giovedì 22 luglio 2010

De-Bunking della UE

La crisi dell’euro è il risultato di un attacco mirato da parte delle agenzie di rating statunitensi Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch contro il debito della Grecia, della Spagna e del Portogallo. L’abbassamento dei conti di questi tre paesi da parte delle agenzie americane, soprattutto per quanto riguarda quelli della Grecia, relegati nella categoria degli investimenti speculativi, è la conseguenza di un’azione mirata.
Quest’abbassamento fa seguito ad una serie di decisioni ripetute e molto ravvicinate. Questi attacchi sono stati appoggiati dall’apparato statale statunitense, in particolare dalle dichiarazioni allarmiste del consigliere economico del presidente Obama, ex presidente della Federal Reserve, Paul Volker che ha parlato di una futura disintegrazione della zona euro.
Quest’offensiva contro l’euro è innanzitutto un’azione destinata a portare negli Stati Uniti i capitali esteri necessari alla copertura del crescente deficit della bilancia finanziaria degli USA. È un segnale di avvertimento a paesi come la Cina, che aveva iniziato a riequilibrare le sue riserve di valute acquistando in euro anziché in dollari. Per gli Stati Uniti, c’è in effetti una certa urgenza in materia. Fino al 2009, il finanziamento dei loro deficit e la difesa del dollaro erano assicurati da un saldo positivo dei flussi finanziari. Ma, durante questo stesso anno, se il movimento dei capitali rimaneva positivo, esso non arrivava più a compensare i deficit. Il saldo diventò negativo per un ammontare di 398 miliardi di dollari. A livello puramente economico, l’offensiva contro l’euro e della stessa linea di quella contro la lotta alla frode fiscale, iniziata dal presidente Obama nel 2009. Si tratta di portare i capitali nella cerchia degli USA.
Quest’azione tattica si sdoppia in un’operazione strategica, quella di un movimento di smantellamento dell’Unione Europea a vantaggio di un’unione economica che copre i due continenti, in cui il progetto di creazione di un grande mercato transatlantico ne è la manifestazione più visibile. È in funzione di questo secondo obiettivo che si può comprendere l’atteggiamento della Germania che, sia per la lotta alla frode fiscale che per l’attacco contro l’euro, ha fornito un sostegno all’offensiva statunitense. Questo doppio atteggiamento è coerente con l’impegno privilegiato di questo Stato europeo nella realizzazione di un’unione economica transatlantica.
L’Unione Europea è stata costruita attorno la Germania e strutturata secondo i suoi interessi. Paese economicamente il più competitivo al momento dell’installazione del grande mercato, ha potuto, senza vincoli politici, senza governo economico e trasferimenti importanti verso le zone sfavorite, giocare pienamente i suoi vantaggi economici comparativi. Fino a quest’anno, la zona euro assorbe i tre quarti delle esportazioni tedesche. La Germania, dalle dichiarazioni dei suoi responsabili politici e dei suoi banchieri, così come dalla ripetuta ostentazione delle sue esitazioni, ha contribuito all’efficacia dell’offensiva contro l’euro. Per lei, i benefici di quest’azione sono immediati. Il calo della moneta comune permette di aumentare le esportazioni fuori dalla zona euro. In più, questo paese può meglio finanziare i suoi propri deficit. La crisi e la fuga verso la qualità che essa genera permettono alle obbligazioni tedesche di piazzarsi con un tasso di interesse ridotto.
Se, a lungo termine, la Germania dà l’impressione di tagliare il ramo su cui è seduta, vuol dire che ha deciso di cambiare ramo e che vuole inserirsi in un insieme più grande: il grande mercato transatlantico. La « costruzione europea » è ad un incrocio. Se fino ad ora, ha permesso uno sviluppo permanente della Germania, tale processo non più continuare secondo le stesse modalità. La UE non può uscire dalla crisi senza mettere in atto un governo economico che gestisca una politica economica comune, un’armonizzazione dello sviluppo e, per questo, senza assicurare dei conseguenti trasferimenti finanziari verso i paesi e le regioni sfavoriti. Una tale gestione politica è in completo disaccordo col semplice patto di stabilità promosso dalla Germania. La politica di bilancio di diminuzione accelerata dei deficit imposta nuovamente in nome di questo patto si farà a scapito del potere di acquisto delle popolazioni e non può realizzarsi senza una recessione economica. La zona euro non può più essere la sbocco privilegiato delle esportazioni tedesche. La Germania ha fatto la sua scelta: il grande mercato transatlantico e il mercato mondiale.
In luogo di ristrutturare il debito dei paesi deboli, cosa che avrebbe portato le banche a versare la loro parte, l’Europa ha messo in piedi due fondi di intervento. I 110 miliardi di euro di aiuto alla Grecia, così come i 750 miliardi di prestiti e garanzie, hanno come fine quello di sottomettere i paesi ricevitori alle condizioni del FMI, in cui gli USA hanno la maggioranza dei diritti di voto. In caso di depressione o anche di stagnazione economica, la politica di consolidamento delle spese pubbliche è votata al fallimento. I 750 miliardi previsti di aiuto serviranno a rimborsare le banche a scapito del potere di acquisto del contribuente e questo versamento alle istituzioni finanziarie aumenterà di molto la recessione.
La costruzione europea è stata imposta dagli Stati Uniti che, dopo la guerra, ne hanno fatto una condizione per le concessioni degli aiuti del Piano Marshall. È stata realizzata attorno la Germania, i cui interessi immediati erano complementari a quelli degli USA. L’attacco contro l’euro e l’operazione di smantellamento dell’Unione Europea risultano anche da un’offensiva lanciata dagli USA a cui ha dato il cambio la prima economia del vecchio continente, e ugualmente le istituzioni della UE. La Commissione e il Consiglio confermano così la loro partecipazione alla decomposizione dell’Unione ed alla sua integrazione in una nuova struttura politica ed economica transatlantica sotto la direzione americana, un ruolo già ricoperto attraverso i negoziati degli accordi sul trasferimento dei dati personali dei cittadini europei verso gli USA e sulla creazione di un grande mercato comprendente i due continenti.

