martedì 21 settembre 2010

Follie americane

Poco dopo che i Marines erano entrati a Bagdad abbattendo una statua di Saddam Hussein, ho visitato il ministero del petrolio. Le truppe americane avevano circondato l'edificio dalle pareti color sabbia, proteggendolo come un gioiello d’importanza strategica. Intanto, non lontano di là, i saccheggiatori alleggerivano il Museo Nazionale dei suoi veri gioielli. Baghdad era allora teatro di saccheggi diffusi. Davanti al cordone delle truppe americane si erano radunati qualche dozzina d’iracheni che lavoravano per il Ministero del petrolio e uno di questi, osservando la protezione di cui godeva il posto in cui lavorava, e la mancanza di protezione degli altri edifici, mi ha rivolto quest’osservazione: "E’ tutta una questione di petrolio."
Quest’uomo ha centrato il punto fondamentale per comprendere quanto paghiamo effettivamente un litro di benzina. La marea nera della BP nel Golfo del Messico ha ricordato agli americani che il prezzo della benzina al distributore è solo un acconto; un calcolo onesto dovrebbe includere l’inquinamento di acque, terra e aria. E il calcolo è ancora incompleto se non prendiamo in considerazione altri fattori, e in primo luogo quello che è forse il più importante fra i costi esterni: il fattore militare. In quale misura il petrolio è legato alle guerre e al mezzo trilione (un trilione rappresenta mille miliardi) annuo di spese militari? In questo periodo di enorme deficit, probabilmente non è inutile chiedersi cosa paghiamo e quanto.
Il dibattito si limita spesso a una disputa da bambini: “Hai detto una bugia/no,l’hai detta tu”. Donald Rumsfeld, ex Segretario della difesa (ministro della Difesa) insisteva che: l'invasione dell'Iraq non aveva " nulla a che fare con il petrolio". Ma anche Alan Greenspan, ex Presidente della Federal Reserve, ha respinto l’affermazione: "È imbarazzante politicamente ammettere ciò che sanno tutti", scrive Greenspan nel suo libro di memorie . "La guerra dell'Iraq è essenzialmente una guerra per il petrolio." Anche se fosse “solo in parte” vero che abbiamo invaso l'Iraq per il petrolio e che i nostri militari e la nostra Marina sono là oggi per questo scopo, quanto ci costa? Questo è uno dei principali problemi, i costi nascosti, il che spiega in parte la nostra dipendenza dal greggio: non ne conosciamo il prezzo reale.
Eppure, se vogliamo, possiamo conoscerlo. Un approccio innovativo proviene da Roger Stern, geografo dell'economia all'Università di Princeton. In aprile 2010, ha pubblicato uno studio approfondito dei costi di manutenzione delle portaerei degli Stati Uniti nel Golfo Persico dal 1976 al 2007. Poiché le portaerei pattugliano il Golfo Persico per proteggere il traffico petroliero, Stern attribuisce al petrolio il costo della loro presenza. Si tratta di un ottimo metodo di stima. Attraverso una dettagliata analisi dei dati del Dipartimento della Difesa – cosa non facile perché il Pentagono non disaggrega le spese per missione o regione – arriva a un totale, in oltre tre decenni, di 7,3 trilioni di dollari. Trilioni!
E si tratta ancora di una stima parziale delle spese sostenute perlopiù in tempo di pace. È molto più complicato stabilire in che misura le guerre in America sono collegate al petrolio e stimarne così il costo indirettamente. E se Donald Rumsfeld, oggi in pensione, finisse con l’ammettere, in un momento di “abbandono”, che l'invasione dell'Iraq ha avuto qualche cosa a che fare con il greggio? Uno studio pubblicato nel 2008 dal premio Nobel Joseph Stiglitz e da Linda Bilmes, (Università di Harvard) esperta di finanza pubblica, stima il costo di questa guerra – sommando quanto è già stato speso e quanto sarà probabilmente speso nei prossimi anni - in un minimo di 3 miliardi di dollari (e probabilmente molto di più). Ancora una volta trilioni.
Naturalmente dovremo aspettare a lungo prima di trovare una presentazione di PowerPoint al Pentagono o alla Casa Bianca (indipendentemente dal partito al potere), sui costi legati alla difesa del greggio. Così come sono un tabù i tagli alla previdenza sociale, le spese militari per il petrolio non vengono mai menzionate nei corridoi del potere. E’ un terreno scivoloso per i politici come per generali; facendo riferimento alla questione troppo apertamente, si rischia di ridurre a mal partito il concetto chiave della politica estera degli Stati Uniti: "La nostra unica ambizione è di costruire un mondo migliore". È molto più facile fare della retorica che parlare di cifre concrete.
Si deve tornare indietro di quasi 20 anni per trovare qualcosa sul tema nel GAO (Government Accountability Office), la sezione investigativa del Congresso che, nel 1991, ha stimato che tra il 1980 e il 1990 gli Stati Uniti hanno speso un totale di 366 miliardi di dollari per difendere le forniture di petrolio in Medio Oriente. La relazione del GAO era un’istantanea di una regione in un determinato periodo, quando l'America non era coinvolta in una guerra maggiore. Sarebbe stato un buon inizio, se a questo studio ne fossero seguiti altri più approfonditi, ma non è accaduto. E’ quindi necessario basarsi su studi di esperti non governativi come Stiglitz e Stern per trovare i parametri che misurano le connessioni tra petrolio e guerra, corruzione e povertà. Tra questi esperti, Paul Collier dell'Università di Oxford, autore di The Bottom Billion, Michael Ross dell’UCLA, Michael Watts dell’Università di Berkley, Ian Gary a Oxfam e Sarah Wykes, in precedenza componente dell’ O.N.G. Global Witness, (che tenta di far luce sui legami tra lo sfruttamento delle risorse naturali e le conseguenze negative che ne derivano). Le loro aree di competenza - economia, geografia, scienze politiche, corruzione - e i dati su cui lavorano sono simili agli scenari e alle idee non convenzionali degli esperti invitati dal generale David Petraeus (comandante delle operazioni militari in Afghanistan N.d.T.) per ripensare i dati e la pratica antinsurrezione.
Il petrolio deve ancora trovare il suo Petraeus; perché il problema oggi rimane difficile da quantificare. La proiezione degli effetti del riscaldamento globale, la vista dei pellicani coperti di petrolio e persino i morti in Iraq non hanno modificato in modo concreto la nostra dipendenza da nessun tipo di prodotti petroliferi. Gli Stati Uniti consumano più benzina oggi che il giorno dell’invasione dell'Iraq e dell’incidente sulla piattaforma della BP nel Golfo del Messico. Se, per ogni volta che un politico ha affermato -come ha fatto il Presidente Obama nel discorso tenuto nello Studio Ovale in giugno- che "ora dobbiamo rivolgerci all’energia pulita", io avessi un dollaro, potrei costruire un parco eolico. Un atteggiamento più onesto ci costringerebbe, molto più che queste banalità ripetute fino all’usura, a confrontarci con il problema dei costi nascosti, quelli che non vediamo al distributore. E dopotutto, il sistema migliore per attirare l'attenzione dei consumatori passa attraverso il loro portafoglio. Articolo originale in inglese: The U.S. Military Spends Trillions for Oil, 5 agosto 2010.

