mercoledì 19 maggio 2010

Dittatura Nazista

Ancora una volta, Israele è pronta alla guerra contro l’Iran. Anzi no, contro tutti.
E’ la rabbia, è il dispetto che si accumulano dopo il successo diplomatico del brasiliano Lula da Silva e del premier turco Erdogan, che hanno convinto Teheran allo scambio controllato del suo uranio al 5% con uranio al 20% per un reattore ad uso medico, arricchito da altri Paesi. Un successo diplomatico taciuto dai nostri media (solita storia) ed è visto da Israele (e da Washington) come un ostacolo alle sanzioni «invalidanti» che volevano ad ogni costo imporre. E a ragione: Mosca ha subito elogiato Erdogan e Lula, il che significa che, al Consiglio di Sicurezza ONU, non darà il suo voto all’embargo; la Cina farà quasi certamente lo stesso. Il successo della diplomazia di Paesi non-allineati è visto e sentito come una disfatta della politica diplomatica di minaccia a cui gli israeliani, manovrando il loro fantoccio americano, s’erano abituati. Volevano isolare l’Iran e fare del suo regime il paria fra le nazioni? Il presidente Lula e il primo ministro Erdogan sono solo due dei quindici capi di Stato e di governo che si sono dati appuntamento a Teheran per un G-15 dei non allineati: erano rappresentati al più alto livello India, Egitto, Indonesia, Argentina, Venezuela, Cile, Malaysia, Sri Lanka, Messico... tutti a cercare contratti di cooperazione economica Sud-Sud, il contrario delle sanzioni paralizzanti. Rabbia e dispetto. «E adesso, si bombarda Ankara e Brasilia?», si diverte il sito Dedefensa, valutando l’evento «un attacco obbiettivo contro il dominio americano-occidentalista».
Israele scopre ora che la propria onnipotenza ha un limite. Non basta la superiorità nucleare nell'area e la pratica della minaccia. Israele ha trascurato la diplomazia, moltiplicando schiaffi, sgarbi e umiliazioni alla Turchia e persino al servo americano, con il risultato di lasciare un vuoto riempito da un modo diverso di affrontare «la guerra mondiale contro il terrore»: un modo fatto di incontri, di cordiali convergenze alla pari, e di buoni affari. E’ un rovesciamento strategico, afferma Thierry Meyssan dal Libano, che ne addossa i motivi alla cecità e arroganza di Us-rael. Anzitutto, il fatto che gli occupanti americani dell’Iraq abbiano promosso la semi-indipendenza del Kurdistan iracheno, assistito da torme di «consiglieri» militari israeliani. La nascita di questo quasi-Stato petrolifero, ha avvicinato i paesi che hanno in casa un problema curdo: la Turchia alle prese coi terroristi secessionisti del PKK, l’Iran con i suoi curdi (Pejak) e la Siria. Persino i comandi del potente esercito turco, benchè dunmeh, sono oggi costretti a valutare cosa significa l’aiuto dato sottobanco da Israele ed USA al PKK: la NATO non è più garante dell’integrità territoriale turca. L’alleanza Iran-Siria diventa ogni giorno più chiaramente un triangolo: Iran-Siria e Turchia. Un’alleanza, nota Meyssan, che «dispone di una legittimità storica senza pari». La conseguenza della caccia al baathista e delle sanguinose epurazioni dei dirigenti baathisti operate dagli assassini giudaici hanno avuto l’ovvia coneguenza: adesso sono gli sciiti a dominare il gioco in Iraq, e l’Iran è la guida degli sciiti nel mondo. La caccia al baathista ha reso la Siria l’ultimo Stato laico in questa parte del Medio Oriente.
Quanto alla Turchia, porta all’alleanza la sua eredità ottomane: come il califfo di ieri, Erdogan è oggi il garante e il modello dei sunniti. Ciò significa che la politica della strumentalizzazione dell’inimicizia sunnita e sciita, sui cui aveva puntato US-rael, sta fallendo; al contrario, la cordiale apertura di Erdogan (che si estende, lungimirante, anche all’Armenia cristiana) favorisce una – sperata – fine della «fitna», la spaccatura storica sciiti-sunniti. E il siriano Assad, nel febbraio scorso, ha sfidato le minacce di Hillary Clinton ricevendo in pompa magna il capo di Hezbollah Nasrallah e Ahmadinejad, insieme, lo stesso giorno. Washington non ha potuto far altro che reiterare le minacce, e mantenere la Siria nella lista degli Stati soggetti ad embargo. Ma Assad, adesso, compra