martedì 20 luglio 2010

Apatia Popolare

Alcuni giorni fa ho avuto una interessante conversazione con un alunno, un intelligente studente di filosofia che ragiona bene e analizza seriamente la situazione sociopolitica. Si domandava come sarebbe finita la crisi del capitalismo, e sperava in una reazione popolare, nella comparsa di una nuova sinistra e nella diffusione della democrazia partecipativa. Gli ho spiegato il mio scetticismo.
La maggioranza dei cittadini concorda con l’analisi: gli agenti che hanno provocato la crisi sono stati aiutati dagli Stati con fondi pubblici, mantengono le proprie posizioni dominanti e condizionano la ripresa economica a proprio favore con attacchi speculativi contro i focolai deboli come la zona dell’euro. Dalla caduta di Lehman Brothers, sono ormai due anni che sentiamo cantilene da parte dei governanti sulla rifondazione del capitalismo e la regolamentazione dei mercati, ma dopo tutto questo tempo continuiamo nella stessa situazione, se non peggio.
Non ci si può aspettare grandi regolamentazioni del mercato da parte di politici liberali, conservatori, socialdemocratici e democratici cristiani che torneranno al settore privato dopo il loro passaggio per la politica. Il rinvio della regolamentazione europea degli hedge funds su richiesta di Brown è stato sintomatico: il leader laburista, presumibilmente di sinistra, temeva gli effetti elettorali di una misura ritenuta di sinistra. Il leader laburista non voleva disturbare i sindacati, ma sì i finanzieri della City: il mondo capovolto o magari non più di tanto.
Paradossalmente, gli unici interventi attivi dei governi hanno aiutato le banche e tagliato i diritti sociali. Gli aiuti alle banche sono stati giustificati col timore del loro falso ricatto: se cadono loro, cadiamo tutti. Non è vero: se cadono loro, cadono gli azionisti e i dirigenti ma non i correntisti, i cui conti sono coperti dai Fondi di Garanzia dei Depositi. E se invece si trattava di concedere credito alle famiglie e alle Piccole e Medie Imprese, lo stato avrebbe dovuto concederlo direttamente attraverso una banca pubblica. Alla fine i fondi pubblici sono stati utilizzati dalla banca per equilibrare i suoi bilanci, chiedere prestiti alla BCE all’1% e comprare il debito dello stato al 4%: un vero affare. Nel caso spagnolo, sarebbe stato più logico che un presunto governo socialdemocratico prestasse denaro pubblico alle banche in cambio di azioni anziché di futures. Così, lo stato ha perso l’opportunità di entrare nel capitale sociale delle stesse e poter controllare il destino del denaro concesso.
Il capitalismo non è in crisi ma in fase di ristrutturazione. Una certa sinistra lo spiega come sconfitta del neoliberismo a causa dei suoi devastanti effetti. Tutto il contrario, dal momento che per il neoliberismo tali effetti non sono intrinsecamente indesiderabili ma contingenti. La mano invisibile descritta da Adam Smith in Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), quella mano che è dietro a tutte le operazioni e che finisce col mettere a posto i fattori economici, agisce in base alla selezione naturale, per la quale i forti divorano i deboli. Non siamo dunque davanti ad una crisi DEL capitalismo bensì NEL capitalismo, non una crisi del sistema bensì di alcune sue componenti, dalla quale non deriva alcuna sofferenza per altri ma, anzi, qualche beneficio. Il sistema si sta adattando e dopo i giusti ritocchi – con il ben accetto aiuto degli Stati Uniti – esso tornerà più forte di prima. Per i marxisti, il capitalismo è fallito; per i neoliberisti, sono falliti i deboli e gli incapaci ma il sistema ha lunga vita perché non ce n’è un altro. Un giorno, quella mano farà quadrare tutte le grandi cifre macroeconomiche e tutti torneremo a vivere al di sopra delle nostre possibilità, in pratica tra quattro giorni.
In questo contesto dove stanno i cittadini, la democrazia, la sinistra? Non ci sono, né sono attesi. Nella lotta tra Stato e Mercato vince chiaramente il secondo. Constatiamo che le banche e gli speculatori sfruttano la situazione e consolidano le proprie posizioni di dominio economico e politico. L’abuso è manifesto e provoca più disoccupazione e disuguaglianze, più tagli sociali e maggiore dipendenza da parte degli Stati la cui sovranità diventa limitata. Lo vediamo tutti.

Ma reagiamo? No. Si vede qualcosa in Grecia, la prima vittoria propiziatoria, ma poco di più. Il sentimento internazionalista di una vera sinistra prenderebbe le rivolte greche come l’anticipo del fantasma che sta per aggirarsi per l’Europa. Presenterebbe i cittadini greci come l’avanguardia del movimento popolare europeo in rivolta contro questo capitalismo arbitrario e selvaggio. Eppure le rivolte greche vengono viste proprio per quel che sono, cioè greche, lontane, televisive. Al momento non sembra esserci rischio di contagio e i capitalisti sono tranquilli.

Nel caso spagnolo nemmeno i sindacati osano invocare lo sciopero generale. La loro dipendenza dai sussidi statali li ha portati ad un eccesso di identidicazione con un governo debolmente socialdemocratico e in questo momento non godono della necessaria credibilità per provocare una contestazione popolare. D’altra parte, il sindacalismo di classe è diventato un sindacalismo d’azienda: si mobilitano gli impiegati di un centro d’impiego davanti a una chiusura o alla mobilità, ma questo non provoca automaticamente la solidarietà degli altri lavoratori. In una società stratificata come quella attuale, il concetto di classe si è diluito. Il dualismo crescente tra operai impiegati e disoccupati fa identificare i sindacati con la difesa dei primi e l’oblio dei secondi. Per questo vediamo che le risposte alla crisi sono molto più individuali che collettive: ognuno cerca la sua via di uscita e questo sottrae energie per una contestazione di massa. La scarsa partecipazione al primo maggio è un esempio di apatia e disinteresse dei cittadini ad articolare una risposta di classe o civile contro la crisi. Né i sindacati né la sinistra sono in grado di mobilitare la società. La supposta sinistra di governo è quella che, con la morte nel cuore, taglia i diritti sociali secondo i dettami dei mercati e della UE; e la sinistra alternativa non ha uno spazio e nemmeno elabora un discorso, coinvolta in infinite rifondazioni e lotte intestine. In mancanza di leaders e di un discorso coerente, il giudice Garzón si erge ad icona di una sinistra che si muove per cause del passato anziché del presente.
Lo studente di filosofia, impeccabile nel suo discorso civico, confida nelle possibilità aperte da Internet e dalla democrazia partecipativa. Attenzione: la rete apre spazi democratici di opinione, ma non necessariamente utili alla mobilitazione. Per dirla con Manin nei principi del governo rappresentativo, essa aumenta i margini della democrazia da audience ma non quella partecipativa. Possiamo esprimere apertamente la nostra opinione più radicale e intransigente nei numerosi forum aperti nella rete, ma non è detto che questo possa inquietare i poteri finanziari se essa non si sposta nella piazza.
Riguardo allo sviluppo della democrazia partecipativa e deliberante, la Scienza Politica da anni analizza più o meno gli stessi casi: i saggi sulla democrazia locale di Porto Alegre e il sud est brasiliano, il voto elettronico e le liste indipendenti dei caucus nordamericani, l’elaborazione sociale e aperta dalle stime in alcuni consigli comunali e le consulte che di tanto in tanto vengono convocate in diversi municipi. La democrazia partecipativa si mantiene in un contesto locale e in fase sperimentale. Quella rappresentativa, invece, viene mediatizzata dalle élite di alcuni partiti chiusi, poco flessibili al dibattito interno e riluttanti alle liste aperte e sbloccate. Attraverso le reti clientelari che estendono i territori governati, stringono rapporti con i poteri economici. I sistemi di partiti nazionali sono ben incanalati dalle élite dirigenti e intanto l’Unione europea continua col suo deficit democratico. L’attuale offensiva del neoliberismo contro il potere politico fa condizionare lo Stato da parte del mercato e la politica da parte dell’economia e dovrebbe essere proprio il contrario. La democrazia liberale diventa così una chimera. In questo Marx aveva proprio ragione.
Perció come molti cittadini conosciamo il problema e concordiamo sulla diagnosi: il capitalismo non funziona, è ingiusto e mina la democrazia: manca un’alternativa. Ma chi la definisce, chi la difende e la applica? Il comunismo ha fallito e la socialdemocrazia si è venduta. Ma chi fa il primo passo e quanto lungo deve essere questo passo? Sinceramente non lo so. Ci sono attivisti, politici e un pensiero economico di sinistra. Ma non ci sono leaders nè organizzazione. Non manca l’alternativa teorica ma quella pratica. Manca il referente. E manca la base, l’agente protagonista: il popolo la cui sovranità è messa in discussione e non fa molto per evitarlo. Per inerzia, per disincanto, stanchezza o individualismo, non è prevista una contestazione sociale in un paese di quasi cinque milioni di disoccupati. In una tale situazione la passività è la nota dominante. L’attitudine della classe politica non è esemplare, il disincanto spazza la speranza, l’educazione ne risente e la televisione ci inonda di programmi in cui i modelli sociali sono personaggi che trionfano non per meriti di studio o lavorativi. Programmi inconsistenti visti quotidianamente da milioni di persone.
Il nostro sfondo culturale non è civico, critico e sociale come nel nord Europa. Il nostro sfondo culturale è consumista, materialista, individualista e, in certa misura, comprensivo con la corruzione. La corruzione economica, politica e culturale definisce bene quella mano invisibile di cui si parlava prima e che penetra in ogni interstizio del potere. Questo è lo sfondo che ci coinvolge, in cui viviamo e respiriamo. È uno sfondo culturale capitalista e non è facile impedirgli di contaminarci. La sinistra alternativa gioca in un terreno esterno. Il risultato è un dilemma pirandelliano: o la sinistra non trova il suo popolo o il popolo non trova la sua sinistra. Economicamente il popolo non si propone un altro sistema politico, vota una sinistra che racconta frottole per non far vincere la vera destra. Le differenze politiche sono sempre meno evidenti ma alcuni crediamo che possa essere utile votare Sagasta per non far vincere Cánovas.
Più di trent’anni fa, raccontava Lluís Llach in Damunt d’una Terra, per la gente tutto era più chiaro: “Maurizio sa molto bene/ che appena un minimo dubbio gli viene/ Maurizio sa cosa fare/ trovare i compagni e uscire per le strade”.
Maurizio sapeva cosa fare: non aver dubbi e uscire a trovare la gente. Allora la gente, i compagni, erano lì. Oggi guardano la tv, mentre bevono qualche birra, preparano le vacanze. E non è poco. La gente è troppo occupata per pensare a rivolte contro il sistema. Siete pregati di non disturbare. Ma basterò attendere il suo tempo. Quando si rimane senza l'essenziale per la propia esistenza, l'apatia termina ed inizia il risveglio.

