mercoledì 26 maggio 2010

Fuori dagli Schemi

Quando siamo nella fine di un ciclo economico grande come questo, è veramente difficile rimanere saldi e centrati. Ogni parametro salta, ogni certezza svanisce e tutto sembra crollare intorno a noi. La politica si sta disintegrando e non parliamo solo di quella italiana, l’economia si sgretola mentre la religione che avrebbe dovuto darci solidità, conforto e speranza, è stata spazzata via dalla prorompente secolarizzazione.
Ogni cosa è diventata la caricatura di se stessa e tutto viene a galla senza filtri mostrandosi per quello che forse è sempre stato, ma che era nascosto da un velo che oggi è scomparso repentinamente e in modo traumatico. Possiamo dire che alla fine di un ciclo come questo, tutto viene portato alla superficie per essere analizzato, trasformato e lasciato andare per essere ricostruito. Un ciclo che è partito alla fine del '600 e che oggi sta esalando gli ultimi respiri per lasciare spazio al nuovo che verrà, ma solo dopo che il vecchio si sarà esaurito.
Questa, lo abbiamo detto moltissime volte, non è una crisi come le tante altre che periodicamente hanno accompagnato la nostra esistenza, è una crisi sistemica che cambierà completamente il mondo così come noi oggi lo conosciamo. Lo sappiamo, sono parole forti, ma questa è la realtà dei fatti e non possiamo che prenderne atto e cercare insieme di affrontare nel migliore dei modi questo momento di metamorfosi collettiva. Tra l’altro, ma la cosa certamente non consola, questo è uno dei tanti stravolgimenti avvenuti nel tempo, la differenza è che oggi coinvolge tutto il mondo e non una città o una nazione come accadeva in passato! Il disorientamento che deriva dalla perdita di ogni riferimento conosciuto è normale, ogni cosa diventa difficile da interpretare e le azioni che funzionavano nel passato oggi non danno più gli stessi risultati perché non sono più in armonia con il momento. Allora è facile che prenda un senso di panico e di sbandamento, ci si può abbandonare a pensieri neri sul futuro o addirittura non farcela ad affrontare la durezza di questo periodo.
La cosa non facile da capire è che siamo immersi in una grande illusione dove regnano scarsità, sofferenza e sopraffazione. Il matrix creato ad arte per mantenere le persone in un continuo stato di prostrazione e schiavitù di cui la pubblicità dell’Ikea offre una attenta rappresentazione.
Le sbarre di questa prigione sono immateriali costruite sull’inganno del debito legato alla creazione di moneta che condiziona nel lungo periodo qualsiasi nostra azione e che porta sempre ed inesorabilmente al crollo del sistema per essere ricostruito diverso, ma con le stesse regole dell’altro. Un piccolo elemento, il debito, che ci porta nell’inferno della scarsità artificiale e ci inchioda a comportamenti innaturali, l’homo homini lupus di Hobbes.
Tra un crollo ed una ricostruzione abbiamo però una opportunità unica data dalla finestra temporale che si sta aprendo e che va dal crollo del vecchio carcere alla costruzione del nuovo penitenziario. In questa finestra noi, consapevoli di cosa sta accadendo, possiamo spiegare a chi è disorientato cosa sta succedendo e insieme procedere alla costruzione di un modello completamente nuovo che possa aiutare in questo difficile passaggio collettivo e ci eviti di tornare al chiuso di una nuova cella.
Ovviamente non potendo gestire le leve del potere, dobbiamo riversare le nostre energie creative nella ricostruzione delle nostre economie locali, sostenendo le imprese strategiche per il territorio e creando circuiti virtuosi che creino ricchezza e cultura nuova. Sembrerà strano, ma questo ha una potenza di trasformazione incredibile e permette alle persone di collaborare e aiutarsi reciprocamente infondendo una visione totalmente diversa e positiva. Una delle risorse maggiori del sistema che impedisce di uscire dalla nostra cella è proprio il senso di solitudine che aumenta nei periodi in cui tutto intorno inizia a crollare. Il collaborare insieme e ricostruire le comunità locali, porta a indirizzare tutte le energie nel costruire invece che alimentare la distruzione, che come vediamo va da sola e non ha bisogno certo del nostro aiuto. Si costruisce in questo modo una rete di salvataggio e si creano le basi per un nuovo sistema più equo e basato sulla solidarietà reciproca. Se poi si mettono in rete queste esperienze il risultato viene amplificato esponenzialmente. L’unione e l’aiuto reciproco sconfigge la solitudine e fa uscire dalla cella.
Naturalmente c’è un modo per fare tutto questo per cui servono professionalità che si mettano al servizio del nuovo incondizionatamente e senza aspettative di ritorno immediato.
Senza contare che la Solidarietà ChE Cammina, lo SCEC, sta mobilitando centinaia di attivisti che quotidianamente lavorano alla costruzione di un modello nuovo di vita in comune. Il concetto è che se risani la piccola cellula, in questo caso l’economia locale, si risana anche il grande organismo di cui questa cellula fa parte. Non si può sapere dove questa strada ci porterà, ma sappiamo che dove le persone iniziano a lavorare insieme si crea quella giusta dose di ottimismo e solidarietà che permette di superare i momenti bui che sono appena iniziati. In questa fase è fondamentale uscire dagli schemi di un passato che non è più.