mercoledì 15 settembre 2010

Crisi di Credito

L’attuale crisi del credito è sostanzialmente una crisi del capitale: in un periodo in cui le banche sono carenti del capitale necessario per garantire i prestiti erogati, vengono innalzati i requisiti sul capitale. Quasi un secolo fa, la Commonwealth Bank of Australia dimostrò che le banche, in realtà, non hanno bisogno di capitale per erogare prestiti – fintanto che il loro credito viene garantito dal governo. Denison Miller, il primo governatore della banca, amava dire che la banca non aveva bisogno di capitale perché “è garantita dalla ricchezza e dal credito dell’Australia intera”. Con nient’altro che questo potere del credito nazionale, la Commonwealth Bank finanziò sia enormi progetti infrastrutturali che la partecipazione del paese alla Prima Guerra Mondiale.

Il presidente John Adams viene citato per aver detto: “Ci sono due modi per conquistare e schiavizzare una nazione. Uno è con le spade, l’altro è con il debito”. Oggi le maggiori conquiste avvengono sul campo di battaglia del debito, una guerra che sta imperversando a livello globale. Il debito costringe i cittadini a cadere nella schiavitù finanziaria nei confronti delle banche e costringe i governi a cedere la sovranità ai creditori, che alla fine sono banche private, artefici di tutto il denaro non in contanti odierno. In Gran Bretagna, dove la Banca d’Inghilterra è di proprietà del governo, il 97% dell’offerta monetaria viene emessa privatamente dalle banche sotto forma di prestiti. Negli Stati Uniti, dove la banca centrale è di proprietà di un consorzio privato di banche, la percentuale è addirittura maggiore. La Federal Reserve emette Banconote della Federal Reserve (vale a dire banconote di dollari) e le presta alle altre banche, che a loro volta le prestano ad interesse ai cittadini, alle imprese, ai governi locali e al governo federale.
Questo è vero oggi ma in passato ci sono stati dei modelli di successo nei quali il governo stesso emetteva la moneta nazionale, sia sotto forma di banconote che di credito della nazione. Un esempio lampante di questo approccio illuminato al denaro e al credito fu la Commonwealth Bank of Australia, che operò con ottimi risultati come banca di proprietà del governo per la maggior parte del ventesimo secolo. Invece di emettere “debito sovrano” – obbligazioni federali che indebitano la nazione facendole pagare interessi all’infinito – il governo, tramite la Commonwealth Bank, emetteva “credito sovrano”, credito che la nazione anticipava al governo e ai suoi organi costitutivi.
I risultati della banca furono particolarmente rilevanti considerando il fatto che nel corso dei primi otto anni, dal 1912 al 1920, non aveva la facoltà di emettere la moneta nazionale ed operava senza un capitale iniziale. Sir Denison Miller, governatore della banca dalla sua creazione nel 1912 al 1923, fu citato sulla stampa australiana il 7 luglio 1921 per aver detto: “Vi sono le intere risorse dell’Australia dietro a questa banca. Questo continente è forte, e forte sarà la Commonwealth Bank. Potrà essere realizzata qualsiasi cosa che i cittadini australiani concepiranno in modo intelligente e appoggeranno in modo leale”.
Non si trattava solamente di strombazzate giornalistiche. In un articolo del 2001 dal titolo “Come viene creato il denaro in Australia”, David Kiss scrisse in merito ai primi risultati raggiunti dalla banca:
“La Commonwealth Bank, costituita dal governo australiano, raggiunse risultati sorprendenti mentre era ancora la banca “del popolo”, prima di venire paralizzata da successive decisioni del governo e, infine, venduta. In un periodo in cui le banche private chiedevano un 6% di interesse per i prestiti, la Commonwealth Bank finanziò gli sforzi bellici australiani della Prima Guerra Mondiale dal 1914 al 1919 con un prestito di 700.000.000 di dollari ad un tasso di interesse inferiore all’1%, facendo quindi risparmiare agli Australiani qualcosa come 12 milioni di dollari di oneri bancari. Nel 1916 rese disponibili dei fondi a Londra per l’acquisto di 15 piroscafi mercantili per sostenere le crescenti esportazioni dell’Australia. Fino al 1924 i benefici che ricadevano sulla popolazione australiana grazie alla loro banca erano costanti. La banca finanziò consorzi per il commercio di frutta e marmellate fino a 3 milioni di dollari, trovò 8 milioni di dollari per le abitazioni australiane mentre ai governi locali, per la costruzione di strade, linee tranviarie, porti, gasdotti, centrali di energia elettrica e via dicendo erogò prestiti per 18,72 milioni di dollari. Pagò 6,194 milioni di dollari al governo del Commonwealth tra il dicembre 1920 e il giugno 1923 – i profitti del suo Dipartimento per l’Emissione di Banconote – mentre nel 1924 aveva realizzato da sola utili per 9 milioni di dollari, disponibili per riscattare il debito. Il governatore della banca dalla mentalità così indipendente, Sir Denison Miller, utilizzò il potere di credito della banca dopo la Prima Guerra Mondiale per salvare gli australiani dalla situazione di depressione che veniva imposta negli altri paesi... Nel 1931 fusioni con altre banche trasformarono la Commonwealth Bank nel più grande istituto di risparmio d’Australia, catturando il 60% dei risparmi della nazione”.
La Banca del Commonwealth fu in grado di raggiungere simili risultati con così poco perché sia il suo primo governatore, Denison Miller, che il suo primo e più fervido sostenitore, King O’Malley, erano loro stessi dei banchieri e conoscevano il segreto del sistema bancario: le banche creano il “denaro” che prestano annotando semplicemente delle voci contabili nei conti di deposito dei mutuatari.