sabato 17 luglio 2010

Crack America

“Non è stata la domanda del Senatore McCain - ha detto il Generale David Petraeus - ero semplicemente disidratato”.
Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti stava spiegando come poco prima, mentre si trovava a testimoniare di fronte al comitato senatoriale delle forze armate, avesse avuto un breve svenimento. L’aperto scetticismo del Senatore McCain su ciò che stava sentendo, riguardo alla guerra in Afghanistan, non è stato il problema. È stato spiegato che Petraeus non aveva fatto colazione. Ma si poteva cogliere, persino attraverso i notiziari televisivi, uno strano spirito di unanimità nella sala delle udienze, come una sensazione di imbarazzo per il generale, che ha portato il presidente della commissione a sospendere immediatamente la sessione.
Nello stesso giorno i dirigenti di cinque società petrolifere sono comparsi di fronte ad una commissione parlamentare, che stava indagando sulla catastrofe nel Golfo del Messico. I dirigenti sono stati sottoposti ad un aspro interrogatorio da parte dei membri del parlamento, e il fatto che tutte e cinque le compagnie petrolifere condividessero lo stesso piano di emergenza “copia-e-incolla” per le trivellazioni in mare aperto, ha mostrato che la palese incompetenza della BP è lo standard nell’industria petrolifera. Qui non c’è stato imbarazzo, ma rabbia. Il massimo che si può dire a favore dei dirigenti delle compagnie petrolifere è che nessuno di loro è svenuto.
Le due udienze di Washington hanno colto la diffusa sensazione in America di stanchezza e di paura. La nazione è stata messa duramente di fronte alla propria impotenza su molteplici fronti: da un lato, la palese incapacità di evitare che l’oceano diventi un mare morto, come quella di proteggere le proprie coste dall’avvelenamento. Dall’altro, il testardo rifiuto della guerra in Afghanistan (e del suo leader Hamid Karzai) di adeguarsi alla volontà di Washington. C’è inoltre la crescente sensazione che il risultato più vistoso dello sforzo americano in Iraq sia stato il rafforzamento dell’Iran.
Quando il presidente Obama si è rivolto alla nazione, dall’Ufficio Ovale, era focalizzato sulla perdita di petrolio, ma i limiti della sua capacità di influenzare in modo pratico gli eventi sono stati chiari per tutti.
Il generale Petraeus è un eroe dei nostri giorni. La sua uniforme scintilla con dieci strisce di decorazioni, timbri, adesivi e patacche di ogni tipo. Apertamente riconosciuto come il genio del Pentagono della “contro-insorgenza” e come autore dell’incremento militare in Iraq [“surge”], Petraeus avrebbe dovuto portare anche l’Afghanistan a svoltare l’angolo. Ma i Talebani si sono rifiutati di cooperare con la strategia americana in Afghanistan. In Iraq la inutile riunione della settimana scorsa di un parlamento in pieno stallo, sommata alla minaccia di un ritorno della guerra civile in Iraq, indicano con abbondanza che l’ “incremento militare” non sia stato affatto un successo dopotutto.
Sotto la superficie dell’aperto scetticismo con cui è stato accolto il generale all’udienza del Senato, vi è la crescente paura che le truppe americane rientrino da ambedue i paesi - se mai ciò avverrà - non in forma di ritiro ma di evacuazione. E poichè Petraeus impersonifica in questo momento la migliore speranza militare, è stato impossibile non cogliere nel suo temporaneo svenimento un segno nefasto.
Ci stiamo avvicinando ad un punto di rottura per tutta la nazione. In gioco vi è niente di meno che quel senso implicito di “giustezza” dell’America, una sensazione alla quale lo stesso presidente Obama si era affidato quando inizialmente ha appoggiato Petraeus, supportando la guerra, mentre dava fiducia agli stessi dirigenti delle compagnie petrolifere, autorizzando nuove trivellazioni in mare aperto. Il presidente ha bloccato le seconde, e certamente rimpiange la prima, ma è troppo tardi in ambedue i casi. Quando una industria che rappresenta la quintessenza dell’economia americana si mostra, come è avvenuto nel Golfo, intenzionalmente distruttrice - con la complicità di ogni cittadino in quella distruzione – e quando la fatica delle sventurate operazioni americane in Iraq e Afghanistan viene vanificata da una continua serie di svenimenti di leadership a tutti i livelli, la fiducia in se stessa dell’intera nazione può andare irrimediabilmente perduta.
Obama è come uno scalatore in difficoltà su una superficie liscia, che ha oltrepassato i propri limiti personali e ora non vede nessuna mano tesa che possa aiutarlo. Ma dal Golfo del Messico al Golfo Persico le crisi ambientale e militare si sovrappongono, creando un’urgenza che di per sé impone le prossime scelte. Obama deve saper generare un nuovo consenso fra gli americani. Gli argomenti sono noti ormai a livello familiare – sia di politica energetica che di rientro delle truppe - ma il contesto nel quale stanno avvicinandosi alla loro risoluzione è qualcosa di mai visto prima.
A Washington i politici continuano a cavillare sul nulla, i boss del petrolio continuano a negare l’evidenza, e gli alti ranghi militari continuano nella confusione e nell’equivoco. Ma la nazione stessa si trova oggi in una situazione molto diversa da quella dell’anno scorso, in quell’effimera stagione di speranza politica. Nella prossima estate il carattere degli americani si mostrerà per quello che è diventato, e così farà anche il presidente americano. In realtà, la sua presidenza inizia soltanto adesso, e svenire per lui non è un’opzione.

