giovedì 25 marzo 2010

Vero Terremoto in Cile

Da quando la deregulation ha causato il disastro economico mondiale del settembre 2008, e tutti sono diventati di nuovo keynesiani, non è stato facile continuare a professarsi un seguace del defunto economista Milton Friedman. Talmente in discredito è caduto ormai il suo genere di fondamentalismo del libero mercato, che i suoi ammiratori cercano sempre più disperatamente delle vittorie ideologiche da rivendicare, per quanto esagerate possano essere. Abbiamo sottomano un esempio particolarmente sgradevole. Appena due giorni dopo che un potente terremoto ha travolto il Cile, Bret Stephens, opinionista del Wall Street Journal, informava i suoi lettori che “lo spirito di Milton Friedman aleggiava a protezione del Cile“, poiché “grazie in buona parte a lui, il paese ha resistito ad una tragedia che altrimenti sarebbe risultata in una apocalisse (…) non ha caso i cileni vivevano in case di mattoni - e gli haitiani in case di paglia - quando venne il lupo che voleva spazzarle via con un soffio”.
Secondo Stephens, le misure radicali del libero mercato prescritte da Milton Friedman e dai suoi ignobili Chicago Boys al dittatore cileno Augusto Pinochet, sono il motivo per cui il Cile è una nazione prosperosa che dispone “di un codice edilizio fra i più rigorosi del mondo”.
C’è un problema di fondo con questa teoria. Il moderno codice edilizio sismico del Cile, pensato per resistere ai terremoti, fu adottato nel 1972. La data è di grande importanza, poiché siamo ad un anno dalla presa di potere di Pinochet con il sanguinoso colpo di stato spalleggiato dagli Stati Uniti.
Se quindi c’è qualcuno a cui va attribuito il merito di quella legge non è Friedman nè Pinochet, ma Salvador Allende, il presidente socialista cileno eletto democraticamente (anche se di certo bisogna ringraziare molti cileni, poiché le leggi riflettevano una storia piena di terremoti, con le prime disposizioni antisismiche che risalgono agli anni ’30). È quindi significativo che la legge sia stata promulgata proprio nel mezzo di un pesante embargo economico (“Che fallisca l’economia!” grugnì Richard Nixon, si racconta, quando Allende vinse le elezioni del 1970). Il codice è poi stato aggiornato negli anni ’90, decisamente dopo che Pinochet e i Chicago Boys ebbero abbandonato il potere lasciando il posto alla democrazia.
Ne sorprenderà il fatto, come ricorda Paul Krugman, che Friedman fosse ambivalente rispetto al codice edilizio, che considerava un ennesima violazione della libertà capitalista. Per quel che riguarda la tesi secondo la quale le misure friedmaniane sono il motivo per cui i cileni “vivono in case di mattoni” e non di “paglia”, dimostra chiaramente come Stephens non sappia nulla del Cile prima del golpe.
Il Cile degli anni 60 aveva il miglior sistema sanitario ed educativo del continente, e disponeva di un effervescente settore industriale, con una classe media in rapida crescita. I cileni credevano nel proprio stato, ed elessero Allende perchè ampliasse ancora quel progetto. Dopo il golpe e la morte di Allende, Pinochet e i suoi Chicago Boys fecero tutto il possibile per smantellare la sfera pubblica cilena, svendendo le imprese dello stato e restringendo le regole finanziarie e commerciali. Si creò una grande ricchezza in quel periodo, ma ad un prezzo terribile. Per l’inizio degli anni ’80 le misure di Pinochet raccomandate da Friedman avevano provocato una rapida de-industrializzazione, moltiplicando per dieci la disoccupazione, e creando una miriade di quartieri di capanne chiaramente instabili. Causarono anche una crisi di corruzione e di debito talmente gravi che nel 1982 Pinochet si vide obbligato a rimandare a casa gli assessori dei Chicago Boys, nazionalizzando le varie istituzioni finanziarie de-regolate (vi ricorda qualcosa?). Per fortuna i Chicago Boys non riuscirono a distruggere tutto quello che aveva costruito Allende. L’industria nazionale del rame rimase nelle mani dello stato, immettendo ricchezza nelle città e nelle casse pubbliche, e impedendo che i Chicago Boys facessero entrare l’economia del Cile in un rapido e totale declino. Né peraltro riuscirono a disfarsi del rigoroso codice edilizio del Cile, una disattenzione ideologica per la quale oggi li possiamo solo ringraziare.

