infine assume un incarico politico, inviato in un paese in cui il commercio di armi, il controllo del petrolio, la costruzione di basi militari, la vendita di armi e la caccia ai "terroristi" fa tutt'uno. Se la Raytheon si assicura così una bella entratura nel mercato saudita, la nomina della Simpson le apre - o meglio, continua a tenerle aperte - le porte del mercato planetario. Mentre un complesso di aziende-satellite della Raytheon, della Boeing e della Martin-Lockheed gestisce gli interrogatori di Guantanamo, trasporta rapiti in giro per il mondo, organizza "listening posts" per spiare su cittadini di altri paesi, controlla direttamente il lancio di missili dagli Stati Uniti.
Il nome Raytheon è un ibrido anglogreco che significa " Luce dagli dèi", e rende bene le ambizioni di questa azienda, con 72.000 dipendenti nel mondo. Nata come tante piccole e pacifiche aziende tecnologiche, la Raytheon si è trovata sommersa di commesse e denaro durante la Seconda guerra mondiale. Finita la guerra, il governo degli Stati Uniti ha preso la scelta storica di non smobilitare. L'intera economia, e il sistema di spese statali, è stata così ricostruita attorno a un complesso politico, militare, mediatico, diplomatico, propagandistico e scientifico di cui persone come Amanda Simpson e William Lynn sono i perfetti rappresentanti. In un'economia sempre più virtuale, il complesso militare-industriale (la definizione non proviene da qualche contestatore, ma da un profetico discorso di denuncia del Presidente Eisenhower) offre preziosi posti di lavoro, che permettono di controllare città intere, assieme agli eletti locali. Nel 1995, ad esempio, la Raytheon ha minacciato di spostare la propria sede principale dal Maine al Tennessee, se non veniva concessa loro una sostanziale riduzione delle tasse; ottenuta la riduzione con la promessa di tagliare di poco le spese per il personale, la Raytheon licenziò quasi un terzo della propria forza lavoro, aumentando proporzionalmente gli stipendi ai propri dirigenti, tra cui presumibilmente anche la signora Simpson. La Raytheon si dedica soprattutto alla produzione di missili e affini, dai Patriot e Tomahawk alle bombe a grappolo. Iraq, Libano, Afghanistan, Gaza, non c'è strage in cui i prodotti Raytheon non abbiano dimostrato la loro efficacia. In questo campo, la Raytheon ha costituito una partnership con la Rafael, l'autorità privata/pubblica israeliana che gestisce e commercializza la produzione militare. Un tema, quello israelo-palestinese, su cui i portavoce della Raytheon hanno le idee chiare. La Raytheon opera in stretto contatto anche con aziende non (direttamente) militari, come la Apple, con cui ha sviluppato un particolarissimo iPhone che dovrebbe servire specificamnte per identificare e permettere di uccidere insorti iracheni; ma il progetto principale al momento è il Universal Control System. Raytheon si è rivolto a designer di videogiochi per progettare questo straordinario sistema per l'omicidio a distanza.
La console, situabile ad esempio in una base in Nevada, permette di uccidere afghani con la massima comodità, seduti su un sedile rivestito in pelle e adattabile a "utenti individuali", che possono anche "controllare un sistema di riscaldamento e raffreddamento sopra le loro teste, semplicemente premendo un pulsante". La console, ci assicurano è dotata di un "design ergonomico che migliora drammaticamente il conforto dell'operatore e l'efficacia operativa".
Inseguire e uccidere può richiedere tempo, e quindi la Raytheon offre una "seduta ergonomica con memoria per missioni prolungate". Una dimostrazione quindi che la Raytheon ci pensa ai propri dipendenti, almeno quando non li licenzia. Fortune racconta come Raytheon sponsorizzi numerosi eventi gay e riconosca i diritti delle coppie gay tra i propri dipendenti. La motivazione non fa una grinza e spiega perfettamente come il politicamente corretto si possa coniugare con il terrore planetario. Con tutte le guerre presenti e future che l'azienda promuove, “nei prossimi dieci anni avremo bisogno di qualcosa come 30.000 o 40.000 nuovi dipendenti", spiega Hayward Bell, il principale diversity officer della Raytheon. "Non ci possiamo permettere di respingere nessuno che sia dotato di talento". Se tutto questo non è criminale...

domenica 10 gennaio 2010

Grazia ad un Bandito

Da Massimo FIni riceviamo e volentieri Pubblichiamo
L'11 gennaio comincerà la lavorazione del film su Renato Vallanzasca prodotto dalla Twenty Century Fox, con la regia di Michele Placido e Kim Rossi Stuart nella parte di colui che fu "il bel Renè". La circostanza mi offre lo spunto per scrivere una "lettera aperta" al Presidente della Repubblica per sollecitare una grazia che "il bandito della Comasina" ha già chiesto qualche anno fa ma che fu sdegnosamente respinta dall'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli. Al Presidente della Repubblica Italiana onorevole Giorgio Napolitano.
Signor Presidente,
mi permetto di rivolgermi a Lei con questa lettera aperta per chiederLe di vagliare la possibilità di concedere la grazia al cittadino italiano Renato Vallanzasca, nato a Milano il 4/5/1950, attualmente detenuto nel carcere di Opera.
Il Vallanzasca è stato condannato a due ergastoli e ad altri 90 anni di reclusione per una serie di furti, di rapine, di sequestri di persona e anche di omicidi di agenti di polizia consumati però sempre a viso aperto in scontri a fuoco, potendo egli stesso essere ucciso, e non in vili agguati sotto casa mandando magari altri a fare il lavoro sporco e pericoloso.
Il Vallanzasca non solo ha sempre lealmente ammesso le proprie colpe, ma si è anche addossato in più occasioni (rapine di Milano 2, di Pantigliate, di Seggiano, di viale Corsica) le responsabilità di delitti per i quali erano stati incriminati degli innocenti, dando così un suo contributo, non marginale, alla giustizia. Del pari non ha mai ceduto al malvezzo, oggi così diffuso anche fra autorevoli e autorevolissimi rappresentanti delle istituzioni, di accusare polizia e Magistratura di "complotto", non si è messo, com'è diventata anch'essa deplorevole abitudine, a cercare prove contro i suoi giudici, non ha mai lamentato torture psicologiche e fisiche per il solo fatto di essere in carcere, né si è messo a fare il pianto greco alla scoperta che una cella non è un salotto.
Si è insomma sempre comportato con dignità, dando a vedere di essere consapevole che aveva un conto da pagare alla giustizia e alla collettività. Eppure la carcerazione di Renato Vallanzasca è stata durissima. Ha passato undici anni in isolamento. Undici anni, signor Presidente, quando ai detenuti di Tangentopoli o similari sono bastati quattro o cinque giorni di questo regime per gridare all'infamia, invocare Amnesty International e per ricattare la collettività minacciando di togliersi la vita. A differenza di altri detenuti che hanno potuto fare della loro cella una redazione di giornale o un set televisivo, a Vallanzasca è stato negato anche il computer (concesso, mi pare, solo un anno fa) e poiché non ha santi in paradiso ha subito più volte botte e pestaggi, mentre i medici che lo avevano in cura venivano intimiditi perché nulla trapelasse.