mercoledì 14 luglio 2010

Recupero venezuela

Dall'Europa in cui è sotto attacco frontale il sistema pensionistico, dove facilitano i licenziamenti di massa, li si rende più a buon mercato, e si cerca di abolire de facto la residuale presenza dei sindacati, i mezzi di comunicazione si dilettano ad emanare preoccupate circolari sull'imminente tracollo dell'economia del Venezuela. Incredibile, ma vero. Per fungere da armi di distrazione di massa, non hanno limite alla decenza e si abbandonano lascivamente alla tragicommedia.
In Venezuela, ogni anno i salari vengono rivalutati con un aumento uguale o superiore all'inflazione accumulata. Il primo maggio è stata aumentata la pensione portandola al valore del salario minimo degli occupati. La previdenza sociale si è fatta carico dei contributi mancanti dei pensionabili, quelli che le imprese non avevano pagato durante la parentesi neoliberista, in cui era stato messo in liquidazione l'istituto pensionistico.
In Europa stanno colpendo in modo premeditato, pianificato e generalizzato il rimanente Stato sociale, nonostante gli allarmanti indici di disoccupazione già sfiorino il 20%, ma puntano il dito contro il Venezuela dove i disoccupati sono meno dell'8%. Dove esiste il controllo dei prezzi dei prodotti commestibili di base dell'alimentazione familiare, nonostante il crollo dei prezzi del petrolio dell'anno scorso.
I "tuttololgi" esibiscono come trofei di caccia due dati economici: la flessione della crescita dell'economia venezuelana nel 2009 -dopo 6 anni di espansione ininterrotta- e una inflazione che sconfinò oltre il 20%. Se tanto mi da tanto -pensa la "tuttologia"- ergo...stanno a pezzi, stanno al gelato al limon. No, sbagliato, non tutto il mondo è Paese senza sovranità.
Quel che non prendono in considerazione -perchè non conviene ai proprietari della comunicazione ed ai macellai del FMI- è che il Venezuela ha ridotto il suo debito al 14%, mentre le maggiori economie dell'UE stanno al di sopra dell'80%.Caracas, tra riserve monetarie del banco centrale e "fondi sovrani" binazionali con la Cina, Russia ed Iran, supera i 140 miliardi di dollari. Con una popolazione di 28 milioni, non di 58, e senza la preoccupante crisi demografica che attanaglia l'Italia. Con gli anziani improduttivi abbandonati al loro destino, e i giovani senza prospettive. Per i prossimi 6 anni, le compagnie petrolifere straniere associate alla statale PDVSA, investiranno oltre 100 miliardi di dollari per poter partecipare allo sfruttamento del primo blocco della riserva dell'Orinoco.
La "tuttologia" neoliberista non riesce a spiegare come con un'inflazione del 20% e una flessione nella crescita, non siano diminuiti i consumi e non sono aumentati nemmeno i disoccupati o i sottoccupati. Com'è possibile? Elementare: lo Stato spende per finanziare la domanda sociale, non per fare la respirazione bocca a bocca ai banchieri.
Può farlo perchè ha mantenuto un ruolo importante nell'economia, ed ha recuperato spazi e funzioni che erano state usurpate dal "mercato" o messe all'asta a favore dei centri sovranazionali "globalizzatati" (FMI, Borse, multinazionali). Questa gente sta affilando i denti per azzannare l'ENI e Finmeccanica.
Non trovano una spiegazione coerente al fatto che in Venezuela il 40% del bilancio è destinato alla spesa sociale, istruzione, salute, consumi, e questo maggiore potere d'acquisto diffuso -paradossalmente- incrementa l'inflazione perchè si orienta su beni importati, storicamente non fabbricati nel Paese. A causa di un' élite che preferisce il lucro delle più facili importazioni speculative allo sforzo di "intraprendere" per trasformarsi in moderna borghesia produttiva. Se non lo fanno loro, provvederá lo Stato.
I governi dell'Unione Europea sono ridotti ad esattori delle imposte per conto del FMI, che sconfina impunemente dall'ambito finanziario al disegno di direttive politiche sempre identiche, da applicare urbi et orbi, per rinsanguare le elites ed affossare le maggioranze sociali. I ministri, indipendentemente dalle "ideologie" o "programmi", possono inventare qualche neologismo o fraseggio peculiare, ma hanno la lunghezza della briglia solo per imporre i diktat dei banchieri centrali nazionali e della Banca centrale europea.
I Paesi che meglio hanno resistito al crollo dell'effimero castello fatato della "globalizzazione", sono quelli in cui la banca centrale non è un battitore libero, diretto da ex dipendenti di Goldman Sachs. In nome della "autonomia" rispondono solo agli interessi dei gruppi azionisti maggioritari -privati- che hanno in pugno gli istituti centrali.A Pechino, Mosca, Caracas le rispettive banche centrali non hanno il privilegio castale di disporre "autonomamente" dei beni e degli erari nazionali, e devono rispondere alle uniche autorità elette con il suffragio universale.
Il futuro immediato dell'UE è il passato recente sudamericano, gli uni arrivano alla terapia fondomonetarista e gli altri stanno uscendo dal sisma provocato da questi sciamannati sciamani. Oggi assidui frequentatori delle capitali europee, accolti come salvatori della patria (sic). Chi ne è uscito, lasciandosi alle spalle le rovine, sotto la spinta di ribellioni popolari che hanno messo sulla difensiva le locali elites, hanno imboccato la strada in direzione opposta: meno mercato, meno Borse, più Stato, più sovranità politica ed economica, più regole. Quel che è inaccetabile, in ogni caso, è che i pirati continuino a dare lezioni ai depredati, da pulpiti sconsacrati e sputtanati.


martedì 13 luglio 2010

Blocco Internet?

E’ difficile immaginare qualcuno che abbia fatto più di Joseph Lieberman per indebolire la libertà degli americani.
Dall’ 11 settembre, il senatore indipendente del Connecticut, ha presentato una raffica di leggi nel nome della “lotta globale al terrore” che hanno eroso costantemente i diritti costituzionali. Se gli Stati Uniti appaiono sempre più come uno “stato di polizia” gran parte del merito è da attribuire al senatore Lieberman. L’ 11 ottobre del 2001, esattamente un mese dopo il 9/11 Lieberman introdusse l’ S. 1534, un disegno di legge che istituiva un Dipartimento per la sicurezza nazionale. Da allora, egli è stato il principale promotore di alcune leggi draconiane come la “protect America Act” del 2007, la “Enemy belligerent, interrogation, detention and prosecution act” del 2010 e la proposta “terrorist expatriation act” che prevede la revoca della cittadinanza agli americani sospettati di terrorismo. Ed ora il senatore del Connecticut vuole “uccidere internet”.
In accordo con il disegno di legge che ha recentemente proposto in senato, l’intera rete globale è da considerarsi come patrimonio nazionale degli Stati Uniti. Se il congresso passasse la proposta, al presidente degli Stati Uniti sarebbe dato il potere di chiudere la rete nel caso in cui si prospettasse una “cyber-emergenza nazionale”. I sostenitori di questa legge dicono sia necessario per scongiurare un “cyber 11/9”, un’altra leggenda regalataci da quei mercanti di paura che ci propinarono favolette come le armi di distruzione di massa irachene o le armi nucleari iraniane. Le preoccupazioni riguardo internet di Lieberman non sono nuove. La commissione del senato degli Stati Uniti sulla sicurezza nazionale e gli affari governativi, dove Lieberman siede, nel 2008 rilasciò un rapporto intitolato “Violent Islamist Extremism, The Internet, and the Homegrown Terrorist Threat” ( estremismo violento islamico, internet e le minacce terroristiche nazionali , ndr). La relazione affermava che gruppi come al–Qaeda usano la rete per indottrinare e reclutare adepti oltre che per comunicare tra di loro.
Immediatamente dopo la pubblicazione del rapporto, Lieberman chiese a Google, il proprietario di youtube, di rimuovere immediatamente i contenuti prodotti dalle organizzazioni terroristiche islamiche. Questa potrebbe suonare come una richiesta ragionevole. Tuttavia per il modo di vedere di Lieberman, Hamas, Hezbollah e la guardia rivoluzionaria iraniana sono organizzazioni terroristiche.
E’ quasi sorprendente che le vedute di Lieberman su ciò che costituisce terrorismo siano parallele a quelle di Tel Aviv. Come Mark Vogel, presidente del maggior comitato di azione politica pro-Israele (PAC) negli Stati Uniti, una volta disse: “Joe Lieberman senza se e senza ma... è il massimo difensore e sostenitore di Israele nel congresso. Non esiste nessuno che abbia fatto più di Joe nel nome di Israele”. Liebermann è stato ben ricompensato per il suo patriottismo... verso un’altra nazione. Negli ultimi sei anni è stato il maggior beneficiario di contributi politici da parte del PAC con ben 1,226,956 dollari.
Ma come mai internet dà così tanto fastidio a Lieberman? Forse il fatto che internet permette agli americani di conoscere i fatti che rivelano esattamente che tipo di “amico” è stato Israele verso il suo generosissimo benefattore? Fatti che sono stati negati dai principali media pro-Israele. Quanto dovrebbero fidarsi gli elettori americani di Lieberman, che asserisce che lo stato ebraico è il loro maggior alleato, se sapessero che gli agenti israeliani piazzarono bombe incendiarie nelle installazioni americane in Egitto nel 1954 in un attentato per indebolire le relazioni tra Nasser e gli Stati Uniti; se sapessero che Israele uccise 34 americani durante un attacco alla USS LIBERTY l’otto giugno 1967; se sapessero che lo spionaggio israeliano, in particolare spiando Jonathan Pollard, ha fatto terribili danni agli interessi americani: se sapessero che 5 agenti del Mossad stavano filmando e festeggiando il crollo delle torri gemelle l’11 settembre 2001; se sapessero che Tel Aviv e i suoi complici a Washington furono la causa delle false informazioni prima della guerra in Iraq; e se sapessero degli infiniti altri esempi di slealtà?
In questo suo ultimo tentativo di censurare internet, Lieberman vuole davvero proteggere gli americani da immaginari cyber-terroristi? O è solamente un tentativo di proteggere i suoi compagni di merende dal popolo americano?

