sabato 17 luglio 2010

Crack America

“Non è stata la domanda del Senatore McCain - ha detto il Generale David Petraeus - ero semplicemente disidratato”.
Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti stava spiegando come poco prima, mentre si trovava a testimoniare di fronte al comitato senatoriale delle forze armate, avesse avuto un breve svenimento. L’aperto scetticismo del Senatore McCain su ciò che stava sentendo, riguardo alla guerra in Afghanistan, non è stato il problema. È stato spiegato che Petraeus non aveva fatto colazione. Ma si poteva cogliere, persino attraverso i notiziari televisivi, uno strano spirito di unanimità nella sala delle udienze, come una sensazione di imbarazzo per il generale, che ha portato il presidente della commissione a sospendere immediatamente la sessione.
Nello stesso giorno i dirigenti di cinque società petrolifere sono comparsi di fronte ad una commissione parlamentare, che stava indagando sulla catastrofe nel Golfo del Messico. I dirigenti sono stati sottoposti ad un aspro interrogatorio da parte dei membri del parlamento, e il fatto che tutte e cinque le compagnie petrolifere condividessero lo stesso piano di emergenza “copia-e-incolla” per le trivellazioni in mare aperto, ha mostrato che la palese incompetenza della BP è lo standard nell’industria petrolifera. Qui non c’è stato imbarazzo, ma rabbia. Il massimo che si può dire a favore dei dirigenti delle compagnie petrolifere è che nessuno di loro è svenuto.
Le due udienze di Washington hanno colto la diffusa sensazione in America di stanchezza e di paura. La nazione è stata messa duramente di fronte alla propria impotenza su molteplici fronti: da un lato, la palese incapacità di evitare che l’oceano diventi un mare morto, come quella di proteggere le proprie coste dall’avvelenamento. Dall’altro, il testardo rifiuto della guerra in Afghanistan (e del suo leader Hamid Karzai) di adeguarsi alla volontà di Washington. C’è inoltre la crescente sensazione che il risultato più vistoso dello sforzo americano in Iraq sia stato il rafforzamento dell’Iran.
Quando il presidente Obama si è rivolto alla nazione, dall’Ufficio Ovale, era focalizzato sulla perdita di petrolio, ma i limiti della sua capacità di influenzare in modo pratico gli eventi sono stati chiari per tutti.
Il generale Petraeus è un eroe dei nostri giorni. La sua uniforme scintilla con dieci strisce di decorazioni, timbri, adesivi e patacche di ogni tipo. Apertamente riconosciuto come il genio del Pentagono della “contro-insorgenza” e come autore dell’incremento militare in Iraq [“surge”], Petraeus avrebbe dovuto portare anche l’Afghanistan a svoltare l’angolo. Ma i Talebani si sono rifiutati di cooperare con la strategia americana in Afghanistan. In Iraq la inutile riunione della settimana scorsa di un parlamento in pieno stallo, sommata alla minaccia di un ritorno della guerra civile in Iraq, indicano con abbondanza che l’ “incremento militare” non sia stato affatto un successo dopotutto.
Sotto la superficie dell’aperto scetticismo con cui è stato accolto il generale all’udienza del Senato, vi è la crescente paura che le truppe americane rientrino da ambedue i paesi - se mai ciò avverrà - non in forma di ritiro ma di evacuazione. E poichè Petraeus impersonifica in questo momento la migliore speranza militare, è stato impossibile non cogliere nel suo temporaneo svenimento un segno nefasto.
Ci stiamo avvicinando ad un punto di rottura per tutta la nazione. In gioco vi è niente di meno che quel senso implicito di “giustezza” dell’America, una sensazione alla quale lo stesso presidente Obama si era affidato quando inizialmente ha appoggiato Petraeus, supportando la guerra, mentre dava fiducia agli stessi dirigenti delle compagnie petrolifere, autorizzando nuove trivellazioni in mare aperto. Il presidente ha bloccato le seconde, e certamente rimpiange la prima, ma è troppo tardi in ambedue i casi. Quando una industria che rappresenta la quintessenza dell’economia americana si mostra, come è avvenuto nel Golfo, intenzionalmente distruttrice - con la complicità di ogni cittadino in quella distruzione – e quando la fatica delle sventurate operazioni americane in Iraq e Afghanistan viene vanificata da una continua serie di svenimenti di leadership a tutti i livelli, la fiducia in se stessa dell’intera nazione può andare irrimediabilmente perduta.
Obama è come uno scalatore in difficoltà su una superficie liscia, che ha oltrepassato i propri limiti personali e ora non vede nessuna mano tesa che possa aiutarlo. Ma dal Golfo del Messico al Golfo Persico le crisi ambientale e militare si sovrappongono, creando un’urgenza che di per sé impone le prossime scelte. Obama deve saper generare un nuovo consenso fra gli americani. Gli argomenti sono noti ormai a livello familiare – sia di politica energetica che di rientro delle truppe - ma il contesto nel quale stanno avvicinandosi alla loro risoluzione è qualcosa di mai visto prima.
A Washington i politici continuano a cavillare sul nulla, i boss del petrolio continuano a negare l’evidenza, e gli alti ranghi militari continuano nella confusione e nell’equivoco. Ma la nazione stessa si trova oggi in una situazione molto diversa da quella dell’anno scorso, in quell’effimera stagione di speranza politica. Nella prossima estate il carattere degli americani si mostrerà per quello che è diventato, e così farà anche il presidente americano. In realtà, la sua presidenza inizia soltanto adesso, e svenire per lui non è un’opzione.

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