Solo una volta, dopo vent'anni di carcere di questo tipo, all'indomani di un pestaggio particolarmente brutale, il Vallanzasca, poiché nessuno si levava a difendere i suoi diritti, ha scritto una lettera di protesta. Ma nemmeno in questa occasione si è atteggiato a vittima e a un giornalista che gli chiedeva se fosse stato torturato ha risposto: «Beh, adesso non esageriamo». Risposta che fa il paio con quella data, dal famoso balconcino, il giorno della sua prima cattura, alla canea sociologicizzante dei giornalisti che, in clima immediatamente post Sessantotto di giustificazionismi universali, gli chiedevano se non si ritenesse una vittima della società: «Non diciamo cazzate» (e già solo per questo, ai miei occhi, meriterebbe di essere liberato). Una lezione per allora, ma anche per oggi in un'epoca di perdonismi, di "buonismo", di indulti, di amnistie mascherate, di prescrizioni altrettanto mascherate, dove nessuno accetta di assumersi le proprie responsabilità - che sono sempre altrove, nella famiglia, nella società, nel "così fan tutti", nel «perché proprio io?» - come dimostra anche la penosa vicenda di Tangentopoli i cui protagonisti hanno fatto di tutto per mischiare le carte trasformandosi in martiri della libertà, in giudici dei loro giudici e ad alcuni dei quali, condannati in via definitiva per aver taglieggiato e concusso, vengono ora intitolate vie, piazze e giardini; e quell'altra incresciosa storia, possibile solo in Italia, di un detenuto, condannato per l'assassinio di un commissario di polizia, che ci fa ogni giorno la morale dalle pagine dei più importanti giornali nazionali.
Come Le dicevo, signor Presidente, il Vallanzasca ha una sua etica, sia pur malavitosa. La ragazza Trapani la trattò con garbo e quando le gazzette cominciarono a insinuare che fra lui e la giovane c'era una "love story" replicò seccamente: «Sono tutte balle inventate dai giornalisti». Laddove, come Lei, signor Presidente, che è uomo di mondo, ben sa, nella società delle cosiddette persone perbene a domande del genere s'è soliti rispondere con sorrisetti d'intesa e frasi ambigue del tipo: «Non fatemi parlare, sono un gentiluomo». Inoltre, pur essendo nella posizione migliore per farlo, il Vallanzasca si è sempre rifiutato di entrare nel mercato della droga e a questo proposito ha dichiarato: «Non giudico né chi si fa né chi spaccia. Non sono cose che mi riguardano. Ma con la droga non voglio avere nulla a che fare». Infine, ed è la circostanza più importante, a differenza di altri detenuti, per la concessione della cui grazia, peraltro non richiesta dall'interessato, si levano infinite voci ben più autorevoli della mia, e che hanno scontato una parte minima della loro pena, Renato Vallanzasca è in galera da più di trent'anni.
Ha peccato molto, è vero, ma mi pare di poter dire che ha espiato anche molto, dimostrando oltretutto, a differenza di altri, di riconoscere la potestà dello Stato e il suo diritto a giudicarlo e punirlo. È un bandito d'altri tempi, di stampo ottocentesco, quando la malavita aveva regole, dignità e codici d'onore ed era lo specchio rovesciato e malato di una società liberale dove regole e dignità e onore avevano il primo posto. La malavita di oggi invece, si tratti di mafiosi, di camorristi, di criminalità organizzata, ma anche di raider della finanza, di tangentisti, di concussori, di corruttori (magari anche di testimoni in giudizio), di "colletti bianchi" corrotti, di "ladri in guanti gialli", non ha né regole né dignità né onore. E una malavita senza dignità né onore non può che essere lo specchio e il prodotto di una società senza dignità e senza onore. Tanto è vero che il confine fra malavita e ciò che non lo è si è venuto facendo in questi anni sempre più indefinibile e molti di coloro che oggi sono sotto processo hanno un piede in Tribunale e l'altro nell'imprenditoria, nel mondo finanziario, nella politica, in Parlamento, se non addirittura nel governo e nei suoi vertici. E non c'è criminale più spregevole di quello che delinque sotto il manto della rispettabilità e proteggendosi con essa. Non c'è immoralità più grande di quella di chi pretende rispettabilità sapendo di non meritarla.
Renato Vallanzasca, al contrario, è sempre stato un delinquente a viso aperto. Oso dire, signor Presidente, che in questo immondezzaio che è diventata la vita pubblica e privata del nostro Paese, fa la parte dell'uomo morale, sia pur a modo suo. È un bandito onesto in una società dove troppo spesso gli onesti sono dei banditi.

Massimo Fini

sabato 9 gennaio 2010

Il tradimento di Obama

Barack Obama si è candidato a presidente proponendosi come un uomo del popolo, opponendosi a Wall Street mentre l'economia mondiale sprofondava durante il crollo fatale del 2008. Ha propagandato un piano fiscale che tassava fortemente i ricchi, ha stracciato il NAFTA (North American Free Trade Agreement, ovvero il Trattato del Libero Commercio dell'America del Nord, ndt) poiché colpiva la classe media, ha attaccato violentemente John McCain per aver appoggiato un progetto economico fallimentare, che stava dalla parte dei ricchi banchieri "alle spese dei lavoratori americani". Obama può anche non essersi schierato alla sinistra di Samuel Gompers o Cesar Chavez, ma non si è nemmeno presentato durante la campagna elettorale fiancheggiato da banchieri della Citigroup e della Goldman Sachs. Ciò che ha ispirato fiducia in chi lo ha sostenuto, portandolo alla sua storica vittoria, è stata la sensazione che un autentico outsider stesse finalmente irrompendo in un club esclusivo, che i muri stessero crollando, che le cose stessero, in mancanza di termini migliori e più specifici, cambiando. Poi è stato eletto.
Quello che è successo nell'anno successivo alla vittoria di Obama è risultato essere uno dei più drammatici voltafaccia politici della storia. Eletto nel mezzo di una schiacciante crisi economica causata da una decade di deregolamentazione orgiastica e avidità sfrenata, Obama ha ricevuto un chiaro mandato a rimettere in sesto Wall Street e ricostruire l'intera struttura dell'economia americana. Ciò che ha fatto, invece, è stato disperdere anche i suoi consiglieri meno progressisti dando loro incarichi burocratici, mentre collocava nelle posizioni chiave dell'economia le stesse persone che hanno provocato la crisi. Questo gruppo di ex banchieri distrutti da bolle speculative ed intellettuali del laissez-faire ha poi proseguito vendendoci tutti, istituendo un imponente risanamento dal basso verso l'alto e smantellando dall'interno le riforme di regolamentazione in modo sistematico.
Qualunque siano i veri scopi del presidente, le vaste serie di scappatoie per i ricchi, proposte come"riforme" finanziarie dai Democratici, potrebbero in definitiva fare più male che bene. Infatti, alcune parti delle nuove riforme sconfinano nella follia, minacciando di amplificare enormemente il potere politico di Wall Street attraverso l'istituzionalizzazione del ruolo dei contribuenti come fornitori di benessere per i servizi finanziari delle industrie. Ad un certo punto del dibattito, il massimo consigliere economico di Obama ha richiesto il potere di accordare finanziamenti alle imprese senza passare attraverso l'approvazione del Congresso e senza che i contribuenti ottengano un centesimo da questi accordi finanziari.
