lunedì 30 agosto 2010

Moneta Mondiale

Un documento strategico del FMI recentemente pubblicato chiede l’adozione di una valuta globale, chiamata “bancor”, onde stabilizzare il sistema finanziario internazionale, mentre riconosce che soltanto uno spostamento radicale verso l’accettazione del globalismo farà che ciò sia possibile nel breve termine.
Il progetto del FMI, scritto da Reza Moghadam, capo del dipartimento di strategie, politiche e valutazioni, è rimasto in sordina per tre mesi.
Tuttavia, un articolo uscito oggi sul blog alphaville del Financial Times dal titolo IMF blueprint for a global currency – yes really [“Piano del FMI per una valuta mondiale - sì, per davvero” NdT] mette in evidenza il documento e la chiara strategia dell’autorità finanziaria globale.

“...agli occhi del FMI almeno, il modo migliore per assicurare la stabilità del sistema finanziario internazionale (dopo la crisi) si basa in realtà sul lancio di una valuta globale”, ha affermato Izabella Kamiska. “E questo dipende in grande misura, afferma il FMI, dal fatto che non si può affidare ai governi sovrani - così come sono - il compito di ridistribuire le riserve in eccedenza, o di fare fronte ai passivi da soli.”
Un grafico all’interno del documento, inoffensivamente intitolato Reserve Accumulation and International Monetary Stability, presenta il primo passo verso una valuta mondiale completamente sviluppata. Iniziando con un suggerimento vago perché gli stati membri adottino “aggiustamenti volontari nelle politiche”, il grafico va avanti spiegando misure economiche sempre più draconiane verso uno stadio finale a lungo termine che vedrà la valuta globale.
Il grafico traccia anche le “possibili resistenze” ad ogni passo da parte degli stati sovrani, con un incremento a breve termine, seguito da un calo e infine un sollevamento generale col progressivo avanzamento dell’adozione della valuta globale.
La via del FMI per una moneta mondiale fa perno su un uso esteso e di un’eventuale adozione di un sistema monetario internazionale basato sui DSP (diritti speciali di prelievo), la moneta di carta sintetica del FMI.Una volta che il sistema basato sui DSP sia messo in piedi, il FMI prevede soltanto un passaggio finale prima del lancio della nuova moneta mondiale.
Il documento dà perfino un nome alla moneta globale, il “bancor”, l’unità monetaria per le compensazioni proposta da John Maynard Keynes ma mai adottata.
La sezione successiva del documento del FMI sottolinea questo:
Dai DSP al bancor. Una limitazione dei DSP, come è stato affermanto sopra, è quella di non essere una valuta. Sia i DSP, sia gli strumenti di denominazione DSP devono essere cambiati alla fine in una valuta nazionale per la maggior parte dei pagamenti o degli interventi sui mercati di valuta esteri, facendo sì che le transazioni siano più scomode.
E anche se un sistema basato sui DSP si allontanerebbe da una moneta nazionale dominante, il valore dei DSP rimane fortemente legato alle condizioni e all’andamento dei principali Paesi membri. Un opzione riformatrice più ambiziosa sarebbe quella di basarsi sulle idee precedenti e di sviluppare, nel tempo, una valuta mondiale. Denominata, ad esempio, bancor in onore a Keynes, una valuta simile potrebbe essere usata come mezzo di scambio -una “valuta interna”.
Il documento conclude che senza un catalizzatore in grado di invocare a gran voce il globalismo, l’adozione di una valuta mondiale andrebbe per le lunghe: è chiaro che alcune delle idee discusse non prenderanno forma in un futuro immediato salvo che non si verifichi un cambiamento radicale nell’appetito per la cooperazione internazionale.
Il FMI ha publicizzato per la prima volta la possibilità di una nuova valuta globale nel mese di marzo dell’anno scorso. La questione è stata discussa al vertice del G20 svoltosi a Londra qualche giorno dopo.
Una clausola nel Punto 19 del comunicato emesso dai leader del G20 ha portato gli analisti a descrivere l’alba di una “rivoluzione dell’ordinamento finanziario mondiale”. La clausola afferma: “Siamo d’accordo nel sostenere uno stanziamento generale di DSP in grado di immettere 250 miliardi di dollari nell’economia mondiale, incrementando così la liquidità globale”.
“In effetti, i leader del G20 hanno messo in moto il potere del FMI per creare moneta iniziando quindi un alleggerimento quantitativo su scala globale. Facendo così, hanno di fatto messo in funzionamento una valuta mondiale. Si trova fuori dalla portata di qualsiasi entità sovrana. I teorici del complotto sono in visibilio”, ha scritto allora Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph di Londra. Ha aggiunto inoltre che “Il mondo è un passo più vicino all’adozione di una valuta globale, appoggiata da una banca centrale mondiale, e che controlla la politica monetaria dell’intera umanità”. Anthony Faiola del Washington Post è arrivato alla stessa conclusione, il quale ha descritto come il FMI sia in corso di trasformazione per diventare “le vere Nazioni Unite dell’economia mondiale”.
La mossa ha ricevuto l’appoggio, separatamente, della Banca Mondiale e dell’ONU.
Il capo del FMI, Dominique Strauss-Kahn, ha ripetuto l’appello per una valuta mondiale attraverso i DSP diverse volte. L’adozione di una nuova valuta mondiale e di un sistema impositivo, gestiti da un ente regolatorio onnicomprensivo, sarebbe la pietra miliare in una mossa verso un governo mondiale controllato in maniera centralizzata che vedrebbe il potere sempre più concentrato in poche mani che non devono rispondere a nessuno.
La spinta del FMI verso questo tipo di sistema fa parte del processo in corso che vuole dare più potere a un gruppo di banchieri centrali non eletti con l’autorità di usurpare la sovranità degli stati sorvegliando alcuni valori di riferimento per le finanze dei governi nazionali e stabilendo regolamenti per le istituzioni finanziarie di tutto il pianeta.

sabato 28 agosto 2010

Macro Sud

La Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) è un'istituzione seria, autorevole, competente. Una di quelle che ci permettono di non disperare di questo paese. Pur nel suo linguaggio, per ormai lunga tradizione asciutto e discreto, il messaggio del suo ultimo rapporto (L'economia del Mezzogiorno) presentato in questi giorni, è particolarmente inquietante. Per il Mezzogiorno e per l'intero paese. «L'Italia - ammoniva Giuseppe Mazzini - sarà quel che il Mezzogiorno sarà».
L'immagine che emerge del Mezzogiorno in questo rapporto non fa bene sperare dell'uno e dell'altra. Condensiamola, questa immagine, in pochi tratti. Economica, sociale e (forse gli autori esiterebbero a definirla così) morale.
Il ritratto economico del Mezzogiorno è solitamente riassunto nel divario del prodotto pro capite rispetto al Centro Nord, che è rimasto sostanzialmente immutato negli ultimi trent'anni, attorno al 40 per cento. Negli ultimi otto anni però il Sud è cresciuto meno del Nord e il divario è aumentato. Il Sud, in cui vive un terzo degli italiani, produce un quarto del reddito nazionale. E resta il territorio arretrato più esteso e popoloso dell'area dell'euro.
L'attuale crisi ha colpito il Mezzogiorno molto più severamente del nord: in un anno, una contrazione del 4,5% del suo reddito rispetto all'1,5%. Ormai da otto anni il Sud cresce meno del Nord. L'industria meridionale ha subito colpi gravi (vedi Termini Imerese e Pomigliano d'Arco). Le risorse finanziarie destinate al Sud sono state in parte dirottate verso altre destinazioni. L'occupazione meridionale è diminuita tornando ai livelli di dieci anni fa. Il tasso di disoccupazione è salito al 12,5% al Sud contro il 5,9% al Nord. In venti anni 2milioni e 385 mila persone hanno abbandonato il Sud. Dal punto di vista del benessere, o piuttosto del malessere sociale, la qualità dei servizi pubblici (giustizia, sanità, istruzione, trasporti, servizi locali, ambiente, sicurezza) è peggiorata, così come la raccolta differenziata dei rifiuti inferiore dell'85% rispetto agli obiettivi. E gli infiniti tempi di attesa dei processi civili. La povertà è nel Sud tre volte quella del Nord. Nemmeno una famiglia su quattro guadagna più di 3mila euro al mese contro il 42% delle famiglie al Nord.
Last, not least, la criminalità. Gli indubbi successi nella lotta alle mafie le hanno scosse, ma tutt'altro che sgominate. Le perdite sono presto compensate dai nuovi afflussi. Non solo: le mafie si estendono al Nord. Come la Svimez afferma, quello della presenza mafiosa è l'unico divario territoriale che si sta colmando. Insomma, aveva ragione Mazzini. E anche l'altra presenza, degli imbroglioni piduisti, in forte espansione, sembra equamente ripartita tra Milano e Napoli. In sostanza che le due parti del paese si stanno separando economicamente e socialmente, soltanto la criminalità tende ad estendersi in tutto il paese. Perfettamente compatibile con una separazione politica. Anzi, per le mafie non c'è di meglio. Il Rapporto, però, non si limita a tracciare il desolante quadro. Diversamente dal riformismo chiacchierone, esso avanza le proposte di una radicale svolta della politica meridionalistica. Si tratta di tornare a una visione unitaria della "questione meridionale". A un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia destinata a dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche. Una riedizione aggiornata della "Cassa" posta sotto il controllo di un Consiglio con i rappresentanti del Governo (Ambiente e Infrastrutture) e delle otto Regioni. Si ricostituirebbe così uno spazio di programmazione unitario del Mezzogiorno, una "macroregione".
La proposta si avvicina molto a quella, ancor più radicale, che è stata da me avanzata (discussa su queste pagine) che prevede una riforma costituzionale, con la formazione di uno Stato federale composto da due macroregioni (del Nord e del Sud), legate da un patto e mediate da un governo nazionale con un presidente della Repubblica eletto dal popolo. Il Rapporto Svimez costituisce un'occasione per realizzare un riforma costituzionale ispirata a un federalismo autenticamente unitario; per fare finalmente del problema meridionale una grande occasione di sviluppo per tutto il paese e per l'Europa.