mercoledì 17 marzo 2010

Difficoltà del Nord

Le esequie di Oriano Vidos, cinquant´anni, hanno avuto luogo venerdì 5 Marzo nel suo paese di origine, Camposanpiero. Imprenditore edile, si è impiccato il 1 Marzo. Nel 2008 la sua ditta aveva dichiarato fallimento. Qualche giorno prima anche Paolo Trivellin, 46 anni, ha preferito morire piuttosto che licenziare i suoi otto dipendenti. Da Ottobre 2008 dodici imprenditori veneti si sono suicidati, per impossibilità di onorare i propri debiti o per non separarsi dai loro collaboratori. Un tempo paradiso della piccola impresa, questa regione ha subito in pieno il duro colpo della crisi. Per decenni essa ha rappresentato con la vicina Lombardia la vitalità delle piccole e medie imprese italiane, la loro capacità di adattarsi per conquistare i mercati. All´ombra dei grandi gruppi ( Geox, Benetton, Luxottica) per cui spesso operano in subappalto, imprenditori minori, ingegnosi e individualisti, lavorando senza sosta con un pugno di dipendenti, hanno saputo creare dei prodotti, esportare le proprie capacità. Nell`autunno 2008 i primi effetti della grande crisi economica hanno iniziato a farsi sentire. Se i grandi si restringono, i piccoli scompaiono… In due anni 42000 imprenditori, artigiani e lavoratori autonomi hanno dovuto chiudere, secondo i dati della CISL. Il CERVED, un centro di studio dei mercati, stima in 9255 il numero di fallimenti d`impresa in Italia, ovvero il 23 % in più rispetto al 2008.
In questo palmarès la Lombardia si trova in testa con 1963 chiusure ( + 30% ), seguita dal Veneto con 880. I fallimenti riguardano innanzitutto le piccole aziende, soprattutto nel settore delle costruzioni: 75% di quelle che si sono viste costrette alla chiusura avevano un volume di affari inferiore a due milioni di euro prima della crisi. Resta da capire perchè questi imprenditori abbiano deciso di mettere fine ai loro giorni. “In Veneto molto spesso il proprietario dell`azienda è allo stesso tempo padrone e dipendente, spiega Claudio Miotto, responsabile del sindacato degli artigiani della regione. Per lui i dipendenti sono volti familiari, che fanno parte del quotidiano. Vivono tutti nello stesso quartiere. Per un piccolo imprenditore licenziare non è un gesto impersonale, ne viene coinvolto in prima persona”.
Per il direttore scientifico dell`istituto di ricerche economiche e sociali Nord-Est, Daniele Marini, “nella nostra regione, non c'è questa concezione anglosassone in base a cui il fallimento fa parte della vita di un imprenditore. Qui lo si vive come il marchio di una diminuzione di sé”. “Questi imprenditori sono morti per eccesso di etica”, rincara Dario di Vico, giornalista del Corriere della Sera che ha consacrato un libro ( Piccoli, ed. Marsilio) a questi piccoli industriali del Nord. “Forse hanno una mercedes, scrive, ma quello che manca loro è la considerazione”. Tuttavia non sono solo i fattori umani ad essere in causa. Claudio Miotto ha deciso di alzare il tono. E di additare dei responsabili per questo malessere diffuso. Il suo sindacato ha calcolato che le grandi imprese del Veneto devono alle ditte cui hanno concesso lavori in subappalto 600 milioni di euro. “Se a questa degenerazione dei rapporti tra le imprese si aggiunge la burocrazia, un sistema bancario poco attento ai nostri bisogni, si comprende meglio la lotta quotidiana che portano avanti i piccoli imprenditori, lotta in cui a volte soccombono”, ha precisato.
Con l`avvicinarsi delle elezioni regionali, la morte di Oriano Vidos non è passata inosservata. La Lega Nord, quasi certa di conquistare il Veneto, vuole presentare in parlamento una mozione per “sostenere” gli artigiani in difficoltà.