Come siamo arrivati a questo? È tutto cominciato pochi attimi dopo l'elezione, e quasi nessuno se n'è accorto. Quando è successo Barack Obama era soltanto il presidente neo-eletto, ma il rivoltante e inspiegabile finanziamento di 306 miliardi di dollari che la Citigroup ha ricevuto è stato una delle prime e maggiori azioni di questa presidenza. Per poter comprendere appieno l'orrore di ciò che è successo, ad ogni modo, c'è bisogno di andare indietro di qualche settimana prima del vero e proprio finanziamento, fino al 5 Novembre 2008, il giorno dopo l'elezione di Obama.
Quel giorno ci fu il trionfante annuncio del team di transizione di Obama. Sebbene molti nomi fossero familiari - il capo dello staff di Clinton, John Podesta, la confidente di lunga data di Obama, Valerie Jarrett - la lista era degna di nota soprattutto per chi non vi compariva, soprattutto in campo economico. Austan Goolsbee, un economista dell'Università di Chicago, che era stato uno dei principali consiglieri di Obama durante la campagna elettorale, non ce l'ha fatta. Così come Karen Kornbluh, che era stata a capo del comparto diplomatico e aveva dato un importante contributo nel costruire il programma del Partito Democratico. Entrambi avevano enfatizzato temi populisti durante la campagna elettorale. La Kornbluh era nota per aver spinto l'attenzione dei Democratici sulla condizione dei poveri e della classe media, mentre Goolsbee era stato violentemente critico nei confronti di Wall Street, dichiarando che il direttivo dell'AIG (American International Group, società di assicurazioni statunitense, ndt) avrebbe dovuto ricevere "un premio Nobel - per la perfidia".
Ma dopo il 5 Novembre entrambi sono stati cacciati dalla cerchia ristretta di Obama e rimpiazzati da un gruppo di banchieri di Wall Street. A capo della ricerca del nuovo team economico del presidente c'era un suo amico intimo e compagno di Legge ad Harvard Michael Froman, una delle più alte cariche della Citigroup. Durante la campagna elettorale, Froman è emerso come uno dei maggiori raccoglitori di fondi di Obama, avendo accumulato 200.000 $ in contributi e avendo presentato il candidato ad alcuni pezzi grossi - sopra a tutti il suo mentore Bob Rubin, l'ex presidente della Goldman Sachs che fu segretario del Tesoro per Bill Clinton. Froman era stato a capo dello staff durante il segretariato di Rubin, e lo ha seguito quando ha lasciato l'amministrazione Clinton per diventare consigliere della Citigroup (un nuovo massicco conglomerato finanziario creato dalle mosse di deregolamentazione approvate proprio da Rubin).
Incredibilmente, Froman non ha lasciato il suo impiego in banca quando ha iniziato a lavorare per Obama: è rimasto presso la Citigroup per altri due mesi, proprio mentre aiutava a sistemare le stesse persone che avrebbero poi disegnato il futuro della sua società. E per far sì che scegliesse il team di Obama, Froman ha tirato dentro niente meno che Jamie Rubin, guarda caso il figlio di Bob Rubin. All'epoca il padre di Jamie guadagnava circa 15 milioni di dollari l'anno lavorando per la Citigroup, che si trovava nel bel mezzo di un collasso dovuto in parte alle pressioni esercitate da Rubin su investimenti pesanti in CDO (Collateralized debt obligation, una obbligazione che ha come garanzia un debito, ndt) supportati da mutui o altri titoli rischiosi.
Ora, ecco dov'è che la cosa si fa interessante. Siamo a tre settimane dopo l'elezione. Abbiamo come presidente un George W. Bush "anatra zoppa"- ancora nominalmente in carica, ma in realtà già alla fine della sua carriera e più che felice di liberare la scena. Lasciati ad occuparsi dell'economia vacillante abbiamo il Segretario del Tesoro Henry Paulson, un ex capo della Goldman Sachs, e il capo della New York Fed (Federal Reserve Bank di New York, una delle 12 banche centrali degli Stati Uniti, ndt) Timothy Geithner, che aveva prestato servizio presso la Casa Bianca di Clinton, sotto Bob Rubin. Nella squadra economica di Obama ci sono un membro esecutivo ancora impiegato alla Citigroup e il figlio di un altro membro esecutivo, che è entrato a far parte del team di transizione di Obama quello stesso mese.
Quindi, il 23 Novembre 2008, viene annunciato un accordo nel quale il governo risolverà i problemi creati da Rubin alla Citigroup con un massiccio buffet di contanti e garanzie a spese dei contribuenti. Si tratta di un pessimo accordo per il governo, pressoché universalmente stroncato dai grandi economisti, un oltraggio nei confronti di chiunque paghi le tasse. Secondo quell'accordo, la banca ottiene 20 miliardi di dollari in contanti, che si aggiungono ai 25 miliardi che aveva ricevuto poche settimane prima come parte del Troubled Asset Relief Program (TARP, il piano di sostegno del governo per il settore finanziario, ndt). Ma questo è solo l'antipasto. Il governo ha anche concordato di addebitare ai contribuenti fino a 277 miliardi di dollari per risolvere le dificoltà finanziare della Citigroup, molte delle quali dovute agli investimenti nelle CDO imposte da Rubin. Nessun membro della Citigroup è stato rimpiazzato e poche restizioni sono state imposte ai loro salari. È l'affare del secolo, che mette nei guai intere generazioni di lavoratori e contribuenti, poiché questi dovranno pagare le scelte di Bob Rubin alla Citigroup. "Se avevate dubbi circa la supremazia di Wall Street su Main Street," ha dichiarato il segretario del lavoro Robert Reich quando è stata annunciata la manovra salva-banche, "i vostri dubbi dovrebbero essere seppelliti".
È già abbastanza grave che uno degli ex protetti di Bob Rubin durante gli anni di Clinton, il capo della New York Fed Geithner, sia intimamente coinvolto nelle negoziazioni, che, senza grosse sorprese, lasciano la Federal Reserve potentemente esposta a future perdite della Citigroup. Ma la vera bomba arriva poche ore dopo che l'accordo salva-banche era stato redatto, quando il team di transizione di Obama fa un felice annuncio: Timothy Geithner sarà il Segretario del Tesoro di Barack Obama! In altre parole, Geithner viene assunto per dirigere il Tesoro degli Stati Uniti da un membro esecutivo della Citigroup - Michael Froman - prima che l'inchiostro riesca ad asciugarsi dalle pagine che segnano la massiccia svendita alla Citigroup, che Geithner stesso ha garantito avvenisse. Negli annali delle frodi politiche più sfacciate, questa va di diritto nella Hall of Fame di tutti i tempi.