aerei militari ed armamento da Mosca. La quale sta accelerando l’approntamento della sua nuova base navale nel Mediterraneo, a Latakia in Siria. La Russia entra a piè pari nel vuoto di potere americo-israeliano nell’area. Un segnale importante è il fatto che Medvedev ha ricevuto recentemente a Mosca Khaled Mechaal, uno dei capi di Hamas (continuamente braccati dai kidonim di Giuda), che lo stesso Medvedev aveva rifiutato per tre volte di incontrare in passato; ed ha persino evocato la grave situazione umanitaria di Gaza, deplorando «l’indifferenza» di Washington su tale problema. La Russia promuove la soluzione «a due Stati» del problema palestinese, e quindi fa la sua parte per arrivare ad una riconciliazione fra Hamas e Fatah. Quanto ai rapporti fra Mosca ed Ankara, registrano una cordialità mai vista nella storia dei due Paesi, da sempre ostili. Ed Ankara sta trovando nel vasto Oriente asiatico, in gran parte ex-ottomano, il compenso alla chiusura della porta europea. Erdogan, beninteso, continua a bussare alla porta: ma oggi non ha più l’aiuto della nota lobby, così potente nelle capitali e a Bruxelles. E’ per questo che il generale David Petraeus, il capo del Central Command, s’è unito ai vari critici dell’alleanza-subordinazione con Sion per avvertire il Congresso che a forza di favorire i giochi di Israele in Palestina e in Iraq, gli interessi americani nell’area sono stati gravemente pregiudicati.
Come reagisce Israele? Accentuando le minacce e la paranoia, mobilitando le sue lobby in Occidente fino al parossismo. La reputazione di Israele, non altissima dopo il genocidio di Gaza, ha subìto un altro duro colpo, o autogol, quando il suo ministero dell’Interno ha respinto alla frontiera Noam Chomsky, il linguista del MIT e ideologo della sinistra americana, nonchè ebreo, che veniva dalla Giordania a Ramallah (Cisgiordania occupata, futuro Stato palestinese) per tenere una conferenza all’università palestinese Bir Zeit e visitare Hebron. Cacciato alla frontiera e tornato ad Amman (la Giordania lo lascia entrare), Chomsky ha reso pubblico il suo giudizio sulla vicenda: «Metodi da Stato staliniano».
Cosa è diventato Israele oggi allora?
Uno Stato dove il razzismo è istituzionale, tanto che dà la cittadinanza solo a chi dimostra di avere una mamma o una nonna di sangue della razza eletta, e non naturalizza mai chi non sia della razza superiore. Uno Stato che non integra la sua minoranza, per «preservare carattere ebraico dello Stato di Israele», frase equivalente ad un'altra ben più conosciuta «preservare il carattere ariano dello Stato germanico». Uno Stato che pratica l’apartheid alla sua minoranza interna, che la angaria e le nega diritti elementari. Uno Stato che pratica la pulizia etnica e una costante politica di espulsioni degli inferiori genetici dalle loro case e dai loro campi, per poter ripetere un giorno con Golda Meir: «Non è mai esistito un popolo palestinese». Uno Stato dove la Polizia arresta sotto falsi pretesti, incarcera senza processo nè difesa legale individui della minoranza etnica. Uno Stato che gestisce il suo lager dove affama un milione e mezzo di inferiori razziali. Uno Stato che educa i suoi figli alla spietatezza, alla dura mancanza di compassione verso gli inermi che perseguita, affama e strazia. Uno Stato che colpisce con bombe al fosforo ed armi invalidanti una popolazione prigioniera, di cui la metà ha meno di 15 anni, e di cui i rabbini esortano a non avere pietà. Uno Stato che manda per il mondo le sue squadre di assassini professionali ad eliminare avversari politici ed «inferiori», a cui non riconosce nemmeno la dignità di nemici: sono «scarafaggi» per i suoi leader, e con gli scarafaggi non si tratta, li si elimina. Uno Sato super-armato, dotato di un’ideologia millenarista e razziale («Il Reich millenario»), espansionista e aggressivo verso tutti i vicini, che scatena una guerra ogni due anni, che non conosce altra diplomazia che la guerra; e che teme e invidia la pace degli «altri», perchè vi vede una minaccia esistenziale.
Questo Stato si può chiamare in un solo modo: Dittatura Nazista.

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