sabato 22 maggio 2010

Il Prezzo del Petrolio

Ogni giorno 20.000 barili di grezzo vengono riversati nelle acque del Golfo del Messico, da oltre due settimane, senza che fino ad ora sia stata trovata la soluzione per bloccare la falla che si è creata nel condotto subacqueo, a quasi due chilometri di profondità. Dopo aver fallito il posizionamento di una speciale cupola, che doveva raccogliere e convogliare il petrolio diretto verso la superficie, i tecnici stanno provando ad inserire una tubatura più piccola all’interno di quella spezzata, con una specie di “collare” ad espansione che dovrebbe fungere da tappo interno, nel condotto danneggiato. Se anche questo non dovesse funzionare, si sta approntando un tipo di cupola molto più grande, che dovrebbe riuscire ad ottenere il risultato che quella piccola non ha ottenuto.
Ma non sono solo le tonnellate di petrolio a venire a galla, in questi giorni, mentre si cerca disperatamente di fermare la fuoriuscita del grezzo: diverse persone, che in passato hanno lavorato per le varie società petrolifere, hanno rivelato come le regole di sicurezza relative alle perforazioni sottomarine vengano regolarmente ignorate dalle società petrolifere, che spesso le aggirano con la compiacenza degli stessi ispettori della Minerals Management Service (MMS), l’agenzia federale che dovrebbe farle implementare.
Se ad esempio il collaudo di una valvola di sicurezza – ha raccontato un ex-tecnico della BP – prevede un test di 5 minuti a 10 atmosfere di pressione, il test viene effettuato per soli 30 secondi, e poi il tracciato del sensore viene “accelerato” a mano, nella stampante, per farlo risultare di 5 minuti. In questo modo si evita di dover scoprire di aver prodotto una valvola inferiore allo standard, che andrebbe gettata alle ortiche e riprogettata daccapo.
Nel caso specifico del Golfo del Messico, qualcuno aveva sollevato obiezioni sull’impianto di sicurezza del pozzo, ma per evitare di doverlo mettere alla prova fino in fondo, i dirigenti della BP avevano ottenuto una specie di “pass”, da parte della MMS, che escludeva a priori le condizioni di rischio che avrebbero imposto quei controlli. Non c’è da stupirsi se nel frattempo sono emerse diverse testimonianze su lussuriosi festini, a base di sesso e droga, ai quali partecipavano congiuntamente uomini della BP e dipendenti della MMS.
Nel frattempo è in corso il classico balletto delle responsabilità, che vede coinvolte la BP, proprietaria del pozzo, la Transocean, la società che lo aveva in gestione, e la Halliburton, che ha fornito parte dei servizi di costruzione. Ma è un balletto senza rischio reale, visto che esiste un massimale di soli 75 milioni di dollari da pagare – da parte di chiunque sia ritenuto colpevole - in caso di danni provocati da fuoriuscita di grezzo.
Una prima valutazione dei danni reali causati dalla fuoriuscita si aggira ormai sulla decina di miliardi di dollari. Immediatamente il Senato ha approntato una legge che toglieva il massimale di 75 milioni, portandolo a 10 miliardi. La legge doveva essere approvata all’unanimità, per accordo bi-partisan, senza nemmeno essere discussa in aula. Ma all’ultimo momento una senatrice repubblicana ha sollevato un’obiezione, bloccando la procedura accelerata, e di fatto l’approvazione della legge. Trattasi casualmente di una senatrice dell’Alaska, che per la sua campagna elettorale ha ricevuto 400.000 dollari in donazione proprio da una società petrolifera. Come dice una nota battuta: “America is the best democracy money can buy”. L’America è la miglior democrazia che i soldi possano comperare.