lunedì 12 luglio 2010

Bancarotta della Bp

La crisi della BP nel Golfo del Messico è stata giustamente analizzata (soprattutto) dal punto di vista ecologico. Le vite e i mezzi di sostentamento di molta gente sono in grave pericolo. Ma concentrando l'attenzione su questo aspetto, è stato omesso qualcosa di molto grave dal punto di vista finanziario che, secondo me, potrebbe portare ad un'accelerazione della crisi causata dall'implosione della Lehman.
La gente sottovaluta gravemente la quantità di liquidità del mondo finanziario globale che dipende da una BP solvibile. La BP concede prestiti - attraverso attività commerciali e la finanza. Concede somme, qualità e durata di prestito che una banca potrebbe solo sognarsi. La Gold Community dovrebbe pensare alla forza finanziaria sottostante una compagnia con più di cento anni di provate riserve di petrolio e gas.
Paragonate tutto ciò a quello che possiede una banca (non ci stupiamo che abbia avviato l'attività per vivere!), che ha poche attività tangibili (veramente, non presumibilmente). Pensate a cosa accadrebbe se la BP fallisse. Non è una banca. Con accertate riserve e beni nel sottosuolo, capitali in campi su tutto il pianeta, in termini di qualità di credito e disponibilità nulla può competere con una major petrolifera. Dio solo sa quante attività commerciali nel mondo dipendono dal denaro della BP, che potrebbe superare chissà quante volte il capitale di una qualsiasi banca.
Al centro della questione ci sono di nuovo tutti quei terribili derivati OTC! Le banche si affidano alle major petrolifere perché queste ultime hanno esattamente il tipo di affidabilità creditizia di cui loro stesse mancano. Infatti, le major petrolifere, viceversa, passano molto del loro tempo negando credito alle banche e cercando di eliminare il rischio bancario dai loro titoli nelle operazioni commerciali.
Le compagnie petrolifere hanno sempre diffidato delle banche dal punto di vista creditizio e hanno sempre considerato l'industria bancaria un brutto scherzo finanziario. Le banche solitamente devono supplicare le compagnie petrolifere perché queste ultime concedano loro operazioni commerciali che vadano oltre l'anno di durata. Le banche facevano persino scambi in perdita con le compagnie petrolifere semplicemente per averle sul loro registro commerciale... una posizione favorevole per richiedere, in un secondo momento, un'estensione del prestito o della sua durata.
Per le banche tutte le attività di scambio erano basate su quello che l'allora gigante dei derivati, Bankers Trust, chiamava il suo sistema di scambi: RAROC - o Risk Adjusted Return on Credit. Lo scambio è una funzione del credito ottenuto, unito al rischio della posizione (di scambio). Dato che il sistema creditizio e quello commerciale sono strettamente intrecciati, faremmo bene a ricordarci cosa potrebbe accadere alla liquidità mondiale e ai mercati se la BP andasse incontro a quello che molti credono essere il suo meritato destino, ovvero la bancarotta. L'Intercontinental Exchange (ICE) è già stato e sarà ulteriormente minato dalla crisi della BP che, infatti, è uno dei pochi enti con “hard assets” che sostengono questa cosiddetta borsa.
Se la BP andrà in rovina (indipendentemente dal fatto che lo meriti, oppure no), ma anche se sarà solamente molto danneggiata e l'ente statunitense potrà chiedere il fallimento, i derivati OTC a lungo termine nei mercati di petrolio, prodotti raffinati e gas naturali che vengono chiusi porteranno a una catastrofe. Tutto ciò avrà delle ripercussioni sul sistema bancario. La BP è il protagonista principale sulla parte lunga della curva dell'energia. Quanto sono esposti Goldman sub J. Aron, Morgan Stanley e JPM? Forse enormemente. Ora i prestiti sono stati tagliati alla BP. La controparte non accetterà il suo nome oltre l'anno di durata. É inaudito. Un gigante è alle corde. Se cade, tremerà la terra. Come possiamo vedere, la struttura pensionistica occidentale, i commerci finanziari e il sistema creditizio globale sono intrecciati. La BP ha un ruolo centrale in tutto questo, essendo fornitore primario di quelli che molti credevano essere prestiti AAA. Così dopo aver visto banche fallire e scomparire, e società sovrane tremare... ora vediamo una major del petrolio sul punto di crollare. Un'altra gamba della "sedia" economica globale ci è stata calciata via mentre noi vi eravamo seduti sopra. Il danno ecologico non è solo un evento ecologico di per sé. Esso è stato aggiunto alla lista di disastri causati dall'uomo che hanno messo a repentaglio l'economia mondiale. Il fallimento della BP avrebbe delle conseguenze sui prezzi, e relative implicazioni, e tutto ciò potrebbe essere paragonato a quello che avvenne con la Lehman, se non peggio. Sicuramente, come minimo, sarebbe dieci volte della Enron.
Tutto il rischio della controparte associato alla situazione attuale della BP ha fatto in modo che la curva del commercio globale di petrolio sia quasi crollata. Ora ci troviamo di fronte ad un altro evento in ambito creditizio che causa una chiusura nei mercati, che a sua volta impedirà gli scambi. Sembra un'esatta replica di ciò che avvenne nel mercato creditizio del 2008 -- e potrebbe essere anche molto peggio. Il mondo oggi si trova in una situazione molto più delicata.
Sebbene non se ne sia mai seriamente discusso, il mondo fa molto affidamento sulla fornitura da parte della BP di crediti a lungo termine a molte importanti industrie. Chi farà fede a tutti quei titoli in essere per quelle tante piccole compagnie di petrolio, gas ed elettricità, compagnie aeree e navali, bus locali, treni e reti viarie che fanno affidamento sull'affidabilità creditizia e sulla performance della BP? Non bisogna essere dei geni per immaginare come andrà a finire. Se la BP dovrà essere salvata dalla bancarotta come una banca, il sistema dovrà stampare una quantità inimmaginabile di denaro.
Il mercato, intellettualmente pigro e lento di comprendonio, come spesso capita, forse non se ne è ancora reso conto -- ma la BP potrebbe fare danni tanto quanto la crisi bancaria. Il fallimento per bancarotta della BP potrebbe far sembrare la Lehman un'inezia in confronto, e far tremare ancor di più il castello di carte finanziario in cui viviamo. Se il danno implicito insito nei possibili risvolti di questo evento non ci fa passare all'oro a piena velocità, nient'altro lo farà.