Wall Street ha gradito così tanto la manovra salva-banche e la nomina di Geithner che il Dow Jones ha immediatamente registrato il salto più grande dal 1987, crescendo in due giorni dell'11.8%. Le azioni della Citigroup sono salite del 58% in un solo giorno, e JP Morgan Chase, Merrill Lynch e Morgan Stanley hanno svettato di più del 20%, nonappena Wall Street ha saputo che la generosità delle manovre del governo non sarebbe terminata con George W. Bush e Hank Paulson. "Geithner assicura una transizione agevole dall'amministrazione Bush a quella di Obama, poiché sta già partecipando alle manovre economiche attuali", ha osservato Stephen Leeb, presidente della Leeb Capital Management.
Tuttavia, è passato inosservato il fatto che Geithner era stato assunto da un membro esecutivo della Citigroup ancora in carica, che continuava ad avere grandi vantaggi grazie alla sua vicinanza con Obama. Nel Gennaio 2009, appena un mese dopo la manovra salva-banche, la Citigroup ha pagato Froman un premio di fine anno di 2.25 milioni di dollari. Ma, sebbene si tratti di una cifra esorbitante, quella liquidazione risulterà essere pochi spicci per la cricca dei banchieri, che stavano per ottenere tutto ciò che volevano - e anche di più - dal nuovo presidente.
L'ironia di un personaggio come Bob Rubin risiede nel fatto che è un grande demagogo capitalista senza vergogna, la cui carriera dimostra che la meritocrazia nel libero mercato è un'utopia. Così come Alan Greenspan, un economista incredibilmente incompetente, che era stato venerato per quattro decadi dai politici perché aveva avuto una relazione con Barbara Walters, Rubin ha goduto del timore reverenziale dell'élite politica americana per circa 20 anni, nonostante abbia virtualmente distrutto ogni progetto abbia avuto tra le mani. È passato da lavorare per la Goldman Sachs (1990-1992) alla Casa Bianca di Clinton (1993-1999), alla Citigroup (1999-2009), lasciandosi alle spalle una traccia di gaffes storiche, che in qualche modo hanno incrementato la sua statura ad ogni passo.
Come segretario del Tesoro sotto Clinton, Rubin è stato la forza trainante dietro ai due interventi di mostruosa deregolamentazione che sono stati la causa primaria della crisi finanziaria dell'ultimo anno: l'annullamento del Glass-Steagall Act (passato specificatamente per legalizzare la megafusione della Citigroup) e la deregolamentazione dei mercati finanziari degli strumenti derivati. Dopo aver innescato quella bomba, Rubin ha lasciato il governo per passare alla Citigroup, che ha prontamente espresso la sua gratitudine dandogli 126 milioni di dollari come salario per i successivi otto anni (in questo paese non si chiama corruzione quando il denaro ti viene dato a fatto avvenuto). Dopo aver incalzato l'amministrazione ad aumentare i propri investimenti in veicoli tossici, una strategia che ha quasi distrutto la compagnia, Rubin ha accusato il consiglio della Citigroup per i suoi errori e si è lamentato anche di esser stato sottopagato. "Scommetto che non avrei mai potuto guadagnare meno in un singolo anno andando in qualunque altro posto", ha detto.
Nonostante sia forse più responsabile per la crisi di quest'ultimo anno di qualunque altro essere vivente, la sua decisione colossalmente stupida, sia per le alte cariche del governo che per l'amministrazione di un superpotere finanziario privato, lo rende unico. Rubin è l'uomo che Barack Obama ha scelto e cui ha costruito attorno la Casa Bianca.
Ci sono altri quattro modi principali per essere collegati a Bob Rubin: attraverso la Goldman Sachs, l'amministrazione Clinton, la Citigroup, ed infine il Progetto Hamilton, una "think tank" che Rubin ha capeggiato sotto gli auspici del Brookings Institute, con l'intento di promuovere la sua filosofia dei bilanci in pareggio, del libero scambio e della deregolamentazione finanziaria. Il team che Obama ha messo in piedi per portare avanti la sua politica economica dopo la sua inaugurazione era controllato da persone che vantavano connessioni con almeno una di queste quattro istituzioni, al punto che la Casa Bianca ormai sembra il dietro le quinte di un episodio di "Bob Rubin, questa è la tua vita!".
Al Tesoro c'è Geithner, che ha lavorato per Rubin negli anni di Clinton. Come "consigliere" di Geithner (una posizione inventata e non soggetta alla conferma del Senato) c'è Lewis Alexander l'ex capo degli economisti della Citigroup, che nel 2007 aveva avvertito che il crollo imminente del mercato immobiliare non era nulla di cui preoccuparsi. Altri due grandi "consiglieri" di Geithner, Gene Sperling e Lael Brainard, hanno lavorato per Rubin nel National Economic Council (NEC, il consiglio dell'economia nazionale, un'agenzia governativa degli Stati Uniti, ndt), il gruppo chiave che coordina tutte le decisioni di politica economica della Casa Bianca. Come direttore del NEC, nel frattempo, Obama ha collocato lo zar dell'economia Larry Summers, che è stato il protetto di Rubin al Tesoro. Subito sotto a Summers c'è Jason Furman, che ha lavorato per Rubin nella Casa Bianca di Clinton ed era uno dei primi direttori del Progetto Hamilton. La nomina di Furman - un tenace sostenitore degli accordi a favore del libero mercato come il NAFTA e l'autore di stupide relazioni pro-globalizzazione con titoli come "Walmart: una storia di successo progressista" - ha fornito uno dei primi indizi del fatto che Obama stava mentendo quando ha promesso alle folle del Mid West (stati centro-occidentali degli Stati Uniti, ndt) in lotta che avrebbe rinegoziato il NAFTA, cosa che ha facilitato la fuga degli impieghi operai verso altri paesi. "Le carenze del NAFTA erano evidenti già quando fu firmato e ora abbiamo l'obbligo di emendare un accordo che possa colmarle", ha dichiarato Obama. Pochi mesi dopo, comunque, assumendo Furman per rimettere in sesto la sua politica economica, la Casa Bianca ha silenziosamente soppresso ogni discussione circa la rinegoziazione degli accordi sul commercio. "Il presidente ha detto che esamineremo tutte le opinioni, ma penso che queste possano essere reindirizzate senza dover riaprire l'accordo", ha detto il rappresentante statunitense del commercio Ronald Kirk ai giornalisti in una piccola conferenza stampa dell'Aprile scorso.
L'annuncio non è stato così sorprendente, visto chi aveva assunto Obama per occuparsi del NEC a fianco di Furman: la consulente di direzione Diana Farrell, che aveva lavorato per Rubin alla Goldman Sachs. Nel 2003 la Farrel ha scritto un articolo scellerato nel quale sosteneva che spedire oltremare gli impieghi americani sarebbe stato "tanto vantaggioso per gli Stati Uniti quanto per il paese straniero, e forse anche di più". A raggiungere Summers, Furman e Farrell al NEC è Froman, che a quel punto era stato incaricato ad una posizione unica: era l'unico consigliere finanziario internazionale di Obama al National Economic Council, impiegato simultaneamente come consigliere delegato alla sicurezza nazionale presso il National Security Council (consiglio di sicurezza nazionale, ndt). La doppia nomina ha concesso a Froman una linea diretta con il presidente, mettendolo nella condizione di coordinare la politica economica internazionale di Obama durante la crisi. Riceverà aiuto da David Lipton, assegnato anche lui ai consigli economici e di sicurezza, che aveva lavorato con Rubin al Tesoro e alla Citigroup, e da Jacob Lew, un ex collega di Rubin alla Citigroup che Obama ha nominato direttore delegato al Dipartimento di Stato perché si concentrasse sulla finanza internazionale.