mercoledì 19 maggio 2010

Dittatura Nazista

Ancora una volta, Israele è pronta alla guerra contro l’Iran. Anzi no, contro tutti.
E’ la rabbia, è il dispetto che si accumulano dopo il successo diplomatico del brasiliano Lula da Silva e del premier turco Erdogan, che hanno convinto Teheran allo scambio controllato del suo uranio al 5% con uranio al 20% per un reattore ad uso medico, arricchito da altri Paesi. Un successo diplomatico taciuto dai nostri media (solita storia) ed è visto da Israele (e da Washington) come un ostacolo alle sanzioni «invalidanti» che volevano ad ogni costo imporre. E a ragione: Mosca ha subito elogiato Erdogan e Lula, il che significa che, al Consiglio di Sicurezza ONU, non darà il suo voto all’embargo; la Cina farà quasi certamente lo stesso. Il successo della diplomazia di Paesi non-allineati è visto e sentito come una disfatta della politica diplomatica di minaccia a cui gli israeliani, manovrando il loro fantoccio americano, s’erano abituati. Volevano isolare l’Iran e fare del suo regime il paria fra le nazioni? Il presidente Lula e il primo ministro Erdogan sono solo due dei quindici capi di Stato e di governo che si sono dati appuntamento a Teheran per un G-15 dei non allineati: erano rappresentati al più alto livello India, Egitto, Indonesia, Argentina, Venezuela, Cile, Malaysia, Sri Lanka, Messico... tutti a cercare contratti di cooperazione economica Sud-Sud, il contrario delle sanzioni paralizzanti. Rabbia e dispetto. «E adesso, si bombarda Ankara e Brasilia?», si diverte il sito Dedefensa, valutando l’evento «un attacco obbiettivo contro il dominio americano-occidentalista».
Israele scopre ora che la propria onnipotenza ha un limite. Non basta la superiorità nucleare nell'area e la pratica della minaccia. Israele ha trascurato la diplomazia, moltiplicando schiaffi, sgarbi e umiliazioni alla Turchia e persino al servo americano, con il risultato di lasciare un vuoto riempito da un modo diverso di affrontare «la guerra mondiale contro il terrore»: un modo fatto di incontri, di cordiali convergenze alla pari, e di buoni affari. E’ un rovesciamento strategico, afferma Thierry Meyssan dal Libano, che ne addossa i motivi alla cecità e arroganza di Us-rael. Anzitutto, il fatto che gli occupanti americani dell’Iraq abbiano promosso la semi-indipendenza del Kurdistan iracheno, assistito da torme di «consiglieri» militari israeliani. La nascita di questo quasi-Stato petrolifero, ha avvicinato i paesi che hanno in casa un problema curdo: la Turchia alle prese coi terroristi secessionisti del PKK, l’Iran con i suoi curdi (Pejak) e la Siria. Persino i comandi del potente esercito turco, benchè dunmeh, sono oggi costretti a valutare cosa significa l’aiuto dato sottobanco da Israele ed USA al PKK: la NATO non è più garante dell’integrità territoriale turca. L’alleanza Iran-Siria diventa ogni giorno più chiaramente un triangolo: Iran-Siria e Turchia. Un’alleanza, nota Meyssan, che «dispone di una legittimità storica senza pari». La conseguenza della caccia al baathista e delle sanguinose epurazioni dei dirigenti baathisti operate dagli assassini giudaici hanno avuto l’ovvia coneguenza: adesso sono gli sciiti a dominare il gioco in Iraq, e l’Iran è la guida degli sciiti nel mondo. La caccia al baathista ha reso la Siria l’ultimo Stato laico in questa parte del Medio Oriente.
Quanto alla Turchia, porta all’alleanza la sua eredità ottomane: come il califfo di ieri, Erdogan è oggi il garante e il modello dei sunniti. Ciò significa che la politica della strumentalizzazione dell’inimicizia sunnita e sciita, sui cui aveva puntato US-rael, sta fallendo; al contrario, la cordiale apertura di Erdogan (che si estende, lungimirante, anche all’Armenia cristiana) favorisce una – sperata – fine della «fitna», la spaccatura storica sciiti-sunniti. E il siriano Assad, nel febbraio scorso, ha sfidato le minacce di Hillary Clinton ricevendo in pompa magna il capo di Hezbollah Nasrallah e Ahmadinejad, insieme, lo stesso giorno. Washington non ha potuto far altro che reiterare le minacce, e mantenere la Siria nella lista degli Stati soggetti ad embargo. Ma