giovedì 26 agosto 2010

OstPolitik

Spesso il silenzio su alcune notizie di grande rilievo supera la loro diffusione cacofonica.
I due recenti viaggi della cancelliera tedesca Angela Merkel in Cina e Russia sono stati accompagnati dal mutismo assordante dello Stratfor, centro di propaganda israelo-statunitense con sede ad Austin nel Texas; è evidente il dolore che questi viaggi hanno causato ai geostrateghi americani costretti ad amministrare la crisi della politica estera americana di fronte al fiorire del nuovo ordine multipolare.
Appare scontato sentenziare che il centro di gravità del pianeta si è spostato verso est, e questo era già chiaro fin dal 2004 cioè quando è fallita l’avventura bellica anglosassone nell’antica Mesopotamia, molto prima del crollo emblematico di Lehman Brothers del 15 settembre 2008, crollo che ha solo contribuito ad accelerare l’irreversibile tramonto dell’ordine unipolare statunitense.
Con la grave crisi dell’euro e la perdita del primo posto nelle esportazioni mondiali, ora assunto dalla Cina, oltre alla disputa finanziaria sul tema tabù della regolamentazione dello sregolato duo anglosassone durante lo sventurato quarto vertice del G-20 a Toronto, Angela Merkel, cancelliere della prima potenza geoeconomica europea ( quinta mondiale, misurando il PIL con la parità del potere d’acquisto), non ha potuto far altro che approfondire i rapporti tecnologici, commerciali e tecnologici con la Russia e quelli finanziari-economici con la Cina.
Durante la guerra fredda bipolare veniva chiamata Ostpolitik ( la politica nei confronti dell’Est) l’apertura delle relazioni della Germania Occidentale ( in particolare dei visionari dirigenti socialdemocratici) col blocco sovietico.
Nella mondo multipolare di oggi, la nuova Ostpolitik tedesca si rivolge a Russia e Cina, due membri permanenti del BRIC ( Brasile, Russia, India e Cina), oltre che al G-20. Non è una coincidenza se l’ennesimo vertice tra la cancelliera Merkel e il presidente russo Medvedev ha avuto luogo a Ekaterinburg, città russa dove è formalmente nato il BRIC. L’influente quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung il 16 luglio scorso ha sostenuto, in un articolo titolato Si scongelano le relazioni in Siberia, che la cancelliera ha offerto supporto al programma di ammodernamento della Russia nei campi della salute, energia eolica e trasporto regionale. In cambio i russi hanno accettato di comprare treni dalla Siemens per 2 miliardi e 200 milioni di euro. È risaputo che la Germania è alla disperata ricerca di euro.
Matthias Schepp, inviato di Der Spiegel online, è più scettico e più superficialmente intravede il pericolo di rottura del noioso matrimonio tra Germania e Russia, in sostanza Berlino rischia di perdere l’iniziativa politica ed economica in favore di altri paesi che corteggiano Mosca, ovvero la Francia, l’Italia e gli Stati Uniti. Schepp lamenta il fatto che la potente azienda tedesca Siemens non abbia saputo limitare gli spettacolari progressi delle sue simili francesi – EDF e il gigante energetico GDF Suez – che hanno strappato consistenti contratti a Mosca per un incremento di relazioni economiche con Parigi del 250% negli ultimi 5 anni. Ancora più inquietante secondo Schepp è stata la vendita di 4 trasportatori di elicotteri Mistral che includono assistenza tecnologica.
Al giorno d’oggi, tranne il Messico neoliberista e altri paesi asserviti, le nazioni rispettabili comprano a condizione di ricevere assistenza tecnologica. La stampa russa è stata più entusiasta circa la partecipazione tedesca, con Siemens in testa, al progetto del centro tecnologico di Skolkovo, fuori Mosca: la valle del silicio russa ( Ria Novosti, 15/7/10). A questo proposito, il presidente Medvedev ha detto che la Germania è il loro primo socio strategico con il quale tengono migliaia di contatti di affari. Vale la pena segnalare che la Germania conta con la presenza di 9 mila aziende in Russia (settima potenza geoeconomica mondiale misurando il PIL con la parità del potere d’acquisto e terza potenza per le riserve monetarie con 456 miliardi di dollari, dati dell’aprile 2010 ) e il cui apice strategico è il progetto congiunto del gasdotto del nord, che collega i due paesi attraverso il mar Baltico e che ha cambiato i rapporti geopolitici di forze nel nord europa mediante la bidirezionalità creativa della fornitura del gas russo in cambio della modernizzazione della Russia a carico delle aziende tedesche.
Dopo l’importante visita in Russia, la cancelliera tedesca ha intrapreso un’altra visita storica a Pechino, dove ha firmato dieci accordi di cooperazione che spaziano dall’energia verde e la cultura fino allo stabilimento di alleanze strategiche per la produzione di camion leggeri e pesanti ( Xinhua, 16/7/10).
Per il premier cinese Wen Jiabao l’Europa rimane una meta importante delle riserve di valuta straniera cinesi e questo costituisce un rafforzamento per il debole euro. È bene ricordare che nel giugno 2010 la Cina contava riserve di valuta straniera per 2.45 trilioni di dollari, di fronte alle fameliche riserve della Germania ( undicesima nel mondo, con 184 miliardi di dollari). La Merkel ha evidenziato la “fede ( sic) della Cina nell’euro” e l’impegno di entrambi i paesi a rafforzare la comune divisa europea, colpita dagli speculatori della banca israelo-anglosassone. Gli Stati uniti ( con la Gran Bretagna furbamente nascosta nelle retrovie) starebbero cercando un G-2 finanziario del dollaro fuso con il crescente yuan/renminbi, con la conseguente estinzione dell’euro. Il rafforzamento dell’euro manifesta la volontà cinese di un nuovo ordine finanziario di taglio multipolare, senza rompere bruscamente col dollaro che resta par défaut ( in mancanza di competitori alternativi credibili) la principale divisa di riserva globale.
Il presidente cinese Hu Jintao ha affermato che “la frequenza delle riunioni ad alto livello tra la Cina e la Germania dimostra la forza della relazione bilaterale”, mentre gli opinionisti cinesi rimarcano il carattere “storico” della quarta visita della cancelliera Merkel in Cina. In verità non si vede nulla di storico se non il riscatto dell’euro a carico delle abbondanti riserve cinesi. Perché i falchi finanziari di Wall Street e della City non accettano serenamente la multipolarità delle principali divise del mondo con l’inclusione dell’euro e delle valute del BRIC?
È difficile accettare che il destino dell’euro oggi si trovi alla deriva tra Scilla e Cariddi: cioè tra la surrettizia guerra geofinanziaria tra il dollaro statunitense e lo yuan cinese. Sembra che la Merkel abbia preferito avvicinarsi al BRIC di fronte al brutale assedio del dollaro.

lunedì 23 agosto 2010

Armi climatiche

Il caldo anormale nelle regioni centrali della Russia ha già causato seri danni economici. Ha distrutto, senza difficoltà, il 20% degli appezzamenti agricoli del paese e, di conseguenza, il prezzo degli alimenti è destinato chiaramente a salire il prossimo autunno. Ma la cosa più grave è che gli incendi hanno infierito sulle terre di torba intorno a Mosca. In questi giorni, la maggior parte delle previsioni sul clima sono allarmanti: siccità, uragani e inondazioni diventeranno più frequenti e pesanti. Il Direttore del programma sul clima e sull’energia del Wildlife Fund, A. Kokorin, ha detto che la tendenza corrente non è un fenomeno casuale e non bisogna aspettarsi una sua diminuzione.
In questo particolare contesto, la credibilità delle proiezioni diffuse dal Wildlife Fund, un’influente organizzazione internazionale che dirige in tutto il mondo iniziative designate come programmi sulla protezione ambientale, è fuori questione . Il motivo sta nel fatto che il riscaldamento globale, oggetto di appassionati dibattiti accademici (o, a volte, per niente eruditi), non è necessariamente un processo senza controllo. Per lo meno, l’incidenza di temperature insolitamente alte esclusivamente in Russia e in alcuni territori adiacenti richiede spiegazioni alternative.
Negli anni ’70, Z. Brzezinski evocò nel suo Between Two Ages il tema del controllo dei fenomeni metereologici, che considerava una forma più ampia di regolazione sociale. Senza dubbio, il peso del pensiero geopolitico statunitense non doveva rivolgersi solo all’aspetto sociale in sé ma anche alle potenziali implicazioni geopolitiche dell’influenza sul clima. Non fu l’unico autore a occuparsi della questione ma, per ovvie considerazioni, è improbabile che le informazioni sugli sviluppi nella sfera delle armi climatiche superino vincoli di secretazione in un immediato futuro.
M. Chossudovsky, un professore di economia della Ottawa University, ha scritto nel 2000 che il cambiamento climatico in corso potrebbe essere stato scatenato in parte dall’uso delle armi non letali di ultima generazione. Gli USA stanno senz’altro esplorando la possibilità di controllare il clima in diverse regioni del mondo. La tecnologia corrispondente è stata sviluppata nella struttura dello High Frequency Active Aural Research Program (HAARP), il cui obiettivo è di costruire un potenziale per indurre la siccità, gli uragani, le inondazioni e i terremoti. Dal punto di vista militare, si ritiene che l’HAARP crei una nuova generazione di armi di distruzione di massa e un nuovo strumento di politica espansionista, che può essere usato per destabilizzare i sistemi ambientali e agricoli dei paesi presi di mira.
Tecnicamente, il sistema è noto per essere un apparecchio che emana radiazioni elettromagnetiche che colpiscono la ionosfera. Comprende 360 fonti e 180 antenne alte 22 metri. Nel complesso la stazione emette 3.600 kW verso la ionosfera, essendo il più potente sistema del mondo nel suo genere. Il programma, iniziato nel 1990, è stato finanziato dallo US Office of Naval Research e dallo US Air Force Research Laboratory e implementato da diversi laboratori universitari.
È naturale che, in alcune circostanze, si sollevino ipotesi di lunga portata. H. Chavez è stato messo in ridicolo per aver attribuito il terremoto di Haiti all’effetto di HAARP ma, ad esempio, sospetti analoghi si sono insinuati per il successivo terremoto del 2008 nella provincia cinese di Sichuan. Inoltre, c’è la prova che il programma statunitense per influenzare il clima abbracci non solo un certo numero di paesi e regioni, ma in parte ha basi anche nello spazio. Ad esempio, il velivolo orbitale X-37B che orbitava il 22 aprile 2010, da quanto viene riferito, aveva nuovi tipi di armi laser. Secondo il New York Times, il Pentagono nega ogni collegamento tra l’X-37B e qualsiasi arma da combattimento ma riconosce che il suo scopo è di supportare le operazioni di terra e di manovrare un certo numero di azioni ausiliarie. Il velivolo è stato costruito 11 anni fa come parte di un programma della NASA a cui è subentrata 6 anni fa la US Air Force e che l’ha totalmente secretato.
Le richieste di svelare i dettagli del programma sperimentale messo in pratica in Alaska vengono espresse sia dagli USA sia da molti altri paesi. La Russia non si è mai unita al coro, ma l’impressione è che gli sforzi mirati a un deliberato cambiamento climatico non siano un mito, e che in un futuro immediato la Russia – insieme al resto del mondo – fronteggerà un nuovo genere di minaccia. Al momento le armi climatiche possono raggiungere il loro scopo ed essere usate per causare siccità, distruggere i raccolti e provocare vari fenomeni anomali in alcuni paesi.