A capo della Commodity Futures Trading Commission (letteralmente "commissione del commercio dei futures delle merci", un'agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti, ndt), che dovrebbe regolare il commercio delle merci derivate, Obama ha nominato Gary Gensler, un ex banchiere della Goldman Sachs, che ha lavorato sotto Rubin alla Casa Bianca di Clinton. Gensler ha dato un contributo fondamentale affinché passasse il Commodity Futures Modernization Act del 2000 ("decreto per la modernizzazione dei futures delle merci", ndt), che ha ostacolato la regolazione di titoli derivati come i CDO e i credit-default swap (CDS), che hanno avuto un ruolo enorme nel crollo economico dello scorso anno. E a capo del potente Ufficio della Gestione del Budget Obama ha nominato Peter Orszag, che era stato il primo direttore dell'Hamilton Project di Rubin. Una volta Orszag ha riassunto in modo succinto l'ideologia del progetto come una sorta di versione liberale della politica economica di Regan: "La competizione del mercato e la globalizzazione generano benefici economici significativi".
Presa insieme, la serie di incarichi legati a Bob Rubin può rappresentare la più vasta influenza da parte di un uomo di Wall Street nella storia del governo. "Anziché avere un team composto da competitori, hanno un team composto da tanti uomini di Rubin", dice Steven Clemons, direttore del programma di strategia americana alla New America Foundation (istituto di politica pubblica non-profit e think tank con sede a Washington, ndt). "Questo è evidente nelle decisioni politiche, che hanno resuscitato - ma non riformato - Wall Street."
Mentre i sostenitori e gli accoliti di Rubin hanno ottenuto posizioni importanti nell'aministrazione di Obama, gli accademici e i progressisti sono stati banditi e reindirizzati a ruoli di quasi inutilità, in alcuni casi addirittura ridicoli. Kornbluh è stata premiata per essere stata l'autrice principale della politica che ha permesso la fulminea crescita di Obama venendo fornita di un casco coloniale e spedita oltreoceano a Parigi, dove ora è l'ambasciatrice americana che nessuno vedrà mai più in televisione presso l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Goolsbee, nel frattempo, è stato nominato direttore dello staff dell'Economic Recovery Advisory Board del presidente (PERAB), una specie di discarica per i critici di Wall Street che hanno aiutato Obama durante la campagna elettorale; uno dei più alti esponenti del Partito Democratico chiama questa commissione "Siberia".
Insieme a Goolsbee, come presidente del gulag noto come PERAB è l'ex capo della Federal Reserve Paul Volcker, che nel Marzo 2008 aveva aiutato il candidato Obama a scrivere un discorso nel quale dichiarava che gli sforzi per la deregolamentazione fatti negli anni '80 e '90 hanno "giustificato e persino abbracciato un'etica di avidità, scorciatoie, accordi tra operatori di borsa, tutte cose che hanno sempre minacciato la stabilità a lungo termine del nostro sistema economico". Quel discorso è stato accolto da applausi estasiati, ma la commissione che Obama ha affidato a Volcker è così sterile che non si è riunita nemmeno una volta dallo scorso Maggio. L'unico progressista alla Casa Bianca, l'economista Jared Bernstein, detiene il titolo altisonante di economista capo e consigliere di politica nazionale - peccato che l'uomo a cui fa consulenza sia Joe Biden, che sembra più interessato in politica estera che nelle riforme finanziarie.
L'importanza di tutti questi incarichi non risiede nel fatto che gli uomini di Wall Street si trovino in una posizione tale da poter garantire favori diretti ai loro precedenti datori di lavoro. Il fatto è che, con una o due eccezioni, offrono nel complesso un microcosmo di quello che il Partito Democratico rappresenta nel 21° secolo. Virtualmente, tutti gli uomini di Rubin assunti per gestire l'economia sotto Obama condividono la stessa filosofia politica fondamentale, attentamente strutturata negli anni dall'Hamilton Project: aumentare la rete di sicurezza per proteggere i poveri, ma lasciare che Wall Street faccia qualunque cosa voglia. "Bob Rubin, questi uomini, sono i classici "liberali in limousine", dice David Sirota, un ex stratega dei Democratici. "Sono fondamentalmente persone che hanno fatto montagne di soldi nell'economia speculativa, ma pensano di essere buoni Democratici perché danno qualcosa anche ai poveri. Questo è il modello del Partito Democratico: lasciare che i ricchi facciano le loro cose, ma dare anche una frazione a chiunque altro". Anche i membri del team economico di Obama che hanno speso la maggior parte della loro vita in uffici pubblici hanno in qualche modo ottenuto piccole ricchezze a Wall Street. Lo zar economico del presidente, Larry Summers, ha ottenuto più di 5.2 milioni di dollari solo nel 2008 come direttore amministrativo dei fondi speculativi D.E. Shaw, e si è intascato altri 2.7 milioni di dollari per seminari a pagamento da parte dei futuri beneficiari della manovra salva-banche, come la Golman Sachs e la Citigroup. Al Tesoro, l'assistente di Geithner Gene Sperling ha guadagnato lo scorso anno la sbalorditiva cirfa di 887.727$, provenienti dalla Goldman Sachs, per aver portato a termine il lodevole compito di "consulenza all'elemosina". Il collega della Sperling al Tesoro, Mark Patterson, ha ricevuto 637.492$ come lobbista a tempo pieno della Goldman Sachs, e un altro dei principali assistenti di Geithner, Lee Sachs, ha guadagnato più di 3 milioni di dollari lavorando ad un fondo speculativo di New York chiamato Mariner Investment Group. E la lista non è finita qui. Anche il capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel, che è stato fuori dal governo per soli 30 mesi della sua vita adulta, è riuscito ad accumulare 18 milioni di dollari durante il periodo di servizio nel settore privato, lavorando con una società di Wall Street chiamata Wasserstein-Perella. Il punto è che un team economico costituito esclusivamente da stupidi milionari incalliti non ha alcun interesse a riformare il sistema che li ha resi ricchi. "Il credito è la linfa vitale dell'economia", ha dichiarato, promettendo solennemente "la totalità delle forze del governo federale per assicurare che le principali banche a cui si affidano gli americani abbiano abbastanza sicurezza e abbastanza soldi". Un presidente eletto sulla base di un programma politico incentrato sul cambiamento stava annunciando, con queste parole, che i suoi piani erano di non cambiare assolutamente niente di fondamentale per quanto concerne l'economia. Anziché fare ciò che aveva fatto FDR (Franklin Delano Roosevelt, ndt) durante la grande depressione ed istituire nuove stringenti regole per mettere un freno agli abusi finanziari, Obama ha deciso di istituzionalizzare la linea di condotta, instaurata con fermezza durante gli anni di Bush, di mantenere un numero esiguo di megasocietà molto ricche alle spese di chiunque altro.