Assad, adesso, compra aerei militari ed armamento da Mosca. La quale sta accelerando l’approntamento della sua nuova base navale nel Mediterraneo, a Latakia in Siria. La Russia entra a piè pari nel vuoto di potere americo-israeliano nell’area. Un segnale importante è il fatto che Medvedev ha ricevuto recentemente a Mosca Khaled Mechaal, uno dei capi di Hamas (continuamente braccati dai kidonim di Giuda), che lo stesso Medvedev aveva rifiutato per tre volte di incontrare in passato; ed ha persino evocato la grave situazione umanitaria di Gaza, deplorando «l’indifferenza» di Washington su tale problema. La Russia promuove la soluzione «a due Stati» del problema palestinese, e quindi fa la sua parte per arrivare ad una riconciliazione fra Hamas e Fatah. Quanto ai rapporti fra Mosca ed Ankara, registrano una cordialità mai vista nella storia dei due Paesi, da sempre ostili. Ed Ankara sta trovando nel vasto Oriente asiatico, in gran parte ex-ottomano, il compenso alla chiusura della porta europea. Erdogan, beninteso, continua a bussare alla porta: ma oggi non ha più l’aiuto della nota lobby, così potente nelle capitali e a Bruxelles. E’ per questo che il generale David Petraeus, il capo del Central Command, s’è unito ai vari critici dell’alleanza-subordinazione con Sion per avvertire il Congresso che a forza di favorire i giochi di Israele in Palestina e in Iraq, gli interessi americani nell’area sono stati gravemente pregiudicati.
Come reagisce Israele? Accentuando le minacce e la paranoia, mobilitando le sue lobby in Occidente fino al parossismo. La reputazione di Israele, non altissima dopo il genocidio di Gaza, ha subìto un altro duro colpo, o autogol, quando il suo ministero dell’Interno ha respinto alla frontiera Noam Chomsky, il linguista del MIT e ideologo della sinistra americana, nonchè ebreo, che veniva dalla Giordania a Ramallah (Cisgiordania occupata, futuro Stato palestinese) per tenere una conferenza all’università palestinese Bir Zeit e visitare Hebron. Cacciato alla frontiera e tornato ad Amman (la Giordania lo lascia entrare), Chomsky ha reso pubblico il suo giudizio sulla vicenda: «Metodi da Stato staliniano».
Cosa è diventato Israele oggi allora?
Uno Stato dove il razzismo è istituzionale, tanto che dà la cittadinanza solo a chi dimostra di avere una mamma o una nonna di sangue della razza eletta, e non naturalizza mai chi non sia della razza superiore. Uno Stato che non integra la sua minoranza, per «preservare carattere ebraico dello Stato di Israele», frase equivalente ad un'altra ben più conosciuta «preservare il carattere ariano dello Stato germanico». Uno Stato che pratica l’apartheid alla sua minoranza interna, che la angaria e le nega diritti elementari. Uno Stato che pratica la pulizia etnica e una costante politica di espulsioni degli inferiori genetici dalle loro case e dai loro campi, per poter ripetere un giorno con Golda Meir: «Non è mai esistito un popolo palestinese». Uno Stato dove la Polizia arresta sotto falsi pretesti, incarcera senza processo nè difesa legale individui della minoranza etnica. Uno Stato che gestisce il suo lager dove affama un milione e mezzo di inferiori razziali. Uno Stato che educa i suoi figli alla spietatezza, alla dura mancanza di compassione verso gli inermi che perseguita, affama e strazia. Uno Stato che colpisce con bombe al fosforo ed armi invalidanti una popolazione prigioniera, di cui la metà ha meno di 15 anni, e di cui i rabbini esortano a non avere pietà. Uno Stato che manda per il mondo le sue squadre di assassini professionali ad eliminare avversari politici ed «inferiori», a cui non riconosce nemmeno la dignità di nemici: sono «scarafaggi» per i suoi leader, e con gli scarafaggi non si tratta, li si elimina. Uno Sato super-armato, dotato di un’ideologia millenarista e razziale («Il Reich millenario»), espansionista e aggressivo verso tutti i vicini, che scatena una guerra ogni due anni, che non conosce altra diplomazia che la guerra; e che teme e invidia la pace degli «altri», perchè vi vede una minaccia esistenziale.
Questo Stato si può chiamare in un solo modo: Dittatura Nazista.