sabato 21 agosto 2010

Sucre

Dall'inizio del dopoguerra sino ad oggi gli Stati Uniti hanno indiscutibilmente giocato un ruolo di egemonia in tutto l'occidente. Tale potere deriva non solo dalla possibilità che hanno di raggiungere con mezzi militari molte regioni del pianeta, ma anche dalla loro capacità di realizzare enormi guadagni economici facendo leva sulla struttura del sistema economico internazionale e sul ruolo privilegiato che il dollaro ha assunto in detto sistema. Il gruppo di paesi che si trovano sotto l'influenza nordamericana si è sempre dimostrato disponibile a mantenere e a finanziare questo stato di cose. Questa disponibilità soggiace però a tre condizioni. La prima è il persistere della convinzione da parte di alcuni paesi, sostanzialmente Europa e Giappone, che i costi da pagare se si permettesse il collasso degli Stati Uniti a livello globale superino i benefici derivati da un tale evento. La seconda consiste nel fatto che sia paesi periferici che poteri rivali degli Stati Uniti continuino a pensare che il potere militare nordamericano non possa essere sfidato. La terza condizione è che il sistema finanziario degli Stati Uniti continui a comportarsi da rifugio principale e fonte di liquidità per tutti i mercati globali.
Negli ultimi due decenni tali condizioni sono andate incontro ad un processo di erosione. Le prime due a causa delle campagne militari in Irak ed Afganistan. La terza in ragione della recente crisi finanziaria. Il fatto che, diversamente da quanto accadde in passato, la crisi internazionale attuale abbia come epicentro l'economia statunitense, viene citato nei circoli specializzati come indizio di un possibile declino dell'egemonia nordamaericana. L'accumulo del deficit fiscali e dei conti correnti, così come l'accelerazione nella crescita del debito pubblico degli Stati Uniti registrati nell'ultimo decennio hanno aumentato l'incertezza sulle capacità del dollaro di poter ancora esercitare il ruolo di valuta principale e di riserva del sistema monetario internazionale. In una certa misura la crescente consapevolezza da parte dei paesi alleati o comunque nell'orbita degli Stati Uniti dei costi associati a sostenere la posizione di privilegio del dollaro, ha portato questi paesi a sviluppare delle alternative a livello regionale tese a ridurre la loro dipendenza rispetto alla moneta nordamericana e quindi a metterne in discussione il suo ruolo egemonico. Nel caso dell'Europa tale reazione è rappresentata dalla creazione dell'Euro avvenuta nel 2000 e la conseguente adozione di tale moneta da 14 paesi della regione. Trascorsi 10 anni dall'inizio dell'operazione, la moneta unica ha rafforzato il processo di integrazione economica europea e, in una prima fase della crisi, ha funzionato come meccanismo di protezione verso gli speculatori internazionali. Questo successo ha spinto 13 paesi dell'est asiatico a dare inizio all'iniziativa denominata “Chiang Mai”, nata con lo scopo di creare un fondo regionale atto a garantire la stabilità finanziaria di quell'area ed, eventualmente, di creare una moneta unica asiatica. D'altro canto in America Latina, la presa di potere in vari paesi di governi con programmi politici alternativi al modello neo-liberale, ha promosso il rafforzamento dell'integrazione regionale nel corso dell'ultimo decennio. A dimostrazione di questo fatto si ricordano le iniziative dell'”ALBA” e del “Banco del Sur”. A queste va aggiunta la creazione di un sistema di compensazione monetaria a livello regionale, il “Sucre”. Tale processo si trova ai primi stadi di sviluppo ed è ancora soggetto al dibattito su quali siano i meccanismi specifici che l'iniziativa di creare una moneta regionale deve adottare per concluderla con successo.
In linea di massima i principali obiettivi dell'iniziativa del “Sucre” consistono nel ridurre la dipendenza dal dollaro e nello stimolare il commercio tra le regioni dell'area. In questo senso e contrariamente alle preferenze di parte della sinistra latino americana, l'urgenza strategica della creazione del “Sucre” non trova ragione in un imminente collasso del dollaro. Di fatto una delle contraddizioni dell'attuale crisi finanziaria consiste nel fatto che, anzichè portare ad un indebolimento della posizione del dollaro all'interno del sistema monetario internazionale, l'abbia in ultima analisi rafforzata. Questo perchè l'incremento di domanda di liquidità legata all'incertezza che predomina nei mercati ha portato ad un'aumento nella domanda del dollaro stesso. Questo rafforzamento è evidenziato da tre indicatori. In primo luogo la partecipazione del dollaro americano all'interno delle riserve monetarie internazionali è cresciuta dall'inizio della crisi internazionale avvenuta nell'estate del 2008. Secondo, ogni volta che si è diffusa nei mercati una situazione di panico, dall'inizio dell crisi finanziaria, il dollaro ha subito un forte apprezzamento in rapporto alle altre divise internazionali. In terzo luogo, sempre in corrispondenza di questi episodi, il rendimento dei buoni del testoro degli Stati Uniti è sceso in modo sginificativo, un chiaro segnale del cosiddetto “flight to quality” (ndt: la tendenza di spostare i capitali da investimenti ad altro rischio a quelli a basso rischio). I tre fenomeni sopra citati dimostrano che davanti alla mancanza di una alternativa valida, le situazioni di instabilità e volatilità nei mercati hanno come risultato il rafforzamento del ruolo del dollaro all'interno del sistema.
In questo modo il problema strategico che si presenta ai paesi sotto la sfera di influenza del dollaro consiste nel vedere quella parte di economia basata sulle importazioni entrare in un periodo prolungato di stagnazione, similmente a quanto sperimentato dal Giappone nelle ultime due decadi. In un contesto caratterizzato dal ridursi degli investimenti del settore privato derivante dala necessità di ridurre il debito a livelli sostenibili, l'economia nordamericana vedrà crescere i suoi livelli di risparmio interno e il corrispondente aggiustamento del saldo commerciale del paese. L'implicazione principale di questa trasformazione per le economie della regione, che si affidano ad una struttura esportatrice dalla natura omogenea, consiste nelle fatto che sperimenteranno una stagnazione dei volumi delle esportazioni nel momento stesso in cui, come già successo nelle precedenti situazioni di recessione globale, vedranno cadere i prezzi delle materia prime,. Anche per l'elite capitalista di questa regione, tale situazione si prospetta chiaramente come una strada priva di uscita.
L'alternativa dunque consiste nel rinforzare le connessioni produttive e commerciali a livello regionale. Come divenne evidente durante il periodo della Grande Depressione, in un contesto caratterizzato dall'acuirsi delle tensioni commerciali a livello globale, quei paesi que orientano la loro strategia economica verso il mercato interno divengono i primi a rientrare sul sentiero della crescita. Il “Sucre” avrebbe un ruolo chiave nell'applicazione a livello regionale di questa strategia alternatica. In primo luogo, il ridursi dei costi delle transazioni produrrebbe un incremento dei margini di profitto sulle esportazioni intra-regionali tipicamente sfavorite, rendendole più appetibili. In secondo luogo, per evitare il tipo di crisi sperimentato dall'Euro, si potrebbero istituire meccanismi atti alla ridistribuzione dei profitti derivanti dal commercio; una moneta comune favorirebbe una transizione dei paesi con superavìt commerciali intra-regionali, come ad esempio il Venezuela, verso un incremento degli investimenti in importazioni dagli altri paesi utilizzatori del “Sucre”. In definitiva il “Sucre”, nel creare questo tipo di incentivi per l'integrazione, rafforzerebbe la creazione di un mercato interno comune sufficientemente grande da creare le economie di scala richieste dai processi di industrializzazione. D'altra parte è importante segnalare che la creazione del “Sucre” e l'intensificazione del commercio tra le regioni vanno accompagnati da un cambiamento radicale nel sistema di finanziamento esterno dei paesi che partecipano all'iniziativa. Nella misura in cui detti paesi manterranno alto il loro livello di indebitamento esterno, denominato tipicamente in dollari, saranno sempre costretti a esportare beni sempre in dollari, in modo da poter rientrare da tale debito. Detto in altro modo, fintantochè ci sarà la necessità di ripagare un debito esterno acquisito in dollari i paesi della regione rimarranno legati al dollaro e al sistema produttivo e commerciale che l'appartenenza a questa sfera di influenza richiede. Da qui l'importanza che, parallelamente al processo di creazione del “Sucre”, i paesi aderenti all'iniziativa si impegnino a verificare lo stato del loro debito con l'obiettivo di ridurre la componente di debito esterno che è stato spesso acquisito con modalità illegali o illegittime, come dimostrano le recenti verifiche effettuate in Ecuador. Senz'altro il processo di eliminazione della dipendenza dal dollaro associato all'introduzione del “Sucre” può essere completato solamente attraverso un meccanismo che permetta la movimentazione del risparmio interno della regione. Questo meccanismo è rappresentato dal “Banco del Sur”, il quale favorendo prestiti erogati nelle monete locali dei vari paesi, ne riduce la vulnerabilità a flussi di capitale internazionali. Oltre a questo nel favorire il finanziamento di progetti produttivi e infrastrutturali per l'integrazione regionale con la movimentazione delle riserve internazionali, il “Banco” costituisce uno strumento chiave nel ridurre la dipendenza di questi paesi da crediti erogati in dollari. Benchè i membri del G20 vogliano far credere al mondo intero che l'uscita dalla grande recessione sia dietro l'angolo, i problemi strutturali dell'economia globale indicano che ci troviamo di fronte a un lento ma inesorabile processo di trasformazione. Il cambiamento maggiore cosiste nella lenta erosione della posizione di egemonia degli Stati Uniti citata in precedenza. Sebbene questo non indichi un improvviso collasso del dollaro e dell'attuale sistema internazionale, risulta chiaro che quei paesi che usciranno rafforzati dalla crisi saranno quelli capaci di creare nuove strutture. L'America Latina ha davanti a se l'opportunità storica di creare una nuova architettura finanziaria regionale fondata sul “Sucre”. E' nostro dovere non sprecarla.

giovedì 19 agosto 2010

Voglie di Guerra

Se e quando gli Stati Uniti ed Israele bombarderanno l'Iran (il che lo renderebbe il fortunato sesto paese preso di mira da Barack Obama) e questo vecchio triste mondo avrà un nuovo horror show da guardare in televisione, e scopriremo poi che l'Iran in realtà non stava costruendo armi nucleari dopo tutto, i media della corrente predominante e l'ottenebrata mente americana chiederà: "Perché mai non ce lo hanno detto? Volevano che li bombardassimo?"
Queste stesse domande erano state poste nel caso dell'Iraq, dopo la scoperta del fatto che Saddam Hussein in realtà non possedeva alcuna arma di distruzione di massa. Comunque, in realtà, prima dell'invasione statunitense, degli ufficiali iracheni avevano affermato chiaramente, in diverse occasioni, che non possedevano armi di quel tipo. Me lo ha ricordato un recente servizio su Hans Blix, ex ispettore capo delle Nazioni Unite in materia di armi, che condusse una fallimentare caccia alle ADM (ndt. abbreviazione per "armi di distruzione di massa") in Iraq.
La settimana scorsa ha raccontato, nell'ambito dell'inchiesta britannica sull'invasione del marzo 2003, che si è scoperto che quelli che erano "sicuri al 100 per cento che ci fossero armi di distruzione di massa" in Iraq avevano "meno dello zero per cento di conoscenze" riguardo ai presunti nascondigli delle stesse. Egli ha testimoniato di aver avvertito il primo ministro britannico Tony Blair nell'incontro del febbraio 2003 - così come il segretario di stato USA Condoleezza Rice, in colloqui distinti - riguardo al fatto che Hussein non avrebbe avuto armi di distruzione di massa.
Nell'agosto 2002, il vice primo ministro iracheno Tariq Aziz disse al giornalista Dan Rather sulla CBS: "Noi non possediamo alcuna arma nucleare, né biologica, né chimica." In dicembre, Aziz dichiarò a Ted Koppel sulla ABC: "Il fatto è che non abbiamo armi di distruzione di massa. Non abbiamo armamenti chimici, biologici o nucleari."
Lo stesso Hussein disse a Rather nel febbraio 2003: "Questi missili sono stati distrutti. Non ci sono missili vietati dalle disposizioni delle Nazioni Unite quanto a portata in Iraq. Non li abbiamo più qui."
Inoltre, il Gen. Hussein Kamel, ex capo del programma di armi segrete dell'Iraq, e genero di Saddam Hussein, raccontò alle Nazioni Unite nel 1995 che l'Iraq aveva distrutto i missili vietati e le armi chimiche e biologiche appena dopo la Guerra del Golfo.
Ci sono anche altri esempi di ufficiali iracheni che raccontano al mondo dell'inesistenza delle ADM. Se non vi sono ancora venuti seri dubbi riguardo la devozione dei media della corrente principale ad indagare le premesse e le basi logiche sottostanti la politica estera statunitense, considerate questo: nonostante le due rivelazioni nei programmi di Dan Rather alla CBS, e altre rivelazioni riportate sopra, nel gennaio 2008 abbiamo l'intervista del reporter CBS Scott Pelley all'agente FBI George Piro, che aveva intervistato Saddam Hussein prima della sua esecuzione:

PELLEY: E cosa ti raccontò a proposito del fatto che le sue armi di distruzione di massa erano state distrutte?
PIRO: Mi raccontò che gran parte delle ADM erano state distrutte dagli ispettori ONU negli anni '90, e quelle che non erano state distrutte dagli ispettori erano state distrutte unilateralmente dall'Iraq.
PELLEY: Aveva ordinato che venissero distrutte?
PIRO: Sì.
PELLEY: Allora perché mantenere il segreto? Perché mettere a rischio la sua nazione? Perché mettere a rischio la sua vita per mantenere la farsa?
Sarebbe cambiato qualcosa se l'amministrazione Bush avesse creduto completamente all'Iraq quando diceva di non avere ADM? Probabilmente no. Ci sono molte prove a sostegno del fatto che Bush sapesse quale fosse la realtà dei fatti, così come Tony Blair. Solo che Saddam Hussein non comprendeva appieno quanto psicopatici fossero i suoi due avversari. Bush era deciso ad annientare l'Iraq, per il bene di Israele, per il controllo del petrolio e per espandere il suo impero, sebbene non sia andato tutto come si aspettava; per qualche strana ragione, sembra che gli iracheni se la siano presa per essere stati bombardati, invasi, occupati e torturati.
Il risultato della politica di Bush riguardo l'Iraq può essere riassunto dicendo che sarebbe difficile citare molti altri esempi storici di una nazione che ne distrugge un'altra così totalmente, annientando e sovvertendo quasi ogni aspetto della loro società e umanità.
Ora Israele spinge Washington a fare lo stesso con l'Iran - non che gli Stati Uniti debbano essere molto spronati - soprattutto perché Israele è deciso a rimanere l'unica potenza nucleare nel Medio Oriente; nonostante l'Iran abbia detto agli Stati Uniti e al mondo intero, molte volte, che non sta costruendo armi nucleari. Ma anche se l'Iran, in realtà, stesse costruendo armi nucleari, dovremmo chiederci: esiste qualche legge internazionale che stabilisce che gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Russia, la Cina, Israele, la Francia, il Pakistan e l'India sono autorizzati ad avere armi nucleari, ma l'Iran non lo è? Se gli Stati Uniti avessero saputo che i giapponesi possedevano bombe atomiche, Hiroshima e Nagasaki sarebbero state distrutte? USraele crede che non ci sia ancora abbastanza orrore e sofferenza nel mondo ?
In quello che potrebbe essere parte dei preparativi per l'aggressione dell'Iran, 47 membri della Camera dei Rappresentati hanno recentemente proposto una risoluzione non vincolante in cui si dichiara che l'Iran è "una minaccia immediata ed esistenziale per lo Stato di Israele". Per illustrare questa minaccia, la risoluzione cita il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che esprime in diverse occasioni opinioni come: "Se Dio vuole, sostenuti dalla forza di Dio, avremo presto un mondo senza gli Stati Uniti e il Sionismo" ... richiediamo che "questo regime occupante [Israele] venga cancellato dalla faccia della terra"... "Che piaccia o meno, il regime sionista va verso l'annientamento"... "Devo annunciare che il regime sionista, con un passato di 60 anni di genocidio, saccheggio, invasione e tradimento sta per morire e sarà presto cancellato dalla scena geografica"... "Oggi, è giunto il tempo che cada il potere satanico degli Stati Uniti, ed il conto alla rovescia verso l'annientamento dell'imperatore del potere e del benessere è iniziato."
Lo si potrebbe proprio condannare per questo, vero? N'est-ce pas? Nicht war? Ma in queste affermazioni c'é molto meno di quanto sembra. Notate che non viene citato Ahmadinejad in esplicite e specifiche minacce di attacchi iraniani a Israele o agli Stati Uniti. Nessuna menzione o indicazione che "Io" o "Noi" o "l'Iran" farà qualcosa del genere, o effettuerà qualche atto di violenza. E io direi che è perché non è ciò che intende. In un'altra citazione, che la risoluzione non riporta, il presidente iraniano nel dicembre 2006 disse: "Il regime sionista sarà cancellato presto, così come lo fu l'Unione Sovietica, e l'umanità otterrà la libertà.
Ovviamente non esorta alcun attacco violento a Israele, perché la dissoluzione dell'Unione Sovietica ebbe luogo molto pacificamente. Inoltre, nel giugno 2006, il leader supremo dell'Iran, Ayatollah Ali Khamenei, dichiarò: "Non abbiamo alcun problema con il mondo. Non siamo una minaccia di alcun tipo per il mondo, e il mondo lo sa. Non inizieremo mai una guerra. Non abbiamo intenzione di dichiarare guerra a nessuno stato. Perché gli autori della risoluzione del Congresso non hanno citato questa dichiarazione?
Credo che da questa si possa meglio comprendere le affermazioni del presidente iraniano, considerandole metafore, così come vanti, desideri, così come cattive traduzioni (per esempio: "cancellare dalla faccia della terra") di un uomo folle abbastanza da dichiarare pubblicamente che non ci sono gay in Iran.
Ma ancor più significativo, la risoluzione non dà alcuna ragione per cui l'Iran vorrebbe in realtà attaccare Israele o gli Stati Uniti. Quali ragioni avrebbe l'Iran per usare armi nucleari contro uno dei due Paesi, se non l'irresistibile desiderio di un suicidio nazionale di massa? In effetti, proprio la stessa domanda potrebbe - e dovrebbe - essere stata posta prima dell'invasione dell'Iraq. Delle tante menzogne che circondano quell'invasione, la peggiore è che, in realtà, Saddam Hussein avesse avuto quelle armi di distruzione di massa che avrebbero giustificato l'invasione.
Svelate tutte le menzogne riguardo la disavventura irachena, io e molti altri ci siamo permessi il lusso, il piacere nascosto, di credere che il governo e i media degli Stati Uniti avessero imparato una lezione per qualche tempo. Erano stati presi e smascherati. Ma ci risiamo con le menzogne sull'Iran e Ahmadinejad. (No, non nega nemmeno l'Olocausto).
In ogni caso, Israele probabilmente non crede alla propria propaganda. Nel marzo dello scorso anno, il Washington Post scrisse: "Un ufficiale superiore israeliano a Washington" ha affermato che "difficilmente l'Iran userà i suoi missili in un attacco contro Israele a causa delle ritorsioni." Questa era proprio l'ultima riga dell'articolo e, secondo un'ampia ricerca su Nexis, non compare in nessun altro mezzo di comunicazione di lingua inglese nel mondo.
E in precedenza, quest'anno, possiamo leggere nel Sunday Times di Londra: "Il generale di brigata Uzi Eilam, 75 anni, un eroe di guerra e pilastro della difesa israeliana, crede che probabilmente l'Iran avrà bisogno di 7 anni per creare armi nucleari. Le opinioni espresse dall'ex direttore generale della Commissione per l'energia atomica israeliana contraddicono le stime della difesa israeliana e la pongono in disaccordo con i leader politici.
Se c'è un Paese al mondo che costituisce una minaccia perché potrebbe usare delle armi atomiche con poca attenzione alle conseguenze è proprio Israele. Martin van Creveld, professore israeliano di storia militare, e fedele cittadino israeliano, mise in evidenza nel 2002: "Noi abbiamo la possibilità di affondare il mondo con noi. E posso assicurarvi che succederà prima che Israele scompaia." Pensate alla scena finale de Il Dr. Stranamore. C'é Israele a cavalcioni del missile nucleare in picchiata, e sventola il cappello da cowboy. Un insensata deleteria voglia di guerra.