Obama non si è sempre attenuto alle regole di Rubin per quel che riguarda la politica economica. Benché sia circondato da un team fortemente contrario alla politica del disavanzo - pareggi di bilancio e riduzione del deficit hanno sempre avuto un ruolo centrale nel pensiero di Rubin - Obama è uscito dal tracciato con un piano di grande incentivo designato per far ripartire l'economia e reindirizzare le perdite di lavoro introdotte dalla crisi del 2008. "Bisogna dargli credito, in questo caso", ha detto il Senatore Bernie Sanders, sostenitore dell'utilizzo delle risorse governative per risolvere il problema della disoccupazione. "È un atto legislativo molto importante, e 787 miliardi di dollari sono un sacco di soldi".
Ma qualunque lavoro abbia creato o preservato questo incentivo fino ad ora - 640.329, stando ad un calcolo assurdamente preciso e già smentito dalla Casa Bianca - l'aiuto che Obama ha fornito alla gente comune è stato rimpicciolito in dimensioni e scopo dai soldi dei contribuenti che sono stati trasferiti ai giganti della finanza americana. "Hanno speso 74 miliardi di dollari in detrazioni sui mutui, ma coraggio... guardate quanto hanno dato a Wall Street", ha detto uno dei principali strateghi dei Democratici. Neil Barofsky, ispettore generale incaricato di sovrintendere al TARP, stima che il costo totale della manovra salva-banche potrebbe arrivare a costare 23.7 trilioni di dollari. E mentre il governo continua a distribuire grosse cifre alle grandi banche, Obama e il suo team di uomini di Rubin non hanno fatto pressoché nulla per riformare un sistema finanziario corrotto, primo responsabile dell'implosione dell'economia globale.
La spinta alla riforma è sembrata partire col piede giusto. Alla Camera (dei Rappresentanti, ndt), l'uomo in carica era Barney Frank, un uomo schietto alla presidenza della House Financial Services Committee (Commissione dei Servizi Finanziari, ndt), che si è fatto notare durante l'ultimo anno di manovre finanziarie dell'amministrazione Bush come un aspro critico di Wall Street. Quando Obama era ancora un Senatore, lui e Frank avevano anche lavorato insieme per introdurre una progetto di legge populista rivolto ai salari dei vertici esecutivi. La scorsa primavera, con l'economia a terra, Frank ha cominciato a prestare particolare attenzione ad una serie di riforme, basate su contributi importanti da parte della Casa Bianca, che inizialmente contenevano alcuni elementi molto buoni. C'erano misure per porre un freno ai prestiti abusivi per mezzo di carte di credito, per prevenire che le banche addebitassero ai clienti tassi eccessivi, per costringere le società finanziate da soldi pubblici a condurre stime di rischio ragionevoli e permettere agli azionisti di votare sui salari dei vertici esecutivi. C'erano addirittura misure volte a dare un giro di vite ai prodotti derivati rischiosi e ad ostacolare società come l'AIG dal poter scegliere i loro "controllori".
Poi la commissione ha cominciato a lavorare, e le scappatoie hanno iniziato ad apparire.
La più rilevante è arrivata con la proposta di regolamentare i prodotti derivati come i CDS. Anche Gary Gensler, l'ex Goldmanite che Obama ha incaricato di occuparsi della regolamentazione delle merci, stava spingendo per poter rendere più trasparenti questi investimenti normalmente oscuri, consentendo sia ai regolamentatori che agli investitori di identificare in tempi più brevi le bolle speculative. Ma in Agosto, un mese dopo che Gensler era apparso favorevole alla riforma, Geithner lo stroncò diffondendo un articolo di 115 pagine dal titolo "Improvements to Regulation of Over-the-Counter Derivatives Markets" ("Progressi nella regolamentazione ai mercati non regolamentati dei prodotti derivati", ndt) che richiedeva una sere di detrazioni per i cosiddetti "consumatori finali" - vale a dire tutti i clienti che acquistano prodotti derivati dalle banche come Goldman Sachs e Morgan Stanley. Ancora più sbalorditivo, il progetto di legge di Frank includeva un'esenzione totale per lo scambio di debiti in valute estere - trattasi dello strumento che aveva innescato la catastrofe del Long-Term Capital Management (un hedge fund statunitense, ndt) degli anni '90.
Posto che i prodotti derivati erano il cuore del disastro finanziario dello scorso anno, la decisione di smantellare la riforma che li riguardava ha portato alcuni legislatori ad urlare al disgusto. Il Senatore Maria Cantwell di Washington ha stimato che circa il 90% dei prodotti derivati rimarranno privi di regolamentazione con le nuove regole, ed ha aggiunto che le nuove leggi renderanno le cose addirittura peggiori. "Le leggi attuali, con le loro scorciatoie, potrebbero davvero essere migliori di queste nuove scappatoie", ha detto.
Scorciatoie ancora più brevi potrebbero danneggiare in modo più pesante l'economia. Stando al progetto di legge originale, la Securities and Exchange Commission (Commissione per i Titoli e gli Scambi, ndt) e la Commodity Futures Trading Commission avrebbero avuto il potere di interdire qualunque tipo di scambio di credito considerato "nocivo per la stabilità del mercato finanziario". Quando la commissione aveva finito di occuparsi del progetto di legge di Frank, comunque, la SEC e la CFTC non avevano più alcuna autorità nei confronti dei prodotti derivati abusivi, se non quella di mandare una segnalazione al Congresso. La mossa, in effetti, lascerà campo libero agli stessi CDS che avevano fatto crollare l'AIG.
Perché i Democratici presenti al Congresso, che lavorano a stretto contatto con l'amministrazione Obama, hanno acconsentito a lasciare non regolamentato uno degli strumenti più rischiosi di tutta la finanza, prima ancora che questo argomento potesse essere dibattuto alla Camera? "C'era preoccupazione che un ampio accordo a proibire gli scambi abusivi avrebbe creato disturbo", ha spiegato Frank.
Disturbo a chi? Certamente non a voi e a me - ma allora di nuovo, la gente comune non sono realmente parte in causa quando si parla di riforma finanziaria. Secondo chi si occupa del processo di modificazione della legge, la commissione di Frank ha inserito scappatoie subendo le pressioni degli "elettori" - termine col quale intendono chiunque "possa permettersi un lobbista", ha spiegato Michael Greenberger, l'ex capo del commercio al CFTC sotto Clinton.
Questo schema si ripeterà ancora e ancora durante l'autunno. Considerate la parte principale della proposta di riforma di Obama: la tanto propagandata creazione di un'agenzia per la protezione finanziaria del consumatore (Consumer Finance Protection Agency, CFPA, ndt), con l'idea di salvaguardare la povera gente dalle attività abusive delle banche. Così come nel caso del progetto di legge sui prodotti derivati, il dibattito sul CFPA ha finito per essere dominato dagli accordi sulle scorciatoie. Alla fine, non solo Frank ha acconsentito ad esonerare una cosa come 8.000 sulle 8.200 banche nazionali, lasciando la maggior parte dei consumatori senza alcuna tutela, ma ha anche permesso alla commissione di far passare l'esonero attraverso un voto verbale, il che ha consentito ai membri del Congresso di schierarsi a favore delle banche senza attribuire il proprio nome al voto di assenso.