sabato 15 maggio 2010

Europa, ultimo Bastione


La caduta in atto delle borse europee mette in mostra tutta la fragilità della grande euforia seguita all'accordo raggiunto in extremis dal vertice Ecofin-Bce di domenica notte. Chi ha ritenuto che le misure di salvataggio adottate abbiano sventato sul serio il rischio di un nuovo collasso finanziario con epicentro questa volta l'Europa, dovrà ricredersi. E pure di brutto. Come gli analisti un po seri hanno segnalato, queste misure hanno solo allontanato, e nemmeno troppo in là nel tempo, questo rischio. In cosa consistano queste misure è noto. Oltre al fondo di compensazione di 750 miliardi di euro (mille miliardi di dollari!) per correre in soccorso dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) nell'eventualità che esploda la crisi dei loro debiti (un piano che segue la modalità dell'aiuto alla Grecia e che applica a due anni di distanza la terapia adottata dalla Federal Reserve e dalla Banca d'Inghilterra), la vera novità è che, aggirando i Trattati sul funzionamento dell'Unione europea, in particolare l'Articolo 123, la Banca centrale europea, potrà comprare (e infatti sta già massicciamente comprando) i titoli di stato semi-spazzatura dei paesi sotto attacco speculativo, appunto per tamponare la corsa alla vendita dei titoli medesimi, onde evitare che assieme alla Grecia vadano in bancarotta non solo gli altri "maiali", ma per scongiurare che salti tutta la catena dei paesi imperialisti.
«Se ti devo un dollaro io ho un problema, ma se ti devo un milione di dollari allora il problema è tuo». Questo è quanto affermò, con arguzia, J. M. Keynes il secolo scorso. Un crollo dei PIIGS avrebbe travolto paesi ben più blasonati, i bastioni del turbo-capitalismo: Francia, Germania, Regno Unito, USA, Olanda. Sono proprio questi paesi che detengono i titoli-semi-spazzatura dei PIIGS, e se questi ultimi facessero bancarotta avremmo né più e né meno che il crollo dei sistemi bancari dell'Occidente. E' dunque allo scopo di evitare un collasso finanziario ben più devastante di quello del settembre 2008 che Unione e Bce hanno escogitato il salvataggio, che alcuni hanno già definito "arma di distruzione di massa", visto che questo salvataggio impone non più solo alla Grecia ma urbi et orbi, cure da cavallo antipopolari per contenere e ridurre, prima che sia troppo tardi, il debito endemico degli stati. Ma così non si risolve la crisi, la si è solo tamponata. Se si è giunti a stracciare i dogmi monetaristi contenuti nei Trattati, da Maastricht in poi è perché è oramai universale la consapevolezza che tutto il sistema turbo-capitalista (quello contrassegnato dal predominio della sfera del capitalismo finanziario predatorio sulle altre) sta per tirare le cuoia, col pericolo di passare dalla crisi alla catastrofe economica, coi rischi connessi di disgregazione europea e di riaccensione di incontenibili e inediti conflitti sociali e nazionali.
Se si spezza anche solo un anello, anche solo quello greco, tutta la catena dei debiti pubblici sovrani europei può spezzarsi. Quello che comunemente si chiama "pericolo di contagio", che si fermi ai PIIGS è tutto da vedere. In assenza di una forte ripresa, che purtroppo non tornerà molto presto, non c'è salvataggio che tiene: i debiti, ove non crescessero sono destinati a permanere e a consolidarsi. Che la Bce stia acquistando montagne di "titoli tossici" immettendo dosi ingenti di liquidità nei mercati allo scopo di salvare le banche (il che equivale a creare nuova moneta in barba ai dettami di Maastricht), non sventa il rischio di default europeo, potrebbe invece causare un infarto generale. La speranza dei tecnici europei del dominio finanziario è che questa iniezione di liquidità stimoli una ripresa economica duratura. Se questa non ci sarà, tutto andrà carte quarantotto.