martedì 17 agosto 2010

Accordo sulla Guerra

Israele è pronta ad attaccare l’Iran. Una crisi annunciata della quale Washington, contrariamente a quanto vorrebbe far credere, non è affatto all’oscuro. Anche la Russia e la Cina, a sorpresa, sembrano dare il via libera all’attacco in fede a inediti e non meglio precisati “scambi di favori”. Accettando un rischio di proporzioni non ancora prevedibili. C’è da chiedersi: perché lo fanno?
Se siamo a 5 minuti, a 5 giorni, a 5 mesi, non possiamo saperlo. Ma che siamo a 5 anni possiamo escluderlo. Da dove? Dal momento in cui Israele attaccherà militarmente l’Iran e darà avvio a una crisi militare di così vaste proporzioni da modificare per una lunga fase i già precari equilibri mondiali restanti. Questa crisi - annunciatissima ma che quasi nessuno vuole vedere - si aggiungerà, aggravandole drammaticamente, a tutte le altre crisi già in atto. Israele vi si accinge, incoraggiata da potenti circoli internazionali che sono interessati a un grande incendio: l’unico nel quale potranno essere bruciati tutti i libri contabili degli organizzatori della fine di un’epoca intera della storia umana.
Inutile rispondere alle obiezioni che di solito promanano da ogni sorta di anime belle: hanno tutte lo stesso difetto originario, consistente nell’applicare le regole del politically correct a Israele. Quelle regole non sono usate da Israele essendo esse state inventate per i paesi normali, mentre Israele è un paese eletto. La sostanza di questo pensiero è che Dio sta dalla sua parte, è “con Israele”. E, quindi, ogni forma di analisi politically correct del comportamento di Israele appare insensata, essendo Dio estraneo a criteri del genere.
Quindi, invece di prevenire le obiezioni politically corrected mi limiterò ad elencare i fatti. Che sono molto più vasti, con le loro implicazioni, dei confini di Israele e conducono tutti, inequivocabilmente, ad un esito, dove Israele svolgerà un ruolo principale: quello detto all’inizio. Se poi quell’esito sembrerà dimostrare che Dio è con loro, non potremo che invocare quel Dio chiedendogli che “ce la mandi buona”.
Vediamo dunque i fatti. A cominciare dall’assalto al convoglio di navi pacifiste che, alla fine di maggio, intendeva rompere il blocco di Gaza. Sappiamo – fu chiaro fin dal primo momento della tragedia – che non è stato un malaugurato errore, ma una sanguinosa provocazione ideata a freddo per aprire uno scandalo internazionale di enormi proporzioni. Lo scopo era quello di punire la Turchia. Un segnale dunque. Alle anime belle che si sono affannate a scrivere che l’attacco dei commandos israeliani ha provocato gravi danni alla causa israeliana, isolando ulteriormente quel paese perfino da molti dei suoi amici europei, si dovrà suggerire di guardare la faccenda da un altro angolo visuale. Israele non ha bisogno di alleati terreni, salvo uno, che è terreno solo in un senso particolare, sentendosi investito, da circa 100 anni a questa parte, di una missione divina anch’esso: gli Stati Uniti d’America. E questo alleato non lo ha perduto e non lo perderà mai.
Si capirà meglio così che la violenza contro i pacifisti non è stata un incidente ma è stata organizzata proprio per spaccare la comunità occidentale e per costringere tutti a scoprire le loro carte. Del resto - secondo fatto da elencare – Ankara e Brasilia (new entry, quest’ultima, a sorpresa in questa partita planetaria) dovevano essere punite (il Brasile si aspetti il suo turno) per avere rotto il fronte dell’Occidente mandando i rispettivi presidenti a trattare con Ahmadi Nejad una soluzione che consentisse all’Iran di procedere senza essere disturbato con il suo programma nucleare civile.
Dunque occorre non perdere d’occhio il cospicuo movimento tettonico di cui è protagonista la Turchia. Esso procede con scosse di assestamento sempre più potenti e si ripete, il 9 giugno (una decina di giorni dopo la crisi della flottiglia pacifista) con il voto contrario (di nuovo la Turchia e il Brasile agiscono di concerto) alle sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro l’Iran. Sanzioni, come sappiamo, promosse dagli Stati Uniti e accolte da Russia e Cina: ecco due novità di vaste implicazioni, piene di interrogativi come funesti vasi di Pandora.
Tra i fatti da tenere presenti, perché senza queste pennellate altrimenti il quadro non sarebbe completo, c’è la circostanza che, fino a ieri, gli aerei israeliani che sarebbero destinati ad attaccare l’Iran, come prima onda d’urto, si trovavano in una base Nato in territorio turco. Lo scopo era chiaro: disporre di una traiettoria di volo breve. Non mi stupirei adesso che quella traiettoria breve, senza rifornimenti in volo, non sia più disponibile e che quei caccia bombardieri siano già stati trasferiti, o siano in via di trasferimento in qualche altra base segreta, sicuramente non più in Turchia. Per scoprire quale essa sia basta fare un piccolo esercizio di Risiko, carta alla mano, e elenco dei paesi Nato nell’area, senza trascurare qualche paese, più piccolo e ben piazzato, che è amico degli Stati Uniti e di Israele e che si trova nelle vicinanze dell’Iran.
Altra buona ragione per punire Erdogan. Ma altri fatti si accavallano in rapida successione. Il 7 giugno, due giorni prima del voto Onu, The International Herald Tribune, nella sua pagina di opinioni editoriali, pubblica un articolo di Richard V. Allen, che fu consigliere per la Sicurezza nazionale di Ronald Reagan nel biennio 1981-82. Allen, dopo avere esordito con queste parole (“con le notizie controverse che circolano a proposito di un attacco israeliano”), ricostruisce l’altro attacco israeliano di 29 anni fa contro l’impianto nucleare iracheno di Osirak, ancora in costruzione in quel momento. Curiosamente l’intero articolo sembra concepito per dimostrare che Washington non sapeva nulla di nulla di ciò che Tel Aviv aveva organizzato. Lo stesso Reagan, apparentemente cadendo dal pero, chiede infatti a Allen: “Perché secondo te l’hanno fatto?”. Verrebbe da dire: beata ingenuità. Il giorno dopo, nella Sala Ovale, si terrà una accesa riunione, mentre le polemiche dilagano nel mondo a proposito delle rovine ancora fumanti di Osirak. Rovine dell’allora alleato degli Stati Uniti Saddam Hussein. In quella riunione il vice-presidente di allora George H.W.Bush, George Baker, capo dello staff presidenziale, Michael Deaver, aiutante del presidente, si schierano per punire Israele, mentre il generale Alexander Haig, segretario di stato, e il capo della Cia William J.Casey sono per appoggiare Israele. Se crediamo alla versione di Allen, il presidente Reagan fece il pesce in barile e rimase, in sostanza, ad ascoltare la disputa. Ma il finale è noto: alla fine di quell’anno gli Stati Uniti e Israele firmarono un accordo di cooperazione strategica.
Allora Dio era con loro, senza dubbio alcuno. Ma la domanda è questa (e spiega bene perché l’autorevole quotidiano americano abbia pubblicato proprio quell’articolo e proprio in quei giorni): 29 anni dopo sarebbe ancora possibile (anche se prendessimo per buono il racconto di Richard V. Allen) un attacco Israeliano contro l’Iran senza che il Pentagono, la Cia e gli altri servizi segreti statunitensi ne sappiano nulla? Ovvio che Washington non è affatto all’oscuro di ciò che è già stato preparato. Neanche se lo volesse potrebbe ignorarlo. Perché i primi a non fare mistero delle loro intenzioni sono proprio i capi israeliani. Lo stesso 9 giugno (che è poi il giorno delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza), lo stesso International Herald Tribune rivela, in prima pagina, con un articolo da Gerusalemme di Andrew Jacobs, che una delegazione israeliana è andata a Pechino per far sapere ai cinesi, “senza melensaggini diplomatiche”, che Israele intende attaccare militarmente l’Iran. L’esplicito proposito della visita, scrive Jacobs, era di “spiegare con precisi dettagli l’impatto economico che la Cina subirebbe nel caso di un colpo israeliano contro l’Iran”. Ipotesi che Israele “considera probabile quando dovesse ritenere che l’Iran potrebbe riuscire a mettere insieme un’arma nucleare”.
Si noti la formulazione: l’attacco avverrà quando Israele pensa che l’Iran “potrebbe riuscire...” non quando ci sarà riuscito. Cioè prima ancora che il pericolo si delinei e molto prima che esso sia attuabile, poiché una bomba che non può essere portata sul bersaglio non costituisce un pericolo reale e l’Iran non dispone di vettori per la bisogna e, ove si avvicinasse a questo obiettivo, non potrebbe tenerlo nascosto alle osservazioni dall’esterno e dall’interno cui è sottoposto incessantemente da tutti i servizi segreti occidentali e orientali.
Non viene detto come i cinesi abbiano reagito ai chiarimenti israeliani. Si sa solo che hanno votato le sanzioni, seppure mantenendo, come ha fatto Mosca, alcuni distinguo. Ma – ecco un altro fatto - tre giorni dopo l’articolo citato, tre giorni dopo il voto all’Onu, ecco la notizia che la Russia non onorerà più il contratto che aveva già firmato con l’Iran per la fornitura di 300 missili terra-aria. La perdita della commessa – rivela Russia Today quel giorno – vale oltre un miliardo e 200 milioni di dollari: un colpo per Rosvooruzhenie, eppure il Cremlino non muove un ciglio e getta via il tesoro. Si tratta di armi cruciali per la difesa contro un attacco aereo e mediante missili di crociera. Anche qui il significato è inequivocabile: Mosca concede il via libera. Lo stesso giorno 12 giugno le agenzie riferiscono che l’Arabia Saudita, dopo avere informato il governo di Washington, concede il proprio spazio aereo al passaggio dei bombardieri israeliani. Negli stessi giorni fonti iraniane rendono noto che tre sommergibili israeliani, con missili da crociera a bordo, sono entrati nel Golfo Persico, sicuramente non all’insaputa del comando strategico degli Stati Uniti.
E, segnale apparentemente soltanto tangenziale rispetto a questo scenario, sempre lo stesso giorno a Bruxelles il ministro degli esteri russo, Lavrov, insieme ai suoi colleghi di Kazakhstan e Uzbekistan, annuncia la decisione di aprire la strada per il transito dei convogli della Nato (non più soltanto di quelli americani) che trasportino armi, uomini e logistica verso l’Afghanistan. Quale sia l’interesse russo in questo “affaire” non è chiaro. Ovvio che stiamo assistendo a un grande “scambio” di favori, ma non ne conosciamo i termini. Mosca e Pechino accettano il rischio. Perchè lo fanno? Né l’una né l’altra hanno qualche cosa da temere dall’Iran e, a prima vista, entrambe hanno qualche cosa da perdere. La Russia, per esempio, corre il rischio di vedere affacciarsi sulle rive del Mar Caspio un altro governo filo americano. Sicuramente in caso di una grande crisi militare – se l’Iran riuscirà a resistere e a infliggere colpi a sua volta – il prezzo del petrolio potrebbe balzare in alto. E, se questo sarebbe un bel regalo per Mosca, sarebbe invece un brutto colpo per la Cina. Certo Mosca potrebbe guardare con sospetto non minore di quello americano, al sorgere di una alleanza Turchia- Iran. Ma può essere anche che Cina e Russia ritengano che l’avventura iraniana si risolverà strategicamente in un nuovo disastro per gli Stati Uniti: la classica immagine di chi sta seduto sulla riva del fiume per aspettare il passaggio del cadavere del nemico. Per giunta avendo ricevuto dal nemico agonizzante qualche regalo. Ma dev’essere stato un grande regalo davvero.
Certo è che l’operazione Teheran comporta un grande scenario preparatorio. Grande quanto il fuoco che ci si prepara ad accendere. E non dopo, ma durante, la presidenza del premio Nobel per la pace Barack Obama.

domenica 15 agosto 2010

Ungheria e FMI

L'Ungheria, che dal 1 ° gennaio 2011 assumerà per sei mesi la presidenza dell'UE , subisce pesantemente le conseguenze di una crisi finanziaria che sembra non finire. Pur non essendo così distante dai parametri di Maastricht in materia di deficit pubblico (3,8% nel 2008), l'Ungheria è il primo paese dell'Unione europea ad aver ottenuto il sostegno finanziario della Troika costituita da: Fondo Monetario Internazionale, Unione Monetaria e Bce (Banca Mondiale)
Nel mese di ottobre 2008 è stato concordato un piano di finanziamento di 20 miliardi di euro: 12,3 miliardi messi a disposizione dal FMI, 6,5 dall’Unione europea e uno dalla Banca Mondiale. Lo stock del debito è cresciuto in maniera automatica: oltre alla perdita secca dovuta al pagamento degli interessi, che aggrava il deficit, alla popolazione sono state imposte pesanti condizioni, l'aumento di 5 punti percentuali di IVA, attualmente al 25%, l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni, il congelamento per due anni dello stipendio dei funzionari, la soppressione della tredicesima per i pensionati, la riduzione degli aiuti pubblici all'agricoltura e al trasporto .
In passato l’Ungheria, governata dai socialdemocratici, era riuscita a tenere in piedi un sistema di relative garanzie sociali, ma l'attuazione delle misure di austerità imposte dal FMI, ha scontentato la popolazione e giovato alla destra conservatrice, che nell’aprile 2010 ha vinto le elezioni legislative. La vittoria del nuovo primo ministro conservatore, Viktor Orban, è stata accolta con favore dall’agenzia Fitch Ratings secondo la quale il partito di Orban, Fidesz, che ha ottenuto la maggioranza necessaria per modificare la Costituzione "rappresenta un'opportunità per introdurre riforme strutturali”. I socialdemocratici hanno riportato una sconfitta storica aprendo la strada all’estrema destra (Jobbik) che per la prima volta è entrata in parlamento con la percentuale del 16,6% .
Non appena insediatosi, il governo ha diffuso dichiarazioni allarmistiche sulla situazione finanziaria del paese, chiamando in causa una sottostima dei conti da parte del precedente esecutivo che, in realtà, avrebbe portato al 7,5 % il rapporto tra il deficit e il PIL, ben al di sopra quindi del 3,8% previsto dal Fondo monetario internazionale. Bluff o falsificazione dei conti? In seguito a queste dichiarazioni, il 5 giugno 2010, il panico fa crollare le Borse di Londra, Parigi, Budapest ... e l'euro si deprezza nel timore di una crisi simile a quella della Grecia. Il governo sotto pressione, nel tentativo di recuperare, diffonde comunicati per tentare di calmare gli speculatori.
Per contenere il deficit al 3,8% del PIL nel 2010, come concordato con il Fondo monetario internazionale e l'UE, il governo sta lavorando all’approvazione di una tassa straordinaria sull’intero settore finanziario, che permetterebbe di prelevare lo 0,45% dell’attivo dichiarato dalle banche (calcolato non sul profitto, ma sul fatturato), di tassare fino al 5,2% le entrate delle compagnie assicurative e fino al 5,6% quelle degli altri istituti finanziari (borse, agenti finanziari, gestori di fondi d’investimento ...). L’Ungheria supera così Obama che ha annunciato una tassa sulle banche dello 0,15% solamente. Ma questo provvedimento, che dovrebbe garantire un gettito di 650 milioni di euro l'anno per due anni (2010 e 2011), circa lo 0,8% del PIL secondo le stime del governo, non piace alle banche che fanno pressione minacciando di ritirare gli investimenti in Ungheria. Il Fondo monetario ha dal canto suo sospeso i negoziati avvertendo che chiuderà il rubinetto del credito concesso nel 2008, e questo nonostante che il piano di finanziamento, con scadenza inizialmente prevista a marzo 2010, fosse stato prorogato a ottobre dello stesso anno.
E’ evidente che il piano di tassazione delle banche, vero pomo della discordia tra l'Ungheria e Fmi, costituisce l’ostacolo al proseguimento del prestito. Il Fondo ritiene che il paese dovrebbe adottare misure in linea con il dogma corrente neoliberista: col che s’intende tassare i poveri prima delle banche. Certamente i poveri hanno pochi soldi…ma ce ne sono tanti!... A qualcuno sfugge il cinismo?
Inoltre, la previsione di un tetto agli stipendi dei dipendenti pubblici, compreso il governatore della banca centrale, è in netto contrasto con le raccomandazioni del Fondo che preferisce un livellamento “dal basso” attraverso la riduzione o il congelamento dei salari, com’è avvenuto in Grecia o in Romania. Attenzione a non farsi illusioni su un partito di governo che già nel 1990 aveva favorito l’ingresso del neoliberismo.
Christoph Rosenberg, capo della delegazione del Fmi in Ungheria, riporta la richiesta di maggiori dettagli sul bilancio del prossimo anno da parte dell'organizzazione internazionale: "Quando torneremo, sempre che non sia la settimana prossima, il governo avrà proseguito nella definizione del bilancio 2011 e sarà un bilancio molto importante". Ancora una volta il Fondo monetario internazionale si appresta a riesaminare la copia del governo e interviene direttamente nella definizione del bilancio ungherese a dispetto dalla sua sovranità. Nell’attesa, il FMI stima che il paese dovrà prendere "misure supplementari" di austerità per raggiungere gli obiettivi di disavanzo che si è dato. Dal canto suo il ministro dell'Economia, Gyorgy Matolcsy ha dichiarato in un’intervista che: "Abbiamo detto (ai nostri partner N.d.T.) che non c’è modo di aggiungere ulteriori misure di rigore a quelle già prese [...]: da cinque anni stiamo applicando un piano di austerità , e quindi è fuori questione”. "Applicheremo la tassa sulle banche, sappiamo che si tratta di un fardello pesante, ma sappiamo anche che possiamo raggiungere (l'obiettivo), del 3,8% di disavanzo ". “O la tassa sulle banche, o l'austerità" Ha anche aggiunto. Per contenere un’estrema destra in continua ascesa, la destra conservatrice al potere vuole evitare misure impopolari in vista delle prossime elezioni comunali previste per ottobre e respinge qualsiasi ulteriore negoziato con il Fondo.
Il 17 luglio il FMI ha sospeso le trattative e, di conseguenza, l’utilizzo della parte residua del credito. La reazione dei mercati non si è fatta attendere, e il fiorino, la moneta nazionale, ha perso circa il circa il 2,4% in apertura, mentre la Borsa ha subito una perdita di oltre il 4%. Il primo ministro, Viktor Orban, ringraziando il FMI per il suo "aiuto durante i tre anni" ha indicato che "l’accordo sul prestito è scaduto nel mese di ottobre, e quindi non c'era niente da sospendere.”
"Le banche sono all’origine della crisi mondiale, è normale che contribuiscano a ripristinare la stabilità", ha sottolineato. Il 22 luglio la nuova legge della tassa sulle banche, che prevede inoltre la riduzione del prelievo fiscale sulle piccole e medie imprese (PMI) dal 16 al 10 %, è stata approvata con una larga maggioranza (301 voti a favore e 12 contrari) dal Parlamento guidato dal Fidesz di Orban . Non sorprende che il giorno dopo, le agenzie di rating Moody's e Standard and Poor's abbiano messo sotto osservazione l’Ungheria per un possibile declassamento del rating. Il ruolo di queste agenzie, giudici e parti di un sistema speculativo strangolatore, è presto detto: si alza il rating del governo conservatore salito al potere che aderisce al programma di austerità capitalista, si abbassa quando ci si rende conto che le misure non sono in linea con il dogma neoliberista.
Diversamente da quanto sostiene il quotidiano francese Le Monde nella sua edizione del 20 luglio, occorre appoggiare l’insubordinazione manifesta del governo ungherese al FMI,e sostenere l'idea che anzi deve fare lo stesso con l’altro suo creditore, l'Unione europea. Prendere le distanze da tali creditori non è un torto al popolo ungherese, per il quale pagare un debito alle condizioni imposte dal FMI e dalla UE è già un pesante fardello. Naturalmente occorre andare oltre una semplice rottura diplomatica, proponendo, ad esempio, un fronte dei paesi a favore della cancellazione del debito, perché, come ha detto giustamente San Kara , ex presidente del Burkina Faso, pochi mesi prima di essere assassinato: "Il debito non può essere rimborsato innanzitutto perché ,se non paghiamo , i nostri creditori non moriranno, stiamone pur certi. Mentre, se paghiamo, siamo noi che moriremo .E anche di questo possiamo essere certi. Se solo il Burkina Faso si rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza. Ma, con il sostegno di tutti, di cui ho bisogno (applausi), con il sostegno di tutti possiamo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo impiegare le nostre scarse risorse per il nostro sviluppo." Solo una mobilitazione popolare che pretenda la verità sulla destinazione del denaro preso in prestito così come anche la soddisfazione delle richieste in termini di salari, occupazione o garanzie sociali, potrà ottenere che i veri responsabili della crisi ne paghino il costo. Perciò è di vitale importanza per i popoli d'Europa e altrove, contestare questi debiti macchiati d’illegalità e rifiutarne il pagamento. E’ un primo passo verso la sovranità che permetterebbe di dirottare gli enormi fondi dedicati al rimborso del debito verso i bisogni reali della popolazione, la salute, l'istruzione, le pensioni, e (permetterebbe) di tutelare il servizio pubblico e non delegarlo ad aziende private.