lunedì 15 marzo 2010

Oportet ut Scandala Eveniant

Da Massimo Fini riceviamo e volentieri Pubblichiamo.

Chissà che questa vicenda tragicomica, ma anche trucida, delle liste elettorali truccate, con scambi di colpi proibiti fra gli esponenti delle opposte nomenklature, non disgusti il cittadino al punto da fargli finalmente capire che la democrazia rappresentativa non ha niente a che fare con la democrazia, ma è un sistema (meglio congegnato in altri Paesi ma che da noi sta perdendo la maschera) di oligarchie, di lobbies, di camarille, di associazioni paramafiose, che il cittadino è chiamato ogni tot anni a legittimare col voto perché possano continuare, sotto la forma di un'apparente legittimità, i loro abusi, i loro soprusi, le loro illegalità.
I segnali ci sono. E vengono non solo dal forte astensionismo segnalato dai sondaggi, e che non a caso preoccupa moltissimo gli oligarchi, ma dal fatto che per la prima volta un'esortazione all'astensionismo non viene da gruppuscoli extraparlamentari ma dall'autorevole ItaliaFutura, la Fondazione promossa da Montezemolo, per la penna di Carlo Calenda e Andrea Romano (che immagino giovani).
I due immaginano che dopo le elezioni i partiti, raccolto o piuttosto estorto in qualche modo il consenso, continuino con le loro manfrine, le loro lotte intestine, i loro mascheroni che ogni giorno ci arringano dagli schermi televisivi senza che il giornalista, col microfono sotto il loro naso come una sputacchiera, abbia il coraggio, o la possibilità, di fare un'obiezione. E a questo pensiero, ai Calenda e ai Romano, gli vien da svenire.
Io che assisto a questi spettacolini da una quarantina d'anni non posso avere il loro stesso sgomento. Però la dose della mia nausea è, credo, di gran lunga superiore. Chi sono questi uomini che, al governo, nelle regioni, nelle province, nei grandi comuni, ci comandano e che noi, con un masochismo abbastanza impressionante che «dovrebbe lasciar stupiti gli uomini capaci di riflessione» come notava Jacques Necker già nel 1792, paghiamo perché ci comandino? Sono uomini senza qualità la cui legittimazione è tutta interna al meccanismo "democratico" che li ha messi in orbita. La loro sola qualità è di non averne alcuna. Ma perché mai io dovrei, perdio, farmi comandare da Gasparri, da Bonaiuti, da Bersani, da Franceschini? In queste congreghe di ominucoli, baciati in fronte dal truffaldino meccanismo elettorale, gli unici ad avere una qualche personalità sono quasi sempre dei delinquenti o dei mezzi delinquenti. E non si sa davvero che preferire perché, come diceva Talleirand, «preferisco i delinquenti ai cretini, perché i primi, perlomeno, ogni tanto si riposano». Torna in auge anche il "qualunquismo", altra parola tabù per le oligarchie. Il Qualunquismo fu il movimento creato dal commediografo Guglielmo Giannini nel primo dopoguerra. Proponeva, in sostanza, l'abolizione dei partiti mentre il governo sarebbe stato affidato a un "Ragioniere dello Stato" che lo avrebbe tenuto per cinque anni, senza possibilità di rinnovo del mandato. Il Qualunquismo era troppo in anticipo sui tempi. Benché la partitocrazia fosse già ben presente nel Paese (nasce col Cln) le ideologie, liberalismo o marxismo, erano ancora forti e una scelta "o di qua o di là" poteva avere ancora un senso. Ma oggi che i sedicenti liberali sono diventati illiberali (non solo in politica interna ma anche estera) e la sinistra, o presunta tale, ha abbracciato i gaudiosi meccanismi del libero mercato, la nostra unica alternativa è di scegliere da quale oligarchia preferiamo essere comandati, schiacciati, umiliati, pagando il tutto a prezzi, umani ed economici, altissimi. Ben venga quindi un "Ragioniere dello Stato". E poiché in Italia ormai il più pulito c'ha la rogna io farei, come nel calcio, una campagna acquisti all'estero. Un Gaulaiter tedesco andrebbe benissimo.