E' oramai evidente che quello dei PIIGS non è altro che un alibi. La malattia non riguarda infatti solo loro ma tutto l'Occidente. Questa malattia, che è strutturale, si manifesta nel debito colossale accumulato negli ultimi vent'anni. Secondo le stime più attendibili (vedi "la spirale dei debiti ingessa l'Europa", Il Sole 24 Ore del 9 maggio) se si sommano i debiti totali (pubblici e privati) di Stati Uniti, area euro, Regno Unito, Giappone e Canada, si arriva infatti ad una cifra astronomica: 130mila miliardi di dollari! Due volte il Pil mondiale. Due volte e mezzo la capitalizzazione di tutte le borse del mondo.
I due baricentri tradizionali del capitalismo mondiale, gli Usa e l'area euro, hanno rispettivamente 55mila miliardi di debiti pubblici e privati e 40mila miliardi. Una patologia ormai cronica, una zavorra che incatena stati e imprese capitaliste, che sta gettando in una miseria nuova i salariati, e che ipoteca ogni eventuale ripresa del ciclo economico. Che dire poi del Regno Unito, che ha ha un debito totale quattro volte e mezzo più alto del suo Pil?
Il cappio del debito, anche a causa dei ciclopici piani di salvataggio delle banche e degli stati, è destinato a stringersi sempre più. Più grande è il debito più diventa indispensabile il rifinanziamento. Fino a che si trovano investitori disposti a comprare obbligazioni e titoli e a prestare soldi, tutto va bene. Ma se gli investitori, tra cui le banche, sono a loro volta indebitati, la catena si spezza. Il crollo borsistico della settima scorsa, in particolare delle banche, è presto spiegato: esse sono piene di obbligazioni non solo dei PIIGS ma di stati che solo a patto di dolorose cure da cavallo potranno rimborsare i loro debiti. Due anni fa parlavamo dei titoli tossici, di derivati corrispondenti a crediti inesigibili. Siamo giunti ad un punto che "tossici" sono considerati "dai mercati" i titoli di stato di svariati paesi occidentali. Senza dimenticare che le stesse banche vacillano da anni poiché utilizzano a dismisura le loro "leve finanziarie" (la facoltà di immettere sul mercato crediti svariate volte la loro effettiva capitalizzazione).
Ridurre i debiti! Questa è la soluzione e il grido di battaglia. Facile a dirsi, arduo a farsi. Ridurre i debiti è possibile soltanto comprimendo il ciclo economico, scaricando non solo sui salariati e i piccoli risparmiatori, ma sulle stesse aziende capitalistiche, i costi della cura da cavallo. Parla l'esperienza: dagli anni '30 ad oggi ci sono state massicce riduzioni dei debiti almeno 45 volte, e nella maggior parte dei casi il fenomeno ha causato recessione se non la bancarotta di intere economie. Il serpente capitalistico si morde la coda, col rischio che in questo girare a vuoto su se stesso, il sistema vada incontro ad una catastrofe di portata epocale, con le conseguenze (pauperizzazione, sfascio sociale e di intere nazioni, ecc) che ognuno può immaginare.
Per quanto tempo ancora dovremo sopportare il fardello del capitalismo? Occorre davvero toccare il fondo per decidersi a ricostruire su fondamenta più eque le nostre società? Temo che alla fine L'Europa rischia di rimanere l'ultimo Bastione di un capitalismo terminale ormai morente.