Per ottenere l'appoggio dei Democratici conservatori, Frank ha anche rinunciato ad un altro punto in questione, che sembrava una mossa vincente: la richiesta che tutte le banche offrissero i cosiddetti prodotti "plain vanilla", come mutui senza troppi fronzoli, per dare ai consumatori un'alternativa alle operazioni ingannevoli come quelle "full optional", tipo i prestiti a tasso variabile. Il ribaltamento dell'ultimo minuto di Frank - deciso con il consulto di Geithner - fu una rivelazione involontaria tanto evidente che anche un autore della Reuters, difficilmente considerabile una fonte di estrema sinistra, lo chiamò "l'inizio della fine delle riforme di regolamentazione significative".
Ma il vero tranello arrivò quando la commissione di Frank si dovette occupare di quella che è nota come "autorità decisionale" - il modo in cui il governo intende dire "chi è responsabile la prossima volta che qualcuno dell'AIG o della Lehman Brothers decide di vaporizzare l'economia?". La proposta iniziale della commissione aveva una somiglianza impressionante con quella scritta da Geithner poco prima durante l'estate. Un capolavoro di cavilli legislativi, che avrebbe assegnato alla Casa Bianca l'autorità permanente ed illimitata di realizzare future manovre di salvataggio nei confronti delle megasocietà come Citigroup e Bear Stearns.
I Democratici hanno propagandato la manovra come politicamente non controversa, sostenendo che la proposta di legge avrebbe forzato Wall Street a pagare per ogni futura mossa di salvataggio e che "non si faceva uso dei soldi dei contribuenti". In realtà, queste erano immense balle. Per come era scritta la legge, la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC, corporazione federale di assicurazioni sui depositi, ndt) si sarebbe sostanzialmente fatta prestare soldi dal Tesoro - cioè dai contribuenti - per tirar fuori dai guai una qualunque delle due dozzine di compagnie nazionali di alta finanza che il presidente ritenesse bisognosa di assistenza governativa. In seguito a questa mossa, il presidente avrebbe imposto una tassa sulle società finanziarie con disponibilità superiori a 10 miliardi di dollari per ripagare il Tesoro entro 60 mesi - a meno che il presidente non decida di non volerlo fare! "Possono permettersi di aspettare un tempo indefinito per restituire i soldi" ha detto il rappresentante della California Brad Sherman, che ha soprannominato l'ultima versione della proposta di legge con il nome di "super TARP". La nuova autorità sulle manovre di salvataggio ha anche imposto che le future operazioni non avrebbero incluso scambi equi "sotto alcuna forma" - vale a dire che i contribuenti non otterranno niente in cambio per aver sottoscritto gli errori di Wall Street. Ancor più immorale, ha proibito in modo molto chiaro al Congresso di opporsi alle detrazioni fiscali a Wall Street, come era successo lo scorso anno, rimuovendo ogni supervisione delle future manovre. Di fatto, l'autorità decisionale proposta da Frank era un così ovvio pompino con ingoio a Wall Street che ha provocato una ribellione tra i membri della sua stessa commissione, con i giovani Democratici che hanno ingaggiato una focosa battaglia in cui si chiedevano il ripristino della supervisione da parte del Congresso, giustizia per i soldi dei contribuenti e assistenza alle società in passivo di almeno 150 miliardi di dollari. Un altro emendamento per costringere le compagnie con più di 50 miliardi di dollari di attivo a far ricorso a fondi di emergenza è passato con un clamoroso voto di 52 a 17 - con i "no" provenienti da Frank e da tutti gli altri Democratici anziani, fedeli all'amministrazione.
Anche se migliorata dagli emendamenti, l'autorità decisionale può ancora diventare legislativamente rivoluzionaria. La versione del Senato garantisce al presidente un potere illimitato sulle manovre di salvataggio esenti da garanzie di equità, e la versione corretta dalla Camera istituzionalizza un sistema che si basa sul supporto dei contribuenti per le 20-25 banche più importanti del paese. Sostanzialmente conferirà l'immortalità economica alle poche supersocietà, le quali si impadroniranno di fette di mercato sempre più grandi, mano a mano che i soldi diventeranno sempre più facili da ottenere in prestito (dopo tutto, chi non concederebbe prestiti ad una compagnia stabilmente supportata dal governo federale?). Inoltre formalizzerà il ruolo del governo nell'economia globale, rendendo l'appoggio del presidente un passaggio fondamentale per la strategia di qualunque grande società. "Se questa proposta dovesse passare, la prima cosa che faranno queste società sarà chiedersi: 'Come possiamo assicurarci che uno dei nostri membri esecutivi diventi assistente del Segretario del Tesoro?'" ha detto Sherman.
Dal punto di vista del Senato, la riforma finanziaria deve ancora superare il processo di modificazione, ma ci sono tutte le ragioni di credere che la versione finale sarà moderata come quella della Camera, quando verrà il momento di votare. Il provvedimento originale, scritto dal presidente della Commissione del Senato per gli affari Christopher Dodd è sorprendentemente dura con Wall Street - un fatto che quasi tutti attribuiscono alla disperazione di Dodd, che vuole liberarsi dalla pessima fama che si è fatto accettando un mutuo a condizioni di favore dal famoso Countrywide. "Ha dovuto imporre una mossa minacciosa nei confronti di Wall Street a causa dei suoi problemi personali", ha detto l'assistente di un Senatore Democratico. "È per questo che la bozza parte in modo così duro".
L'assistente fa una pausa. "La domanda, tuttavia, è: come diventerà alla fine?".
Ha ragione: questa è la domanda giusta. Perché funziona così: tutte le grandi riforme finiscono per essere smantellate pezzo per pezzo, mano a mano che attraversano il processo di modificazione da parte della commissione, finché non ne rimane niente a parte le eccezioni. Ad esempio, una manovra che avrebbe imposto alle compagnie finanziarie una maggiore responsabilità verso gli azionisti, attraverso l'elezione su base annua dell'intero consiglio d'amministrazione, è già stata mitigata per preservare il sistema attuale di voti scaglionati. In altri casi, che riguardano il Senato, le scappatoie sono state inserite addirittura prima che il dibattito avesse inizio: la proposta di legge di Dodd comprendeva fin dal principio la detrazione per gli scambi in valuta estera - un regalo a Wall Street che nel caso della proposta di Frank era apparsa solo nel corso delle udienze.
Il rifiuto della Casa Bianca a spingere per vere e proprie riforme è in totale contrasto con ciò che dovrebbe fare. Erano rimasti solo il rappresentante Paul Kanjorski alla Camera e Bernie Sanders al Senato a proporre leggi per smantellare le cosiddette banche "troppo importanti per fallire". Entrambe le mozioni avrebbero conferito al Congresso il potere di demolire quegli pseudo-monopoli che controllano praticamente tutto il mercato dei prodotti derivati (Goldman Sachs, Citigroup, Chase, Morgan Stanley e Bank of America controllano il 95% dei 290 trilioni di dollari non regolamentati) e il mercato dei prestiti ai consumatori (Citigroup, Chase, Bank of America e Wells Fargo forniscono uno su due prestiti e due su tre carte di credito). Il 18 Novembre, in una manovra che ha dimostrato quanto i Democratici stessero diventando nervosi circa la crescente indignazione per il tradimento ai danni dei contribuenti, la commissione di Barney Frank ha approvato la mozione di Kanjorski. "È un inizio", ha dichiarato Kanjorski speranzoso. "Ci stiamo arrivando". Ma anche se il Senato si muovesse in tal senso, le grandi banche potrebbero ugualmente sopravvivere - a seconda di chi verrà incaricato dal presidente di sedere nel nuovo consiglio di regolamentazione imposto dalla legge. Una commissione di sorveglianza composta da membri esecutivi tra quelli sostenuti da Obama fino ad ora, provenienti dalla Citigroup e dalla Goldman Sachs, difficilmente diventerà una grossa minaccia alla concentrazione della ricchezza. E viste le previsioni sulle nuove manovre di salvataggio, che forniranno alle mega-banche un vantaggio rispetto a quelle più piccole (quelle che Paul Volcker chiama "troppo piccole per essere salvate"), la conseguente impossibilità di smantellamento si qualifica come una decisione politica di enorme portata, con conseguenze potenzialmente disastrose.