sabato 14 agosto 2010

Chessmate!

In tutte le descrizioni di situazioni pericolose che sorgono durante avventure in alto mare o in alta montagna, o durante conflitti armati, raramente un singolo errore risulta fatale. Nella maggior parte dei casi, la morte è il risultato di una sequenza di scelte sbagliate che si rinforzano l'un l'altra. Queste scelte possono non apparire sbagliate al momento – ma lo sono certamente col senno di poi! Questa è l'essenza dello scacco matto: non ci sono altre mosse, a quel punto, e nessuna delle mosse precedenti può essere ritirata. Neanche esistono, in realtà: se ne sono andate in un universo immaginario popolato da fantasmi pieni di rimpianti per coloro che non le hanno fatte. Il classico Chessmate!
Come ci si dovrebbe attendere da un fenomeno naturale, il fallimento è come un frattale - osservabile ad ogni scala. Lo stesso modello di strategia maladattiva che porta a morti intempestive si riproduce costantemente al livello di virus e batteri, via via fino a individui vegetali e animali, popolazioni, società, paesi e civiltà. La natura va avanti cancellando i suoi esperimenti falliti, che superano di gran lunga i suoi successi. La maggior parte delle persone conoscono la teoria della selezione naturale e sono in grado di capire il fallimento individuale e di gruppo. Negli ultimi decenni, però, - abbastanza di recente, infatti – è diventato non ammissibile parlare di accettazione del fallimento, inteso come stato terminale, da parte di enti molto grandi, società e paesi. Essi sono sempre considerati bisognosi di salvataggio, riorganizzazione, aiuto, riforma, ricostruzione, sviluppo e così via. Degradazione perpetua e decadimento, seguiti dalla caduta nell'oblio senza scampo semplicemente non sono possibili. Haiti un giorno sarà prosperosa, la Somalia un modello di democrazia, e forse le basse nazioni costiere e le isole possono avere un futuro brillante, seppure bagnato, se le popolazioni sono fornite di respiratori per aiutarle a fronteggiare l'aumento del livello degli oceani. Quando tentiamo di venire a patti con la morte di civiltà, osservabile regolarmente, e con la morte prossima della nostra, il nostro fallimento nell'affrontarla è totale: gli antichi archetipi pagani prendono il posto del nostro pensiero, il nostro inconscio ha il sopravvento e noi siamo trasportati in un regno da film fantasy di second'ordine.
Il concetto di strategia, e di giochi di strategia, è utile, ma quando viene applicato a problemi seri (invece di distrazioni infantili come lo sport) il nostro pensiero tende a essere distorto dalle cattive abitudini che lo sport ci inculca. Noi tendiamo a pensare ai giochi come piacevoli esperienze di apprendimento che ci insegnano a giocare meglio la volta successiva. L'idea che ci sarà sempre una prossima volta è insidiosa. La grande maggioranza dei giochi che osserviamo, sia in natura, sia nella società, sono specificatamente giocati per determinare se ci dovrebbe essere una prossima volta. “Ma io ho imparato la lezione e la prossima volta che giochiamo vincerò!”, dice il campione sconfitto. “Non sarà necessario”, dice la Morte. “Dobbiamo affrettarci. C'è un vecchio eccitato che muore dalla voglia di incontrarti. Sarà il tuo allenatore personale per il resto dell'eternità.” Ma anche questa piccola narrazione senza tempo ha un difetto, poiché la Morte raramente ha così fretta e l'avanguardia dell'eternità è abbastanza sfuocata. La sconfitta si sovrappone al decadimento, che si sovrappone alla morte. Noi continuiamo a giocare molto oltre il punto nel quale la nostra sconfitta avrebbe dovuto esserci chiara guardando indietro. Nel frattempo, arriviamo ad accettare come nostro allenatore personale il diavolo che conosciamo, e possiamo anche illudere noi stessi nel pensare che stiamo vincendo.
È un problema serio che gran parte della vita è stato riformulata in termini di sport. Si dà per scontato che sappiamo “fare squadra”, e quando falliamo ci tiriamo su e riproviamo, oppure cadiamo in una rete di salvataggio. Quando siamo nei guai possiamo sempre chiamare aiuto. Quando qualcuno muore, è sempre il risultato di un incidente, mai il risultato inevitabile di un'errata valutazione. Le persone che, pur sbagliando ripetutamente, ci riprovano sono lodate per la loro persistenza, non si preoccupano di essere falliti seriali. Ciò non è necessariamente un male; la gente dovrebbe proteggersi reciprocamente e lo fa. Ciò che è peggio è che più in alto uno è nella società, più le conseguenze del fallimento tendono a diluirsi, fino ad arrivare a quei luoghi esaltati la cui esistenza è salvaguardata dall'incantamento magico “troppo grande per fallire”. Questo incantamento è abbastanza efficace: molte persone ne sono ipnotizzate. Esso impedisce loro di vedere qualcosa che è abbastanza ovvio: quando i fallimenti ripetuti ricevono continuamente soccorsi, questo permette loro di gonfiarsi fino a quando diventano troppo grossi per i soccorritori, punto in cui diventano troppo grossi per non cadere. Quando uno qualunque di essi non può ulteriormente essere salvato, ne risulta una caduta a cascata che sopraffa il resto, e il fallimento diventa devastante. Passato quel punto, nessuno prova a fare più niente: la società si è data scacco matto. Chessmate.
Ciò che accade dopo quel punto ha un'impressionante somiglianza con quanto accaduto in precedenza. Tutto sommato, prima c'erano molti problemi senza soluzione e si potevano vedere molte tendenze culturali degenerative. Solo che dopo ce ne sono di più, e sono più gravi, anche se potrebbe non esserci un'evidente differenza qualitativa. Potrebbe non essere immediatamente visibile che c'è stato uno scacco matto e col tempo il punto specifico può essere visibile solo a posteriori, ammesso che lo sia. Le emergenze vanno e vengono, e la gente si abitua al fatto che le spiagge sono nere e talvolta prendono fuoco e bruciano per settimane, o che c'è una voragine che attraversa il centro della città dove c'era il lungofiume, o che l'elettricità c'è solo per un paio d'ore al giorno. I cani e i bambini diventano indomabili, ma nessuno ricorda quando ciò ha cominciato ad accadere, così tutti danno per scontato che è sempre stato così. Né nessuno ricorda quando è diventato di moda tatuarsi il logo delle aziende sul cuoio capelluto, o mostrare orgogliosamente le natiche in pubblico. Un espatriato che parte e torna dopo qualche tempo potrebbe pensare che questo ora è un paese completamente diverso, ma coloro che sono rimasti potrebbero fare fatica a cogliere la differenza perché per loro i cambiamenti sono stati troppo lenti per superare la soglia della percezione.
La popolazione può diminuire rapidamente, ma anche questo è spesso impercettibile. Ampie porzioni del paesaggio diventano spopolate, ma nessuno lo nota poiché nessuno frequenta più quei luoghi. Quando le nascite superano le morti, la popolazione cresce esponenzialmente. Quando le morti eccedono le nascite, la popolazione diminuisce con la stessa intensità.. Ci sono sempre delle gravidanze, e c'è sempre qualche funerale; il cambiamento nel rapporto tra i due non può essere percepito direttamente. L'estinzione di una società non fa alcun rumore quando alla fine accade. I sopravvissuti semplicemente traslocano. I non sopravvissuti potrebbero anche non essere esistiti, e i sopravvissuti più creduloni arrivano a credere che le strane rovine che hanno abbandonato siano opera di extraterrestri.
Come arriva una società a darsi scacco matto? Non mancano esempi tratti dal mondo reale, ma la vita reale è complessa, quindi ecco una semplice allegoria. Supponiamo che ci sia una tribù chiamata mercanoidi, che per gran parte della sua storia è del tutto ordinaria, ma che ad un certo punto attraversa una strana mutazione culturale. Una sinergia accidentale tra elettricità atmosferica e sostanze chimiche presenti nell'acqua produce uno strano effetto nelle loro menti, che li fa sgattaiolare via da città e villaggi, dove finora hanno abitato felicemente, per andare a risiedere in piccole capanne sparse nei circostanti pascoli, campi e boschi. Continuano a trasferirsi intorno e cambiano spesso capanna, finché pochi di essi conoscono o si fidano dei loro vicini. Questo li fa sentire piuttosto insicuri, e il modo attraverso il quale i mercanoidi decidono di sentirsi più sicuri è minando la terra attorno alla loro proprietà e contrassegnandola con dei cartelli con la scritta “Non oltrepassare! Campo minato!”
Questo li fa sentire molto più sicuri, mentre in realtà li rende molto meno tali: i predatori presenti tra loro diventano ragionevolmente bravi nell'evitare le mine, al contrario del resto della popolazione, w ciò produce un'ampia sottoclasse di persone le cui gambe sono saltate in aria. Costoro, essendo relativamente immobili e senza difesa, rappresentano un bersaglio ancora più desiderabile per i predatori della società e, naturalmente, compensano ciò acquistando più mine e più potenti. Questo ciclo si ripete alcune volte, finché le persone con due gambe diventano la minoranza. Poiché le persone a cui mancano uno o due arti inferiori sono, in una certa misura, meno produttive di quelle con due gambe, a tempo debito l'economia dei mercanoidi non potrà più produrre il surplus necessario per investire in nient'altro oltre le mine (che ora trovano più economico importare dalla Cina a credito piuttosto che produrle da sé). Poiché il servizio del debito divora sempre più le entrate dei mercanoidi, le loro disponibilità economiche crollano. Di conseguenza, grucce, sedie a rotelle e gambe artificiali diventano beni di lusso che sempre meno persone tra loro riescono a permettersi. Senza questi dispositivi le sempre più numerose persone senza gambe non possono più circolare, rendendo più difficile per loro la possibilità di essere membri produttivi dell'economia dei mercanoidi, accelerando il crollo della produzione economica.
Quando questo ciclo vizioso diventa troppo evidente per essere ignorato da ogni mercanoide di media intelligenza, sorge un movimento di riforma. Gli attivisti organizzano attività comunitarie di sminamento e promuovono l'idea di una annuale “settimana senza mine”. Gli imprenditori lavorano per sviluppare “mine verdi”, che stordiscono le persone invece di menomarle, ma queste sono viste come meno efficaci e quindi insicure. Qualche politico estremista compie il passo radicale di sminare la sua proprietà. Molti di questi trovano la loro capanna ripetutamente svaligiata a tranquillamente rimettono le mine. Ad un certo punto un brillante mercanoide visionario ha una epifania ed esclama: “Non sono le mine che ci uccidono! Sono le capanne!” Tutti pensano che sia completamente pazzo: come è possibile non vivere nella propria capanna privata? È il sistema di vita mercanoide!
Nel frattempo, piccoli gruppi di persone con ancora due gambe iniziano a riunirsi ai margini della società mercanoide. Invece di vivere in capanne molto disperse, essi vivono compatti in tende, trasferendosi in luoghi non minati. Essi rifuggono le mine e si difendono (anche reciprocamente) stando sempre all'erta e, se necessario, con dei bastoni appuntiti. Essi sviluppano spontaneamente una sorta di linguaggio insensato che ha un effetto altamente distruttivo per la mentalità mercanoide corrente. Questo effetto è così distruttivo che la società mercanoide, non avendo l'energia per opporsi a questi gruppi di fuoriusciti, è portata a negare strenuamente la loro esistenza. A loro volta, i fuoriusciti ignorano felicemente gran parte della società mercanoide, aspettando pazientemente che si dissolva, cosa che, a suo tempo, avviene.
Spero che il senso della mia piccola parabola sia chiaro. Una società fa una serie di scelte sbagliate (che non sembrano tali a quel tempo). Una volta che ciò è accaduto, non resta che aspettare. Le svolte sono irreversibili, e tentare a far tornare la società sui suoi passi è inutile. In questa situazione, l'unico comportamento adattivo che possiamo fare è vivere come se queste scelte non siano mai state fatte prima. Ciò, naturalmente, è molto difficile e, in caso di successo, porta all'impopolarità, quindi si dovrebbe considerare l'alternativa: non fare niente. Con le parole senza tempo dell'I Ching, “Perseveranza non è propizia. Nessuna macchia.” Chessmate!