mercoledì 12 maggio 2010

La Verità fa Male


Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad durante il suo intervento alla conferenza per la revisione del Trattato di non proliferazione nucleare in corso al Palazzo di Vetro dell'Onu a New York, ha chiesto lo smantellamento delle armi nucleari americane in Europa ed in particolare in Italia. Dal momento che “l'utilizzo di armi nucleari da parte degli Usa ha scatenato una corsa al nucleare” e gli Stati Uniti “usano la minaccia nucleare contro altri Paesi, compreso l'Iran”.
Una richiesta certamente legittima che “mette il dito nella piaga” costituita dalla paradossale situazione esistente ancora oggi, ad oltre 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in stati Come Italia, Germania e Giappone, deprivati della propria sovranità e ridotti al ruolo di colonie degli Stati Uniti. Colonie deputate ad ospitare basi militari di varia natura ed armamenti di ogni tipo fra cui una considerevole quantità di testate nucleari.
Basti pensare che gli USA mantengono nel mondo circa 850 basi,(escludendo quelle segrete di cui non è nota l’ubicazione) 500 delle quali in Europa e 113 in Italia. Proprio in Europa sono allocate 480 bombe nucleari, di cui 90 sul suolo italiano. L’Italia versa ogni anno nelle casse statunitensi una cifra nell’ordine del mezzo miliardo di dollari, per coprire il 41% dei costi delle basi USA e delle truppe americane presenti nel nostro paese.
Posti di fronte alla richiesta di Ahmadinejad ed incapaci di produrre una qualsiasi riflessione di un qualche spessore, i componenti della delegazione italiana e delle altre delegazioni europee, hanno scelto la via della fuga (che sempre si confà ai pavidi ed agli impostori) abbandonando l’aula in segno di protesta.
Protesta per cosa poi? Solamente per qualcuno che ha avuto il coraggio di dire la verità, quella verità che da 65 anni una classe politica servile al proprio padrone a stelle e strisce continua a sottacere a tutti gli italiani. La verità purtroppo fa male.