Questo segreto bancario fu confermato da un certo numero di vecchi addetti ai lavori nell’ambiente bancario. Nel 1998, in un documento intitolato “Manufacturing Money”, l’economista australiano Mike Mansfield citò Reginald McKenna, ex Ministro del Tesoro britannico, che dichiarava agli azionisti della Midland Bank il 25 gennaio 1924: “Temo che al cittadino comune non piacerà il fatto che gli venga detto che le banche possono creare e distruggere il denaro. La quantità di denaro in circolazione varia solamente grazie all’azione delle banche che aumentano o diminuiscono i depositi e operano acquisti bancari. Sappiamo come avviene tutto questo. Ogni prestito, ogni fido, ogni acquisto bancario crea un deposito e ogni estinzione di un prestito, di un fido o di una vendita bancaria distrugge un deposito”. Il dottor Coombs, ex governatore della Reserve Bank of Australia, affermò in un discorso ufficiale presso l’Università del Queensland il 15 settembre 1954: “Quando una banca presta denaro, questo passa nelle mani della persona che lo prende a prestito senza che nessuno ci perda alcunché. Ogni volta che una banca presta denaro vi è di conseguenza un aumento della quantità totale di denaro a disposizione”.
Ralph Hawtrey, assistente del Sottosegretario al Tesoro britannico negli anni Trenta, scrisse in Trade Depression and the Way Out: “Quando una banca presta denaro, crea questo denaro dal nulla”. Nel suo libro intitolato The Art of Central Banking, Hawtrey spiega meglio questo concetto: “Quando una banca presta denaro, crea credito. Rispetto al prestito che viene inserito nella sezione delle attività, esiste un deposito inserito nella sezione delle passività. Ma gli altri prestatori non hanno il potere mistico di creazione dal nulla del mezzo di pagamento. Ciò che prestano deve essere denaro che hanno acquisito attraverso le loro attività economiche”.
Le banche possono fare quello che nessun altro può fare: “creare dal nulla il mezzo di pagamento”. I lungimiranti fondatori della Commonwealth Bank combinarono questo segreto bancario ben custodito con il servizio pubblico.
La Commonwealth Bank fu fondata in una situazione simile a quella di oggi: il paese aveva da poco subito un enorme tracollo del sistema bancario. Negli anni novanta dell’Ottocento, tuttavia, non esistevano le garanzie da parte dell’FDIC, non c’era la previdenza sociale, non c’erano gli ammortizzatori sociali per i disoccupati che potessero attutire il colpo. La gente che pensava di passarsela bene improvvisamente si trovò a non avere più nulla. Non potevano ritirare i propri risparmi, emettere assegni o vendere i propri prodotti o le proprie abitazioni dato che non c’era più denaro con cui acquistarli. Cittadini disperati si gettavano nel vuoto dai ponti o si buttavano sotto ai treni. Qualcosa doveva essere fatto.
La risposta del governo laburista fu quella di approvare un disegno di legge nel 1911 che comprendeva una norma per una banca di proprietà pubblica che sarebbe stata garantita dei beni del governo. Con un’iniziativa rara per quei tempi, la banca avrebbe avuto un’attività sia di risparmio che di gestione bancaria generale. Era anche la prima banca australiana a ricevere una garanzia del governo federale.
Jack Lang era il ministro del Tesoro australiano nel governo laburista del 1920-21 e primo ministro del Nuovo Galles del Sud nel corso della Grande Depressione. Figura controversa, fu sollevato dall’incarico dopo essersi rifiutato di ripagare prestiti contratti con i banchieri di Londra. Nel libro The Great Bust: The Depression of the Thirties (McNamara’s Books, Katoomba, 1962), Lang descrisse i trionfi e le tribolazioni della Commonwealth Bank con dettagli significativi:
“Il Partito Laburista decise che una banca nazionale, garantita dei beni del governo, non fallirebbe in periodi di tensione finanziaria. Si rese anche conto che una simile banca sarebbe stata una garanzia per la disponibilità di fondi per la costruzione di case ed altre necessità. Dopo il crollo delle imprese edili, c’era una grande scarsità di denaro per simili attività”.
“… Principale sostenitore della causa di una Banca del Commonwealth era King O’Malley, un pittoresco americano-canadese ... prima di arrivare in Australia aveva lavorato in una piccola banca di New York, di proprietà di uno zio… era rimasto molto colpito dal modo in cui lo zio aveva creato il credito. Una banca poteva creare il credito, e allo stesso tempo fabbricare il debito per equilibrarlo. Questa fu la grande scoperta della carriera bancaria di O’Malley. Imbonitore nato, aveva una voglia sfrenata di fare le cose in grande. Iniziò la sua carriera politica nell’Australia meridionale sostenendo una banca commerciale. Nel 1901 fu eletto nel primo Parlamento Federale come monogruppo di pressione per costituire una banca del Commowealth, e aderì al Partito Laburista con questa intenzione”.
King O’Malley insisteva sul fatto che la Commonwealth Bank dovesse avere il controllo dell’emissione delle proprie banconote ma tutti i suoi sforzi furono vani – fino al 1920, quando la banca rilevò l’emissione della valuta nazionale, come fu autorizzata a fare nel 1913 la Federal Reserve negli Stati Uniti. Questo rappresentò l’inizio del potere come banca centrale della Commonwealth Bank. Ma già prima di avere questo potere la banca era in grado di finanziare su vasta scala le infrastrutture e l’apparato militare, e lo aveva fatto senza avere un capitale iniziale. Questi risultati furono dovuti principalmente all’intuito e all’audacia del primo governatore della banca, Denison Miller.
Gli altri banchieri, temendo la concorrenza, avevano pensato che l’inserimento di uno dei propri uomini come governatore della banca potesse tenerla in riga. Ma non avevano fatto i conti con il loro rappresentante indipendente, che aveva visto l’opportunità di una banca garantita dal governo e si preparò per renderla il migliore istituto che il paese avesse mai conosciuto. Così Lang racconta la vicenda: “La prima prova arrivò quando fu necessario prendere una decisione riguardo al capitale necessario per avviare una banca di quel genere. Secondo la legge, il Commonwealth aveva il diritto di vendere ed emettere titoli obbligazionari per un totale di 1 milione di sterline. Alcuni avevano addirittura pensato che quella somma sarebbe stata insufficiente, considerando quello che era accaduto nel 1893...”
“Quando Denison Miller lo venne a sapere, la sua risposta fu che non era necessario alcun capitale”.
Miller si guardò bene dall’andare dai politici a chiedere soldi. Poteva farcela senza un capitale. Come King O’Malley, sapeva come funzionava il sistema bancario (tutto questo, ovviamente, avveniva prima degli attuali requisiti sul capitale imposti da oltre frontiera dalla banca delle banche centrali, la Banca per i Regolamenti Internazionali). Lang continua:
“Miller era l’unico dipendente. Aveva trovato un piccolo ufficio… e aveva chiesto al Tesoro un anticipo di 10.000 sterline. Questa fu probabilmente la prima e unica volta che il Commonwealth prestò alla banca dei soldi. Dal quel momento in poi, tutto andò nella direzione opposta”.
“… Nel gennaio 1913, Miller aveva completato i preparativi per aprire una banca in ogni stato del Commonwealth, tra cui anche una rappresentanza a Londra. Il 20 gennaio 1913, tenne un discorso nel quale dichiarava che la nuova Commonwealth Bank apriva le proprie attività. Queste furono le sue parole:
“Questa banca è stata creata senza un capitale, perché nessun capitale è richiesto al momento, ma è garantita dalla ricchezza e dal credito dell’Australia intera”. “In quelle poche e semplici parole risiedevano lo statuto della banca e il credo di Denison Miller, che non smetteva mai di ripetere. Aveva promesso di fornire agevolazioni per espandere le risorse naturali del paese, e che sarebbe stata sempre una banca dei cittadini. ‘Non c’è dubbio che con il tempo sarà elencata come una delle più grandi banche del mondo’ aggiunse in tono profetico.”
“... Pian piano alle banche private apparve chiaro che potevano aver allevato una serpe in seno. Erano così concentrate sui rischi di dover lottare contro la socializzazione bancaria che non si erano rese conto che avevano molto più da temere dalla concorrenza di un banchiere ortodosso, che aveva alle spalle le risorse del paese.”
“… Una delle prime dimostrazioni della sua fermezza arrivò quando la Melbourne Board of Works scese sul mercato alla ricerca di denaro per estinguere vecchi prestiti, e per procurarsi anche nuovo denaro. Fino a quel momento, a parte i Buoni del Tesoro e gli anticipi provenienti dalle proprie Casse di risparmio, i governi dipendevano dai prestiti oltremare provenienti da Londra... oltre ad avere dei vincoli rigidi di sottoscrizione, avevano anche scoperto che non potevano aspettarsi più di 1 milione di sterline al 4 per cento, 97,5 netto.
“Allora decisero di rivolgersi a Denison Miller, che aveva promesso di garantire condizioni speciali a quegli istituti. Miller si offrì immediatamente di prestare 3 milioni di sterline a 95, su cui si sarebbe applicato un tasso di interesse del 4 per cento. L’accordo fu concluso all’istante. Quando gli fu chiesto dove la sua giovane banca avesse raccolto tutto quel denaro, Miller rispose: ‘Sul credito della nazione. E’ illimitato’”. Un’altra prova importante arrivò nel 1914 con la Prima Guerra Mondiale:
“La prima reazione fu il rischio che la gente potesse correre agli sportelli a ritirare i propri risparmi. La banche si resero conto che erano ancora vulnerabili se questo fosse avvenuto, avevano ancora paura di un altro Venerdì Nero. “Ci fu una riunione organizzata in fretta e furia dai principali banchieri. Alcuni riferirono che c’erano indicazioni del fatto che una corsa era già iniziata. Denisor Miller sostenne poi che la Commonwealth Bank, per conto del Commonwealth, avrebbe appoggiato ogni banca in difficoltà... Questo fece cessare il panico e collocò Miller in prima fila. Ora, per la prima volta, la Commonwealth Bank stava prendendo l’iniziativa. Gli ordini li stava dando, e non prendendo...”
“Denison Miller... controllava praticamente i finanziamenti bellici. Il governo non sapeva come si potevano ottenere questi soldi. Miller sì”.
E quest’interessante storia continua. Miller morì nel 1923 e nel 1924 i banchieri ripresero il controllo della Commonwealth Bank, strozzandone le attività e impedendole di salvare gli australiani dalle devastazioni della Depressione degli anni Trenta. Nel 1931, il consiglio di amministrazione della banca entrò in conflitto con il governo laburista di James Scullin. Il presidente della banca si rifiutava di estendere il credito, in risposta alla Grande Depressione, a meno che il governo avesse tagliato le pensioni, cosa che Scullin rigettò. Il conflitto che circondò la vicenda portò alla caduta del governo e alle richieste da parte dei laburisti di riformare la banca e un maggiore controllo diretto del governo sulla politica monetaria.
La Commonwealth Bank ricevette quasi tutti i poteri di una banca centrale grazie ad una legge di emergenza approvata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e alla fine del conflitto bellico utilizzò questi poteri per iniziare una fortissima espansione dell’economia. In soli cinque anni vennero aperte centinaia di filiali in tutto il paese. Nel 1958 e nel 1959, il governo divise in due la banca, concedendo le funzioni di banca centrale alla Reserve Bank of Australia mentre la Commonwealth Bank Corporation conservava le proprie funzioni di banca commerciale. Entrambe le banche, comunque, rimanevano di proprietà pubblica. Alla fine la Commonwealth Bank aveva filiali in ogni città e zona di periferia, mentre nelle zone rurali aveva una rappresentanza in ogni ufficio postale e in ogni emporio. Essendo la banca più grande del paese, stabiliva i tassi e decretava la politica, che gli altri dovevano seguire per paura di perdere clienti. La Commonwealth Bank fu ampiamente percepita come una polizza di assicurazione contro gli abusi da parte delle banche private, in modo da garantire che chiunque avesse accesso ad un sistema bancario equo. La Commonwealth Bank operò come una banca interamente di proprietà dello stato fino agli anni Novanta, quanto fu privatizzata e dunque gli interessi si spostarono verso la massimizzazione dei profitti, con una costante e massiccia chiusura delle filiali e delle agenzie, il licenziamento in massa dei dipendenti e la riduzione delle modalità di accesso ai bancomat e al pagamento in contanti alle casse dei supermercati. Ora è diventata un’altra costola del cartello bancario ma i suoi sostenitori ribadiscono che una volta rappresentava la linfa vitale del paese.
In Australia oggi c’è un rinnovato interesse nel ristabilire una banca di proprietà pubblica sul modello della Commonwealth Bank. Gli Stati Uniti e gli altri paesi farebbero bene anche a considerare questa possibilità.

