mercoledì 30 giugno 2010

Prove di seccessione

Da Massimo Fini riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il Belgio, Paese con un già forte federalismo, rischia di spaccarsi definitivamente in due. Nelle Fiandre, fiamminghe, ha vinto «Nuova alleanza fiamminga» il partito del giovale leader Bart De Wever che vuole la scissione dalla Vallonia, francofona. Ed è probabile che, prima o poi, ci si arrivi. Del resto fiamminghi e valloni non si sono mai amati e la loro unione in un unico Paese, il Belgio, nel 1830, fu dovuta a una decisione, o piuttosto un’imposizione, di Francia e Gran Bretagna che allora dominavano la scena europea. Se quindi scissione alla fine sarà avverrà in modo indolore, democratico, con un referendum, e senza particolari traumi tranne che per la monarchia belga che peraltro, a differenza di quella inglese, ha una funzione puramente decorativa. Del resto, in Europa, già la Cecoslovacchia si è smembrata pacificamente dividendosi in Cechia e Slovacchia.
La situazione belga ha fatto suonare immediatamente un campanello d’allarme in Italia dove si è detto e scritto che la scissione tra fiamminghi e valloni sarebbe una scelta «irrazionale». È invece probabile che, come già la divisione della Cecoslovacchia, veda nel senso della Storia, anche se anticipa un po’ i tempi. Se infatti l’Europa diverrà davvero una realtà politica, oltre che economica, è chiaro che i riferimenti periferici non saranno più gli Stati nazionali divenuti ormai inutili per la difesa, che sarà assicurata dall’Europa, e troppo poco coesi per dar sfogo a quel bisogni di identità che monta prepotentemente fra i popoli del Vecchio Continente in contemporanea con l’avanzare della snaturante globalizzazione. E nella logica di Bart De Wever la scissione si combina con la convinzione che l’Europa assumerà sempre più un ruolo politico e militare.
La prospettiva da cui muove De Wever, non a caso un giovane, con la sua «Nuova alleanza fiamminga», è la stessa da cui partiva la Lega di Bossi e di Miglio, la Lega delle origini, quando proponeva un’Italia divisa in tre «macroregioni», idea poi accantonata ma che adesso, da alcuni segnali (Zaia che non fa suonare, in una cerimonia ufficiale, l’inno di Mameli ma il «Va pensiero» di Verdi, la Padania che tifa contro la Nazionale di Calcio) sembra tornar fuori. Idea tutt’altro che peregrina perché effettivamente in Italia Nord, Centro e Sud sono tre realtà molto diverse, economicamente, socialmente, culturalmente, climiaticamente, che rischiano di danneggiarsi a vicenda, il Sud vampirizzando il Nord, il Nord impedendo al Sud di svilupparsi secondo le sue autentiche vocazioni e non attraverso decisioni che vengono dall’alto (prendiamo, a titolo di esempio, il ponte di Messina che nessuno, tranne la mafia, vuole).
Ed è inutile che i rettori dell’unità nazionale, che il fascismo cercò di consolidare senza riuscirci (il fascismo era, a suo modo, un completamento del Risorgimento) tuonino e, come ultima risorsa, oppongano l’articolo 5 della Costituzione che proclama «la Repubblica, una e indivisibile». A parte che è già avvenuto che articoli della Costituzione, e proprio quelli della prima parte che si riferisce ai «principi fondamentali», siano stati, di fatto, svuotati del loro contenuto, come l’11 che dichiara solennemente «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», e noi una guerra d’offesa la stiamo facendo in Afghanistan, anche i «principi fondamentali» non sono fissi e irremovibili per sempre. Se la Costituzione è statica, la Storia, inesorabilmente, si muove insieme alle convinzioni degli uomini.

Massimo Fini

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