giovedì 12 agosto 2010

Attendendo l'evitabile

Il best seller per finanzieri, banchieri, economisti e responsabili vari, ai vari livelli della gestione economica di quest’anno, come lettura rilassante per la pausa estiva è un volume del costo di 699 $ dal titolo “Dying of Money: Lessons of the Great German and American Inflations”, scritto da un certo Parsson diversi anni fa, sulla evoluzione che ha portato la repubblica di Weimar alla ormai famosa iperinflazione (e successivo evento del nazismo).
Forse è sintomatico che proprio QUEL libro venga ricomprato e riletto con tanta foga dai maggiori responsabili economici, cosa che fa nascere un dubbio: ci saranno mica i sintomi di un ripetersi dell’evento, vero ? Da parte mia è un po’ di tempo che faccio presente che l’apparente paradosso :” scarsa liquidità con eccesso di liquidità” è un paradosso solo per chi lo vuole considerare tale.
Ed ora spiego il perché.

Innanzitutto occorre ricordare come la massa monetaria utilizzabile sia una funzione della quantità di denaro, ma anche della velocità di circolazione.
Se ogni persona spende nel giro di una settimana il denaro che guadagna ci saranno globalmente un certo numero di acquisti, ma se le persone accelerano e lo spendono in un giorno , il numero e valore di acquisti immediatamente verrà moltiplicato per 7 esattamente come se fosse stata immessa una quantità di denaro pari a 6 volte quella esistente.
E credo che questo concetto non sia difficile da capire, essendo i commercianti a loro volta datori di lavoro ma anche acquirenti.
Un’altra considerazione importante da fare è che la liquidità che crea l’eventuale percezione di inflazione, quindi perdita di valore del denaro stesso, è solo quella destinata all’acquisto dei beni di largo e comune consumo. Della serie che se aumenta il prezzo del pane o della pasta, si diffonde immediatamente la sensazione di un avvio dell’inflazione, ma se aumentano i valori di borsa ? no vero ? tutti felici e contenti anche se tali valori fanno riferimento ad aziende che non avrebbero proprio nulla da festeggiare, oppure se aumentano i valori dell’immobiliare, c’è forse chi la ritiene inflazione ? no vero ? tutti proprietari felici e contenti dell’aumento dei loro investimenti.
Ma anche in questi settori, aumenti di prezzi significano aumento di denaro necessario a che si possano fare. Ecco quindi che se la liquidità immessa dalle banche finisce ad aumentare i prezzi di questi beni, nessuno penserà all’inflazione, presente o anche solo possibile nel futuro. Solo tante persone contente di sentirsi un po’ più ricche. Aggiungiamo il fatto che la presenza di un 15-20% di persone senza più reddito o con reddito ridotto, calmierano i prezzi proprio di quei beni che diffondono l’eventuale percezione dell’inflazione.
Se aumenta un po’ la pasta, ma questi poveracci sono costretti a limitarne gli acquisti, verrà percepita la situazione che tali beni non possono aumentare di valore se non a scapito della quantità venduta, pertanto tenderanno a restare stabili.
Ecco, questa è la fotografia dell’attuale equilibrio.
Supponiamo ora , che Dio non voglia, che accada qualcosa che renda inevitabile l’aumento del prezzo di tali beni. Tanto per essere ottimisti, pensiamo che gli incendi Russi non abbiano effetti sul raccolto del grano, e che la speculazione non si butti a pesce sui futures del grano stesso, cosa che potrebbe impennare il prezzo del grano. Ecco che questo potrebbe essere uno di quegli eventi che fanno deflagrare il tutto.
Con la seguente sequenza.
Rialzo sensibile del prezzo di tutti i derivati del grano : pane, pasta, ecc….
Enfasi e proteste di quel 15-20% di persone a bassissimo reddito.
Contemporanea ricerca da parte degli altri di risorse per compensare tali aumenti. Diffondersi della percezione di forti aumenti sui generi di prima necessità con effetto moltiplicatore dato dai commercianti e di tutti coloro che possono scaricare immediatamente sui prezzi, i loro aumentati fabbisogni degli altri beni di prima necessità. Corsa all’accaparramento, che diminuendo le disponibilità ne fa lievitare ulteriormente i prezzi. Quindi aumento della velocità di circolazione del denaro, con richiamo di denaro precedentemente parcheggiato in borsa o altri “investimenti” per far fronte a tali nuove necessità.
Innesco quindi della spirale inflazionistica, super alimentata dalla grande massa di liquidità precedentemente “investita” ed ora riversatasi sui beni di primaria necessità.
Ecco, questa è la dinamica di tale fenomeno, e come vedete i componenti sono oggi tutti presenti.
E quale sarebbe oggi, l’unico modo per scongiurare il pericolo ? Congelare o meglio, togliere definitivamente ricchezza e disponibilità da chi ne ha in eccesso, e la può manovrare facilmente, con forti tassazioni sui capitali e sui redditi alti, creando un fondo per supplire al sostentamento di tutti coloro che ne hanno perso il mezzo. Cosa che ovviamente suona come un’eresia. Toccare i patrimoni ? giammai ! elevare le aliquote marginali sui redditi ? ma scherziamo ? bene, quindi aspettiamo, incrociamo le dita, e speriamo in bene .
E intanto i nostri governanti giocano a chi ce l'ha più lungo.... poi in autunno vedremo!

martedì 10 agosto 2010

Le bugie di Hiroshima e di Oggi.