Massimo Fini

sabato 13 marzo 2010

Guerra Psicologica

In questa quaresima elettorale dalle consuete modalità, stiamo seguendo come mansueti spettatori il teatrino delle liste bocciate e riammesse, dei presidenti napolitani esecrati e soccorsi, dei magistrati che indagano e vengono indagati, delle opposte manifestazioni vocianti viva e abbasso. Mentre siamo distratti a guardare le ombre sul fondo della caverna, quello che avviene senza che noi ne abbiamo notizia è ben diverso. Mentre discutiamo per chi votare o – al massimo - se votare o astenerci, la macchina del potere continua a funzionare come un tritacarne, con meccanismi rodati da decenni, fondandosi su un sistema dell’informazione che è in realtà disinformazione pura. Lo scopo è quello di imprigionarci in una realtà virtuale in cui non solo ogni modifica della realtà, ma la stessa percezione della realtà è resa impossibile. E’ un meccanismo di potere avallato da ogni forza politica in campo, dal quale tutti traggono vantaggio, soprattutto coloro che sembrano oppositori intransigenti del potere. Possiamo solo immaginare – ma non è poi così difficile – in quale direzione vogliano dirigersi gli uomini delle istituzioni – politici di destra e di sinistra, magistrati, giornalisti, paladini della giustizia – che ci tengono avvinti a questo trito spettacolo mentre fanno a pezzi, alle nostre spalle, ogni più elementare diritto alla vita e alla sicurezza dei cittadini. Per dirla con Solange Manfredi:
“Perché nessuno vi ha detto queste cose? Perché non sono state fatte trasmissioni di approfondimento su questo? Perché questi nuovi paladini della giustizia non ve le dicono? Pensare che non se ne siano accorti, soprattutto per chi prima faceva il magistrato, non è possibile. Pensate che un magistrato non sappia leggere un codice penale? Fate attenzione perché, a livello di propaganda, i più pericolosi non sono quelli che sono palesemente schierati. Sono i nuovi paladini della giustizia, quelli che si dicono “contro”. Quelli che denunciano qualsiasi cosa, però vi tengono nascoste le vere cose.”
Lo dico a coloro che discutono se la democrazia debba essere salvata o lasciata affondare, se sia un sistema pernicioso o perfettibile: state discutendo del nulla. Non esiste la democrazia, non è mai esistita. Essa non è che l’ombra sul fondo di una caverna, proiettata da uomini che non conoscete. E’ un mito che serve a tenervi mansueti, seduti sulle vostre seggiole di prima fila, intenti ad applaudire o fischiare lo spettacolo. Fuori da questa illusione, il mondo e i vostri destini vengono creati e distrutti a vostra insaputa, mentre voi sognate di poter interagire con le ombre per mezzo di una matita copiativa (o di punire le ombre rifiutando di utilizzarla). Potete scegliere se uscire dalla matrice o continuare a sognare. Se sceglierete l’opzione numero due, avrete tutta la mia comprensione e nessun rimprovero. Anch’io sono terrorizzato dall’ignoto. Non chiedetemi però di seguirvi. Non ho paura sufficiente a restare immobile in una caverna buia, a guardare le ombre, mentre i proiezionisti, fuori, nel mondo reale, discutono della mia sorte. Sono certo che esistano modi meno frustranti di avere paura.