lunedì 13 settembre 2010

Esegesi di Feltri

Da Massimo Fini riceviamo e volentieri pubblichiamo.

A scartabellare vecchi giornali viene il magone, soprattutto se vi si è lavorato, ma si trovano a volte delle cose divertenti oltre che istruttive. Leggete qui: “Diconsi quattordici anni. Durante i quali la Rai ha mantenuto gli antichi privilegi (canone, diretta, deficit ripianato dallo Stato) e la Fininvest ne ha scippati vari per sé, complici i partiti, la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci, con la loro stolida inerzia, e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata ‘decreto Berlusconi’ cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura in un soprassalto di dignità e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna. Niente. Non soltanto non sono morti, ma sono ancora lì, in piena salute, a far danni alla collettività, col pretesto di curarne gli interessi, interessi che sarebbero gli stessi, secondo loro, del dottor Silvio di Milano due, il quale pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba .Perché non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il Bollettino dei naviganti e la Gazzetta Ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia? Poiché nemmeno il garofano, pur desiderandolo, ha osato chiedere tanto per l’amico antennuto, cosa che avrebbe impedito ogni spartizione per esaurimento del materiale da spartire, eccoci giunti allo sgradito momento della resa dei conti: il varo dei capolavori di Mammì, che non è il titolo di una canzonetta, ma il ministro delle Poste, colui che ha scritto sotto dettatura il testo per la disciplina dell’etere (L’Europeo, 2 agosto 1990).
Di chi è questa prosa scintillante e allegramente e ferocemente antiberlusconiana e anticraxiana? Di Vittorio Feltri. Era quello il Feltri che amavo, anarchico di destra, certamente, ma sul quale non era ancora passato il berlusconismo, col quale ho vissuto due stagioni straordinarie all’Europeo e all’Indipendente. Siamo due calciatori che hanno lo stesso linguaggio tecnico, anche se in ruoli diversi, e che si intendono a meraviglia. Anche quando lasciò l’Indipendente per il Giornale, e io l’avevo trattato ripetutamente da “traditore”, da “canaglia”, da “furfante” (e lui è permalosissimo, come una donna) tutte le volte che ho avuto bisogno di piazzare un pezzo che nessun altro giornale avrebbe osato pubblicare ho chiesto ospitalità a Feltri. Perché tutto si può dire di Vittorio tranne che non abbia l’intuitaccio del giornalista, quello delle Fallaci, dei Montanelli, dei Malaparte, insomma dei grandi e dei grandissimi del nostro mestiere. La stagione veramente indimenticabile è stata quella dell’Indi. Nel giro di un anno e mezzo, dal marzo del ‘92 all’autunno del ‘93, passammo, sotto la sua direzione, dalle 19500 copie cui l’aveva lasciato l’ectoplasma similanglosassone Ricardo Franco Levi alle 120 mila, una cavalcata che non ha precedenti nella storia del giornalismo italiano (speriamo che il record possa essere superato dal Fatto, che per molti versi, anche se qualcuno storcerà il naso, si apparenta a quell’Indipendente. Travaglio dice che ci siamo vicini, ma sull’entusiasmo di Marco bisogna fare sempre un po’ di tara).
Gli inizi furono difficilissimi. Si diceva che il giornale avrebbe chiuso ad aprile, dopo un mese. Ma vennero le elezioni del 5 aprile con la travolgente avanzata della Lega. E sia Feltri che io, quando stavamo ancora all’Europeo, eravamo stati fra i pochissimi giornalisti, con Giorgio Bocca, a guardare il fenomeno Lega con quell’attenzione che sempre si dovrebbe alla realtà senza pregiudizi e sciocche demonizzazioni, e ci trovammo quindi in “pole position”. La vittoria della Lega scatenò Mani Pulite e Mani Pulite scatenò l’Indi, anche perché gli altri giornali, tutti compromessi col vecchio regime, avevano il freno a mano tirato. Inoltre, con la caduta della Prima Repubblica, molti lettori avevano perso i loro punti di riferimento e venivano da noi. Così potevamo scrivere le cose che gli piaceva sentirsi dire ma anche le cose che non gli piaceva sentirsi dire.