Quando ancora nel 1967 ci si recava ad Hiroshima, l'ombra del passato era ancora presente, proprio come un essere umano a suo agio: gambe divaricate, spalle curve, una mano sul fianco aspettando l'apertura della banca. Alle otto e un quarto della mattina del 6 agosto 1945, l'ombra e il suo profilo erano state impresse per sempre nel granito. Quell'ombra continua a gettarsi a lungo nel suo futuro verso di noi. Come l'ombra di Yukio, un uomo sul cui torace era stampata per sempre l'impronta della maglietta indossata quando venne sganciata la bomba atomica. Insieme alla sua famiglia vivevano ancora in una capanna tirata su tra la polvere del deserto atomico; parlava ai visitatori che incontrava di un enorme lampo sulla città "un lampo bluastro, qualcosa di simile a una scarica elettrica", seguito da una specie di tornado e dallo scatenarsi di una pioggia nera. "Io venni gettato a terra e l'unica cosa di cui mi resi conto fu che dei miei fiori erano rimasti solo gli steli. Il mondo attorno era immobile e tranquillo, e quando mi rialzai c'era gente silenziosa senza più vestiti, e alcuni senza più pelle o capelli. Ero sicuro di essere morto". Nove anni più tardi rimase stroncato dalla leucemia.
Subito dopo aver sganciato la bomba, le autorità alleate d'invasione proibirono ogni accenno alle conseguenze delle radiazioni e insistettero sul fatto che la gente era stata uccisa o ferita solo dall'esplosione dell'ordigno. E questa fu la prima grande menzogna. "Non c'è radioattività tra le rovine di Hiroshima", titolava in prima pagina il New York Times: un caso classico di disinformazione e di rinuncia al mestiere di giornalista, che il reporter australiano Wilfred Burchett mise in luce con il suo scoop del secolo. "Lo considero un avvertimento al mondo" raccontò sul Daily Express Burchett, primo corrispondente che riuscì a raggiungere Hiroshima dopo un viaggio pericoloso. Il giornalista descrisse le corsie dell'ospedale, stracolme di gente senza ferite apparenti che moriva per quelle che definì "piaghe atomiche". Per aver osato dire la verità, il giornalista venne privato dell'accreditazione, messo alla berlina, calunniato... e difeso.
Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki fu un atto canagliesco di portata smisurata: un eccidio di massa premeditato effettuato con un ordigno intrinsecamente criminale. Ecco perché chi l'ha esaltato si è sentito in obbligo di cercare giustificazione nella mitologia della "buona guerra", il cui "bagno catartico", come lo definì Richard Drayton, ha permesso all'Occidente non solo di espiare il suo sanguinario passato imperialistico, ma anche di promuovere 60 anni di guerre di rapina, sempre all'ombra della Bomba.
La menzogna più tenace è che la bomba atomica sarebbe stata sganciata per porre fine alla guerra nel Pacifico e risparmiare vite umane. "Anche senza i bombardamenti atomici", concludeva l'United States Strategic Bombing Survey del 1946, "la supremazia aerea avrebbe permesso di esercitare sul Giappone una pressione sufficiente a costringere il paese a una resa senza condizioni e a renderne superflua l'invasione. Sulla base di un'accurata analisi dei fatti, e della testimonianza dei leader giapponesi sopravvissuti, l'indagine statunitense concludeva che "...il Giappone si sarebbe arreso anche se non fossero state sganciate le due bombe atomiche, anche se la Russia non fosse entrata in guerra, e anche se non fosse stata pianificata l'invasione del paese".
Gli archivi nazionali a Washington conservano documenti ufficiali statunitensi che dimostrano tentativi di pace giapponese già nel 1943, ai quali non fu dato alcun seguito. Un cablogramma inviato il 5 maggio 1945 dall'ambasciatore tedesco a Tokyo, e intercettato dagli USA, toglie ogni dubbio sul fatto che i giapponesi stessero cercando disperatamente la pace, anche a costo di "una resa senza condizioni e con clausole vessatorie". Henry Stimson, Segretario alla Difesa, dichiarò invece al presidente Truman di "temere" che l'aeronautica statunitense stesse talmente "bombardando a tappeto" il Giappone da rendere impossibile "dimostrare tutta la potenza" del nuovo ordigno. Più tardi ammetterà che "non fu fatto nessuno sforzo e non fu mai presa in seria considerazione la possibilità di ottenere la resa del nemico in modo da non dover usare la bomba". I suoi colleghi alla politica estera erano "impazienti d'intimidire i russi ostentando la nuova arma in nostro possesso". Il generale Leslie Groves, direttore del progetto Manhattan che mise a punto la bomba atomica, testimoniò: "Non ho mai messo in dubbio che il vero nemico fosse la Russia, e che il progetto fosse stato messo a punto in questa ottica". Il giorno dopo l'annientamento di Hiroshima, il presidente Truman espresse la propria soddisfazione "per il completo successo dell'esperimento".
Dopo il 1945, gli Stati Uniti sono stati sul punto di ricorrere all'uso di armi nucleari in almeno tre occasioni. Sull'onda della loro finta "guerra al terrorismo", gli attuali governi statunitense e inglese hanno dichiarato di essere pronti a una guerra nucleare "preventiva" contro stati che ne sono privi. E dopo ogni passo che ci avvicina a un Armageddon nucleare, le menzogne per giustificarli diventano sempre più sfacciate. La "minaccia" attuale è l'Iran: ma il paese non dispone di armi nucleari e la disinformazione che vorrebbe far credere all'esistenza di un arsenale di questo tipo proviene in massima parte dal MEK, un discreditato gruppo di oppositori iraniani finanziati dalla CIA, proprio come le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein provenivano dall'Iraqi National Congress, creato da Washington.
E la stampa occidentale svolge un ruolo fondamentale nel dare una parvenza di credibilità alle presunte minacce: le dichiarazione dell'America's Defence Intelligence Estimate, secondo cui era "praticamente certo" che già nel 2003 l'Iran avesse accantonato il suo programma di armamento nucleare, sono finite nel dimenticatoio, e il fatto che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non abbia mai minacciato di "cancellare Israele dalle carte geografiche" non ha alcun interesse. Ma l'influenza delle affermazioni dei media è tale che nella sua recente e ossequiosa visita al parlamento israeliano Gordon Brown vi ha fatto allusione per minacciare nuovamente l'Iran.
Questa scalata di menzogne ci ha portato a una delle più pericolose crisi nucleari dopo il 1945. La minaccia reale continua infatti a non poter essere menzionata nei circoli occidentali, e quindi nei media: in Medio Oriente esiste solo una potenza nucleare estremamente aggressiva, Israele. Nel 1986, l'eroico Mordechai Vanunu tentò di mettere in guardia il mondo fornendo le prove che Israele stava producendo almeno 200 teste nucleari. In spregio delle risoluzioni dell'ONU, il paese si sta oggi chiaramente preparando ad attaccare l'Iran, nel timore che una nuova amministrazione statunitense possa avviare veri negoziati di pace con una nazione che l'occidente ha trascurato da quando, nel 1945, inglesi e americani rovesciarono la democrazia iraniana.
Nel New York Times del 18 luglio, lo storico israeliano Benny Morris, una volta considerato di tendenze liberali e attualmente consulente dei circoli politici e militari del suo paese, ha minacciato di "ridurre l'Iran a un deserto nucleare". Si tratterebbe di un vero genocidio, e per un ebreo l'ironia della situazione salta agli occhi.
Allora la domanda è: dobbiamo restare a guardare, dicendoci, come fecero i tedeschi, che "non ne sapevamo niente"? Vogliamo ancora nasconderci dietro quello che Richard Falk ha dichiarato essere l'"autovirtuoso, univoco, schermo legale/morale sul quale vengono proiettate immagini positive dei valori occidentali e di un'innocenza minacciata, giustificando così una campagna di violenza senza limiti"? Catturare i criminali di guerra è un'attività ancora piena di futuro: Radovan Karadzic è in carcere, ma Sharon, Olmert, Bush e Blair sono in libertà. Perché? Il ricordo di Hiroshima esige una risposta.

domenica 8 agosto 2010

Scambio a colpi di H.A.R.P.P

International Affairs è un organo del Ministero degli Esteri russo e una fonte assolutamente autorevole per quanto riguarda diplomazia e politica estera. Garanti e lettori della rivista sono i massimi livelli delle politica, della finanza e della ricerca accademica. Bene, vedere che, a questo livello,di armi climatiche, geo-ingegneria, terremoti 'generati', H.A.A.R.P. è dato come probabile, e con possibili legami con la tragica situazione russa di questi giorni, conferma drammaticamente le l'utilizzo di armi scalari per il controllo e l'utilizzo del clima come arma militare.
Il 30 luglio l'argomento è così riportato da RIA Novosti (notissima agenzia russa le cui principali fonti di informazione diretta sono la Presidenza della Federazione Russa, il governo russo, il Consiglio federale, la Duma di Stato). Nell'articolo si legano gli sconvolgenti incendi di questi giorni con il famigerato programma HAARP.
eccone una traduzione:

"La Russia si secca: c'è l'arma del clima degli Stati Uniti in gioco ?

MOSCA , 30 Luglio ( Areschew Andrej per RIA Novosti ). A causa dell'enorme caldo nelle regioni centrali della Russia, l'economia deve fare i conti con enormi perdite.
Sono state già distrutte circa il 20 per cento delle superfici coltivate che può portare nell'inverno un aumento dei prezzi. Mosca è avvolta dal fumo nero causato dagli incendi infuriati della torba. Le prognosi degli esperti danno poca consolazione: la siccità, uragani e inondazioni saranno sempre più frequenti e più estremi. Il capo del programma "clima ed economia d'energia" della Fondazione WWF, Alexej Kokorin ha constatato che "questa tendenza (siccità) non è una coincidenza e che si ripeterà". La dichiarazione del rappresentante del WWF indica in quale direzione si svilupperà il clima. Tuttavia non si tratta del "riscaldamento globale" che è già da tempo oggetto di numerose discussioni scientifiche (e pseudo-scientifiche). La teoria del "riscaldamento globale" come processo naturale deve prima essere ancora dimostrato, ma l'attuale insolito caldo (che inoltre è scoppiato solo in Russia e nei parecchi territori nelle vicinanze) non potrebbe avere solo cause naturali e scientifiche.
Il problema della regolazione del tempo (come una forma di ordinamento sociale) lo aveva già lanciato Zbigniew Brzezinski negli anni '70 nel suo libro "Between Two Ages" ("Tra due epoche"). Certamente il classico della geopolitica americana doveva preoccuparsi sulla probabilità del come potranno essere influenzati non solo i sistemi sociali ma anche quelli geopolitici mediante il clima. Anche altri esperti hanno già ripreso questo argomento; anche se le informazioni sullo sviluppo e la sperimentazione delle armi climatiche probabilmente non verranno mai pubblicate.
Il professore di economia dell'Università di Ottawa (Canada), Michel Chossudovsky ha scritto nel 2000 che un parziale cambio del clima potrebbe essere il risultato dell'applicazione di una nuova generazione di "armi non letali". Gli americani cercano da anni possibilità per controllare il clima nelle varie regioni del mondo. Una tale tecnologia è sviluppata nell'ambito del cosiddetto "High-frequency Active Aural Research Program" (HAARP) e può causare fenomeni come la siccità, uragani, terremoti o alluvioni. Dal punto di vista militare l'HAARP è un'arma di distruzione di massa, uno strumento di destabilizzazione dei sistemi agricoli ed ecologici in questa o quella regione. La base tecnica di questo programma è un sistema elettromagnetico composto da 360 trasmettitori radio e 180 antenne, ciascuna alta 22 metri, che è destinato per lo studio dei processi nella ionosfera. La stazione che manda 3.600 chilowatt nel cielo è l'impianto più potente del mondo per avere influenza sulla ionosfera della Terra. Il programma lanciato nel 1990, è finanziato dall'amministrazione per la Ricerca Marina (Office of Naval Research) ed il Laboratorio di Ricerca della U. S. Air Force. Inoltre, numerose importanti università ne fanno parte.
Tutto questo alimenta il terreno per voci e speculazioni. Si potrebbe naturalmente anche deridere il presidente venezuelano Hugo Chavez che appunto ha dato la responsabilità all'Haarp per il terremoto di Haiti a Gennaio , ma simili ipotesi sono state espresse anche dopo il terremoto nella provincia cinese del Sichuan nell'anno 2008. In aggiunta, diversi fattori dimostrano altrettanto che il programma degli Stati Uniti sui cambiamenti climatici è sistematico in diversi paesi e riguarda persino parzialmente lo spazio. Così ad esempio, il 22 Aprile 2010 è stato lanciato in orbita l'apparecchio spaziale americano senza equipaggio X-37B , che secondo le fonti aveva a bordo le nuove armi laser. Secondo il New York Times queste informazioni sono state smentite con veemenza da parte del Pentagono, i loro esperti tuttavia hanno riconosciuto che questo apparecchio in realtà è dedicato per sostenere le operazioni militari e per la risoluzione di "compiti affiancati". L'X-37B è stato costruito già nel 1999 nell'ambito di un programma della NASA. Dal 2006 l'U.S. Air Force si occupa di questo programma, per cui il suo bilancio e le sue finalità sono strettamente confidenziali.
Tanto negli USA quanto in altri paesi si richiede ripetutamente di pubblicare le informazioni su questo esperimento in Alaska. In Russia invece tali richieste non sono divenute veramente mai note. Tuttavia sembra che il cambiamento climatico come strumento politico non sia un mito. Con questo in un prossimo futuro potranno essere confrontati la Russia e tutto il mondo di principio con una nuova minaccia. Le armi del clima sembrano essere state sviluppate così tanto per innescare siccità, distruggere i raccolti e attivare "fenomeni anomali".
Anche tra chi è convinto della effettiva esistenza e pericolosità di questi dispositivi si sospetta un 'gioco delle parti' tra Russi e Americani probabilmente entrambi in possesso di tali tecnologie. Noi non ci addentriamo in questi territori 'scoscesi', a noi basta sapere che non siamo un manipolo di psicopatici, ma che di questi argomenti se ne discute ai massimi livelli di ufficialità.
E non è cosa da nulla visti i tempi.

NOTA SUL COPYRIGHT©

ARTICOLI DI PIERMAFROST SONO COPERTI DA COPYRIGHT . POSSONO ESSERE LIBERAMENTE DIFFUSI A PATTO DI CITARE L'AUTORE E IL LINK DELLA FONTE.