martedì 9 marzo 2010

Default Democratico

Le vicende greche hanno fatto distogliere l'attenzione su quanto accaduto in un altro paese, che e' l'Islanda. Come ricorderete, l' Islanda aveva scommesso molto sulla finanza di carta e al botto del credit crunch si era trovata sovraesposta e i cittadini pieni di debiti. Ma non solo: una delle loro banche, che di fatto pesa sul governo, era esposta finanziariamente in maniera enorme. Quello che e' successo e' che inglesi e olandesi , ovvero i loro finanzieri, si sono presentati a battere cassa, pretendendo che dopo aver causato i disastri che ben conosciamo gli islandesi li finanziassero anche , come se il disastro fosse stato un'operazione in attivo. Il primo ministro del luogo a quanto pare si e' rifiutato di sbattere sul lastrico la popolazione islandese, e ha convocato un referendum, che ha vinto con percentuali bulgare.
In pratica, l'Islanda ha dichiarato default, e lo ha fatto con uno strumento democratico, che e' il referendum. Questo atto probabilmente li portera' fuori dall' FMI (beati loro) e potrebbe , come dice l'articolo, creare dei problemi al loro accesso nella UE.
Ma non e' qui il punto: il punto e' che a loro e' accaduto quanto accadde al Dubai. Non appena il governo dichiara default, i finanzieri si precipitano a trattare, e si accordano per una restituzione molto limitata dei soldi. Cosa significa?
Se lo facessimo in italia, cosa che auspico da sempre, e annunciassimo che il governo NON paghera' il debito pubblico, non succederebbe quanto accaduto in Argentina (ove la crisi che e' seguita e' stata dovuta ad ALTRI fattori e il default e' stato semmai una conseguenza) , succederebbe esattamente la stessa cosa: i contraenti del debito si presenterebbero a Roma a cercare un accordo , e probabilmente ci troveremmo a restituire si e no il 20% dei soldi, solo avendo un governo che faccia la voce dura, o che non abbia scelta (Solo il 13% e' allocato ai cittadini. Il resto sono banche. Piu' del 50% e' all'estero). Lo strumento del referendum, in effetti, e' micidiale. Il debito pubblico in se', non essendo materia fiscale, non e' compreso nella norma costituzionale che vieta referendum sulla politica fiscale. Cosi' , e' possibile anche in Italia organizzare un referendum che proponga al governo di NON pagare il debito pubblico. Una volta fatto il referendum, comunque lo gestisca il governo, il debito pubblico e' esaurito. Faccio presente che una volta fatto il referendum, non ci sarebbe bisogno di aspettare le sue conseguenze, perche' il rischio sara' cosi' alto che gli investitori abbandonerebbero in massa i titoli di stato, o comprerebbero quantita' enormi di CDS, ammesso che qualcuno glieli venda ad un prezzo decente , cosa che non e'.