martedì 11 maggio 2010

Tragedia Greca

La tragedia europea è iniziata. Tre morti in una banca di Atene sono il primo orribile bilancio di una guerra che il capitalismo finanziario ha scatenato contro la società e contro i gruppi sociali, e da cui la società non sa come liberarsi. La società greca non può sopportare il diktat delle agenzie finanziarie che l’hanno spinta nel baratro della crisi, e ora pretendono che a pagare il prezzo siano i lavoratori. Spinta contro il muro della miseria, dell’umiliazione e della catastrofe, la società greca potrebbe reagire in maniera folle. Può essere l’inizio di una tragedia che non sarà limitata alla Grecia.
Quello che sta succedendo in Europa è straordinario e terrificante. Straordinario perché per la prima volta la costruzione europea entra in una crisi che minaccia di farsi definitiva, nonostamnte i salvataggi da 730 Mld€, e perché questa potrebbe essere un’opportunità per iniziare una trasformazione in senso realmente democratico e sociale di un’entità che finora non ha avuto i tratti della democrazia, ma piuttosto quelli di una dittatura tecno-finanziaria, e che dittatura! Terrificante perché mai come oggi ci rendiamo conto del fatto che l’intelligenza collettiva è dissolta, la voce della critica sociale è muta, la democrazia morta. Di conseguenza, se non accade qualcosa al momento attuale molto difficile da prevedere (il risveglio di una intelligenza collettiva capace di ridiscutere alla radice la ragion d’essere dell’entità europea), l’esito di questa crisi rischia di essere una tragedia destinata a distruggere quel che resta della civiltà sociale moderna nel continente europeo.
Un numero della rivista LOOP del maggio 2009 si intitolava Finis Europae, e si chiedeva se l’Europa poteva sopravvivere al collasso finanziario. La risposta era: no, l’Europa non può sopravvivere al collasso se non si libera dalla dittatura della classe finanziaria che tiene in mano la corda con cui la società europea viene lentamente strangolata. Ma di questo tema ben poco si è occupata finora l’intellettualità europea (ma esiste ancora qualcosa che meriti questo nome?) La discussione che si è svolta fin a questo momento sui giornali e nelle assisi politiche ufficiali è ridicola, vuota, inconsistente. Sembra che nessuno riesca a vedere che la costruzione europea è stata fino a questo momento la causa (una delle cause) del peggioramento sistematico delle condizioni di vita dei lavoratori. Nonostante le bugie e le cazzate raccontate dalla sinistra, la politica fanaticamente monetarista dell’Unione ha prodotto una stretta della spesa pubblica che ha peggiorato la qualità della vita delle popolazioni, e contemporaneamente ha imposto un vero e proprio blocco salariale che si è accompagnato con un aumento sistematico del costo della vita.
Il fanatismo monetarista della BCE (vero organo di comando sulla vita politica europea) ha scelto alcuni bersagli preferiti. Quello delle pensioni è forse il più evidente. Allungare il tempo di lavoro-vita è una delle ossessioni del Neoliberismo, e si fonda su un accumulo di menzogne pure e semplici. Si dice che l’aumento del tempo di vita media mette in pericolo la possibilità di mantenere un equilibrio economico, dimenticando che la produttività media sociale è aumentata di cinque volte negli ultimi quaranta anni, per cui non cambia niente il fatto che il numero dei produttori possa diminuire leggermente. Anzi. Il buon vecchio saggio sulla "Fine del Lavoro" del '95 affermara che a breve solo il 20% della forza di lavoro di quell'anno sarebbe stata sufficiente per mantenere i livelli di produzione annui di quel periodo. Figuriamoci se questo non era e non è un incentivo ad andare in pensione PRIMA, non certamente dopo la soglia dei 60 anni. Si dice che i vecchi debbono lavorare più a lungo per solidarietà nei confronti dei giovani, e non c’è menzogna più ripugnante di questa: il prolungamneto del tempo di lavoro degli anziani ha infatti come conseguenza un aumento della disoccupazione giovanile, e una condizione di ricatto sul mercato del lavoro che ha reso possibile un aumento smisurato della precarietà lavorativa.
La politica della BCE è all’origine della miseria europea. Se L’Unione è questo, che muoia. E pure di Peste! Ma la morte dell’Unione, che ogni giorno si fa più probabile, sarebbe l’inizio di un inferno inimmaginabile. Lo scatenamento di tutti i demoni che negli ultimi decenni si sono tenuti sotto controllo sarebbe dietro l’angolo. Non solo segnerebbe il riemergere dei nazionalismi, ma anche il precipitare della guerra civile interetnica, nei paesi mediterranei spinti nel baratro di un immiserimento pericoloso. A cominciare dalla debole Italia tra Nord e Sud dai ben noti problemi mai risolti.
Solo un movimento del lavoro precario e del lavoro cognitivo, un movimento che ponga al centro della discussione politica il salario unico di cittadinanza può salvare l’Unione europea, modificandone radicalmente la forma e la sostanza. Ma un simile movimento sembra oggi quanto di più improbabile, quanto di più lontano dai comportamenti psicopatici e conformisti di una generazione di disperati il cui futuro sembra segnato senza vie d’uscita. Un futuro di precarietà, di schiavismo, di immiserimento materiale e psichico.
Una generazione cui rimarrà solo Facebook – sfiatatoio dell’impotenza e del narcisismo e quindi valvoa di sfogo – per avere la sensazione di poter parlare liberamente. Una vera e propria Tragedia Greca.

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