Il giornale era tendenzialmente liberista ma io vi scrivevo i miei pezzi anti-mercato e antindustrialisti e questo portava un altro tipo di lettori. Arrivarono editorialisti da ogni dove, di destra e di sinistra. Fare parte del giro dell’Indi era diventata una moda. Feltri orchestrò magistralmente questa polifonia di voci. Il giornale manteneva una sua fisionomia inconfondibile: quella del suo direttore, che si era inventato il “feltrismo”. Davanti a noi si stendevano praterie. Se Montanelli veniva via dal Giornale (col quale eravamo già in fase di sorpasso), come pareva inevitabile, ci sarebbero arrivati altri 30 o 40 mila lettori senza colpo ferire. Feltri si lamentava che Zanussi non era un vero editore, che non capiva nulla, che non gli dava i rinforzi necessari. Io replicavo che l’assoluta libertà di cui godevamo (quando fu arrestato l’amministratore del nostro giornale sparammo la notizia in testa alla prima pagina) era un “fattore del prodotto” più importante dei rinforzi. Eravamo un po’ sgangherati, certo, ma liberi. E questo il lettore lo percepiva e ci passava sopra. Insomma, per parafrasare l’Hemingway di Festa mobile, quelli erano “i bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici”. E lo era anche Vittorio che pur, di suo, ha una natura profondamente melanconica.
Ma qualcosa cominciò a scricchiolare già nell’agosto del ‘93 quando Feltri mi invitò a cena e mi pose la terrificante domanda: “Se vado al Giornale vieni con me?”. Cercai di spiegargli che era un errore, sia in termini generali sia per lui (cosa che successivamente, dopo che ad ogni incontro lo ulceravo con questa questione, ha finito, sia pur a denti stretti, per ammettere). Finimmo quella cena un po’ brilli di vino bianco e col suo grido: “In culo al Berlusca, restiamo all’Indi!”. Questa scena si ripeté almeno altre due o tre volte. Il giorno dopo l’ultima, conclusasi con lo stesso rituale, firmava per Berlusconi. Dopo è cambiato tutto. Era stato un fan senza riserve di Antonio Di Pietro (che chiamava affettuosamente “Tonino”) e di Mani Pulite, con eccessi, lui sì, forcaioli, e divenne nemico acerrimo della Magistratura. Non c’era errore, vero o presunto, di magistrato fosse stato commesso pure in Nuova Zelanda (non dico per dire, c’è stato anche questo) che non fosse sbattuto in prima pagina con critiche feroci e sarcastiche. Divenne un “garantista” a 24 carati (salvo dimenticarsi bellamente di ogni garantismo ora che, per ragioni di scuderia, ha scatenato la “caccia all’uomo” nei confronti di Gianfranco Fini). Era stato un sostenitore appassionato della Lega e le voltò da un giorno all’altro le spalle quando Bossi nel ‘94 abbatté il governo Berlusconi con quello che resta il suo miglior discorso in Parlamento. Mi ricordo che dopo quell’avvenimento ci trovammo insieme a un dibattito a Bergamo con una platea zeppa di leghisti che lo attaccavano pesantemente come “traditore” e “voltagabbana”.
Io lo difesi a spada tratta ricordando a quella gente che comunque aveva un debito di riconoscenza con Feltri che aveva difeso la Lega in tempi difficili. E Vittorio, di nascosto, sotto il tavolo, mi prese la mano in segno di riconoscenza. Era anticraxiano e, in omaggio ai trascorsi del Capo, divenne filocraxiano. Insomma nella seconda parte della sua vita ha sconfessato tutta la prima. Uno sfacelo.
Io ho affetto per Vittorio Feltri e lo considero il miglior direttore di giornale della sua generazione e anche di un paio precedenti. E mi fa male al cuore vederlo ridotto a un pitbull di Berlusconi, senza una vera ragione (perché Feltri, checché se ne pensi, non è un vero cinico, alla Giuliano Ferrara per intenderci), vederlo sprecare il suo grande talento per un uomo che non lo merita e non lo vale. Ma così è. Così è la vita che ti costringe, via via, a lasciare anche i compagni che ti sono stati più cari.