Cosi', e' possibile portare il paese al default in maniera democratica. Occorre che qualcuno, lavorando con un basso profilo, costituisca un comitato per il referendum contro il debito. Diciamo un referendum che, di punto in bianco, ridimensioni il deficit al 20% del suo valore attuale. Questo deve essere fatto in sordina, quasi per passaparola, senza troppa pubblicita' sui giornali, solo coi banchetti per le strade. In caso arrivi un giornalista, si fugge o si risponde "no comment". Poi si presenta il referendum alla consulta, e si aspetta che venga dichiarato attuabile. Una volta che la notizia finisca sui giornali, DI FATTO il referendum avrebbe aumentato il rischio cosi' tanto che tutti molleranno l'osso e si precipiteranno a trattare. Cioe', il default e' dichiarato nel momento stesso nel quale e' ufficiale che potresti anche farlo; l'esito referendario e' quasi irrilevante.
La cosa sulla quale vorrei essere chiaro e' che non-succede-nulla. Come nel caso greco, come nel caso di Dubai, come nel caso islandese, a quel punto iniziano trattative su come gestire la cosa. Sapete perche'?
Perche' di fatto la finanza e' considerata molto piu' potente di quanto non sia in effetti. Sinora il finanziere ti ha detto "se il governo non fa come dico io, allora ritiro gli investimenti e il tuo paese fara' la fame". Davvero? Dimentichiamo pero' che se il tuo "investimento" consiste nella costruzione di una ferrovia, per dire, tu non ritiri proprio nulla. E anche se non fosse un investimento materiale, non e' che hai investito nel mio paese per farmi un favore: hai investito perche' ci guadagnavi, e se adesso non ci guadagnerai piu', ai tuoi azionisti non piacera'. Morale della storia: persino stati relativamente piccoli quali il Dubai o l' Islanda possono sfidare la finanza, che quando lo stato alza la voce si presenta a coda bassa per trattare. Faccio presente che la somma dei debiti islandesi e' circa 11 volte il PIL, cioe' hanno un debito pubblico del 1100% del PIL.
In passato, l' FMI ha prestato un sacco di soldi all'Islanda, quasi 6 miliardi di euro, tramite le banche socie di Giappone e di alcuni stati scandinavi. Il problema e' che questo referendum forse mettera' l'islanda fuori dall' FMI, con il risultato che giapponesi e scandinavi rimarranno senza garanzie.
Morale della storia: la finanza e' debole, e si piega molto piu' facilmente di quanto si creda, perche' in fondo lavora su convenzioni e leggi, che i governi sono chiamati a far rispettare. Se non vengono rispettati, semplicemente i finanzieri si presentano col cappello in mano a trattare. Per cui, direi che se qualcuno vuole formare un comitato che raccolga firme per il default, puo' iniziare a rimboccarsi le maniche.
E no, non aspettatevi roba del genere da gente come Grillo, sanno solo fare ammuina, serve per fare spettacolo, non Politica. Questa è solo per gente adulta.