sabato 10 luglio 2010

Default Mondiale

Mentre ci trastulliamo con un .5 % in più o meno di deficit (che pure vuol dire lacrime e sangue per essenziali servizi, indispensabili presidi e storiche fondazioni, non essendo vero che tutto quel che DOVRA' essere tagliato sia superfluo e/o inutile) mentre ci trastulliamo con queste cose, passando poi all'ultimo grido di tinture canine o al calamaro gigante spiaggiato in Sicilia, ci sono argomenti di un certo qual interesse su cui discutere.
L'economia mondiale è finita.
L'economia USA sta risorgendo dalle sue ceneri non come una fenice ma come uno Zombi. Il thriller chiamato La Grande Crisi è solo alla fine del primo tempo.
Gli USA sono diretti verso il default. Nel processo si trascineranno dietro il sistema finanziario mondiale. Esagerazioni?
Solo per coloro i quali ritengono che l'espressione "a lungo termine" vada intesa per qualunque periodo superiore ad un anno. Se gli USA vanno in default, credo ne converrete, si può ritenere che l'economia mondiale o per meglio dire la parte monetaria e finanziaria della stessa, sia finita, a meno di una lucida pianificazione del doloroso passaggio.
Beh, questo, il default prossimo venturo degli USA, scusate la semplicità/rozzezza, lo ritengo un fatto certo. Il deficit americano viaggia infatti ad un ritmo MEDIO superiore al 10% del PIL già da tre anni.
Il debito pubblico americano cresce del 20% all'anno, DA BEN 5 ANNI.
Dall'Aprile 2005 ad oggi, infatti è raddoppiato. Entro l'anno, o al massimo entro i primi mesi del 2011, stando così le cose, il debito pubblico americano, che ha da poco superato i 13 k-miliardi, sfonderà i 14 trilioni di dollari ( 14.000 miliardi di dollari), una cifra circa pari al 100% del PIL. Entro il 2011 ci avrà raggiunto, intorno al 120%, ed entro il 2015 avrà raggiunto il Giappone. Non vi basta? allora guardiamo il combinato disposto degli interessi federali, statali, delle varie istituzioni E di quelli privati ( mutui, prestiti, etc). Sono quasi 2000 miliardi di dollari. Ovvero il 14% del Prodotto interno lordo. Un valore enorme. In pratica il debito complessivo pubblico e privato è già oltre il 340% del PIL.
E questo, badate bene, solo perchè la FED sta nuovamente regalando denaro alle banche (ad un tasso se ben ricordo, intorno allo 0.5% all'anno) e quindi tiene artificialmente bassissimi gli interessi sui debiti privati. Al primo stormir di foglie andrà MOLTO peggio.
Il punto è, ancora una volta, che questo trend è IMPOSSIBILE DA FRENARE, figuriamoci invertire, per il banal motivo che non è nemmeno lontanamente concepibile, nei prossimi anni, una crescita a due cifre dell'economia USA, crescita che del resto permetterebbe a stento di mantenere il livello di indebitamento/deficit, comunque elevatissimo, anche tenendo conto che quello del settore privato è ancora peggio di quello pubblico e quindi gli utili da tassare/tosare per raddrizzare il budget federale sono e saranno ben poca cosa. Ma vi è di peggio. Negli USA, ve lo ricorderete, la previdenza è quasi interamente privata (Obama ha cominciato ad invertire la rotta, per garantire un minimo di assistenza anche ai meno abbienti ma la cosa, purtroppo pesa ancora di più sulle casse dello stato). Anche questa previdenza presenta costi in aumento verticale e va a drenare risorse che quindi non possono essere utilizzate per ripianare i conti dello stato.
Insomma: gli USA, non solo come Stato ma come nazione (noi tutti, in ultima analisi) hanno fatto una enorme scommessa, pagabile in un remoto futuro, su una crescita sufficiente a pagare la scommessa fatta. E l'hanno persa.
Purtroppo il remoto futuro è arrivato e, avendo perso la scommessa, non vi sono i soldi per pagarla. Il denaro virtuale, necessario ad onorare le poste, tale resta e resterà. Questo sono, quindi, i cosidetti debiti sovrani: delle scommesse perse. Finchè si trattava di un piccolo paese, come la Grecia, si è trovato il sistema ( o la quadra, come si usa dire in questi giorni) trasferendo la scommessa su spalle più solide.
Ma in questo caso spalle più solide non ve ne sono ed anzi, già ora, la scommessa continua ad essere onorata, in piccole tranches e con crescente difficoltà, da chi ha appena cominciato a giocare. I paesi emergenti, naturalmente, la Cina, l'India, la Corea... Alla fin fine, se ci pensate è un immane schema Ponzi, su scala planetaria. In questo schema, come del resto nei suoi esempi più classici, oltre un certo livello NESSUNO va a vedere davvero cosa c'e' dietro le carte e i numeri, perchè farlo vorrebbe dire contabilizzare perdite enormi, portare al fallimento il proprio istituto e fo***re per benino la propria luminosa carriera da top manager.
Purtuttavia, prima o poi, qualche cosa nel complesso meccanismo cede e i sistemi di sicurezza non riescono a frenare la reazione a catena. BUM.
Quando?
Come?
Beh, presto, anche solo per la cruda potenza dei numeri.
Gli allarmi stanno già suonando, peraltro, in un forzoso disinteresse quasi totale. Alla fine, quindi, il pianetino in arrivo nel 2012 (forse prima) non sarà qualcosa di palpabile, di reale, ma, come in fondo è giusto, in questo multiverso virtuale, un pianetino virtuale che craterizzerà gli altrettanto immaginari sistemi cartacei e risparmi mondiali. Distrutta cosi la credibilità delle banche centrali, i risparmi e probabilmente le monete, resterà da trovare, a polverone depositato, un bene posto a garanzia delle nuove monete che risorgeranno, inesorabilmente, dopo il patacrac. Continuo a pensare che vi siano due alternative possibili: una moneta universale basata su una qualche unità di misura di energia (il kWh potrebbe andare bene) o una moneta il cui valore sarà garantito da beni fisici: immobili, terreni, infrastrutture o intellettuali: brevetti, ad esempio. Come ben sanno i vecchi lettori ho una vecchia fissa in merito ed è l'esempio dato dalle monete coloniali pre unioniste. Dopo tanti sconquassi è altamente probabile che, per un bel pezzo nessuno vorrà sentire parlare di monete e valute virtuali. Il denaro verrà messo in circolo da coloro che lo chiederanno DIRETTAMENTE in prestito alle banche centrali, mettendo a garanzia beni reali. Del resto il sistema bancario, premessa necessario per la creazione di quelle economie cartacee, avrà virtualmente cessato di esistere. Certo: vi sarà una stretta creditizia ENORME rispetto alla situazione attuale.
E' una logica conseguenza della fine dell'illusione della crescita infinita. In un mondo dove più che la crescita sarà l'evoluzione a dominare, questo non dovrebbe costituire un problema, anzi. Credo che i nostri figli e/o nipoti non riusciranno mai a comprendere come potessimo credere che il gioco sarebbe continuato sine die e come non ci si sia accorti in tempo del disastro in arrivo. Eppure, la Storia insegna che tutto ha una semplice, sempiterna, disarmante spiegazione che consiste nella sostanziale incapacità reale di scontare correttamente gli effetti a lungo termine. Il punto di vista unanime e prevalente, quando qualcuno prova a farlo, è stato ben espresso da una memorabile frase, ovviamente di Keynes: "nel lungo termine saremo tutti morti".
Il che è verissimo, ovviamente.
Si potrebbe, magari, discutere sul come arrivare a quel pochissimo atteso traguardo. Ecco che, di nuovo, Keynes ci suggerisce come: "The day is not far off when the economic problem will take the back seat where it belongs, and the arena of the heart and the head will be occupied or reoccupied, by our real problems — the problems of life and of human relations, of creation and behaviour and religion. (First Annual Report of the Arts Council (1945-1946))
Non è lontano il giorno in cui il problema economico prenderà il posto che gli compete, ovvero il sedile posteriore e l'arena del cuore e la testa saranno occupate o ri-occupate dai nostri reali problemi, i problemi della vita e delle relazioni umane, della creazione e del comportamento e della religione. Il lato positivo, l'unico forse, del default mondiale prossimo venturo.