Massimo Fini

venerdì 10 settembre 2010

Default Sovrano

Se ci fosse un modo per vendere allo scoperto l’Italia, non ci penserei un attimo. Per chi non è del mestiere con questa terminologia si denominano le operazioni finanziarie effettuate con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un trend o movimento ribassista delle quotazioni di un qualsiasi bene quotato in una borsa valori. Fortunatamente, per voi che leggete, il valore delle vostre case, il valore della laurea di vostro figlio, il valore del comprensorio turistico in cui andate a fare le vacanze o il valore del benessere della città in cui vivete non sono oggetto di quotazione presso nessun mercato borsistico. Se cosi fosse infatti, avremmo assistito all’arrivo di migliaia di speculatori pronti a vendere allo scoperto un paese che nel suo complesso è destinato progressivamente a perdere di valore. Vi accorgete di quanto valiamo come paese o come popolazione lavorando o interagendo con altre nazionalità (Stati Uniti a parte), in cui quello che è normale o consuetudinario negli altri stati, in Italia è straordinario oppure eccezionale. Da due anni si continua a parlare ormai di questa famigerata crisi finanziaria che ora è diventata crisi planetaria e che ha ripercussioni molto rilevanti anche in Italia: vi faccio una domanda. Pensate seriamente che le persone al momento al governo o all’opposizione, le quali sono state artefici di aver condotto il paese alla sfida della globalizzazione, senza ipotizzare alcun tipo di difesa, siano adesso in grado di risolvere i problemi che quest’ultima ha procurato allo stesso paese. Chi siede a Bruxelles o Roma a rappresentarci ha un’età media oltre i sessant’anni, lo stesso premier è ormai in prossimità degli ottanta anni: tutti loro sono ormai mentalmente obsoleti, incapaci di astrarsi intellettualmente per comprendere su cosa e come intervenire, capaci solo di aizzarsi per le solite beghe di partito. Non me la prendo più di tanto con Berlusconi, Fini, D’Alema, Bersani, Bossi o Casini, ma con chi li vota. Alla fine gli italiani hanno la classe politica che si merita e la stessa si dimostra un fedele specchio del paese.
Quei pochi vanti che avevamo nei confronti di altre nazioni non li abbiamo mai coltivati a sufficienza, lasciandoli appassire lentamente: qualcuno mi ricorda come in più occasioni abbia menzionato il mancato sfruttamento del potenziale turistico ed artistico italiano. Non rinnego questa mia constatazione, tuttavia soffermiamoci a riflettere su come è strutturato questo potenziale inespresso: migliaia di alberghi, pensioni, residence ormai fatiscenti, la maggior parte a conduzione familiare, risalenti, assieme all’arredamento, a oltre trent’anni fa. Per non parlare delle logiche campanilistiche di attrazione ed accoglienza turistica di enti locali, aziende di soggiorno ed associazioni di albergatori che competono una con l’altra. Piuttosto che fare sistema tra di loro preferiscono perdere il cliente: è la logica dell’orto di casa, quello che è mio non lo condivido con nessuno. Purtroppo manca un disegno di regia unitaria che dia l’imprimatur ad una svolta gestionale e direzionale degna del paese che “in teoria” vanta il maggior appeal turistico ed artistico del mondo. Per questo motivo a guidare il Ministero del Turismo ci dovrebbe essere un “dream team” costituito dai migliori marketing manager del mondo, e non una ex valletta di periferia dalle discutibili competenze professionali ed imprenditoriali.
Qualcuno mi scrive confidando molto presto in una rivoluzione, magari in una rivoluzione culturale per cambiare definitivamente il destino di lento e progressivo impoverimento del paese, che ormai vive solo grazie alle montagne di risparmio accantonato e al mercato sommerso dell’evasione fiscale. Ma chi dovrebbe farla questa rivoluzione ? Le forze giovanili attuali ? Prima mi viene da piangere e dopo da ridere: intere generazioni di ragazzi italiani buoni purtroppo a nulla, senza spirito di sacrificio e con professionalità inesistente, tutto questo grazie a scuole superiori e laureifici (leggasi università di stato) attrezzati per elargire una qualche sorta di riconoscimento accademico o suo surrogato. Le lauree italiane (al pari dei diplomi) non servono ormai più a nulla in quanto è cessata da quasi vent’anni la funzione sociale per cui sono state concepite ovvero fare selezione, individuare i più promettenti, scartare gli inetti e bocciare gli incapaci. Care mamme evitate di scrivermi dicendo che vostro figlio è un genio e che sono esagerato: fate così mandatelo a lavorare all’estero, vediamo chi ve lo assume per una mansione dirigenziale. La formazione accademica italiana era tra le migliori (forse la migliore al mondo) fino a 20/25 anni fa, poi lentamente questo primato ci è stato sottratto per l’incapacità di aggiornare il modello scolastico e soprattutto per la lentezza di ammodernizzarsi dell’intero paese. Sicuramente qualcuno che vale esiste (purtroppo sono veramente molto pochi), ma vale per un qualche dono di natura, non certo per quello che le istituzioni scolastiche ed accademiche gli hanno insegnato.
Tra vent’anni in Italia ci scontreremo con un’altra triste realtà, quella di non essere più a casa nostra: grazie infatti ad un liberismo sfrenato alle frontiere, saranno infatti in maggioranza numerica tutte le altre etnie che abbiamo fatto entrare senza tante riflessioni, con un aumento della conflittualità sociale che ora non immaginiamo nemmeno. Aumentano in continuazione invece i paesi occidentali che stanno facendo l’impossibile per far rimpatriare le ondate di immigrazione degli anni precedenti, proponendo addirittura bonus economici a chi se ne ritorna da dove è venuto. Ovunque (persino a Malta), tranne in Italia, ci si rende conto dei disagi e danni economici che hanno provocato gli extracomunitari (abbassamento dei livelli salariali, criminalità per le strade, intolleranza nei confronti della cultura ospitante, prostituzione, disagio e tensione sociale con gli autoctoni). Noi italiani invece per evitare di offendere la sensibilità di qualche attivista per l’integrazione razziale stiamo serenamente lasciando che questa diventi la casa di qualcun’altro. Per le conseguenze che ci aspettano, la gestione dei flussi migratori dovrebbe essere una priorità nazionale. In qualsiasi città italiana andiate vi rendete conto voi stessi di un dato oggettivo: queste persone non solo non si sono integrate, ma nemmeno lo vogliono, ogni etnia infatti si è autoghettizzata per conto proprio (dai cinesi ai nordafricani, ogni comunità vive con le sue regole, fregandosesene del paese che la ospita.

