sabato 28 agosto 2010

Macro Sud

La Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) è un'istituzione seria, autorevole, competente. Una di quelle che ci permettono di non disperare di questo paese. Pur nel suo linguaggio, per ormai lunga tradizione asciutto e discreto, il messaggio del suo ultimo rapporto (L'economia del Mezzogiorno) presentato in questi giorni, è particolarmente inquietante. Per il Mezzogiorno e per l'intero paese. «L'Italia - ammoniva Giuseppe Mazzini - sarà quel che il Mezzogiorno sarà».
L'immagine che emerge del Mezzogiorno in questo rapporto non fa bene sperare dell'uno e dell'altra. Condensiamola, questa immagine, in pochi tratti. Economica, sociale e (forse gli autori esiterebbero a definirla così) morale.
Il ritratto economico del Mezzogiorno è solitamente riassunto nel divario del prodotto pro capite rispetto al Centro Nord, che è rimasto sostanzialmente immutato negli ultimi trent'anni, attorno al 40 per cento. Negli ultimi otto anni però il Sud è cresciuto meno del Nord e il divario è aumentato. Il Sud, in cui vive un terzo degli italiani, produce un quarto del reddito nazionale. E resta il territorio arretrato più esteso e popoloso dell'area dell'euro.
L'attuale crisi ha colpito il Mezzogiorno molto più severamente del nord: in un anno, una contrazione del 4,5% del suo reddito rispetto all'1,5%. Ormai da otto anni il Sud cresce meno del Nord. L'industria meridionale ha subito colpi gravi (vedi Termini Imerese e Pomigliano d'Arco). Le risorse finanziarie destinate al Sud sono state in parte dirottate verso altre destinazioni. L'occupazione meridionale è diminuita tornando ai livelli di dieci anni fa. Il tasso di disoccupazione è salito al 12,5% al Sud contro il 5,9% al Nord. In venti anni 2milioni e 385 mila persone hanno abbandonato il Sud. Dal punto di vista del benessere, o piuttosto del malessere sociale, la qualità dei servizi pubblici (giustizia, sanità, istruzione, trasporti, servizi locali, ambiente, sicurezza) è peggiorata, così come la raccolta differenziata dei rifiuti inferiore dell'85% rispetto agli obiettivi. E gli infiniti tempi di attesa dei processi civili. La povertà è nel Sud tre volte quella del Nord. Nemmeno una famiglia su quattro guadagna più di 3mila euro al mese contro il 42% delle famiglie al Nord.
Last, not least, la criminalità. Gli indubbi successi nella lotta alle mafie le hanno scosse, ma tutt'altro che sgominate. Le perdite sono presto compensate dai nuovi afflussi. Non solo: le mafie si estendono al Nord. Come la Svimez afferma, quello della presenza mafiosa è l'unico divario territoriale che si sta colmando. Insomma, aveva ragione Mazzini. E anche l'altra presenza, degli imbroglioni piduisti, in forte espansione, sembra equamente ripartita tra Milano e Napoli. In sostanza che le due parti del paese si stanno separando economicamente e socialmente, soltanto la criminalità tende ad estendersi in tutto il paese. Perfettamente compatibile con una separazione politica. Anzi, per le mafie non c'è di meglio. Il Rapporto, però, non si limita a tracciare il desolante quadro. Diversamente dal riformismo chiacchierone, esso avanza le proposte di una radicale svolta della politica meridionalistica. Si tratta di tornare a una visione unitaria della "questione meridionale". A un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia destinata a dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche. Una riedizione aggiornata della "Cassa" posta sotto il controllo di un Consiglio con i rappresentanti del Governo (Ambiente e Infrastrutture) e delle otto Regioni. Si ricostituirebbe così uno spazio di programmazione unitario del Mezzogiorno, una "macroregione".
La proposta si avvicina molto a quella, ancor più radicale, che è stata da me avanzata (discussa su queste pagine) che prevede una riforma costituzionale, con la formazione di uno Stato federale composto da due macroregioni (del Nord e del Sud), legate da un patto e mediate da un governo nazionale con un presidente della Repubblica eletto dal popolo. Il Rapporto Svimez costituisce un'occasione per realizzare un riforma costituzionale ispirata a un federalismo autenticamente unitario; per fare finalmente del problema meridionale una grande occasione di sviluppo per tutto il paese e per l'Europa.

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