mercoledì 3 marzo 2010

Pigs di Londra

Molti si ostinano a non crederci quando affermiamo che siamo dentro ad una crisi storico-sistemica destinata a sconvolgere gli equilibri sociali gli assetti politici e istituzionali, che entriamo in un periodo che sarà contraddistinto da profondissime turbolenze e conflitti. Sarà quindi utile metterli al corrente delle recentissime dichiarazioni “catastrofiste” fatte dal numero uno dei pescecani della finanza globale, nonché guru, George Soros (che i media italiani hanno censurato).
Venerdì 20 febbraio egli era a New York ad un conferenza organizzata dalla Columbia University. Al cospetto di noti economisti americani, Soros ha affermato che il fallimento di Lehman Brothers ha segnato una svolta storica nel funzionamento del sistema finanziario mondiale, col risultato che questo si è praticamente disintegrato, proprio come accadde all’URSS dopo l’89. Ha poi aggiunto che egli non intravede alcuna prospettiva di uscita a breve termine dalla crisi, che per lui è più grave che la Grande Depressione. Presente alla conferenza, gli ha fatto eco Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve, attualmente alto consulente del presidente Barack Obama. Volcker ha dichiarato che la produzione industriale in tutto il mondo declina ancor più rapidamente che negli Stati Uniti, a sua volta a dura prova. "Non mi ricordo di nessun altro momento, neanche durante la Grande depressione, una caduta dei mercati così veloce e così uniforme in tutto il mondo”.Uno dei più eclatanti risultati di quella che Soros definisce “la disintegrazione del sistema finanziario mondiale” è l’allarmante crisi del capitalismo britannico, su cui grandi think tank deliberatamente tacciono, preferendo esorcizzarla deviando l’attenzione sui cosiddetti “PIIGS”. Gli analisti anglosassoni sanno bene che il capitalismo inglese non sta messo molto meglio della Spagna o dell’Italia. Basta analizzare i dati appena diffusi dal “Office for National Statistics”(http://www.statistics.gov.uk/). Tutti i cosiddetti “fondamentali” traballano.
Per quanto riguarda il commercio con l’estero il Regno Unito è deficitario sia verso i paesi dell’Unione europea che, soprattutto, verso il resto del mondo. Ma la cosa che preoccupa Downing Street è la tendenza alla sua veloce crescita: a novembre era di 6,8 miliardi di sterline, a dicembre, in un solo mese, è passato a 7,3 miliardi. Il tasso di investimenti (un metro di misura decisivo per misurare la profondità della recessione e quanto fondate siano le speranze di inversione del ciclo) registrato nel quarto trimestre del 2009 è crollato del 24,1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Il settore dei servizi (che data la deindustrializzazione che il Regno Unito ha conosciuto negli ultimi trent’anni è quello trainante) è continuato a scendere per tutto il 2009. Particolarmente accentuata la decrescita del comparto finanziario (la City). Durissima la discesa del settore turistico (Hotel e ristoranti), e dei trasporti. Per quanto riguarda il Pil, che era crollato al -6% a metà del 2009, la sua ripresa, nel quarto trimestre del 2009, è stata del modesto 0,3%. Indicativo il dato riguardante il Capitale fisso (macchinari ecc) che il mercato continua a rottamare: -14,2% rispetto al 2008.
Opachi sono i dati sui profitti, ma si può intuire il calo se si considera che il surplus lordo delle aziende è sceso del 5,9% rispetto ad un anno fa, che fu già nefasto. Abbiamo così la disoccupazione al 7,8% e la produttività complessiva che non sta solo al di sotto di quella americana o francese, ma pure di quella italiana.
Ad aggravare il contesto c’è infine il deficit di bilancio, che veleggia alla cifra del 10% (livello greco) e che secondo stime attendibili (Istituto degli Studi Fiscali, Ifs, un centro di ricerca e consulenza che fra i sui clienti annovera il Ministero del Tesoro britannico e la Banca d'Inghilterra) potrebbe toccare 150 miliardi di sterline nei prossimi tre anni.
Il solo fiore all’occhiello di Sua Maestà sarebbe il debito pubblico, il 43,60% del Pil, fatto che collocherebbe appunto il Regno Unito tra i paesi virtuosi. Bugia! Gli inglesi, come si sa, sono isolani, e calcolano a modo loro. O per dirla altrimenti non si devono certo far insegnare dai greci come manipolare e truccare i parametri e i dati. E’ infatti risaputo (come è stato fatto notare da diversi analisti, vedi il Corriere della Sera del 9 dicembre), che il debito pubblico del Regno Unito supererebbe il 170%, bel oltre quello greco e prossimo a quello giapponese, se il Tesoro di Sua Maestà contasse, come dovrebbe in base al Trattato di Maastricht e ancora non fa, anche il costo dei salvataggi bancari e i passivi delle banche nazionalizzate dopo il crollo del settembre 2008.
I “maiali” mediterranei e gli irlandesi sono quindi in buona, si fa per dire, compagnia. Si capisce dunque il dibattito sul futuro del paese che imperversa sui giornali britannici. Non deve ingannare l’aplomb e i toni compassati. Nemmeno i più ottimisti tra i gentlemen inglesi si sentono di escludere la catastrofe. Ecco quindi gli amari ripensamenti sugli “anni gloriosi” del thatcherismo e del neoliberismo blairiano, oggi considerati disastrosi, non fosse che per lo smantellamento dell’industria manifatturiera, la cui rinascita è invocata a destra come a sinistra come sola possibile exit strategy alla depressione. Che comunque, anche senza un crollo improvviso, è destinata a durare a lungo.

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