Ma in tempi brevi Obama dovrebbe fare un passo indietro verso il buon senso facendo una mossa attesa da lungo tempo: licenziare Geithner. Non solo le impronte digitali del secchione e capellone del Tesoro si trovano virtualmente sui più evidenti tradimenti della nuova riforma, ma egli è un simbolo vivente della cancrena degli uomini di Rubin che sta lentamente avanzando lungo la gamba di questa amministrazione. Mettere Geithner con le spalle al muro e sostituirlo quantomeno con un essere umano che non sia stato recentemente impiegato in una mega-banca di Wall Street sarebbe un ottimo passo per dimostrare che Obama stava ascoltando durante le ultime elezioni. E mentre alcuni pensano che Geithner se ne stia per andare - "deve andarsene a breve", dice uno degli strateghi dei Democratici - al momento il presidente sta lasciando ancora il campo a Wall Street.
È mattina, siamo alla National Mall, il 5 di Novembre. Ad un anno dal giorno in cui Obama chiamò Michael Froman a far parte del suo team di transizione, la sua "opposizione" politica è scesa in piazza. Sono arrivati Repubblicani conservatori dai 50 stati, un'orda di persone bianche di mezza età, accigliate ed incazzate, con i loro stupidi cartelloni nelle mani, pronti alla battaglia culturale. Sono qui per protestare contro la legge "socialista" di Obama sulla sanità - quella che anche un gruppo sanguisuga e capitalista come Big Pharma ha sostenuto con 150 milioni di dollari. Questi conservatori non lo sanno, però. Tutto quello che sanno è che un grande programma governativo potrebbe utilizzare i soldi provenienti dalle tasse per pagare le spese mediche degli immigrati Domenicani in rapida moltiplicazione. Quindi lo odiano. Sono anche di buon umore, sapendo che, alle elezioni di qualche giorno prima, persone come loro avevano preso parte all'estromissione di svariati Democratici alleati di Obama, incluso il governatore del New Jersey che era stato l'ex amministratore delegato della Goldman Sachs (Jon Stevens Corzine, ndt). Un cartello sollevato dai contestatori del New Jersey riporta l'ammonimento: "Se voti per la cura-Obama, noi ti diamo Corzine". Non gliene frega niente a queste persone sul disastro attuale, ma sono i migliori amici che Obama possa avere. Lo odiano, certo, ma non lo odiano per nessuna delle ragioni che avrebbero senso. Quando si va a scavare, la maggior parte di loro odia il presidente per le solite ragioni che li portano ad odiare i "liberali": perché usa paroloni, non crede nell'inferno e non impazzisce alla vista di due omosessuali che si tengono mano nella mano. Inoltre, ovviamente, è di colore, e non è nato negli Stati Uniti, ed è sposato con una donna che odia segretamente il nostro paese.
Questi sono gli elettori su cui può contare la banda di Obama a Wall Street: degli idioti. Persone i cui voti non dipendono da quale partito in carica gli assicuri un lavoro o li protegga dai delinquenti dell'economia, ma da quale segnale culturale venga esibito in televisione dal candidato. La riforma della finanza è stata per Obama quello che le bare della guerra in Iraq sono state per Bush: qualcosa da cui tenersi accuratamente lontano.
Nello stesso momento in cui la riforma della finanza veniva mitigata al Congresso per ordine del suo segretario del Tesoro, Obama stava andando a chiedere un po' di soldi a Wall Street. Il 20 Ottobre il presidente si è recato al Mandarin Oriental Hotel di New York e ha parlato a circa 200 tra finanzieri e magnati della finanza, ognuno dei quali ha corrisposto il massimo contributo possibile pari a 30.400 $ al Partito Democratico. Ma uno degli organizzatori dell'evento, Daniel Fass, ha annunciato in anticipo che il sostegno al presidente sarebbe potuto essere inferiore a quanto atteso - società salvate dalla manovra governativa come Morgan Chase e Goldman Sachs avrebbero dovuto contribuire all'evento con una somma di 91.000 $ - perché i banchieri erano stanchi di venire ammoniti per i propri misfatti.
"La comunità degli investimenti si sente molto bistrattata", ha spiegato Fass. "Hanno la sensazione che non ci sia ragione per cui non dovrebbero guadagnare 1 milione o 200 milioni di dollari all'anno, e non vogliono essere ritenuti responsabili della catastrofe finanziaria globale".
Questo ha senso. Cazzo, chi può dare la colpa alla comunità degli investimenti per il crollo finanziario? Che idioti siamo per far ricadere una cosa del genere su di loro? Queste sono le persone che lavorano per l'amministrazione di Obama, cosa che rende assolutamente non sorprendente il fatto che non stiamo ottenendo alcuna riforma per l'industria della finanza. Non c'è altro modo di dirlo: Barack Obama, un talento politico che capita una volta in una generazione, la cui aggraziata conquista sul pericolo razziale lungo la strada verso la Casa Bianca ha ispirato il mondo intero, per qualche ragione sta permettendo alla sua presidenza di venire depredata da piagnucolanti, mediocri pezzi di merda. Anziché dominare Wall Street, Obama se n'è lasciato sedurre, abbandonando anche il suo consigliere di campagna elettorale, ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, preoccupato dall'"azzardo morale" che si stava insinuando nella sua amministrazione.
"Il pericolo evidente è che, col passare del tempo, chi correrà dei rischi verrà incoraggiato, mentre ci si opporrà agli sforzi fatti verso la moderazione", ha dichiarato Volcker al Congresso in Settembre, esprimendo i suoi timori circa le scappatoie dalla regolamentazione presenti nella proposta di Frank. "In definitiva, la possibilità di crisi future - anche maggiori - crescerà". Ciò che è più avvilente è che non sappiamo se Obama sia cambiato, o se l'influenza di Wall Street sia semplicemente un elemento fondamentale e inestirpabile del nostro sistema elettorale. Ciò che sappiamo è che Barack Obama ha frodato gli Americani. Se si fosse trattato di qualunque altro politico, non ne saremmo particolarmente sorpresi, ma l'alone di speranza di un profondo cambiamento che avrebbe portato si è dissolta come nebbia al vento. Forse la colpa dell'americano medio è aver creduto che Lui fosse un politico diverso dagli altri.

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