giovedì 8 luglio 2010

Ecatombe del Golfo

Mi sembra doveroso riportare le conclusioni basate sulle informazioni trapelate da alcuni scienziati costretti al silenzio (informazioni esaminate da altri specialisti che ne confermano l'attendibilità) e che i media si guardano bene dal dare:
Si stima che la pressione con la quale il petrolio fuoriesce nelle acque del Golfo sia compresa tra 20.000 e 70.000 PSI (libbre per pollice quadro): una pressione impossibile da controllare. Si stima inoltre che la quantità giornaliera di petrolio che fuoriesce dal fondo marino sia compresa tra 80.000 e 100.000 barili di petrolio. Il flusso di petrolio e gas che fuoriesce ad alta pressione dal pozzo trascina con sé sabbia e roccia, i quali producono un effetto erosivo su quel che rimane di quest'ultimo e sul foro di uscita. Di conseguenza, il diametro continua ad allargarsi, aumentando la quantità di petrolio che fuoriesce. Qualunque dispositivo di contenimento piazzato sopra il pozzo non è in grado di resistere all'enorme pressione. Il petrolio ha ormai raggiunto la Corrente del Golfo e sta entrando nel ciclo della corrente oceanica, la quale è almeno quattro volte più forte della prima e lo porterà in giro per il mondo entro 18 mesi. Le possibili conseguenze di una tale alterazione dell'ambiente marino sono al momento imprevedibili, ma abbastanza
circostanziate negli effetti: alterazione permanente del clima mondiale.
Il petrolio, insieme ai gas, il benzene e svariate altre tossine, sta eliminando l'ossigeno presente nell'acqua, uccidendo tutte le forme di vita nell'oceano. Oltre al petrolio, sulle coste arriveranno quindi enormi quantità di pesci e altri animali morti, aggravando ulteriormente la situazione ambientale. Non ci saranno più tonni da mangiare in scatola e moriranno almeno due terzi delle specie ittiche nel mondo.
Una volta che l'intensa pressione avrà rimosso la testa del pozzo, il foro continuerà ad allargarsi e il petrolio potrà sgorgare liberamente nel Golfo del Messico, con una quantità stimata intorno ai 250-300 mila barili al giorno. Quando dall'enorme sacca che si trova 8 chilometri al di sotto del fondo oceanico saranno fuoriusciti svariati MILIARDI di barili di petrolio, la pressione inizierà a normalizzarsi. A questo punto la grande pressione dell'acqua alla profondità di circa 1.500 metri indurrà quest'ultima a penetrare nel buco e quindi nella sacca precedentemente occupata dal petrolio. Si stima che a quella profondità la temperatura possa raggiungere e forse superare i 200°C. L'acqua che penetra si trasformerà in vapore, creando un'enorme quantità di forza e sollevando il fondo oceanico. Difficile stabilire quanta acqua entrerà nella sacca e di conseguenza calcolare di quanto si potrà sollevare il fondo. È possibile che questo fenomeno crei uno tsunami con onde tra i 6 e i 25 metri, e forse anche di più. Dopodiché il fondo collasserà nella sacca ormai vuota: il modo con cui la natura sigillerà il buco. A seconda dell'altezza delle onde dello tsunami, i detriti oceanici, il petrolio e le strutture esistenti verranno spazzate lungo le coste e nell'entroterra, devastando completamente l'area per un'ampiezza tra gli 80 e i 300 chilometri. Anche rimuovendo i detriti, gli elementi contaminanti che rimarranno nel terreno e nelle falde acquifere impediranno la ripopolazione di queste aree per un imprecisato numero di anni, forse anche secoli.
Questo pauroso scenario si verificherà se non si vuole usare l'estrema razio: una detonazione nucleare da almeno 10 Megatoni. E' un fatto che tutti i tentativi sinora operati dalla BP per fermare la fuoriuscita di petrolio sono miseramente falliti, così come l'esistenza di un "cordone sanitario" attorno agli operatori impegnati nella zona che impedisce qualunque contatto con la stampa, i giornalisti, etc.
Questa è la peggiore ecatombe di tutti i tempi che sta letteralmente alterando e distrugendo il mondo che abbiamo conosciuto. Le conseguenze saranno immani: carestie, fame per la perdita delle specie ittiche e del raffredamento globale causato anche dal sole che porterà alla riduzione significativa di cibo disponibile. Rivoluzioni sociali, guerre, pestilenze. Il peggior scenario che si possa immaginare. Il tutto per l'arroganza e la stupidità di questo capitalismo terminale che crollerà come il comunismo. La sua ecatombe dentro a quella del Golfo.

lunedì 5 luglio 2010

Trasformazioni Epocali

Stiamo attraversando un periodo foriero di intensi cambiamenti, non solo sociali ed economici, ma soprattutto naturali e, purtroppo, alcuni causati dalla colpevole mano dell'uomo. Purtroppo è vero che la realtà supera le più sfrenate fantasie, come pure che sembra non esserci limite all'incompetenza, al cattivo gusto e al totale disinteresse dei personaggi, protagonisti e comprimari, direttamente o indirettamente coinvolti nella più grave catastrofe ambientale che la storia planetaria ricordi, la nuova Chernobyl di Obama. Tony Hayward, l'amministratore delegato della BP da 1 milione di sterline l'anno, ha pensato bene di andarsi a riposare dalle faticose tribolazioni del Golfo del Messico partecipando sulla barca di 16 metri della quale è co-proprietario (e del valore di 470.000 sterline) ad una prestigiosa regata nelle azzurre acque di Solent, presso l'isola di Wight. Povero Tony, bisogna capirlo: la società che gestisce è stata esplicitamente accusata di aver mentito al Congresso USA per ridurre le proprie responsabilità nell'incidente, dopo la divulgazione di un documento interno che dimostra come l'entità della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico venisse stimata essere venti volte maggiore delle cifre divulgate pubblicamente dalla BP. Laddove lo scenario peggiore previsto consisteva in 100.000 barili di petrolio al giorno, la compagnia parlava di 5.000 barili al giorno che nel peggiore dei casi potevano arrivare al massimo a 60.000. Tyrone Benton, uno degli addetti alla piattaforma sopravvissuti all'incidente, ha dichiarato in un'intervista rilasciata alla BBC che già settimane prima del disastro si stavano verificando perdite di petrolio dall'impianto di sicurezza del pozzo, il cosiddetto BOP (Blowout Preventer) che avrebbe dovuto chiudere le valvole in caso d'incidente, che sia la BP che la Transocean, che gestivano la piattaforma, erano stati avvertiti del problema e che il pezzo difettoso era stato semplicemente staccato, invece di essere sostituito, così da non rendere necessario fermare la produzione. Benton non sa dire se poi, prima dell'esplosione, la sostituzione fosse stata effettuata. Comunque Tony non ha di che lamentarsi troppo, dato che nel caso rassegnasse quelle dimissioni da più parti invocate, incasserebbe un bonus pari a 10.8 milioni di sterline e una pensione annua di 500.000, o almeno così sembra.
Nel frattempo, proprio in base alla sua testimonianza di fronte alla commissione del Congresso, si prevede che se non si troverà un modo di bloccare la perdita (si dice non sarà possibile prima di Natale...), il petrolio continuerà ad uscire per almeno due anni, forse addirittura quattro (basandosi sulla stima prudenziale di 60.000 barili giornalieri). Mi viene da ridere (per non piangere) quando sento che la BP ha garantito un fondo di 20 miliardi di dollari per ripagare i danni: concordo con Patrick Martin quando lo definisce un crimine corporativo oltre ogni immaginazione e afferma che il costo finale di questo immane disastro, combinando i danni agli ecosistemi, all'industria turistica e della pesca, nonché le conseguenze a lungo termine per la salute delle popolazioni locali, è probabile superi il bilione di dollari (mille miliardi).Ho ripotato nel precedente post le vere ragioni a monte dell'incidente, ma resta il fatto che trovo semplicemente grottesco quantificare in denaro un disastro ambientale di proporzioni tali che nessuna cifra al mondo potrà mai compensare:
"Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto,
l'ultimo fiume avvelenato,
l'ultimo pesce pescato,
vi accorgerete che non si può mangiare il denaro."
(Piede di Corvo)
Per aggiungere al danno la beffa, il 22 giugno un giudice federale di New Orleans ha bloccato una moratoria di sei mesi sulle trivellazioni in acque profonde, istituita dall'amministrazione Obama che in seguito agli eventi aveva sospeso l'approvazione di qualunque nuovo permesso di trivellazione nelle acque del Golfo del Messico. Il giudice ha affermato che il provvedimento era da considerarsi "nullo" e ingiustificato, in quanto l'impatto sulle imprese locali (leggi: petrolifere) sarebbe semplicemente eccessivo (in altre parole, un impatto negativo sul cosiddetto "ecosistema degli affari"). La Casa Bianca farà appello contro questa decisione...
Nel frattempo il petrolio ha cominciato a lambire Cuba, penetrando nelle correnti oceaniche.Dalla mappa delle correnti, tutto quel petrolio col passare del tempo distruggerà tutto l'ecosistema di un intero oceano: l'Atlantico. Bloccherà la corrente del golfo, creerà una situazione di perenne inverno e gelo nell'europa del Nord fino alle Alpi. Un disastro ambientale, climatico e sociale devastante.
Nel frattempo, in caso di "emergenza nazionale" il buon Obama verrà investito del potere di "spegnere" Internet a volontà: questo il controverso disegno di legge proposto dall'ebreo Joe Liebermann, guarda caso a capo della commissione statunitense per la sicurezza interna. Coi tempi che corrono e gli scenari che si prospettano nelle prossime settimane, mi sembra che questa legge caschi proprio a fagiolo per i fautori della dittatura.
Ovvio che di fronte a un'apocalisse del genere, la perdita di petrolio da una piattaforma egiziana nel Mar Rosso sia ben poca cosa, se non fosse che la chiazza sta minacciando Hurghada, un paradiso naturale visitato annualmente da milioni di turisti per immergersi nelle sue acque (sinora) incontaminate.
In tutto questo trambusto terreno, la NASA, l'ente spaziale americano, sembra particolarmente preoccupato da tempeste solari potenzialmente devastanti per la nostra tecnologia, da piogge di meteoriti che potrebbero danneggiare le strutture in orbita, come la Stazione Spaziale Internazionale, e dagli strani comportamenti del Sole, mai osservati i precedenza, con particolare riguardo all'assenza di attività delle macchie solari, il cui ciclo tarda a ripartire. Questo comportamento inatteso ha mandato in tilt i software che "modellano" il ciclo solare, e si ritiene abbia importanti influssi sul clima terrestre, come evidenziato da un inverno insolitamente rigido. Si ritiene addirittura possibile che il Sole stia entrando in una fase magnetica del tutto nuova, che in un prossimo futuro impedirà del tutto la formazione di macchie solari.
Tutta questa frenesia può avere qualcosa a che fare con l'inarrestabile, onnipresente attività di aerosol sopra le nostre teste? Non lo so, ma se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul fatto che alcuni dei composti delle famigerate "scie chimiche" ricadono direttamente al suolo, la cosa fa pensare.
Eppure sin dall'inizio gli esperti veri,non quelli selezionati a comando, hanno affeermato che per chiudere la falla nel Golfo occorre una detonazione nucleare per fondere le rocce e far fronte alle immense pressioni presenti sul fondale marino. Ma oramai chi comanda nel mondo e conosce queste verità, le nasconde per giustificare l'avvento della dittatura dei pochi contro tutti gli altri. Prepariamoci alle trasformazioni epocali che verranno.

sabato 3 luglio 2010

Inferno sul Golfo

La preziosa testimonianza del coraggioso giornalista e documentarista James Fox dalla Lousiana tratteggia uno scenario degno dei nostri peggiori incubi: è in corso una vasta operazione, apparentemente (e illegalmente, aggiungerei) gestita dalla stessa BP insieme, pare, alla Chevron, attorno alla quale è stata stesa una cortina di protezione quasi impenetrabile. È impossibile avvicinarsi alle zone del disastro, o parlare con qualcuno degli addetti alle operazioni, vincolati al segreto più totale. Nessuno può filmare o fotografare nulla (pena la confisca degli apparecchi), lo spazio aereo sopra la chiazza è stato virtualmente chiuso (quindi non è possibile effettuare riprese dall'alto che aiutino a capire la situazione) e sono state segnalate truppe in pieno assetto da combattimento nonché l'arrivo presso l'aeroporto militare di Jacksonville di un gran numero di veicoli bianchi delle Nazioni Unite. Tutto lascia ipotizzare che stia per essere dichiarato lo stato di emergenza con conseguente Legge Marziale. In altre parole, un altro insano passo avanti verso la realizzazione di un Nuovo Ordine Mondiale.
Il corexit, solvente usato in quantità industriali per dissolvere le chiazze di petrolio (e occultare in tal modo la magnitudine della catastrofe in corso) sta provocando danni enormi, non solo all'ambiente marino ma anche all'atmosfera, in numerose aree letteralmente velenosa. Qualcuno ritiene possa ricadere sotto forma di piogge tossiche, addirittura per anni! Senza dimenticare il benzene. Il petrolio ormai sembra fuoriuscire direttamente persino da alcune crepe sul fondo marino.
Diversi video sembrerebbero confermare i timori espressi più di un anno fa da numerosi geologi, secondo i quali il fondo marino oggetto delle trivellazioni della BP è marcatamente instabile se non decisamente pericoloso a causa della presenza di un'enorme sacca sotterranea di gas metano, in pressione a 100.000 libbre per pollice quadrato (PSI), e date le premesse che l'incidente alla piattaforma Deep Horizon era un evento praticamente scontato, il quale ora ha messo in moto una catena di conseguenze irreversibili. Due membri del Congresso, in un rapporto inviato all'amministratore delegato della BP, Tony Hayward, hanno affermato: "Sembra che la BP abbia continuato a prendere, una dopo l'altra, decisioni per risparmiare tempo e denaro che hanno aumentato il rischio di un'esplosione." Fatto sta che ora esiste il rischio concreto che dalle fessure sul fondo si formino enormi bolle di gas metano in pressione che risalendo alla superficie potrebbero devastare navi e piattaforme di trivellazione nella zona e uccidere un gran numero di persone.
Ma questo è ancora niente: lo scenario peggiore prevede che se queste bolle dovessero fratturare ulteriormente il fondo marino, si verificherebbe un'esplosione di una potenza assimilabile alla devastante eruzione di Mt Saint Helens, nel Pacifico nord-occidentale, avvenuta nel 1980. Un enorme flusso di gas si farebbe strada attraverso chilometri di roccia sedimentaria, strato dopo strato, esplodendo con una pressione stimata di 50 tonnellate per pollice quadrato che squarcerebbe varie miglia di fondo marino con una detonazione gigantesca, uccidendo tutto ciò con cui entra in contatto e innescando un'ondata di tsunami quasi supersonica con velocità fra i 650 e 950 chilometri orari e alta oltre trenta metri. Florida, Lousiana, Texas... devastazione totale, con decine, forse centinaia di migliaia di vittime. Come ciliegina sulla torta, sembra che il petrolio che continua a fuoriuscire sia anche moderatamente radioattivo! Apparentemente questo fattore è legato, guarda caso, proprio alla forte presenza di metano. Eppure esistono tecnologie di cavitazione e nanobolle che possono con una soluzione brillante, risolvere l'enorme dispersione di petrolio nel Golfo del Messico che potrebbe essere recuperato al 99%. Non fatevi ingannare: esistono sempre le soluzioni, persino semplici, per risolvere i problemi. Non le applicano perchè vogliono chiuderci in una gabbia mentale e governarci dalle tenebre. Vogliono l'Inferno sul Golfo per imporre la dittatura contro il popolo, contro l'uomo.

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