Datemi retta vendete tutto quello che ha senso vendere e accaparratevi quel poco di buono che ancora rimane dell’Italia: tra quindici anni ci chiederemo come sia potuto accadere, come sia stato possibile lasciar marcire il paese fino a qualche anno fa invidiato da tutti. Se qualcuno di voi spera in qualcosa, allora deve sperare che arrivi, emerga o si imponga un nuovo Lorenzo Il Magnifico, una personalità giovane, visionaria, intraprendente, scomoda per l’attuale establishment industriale e politico, che abbia la capacità di rinnovare il paese, e stravolgere la sua popolazione, proprio come fece allora Lorenzo Dè Medici riformando completamente tutte le istituzioni statali dell’epoca e risolvendo le rivalità e le problematiche dei grandi gruppi di potere, assicurando al tempo stesso un periodo di equilibrio, crescita, stabilità e slancio per tutta la penisola. Tuttavia fin tanto che da quasi vent’anni in Italia continuano ad alternarsi a livello politico e mediatico sempre gli stessi attori (da Berlusconi a D’Alema, da Montezemolo a Tatò, da Pippo Baudo a Raffaella Carrà), il problema non sarà tanto come cambiare il paese, ma come cambiare gli italiani, ormai assopiti ed addormentati proprio come recitava il poeta Ugo Foscolo: e mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirito guerrier ch'entro mi rugge.

mercoledì 8 settembre 2010

Messaggio di allarme

"Se ci sarà un attacco all'Iran da parte di Israele e Stati Uniti, non ci sarà modo di impedire l'innesco di una guerra nucleare" - Ex Presidente cubano Fidel Castro
Castro ha pronunciato queste inquietanti parole il mese scorso, e questa settimana, non scoraggiato da un esercito di occidentali scettici, ha rinnovato il suo ammonimento al rischio di un "olocausto nucleare" facendo una delle sue rare apparizioni in parlamento.
Il fragile 84enne potrà anche aver dato le dimissioni da Presidente, ma non dal proprio ruolo nella politica internazionale, specialmente da quando è sicuro che gli Stati Uniti abbiano un leader che potrebbe essere sensibile alle sue capacità persuasive.
"Obama non darà l'ordine di attaccare se riusciamo a convincerlo, stiamo dando un contributo importante a quest'opera" ha dichiarato Castro durante il suo breve ma significativo discorso, disseminato del tipico vocabolario incentrato sull'imperialismo americano.
Si tratta di una paranoia infondata o di uno scorcio di realismo politico? Un rapido esame del possibile "scenario peggiore" in un futuro conflitto tra USA e Iran o di USA e Israele contro l'Iran è a favore dell'avvertimento catastrofico di Castro per le seguenti ragioni.
Innanzitutto, gli Stati Uniti hanno una nuova attitudine al nucleare che lascia le porte aperte ad un attacco, fatto salvo per quei paesi che rispettano le condizioni del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). La "dottrina di Obama" è, di fatto, un passo indietro verso un approccio da "grilletto facile", nonostante le apparenze sembrino indicare il contrario, e lo sforzo di Obama è volto a ridurre l'impiego di armi nucleari nelle strategie statunitensi. In secondo luogo, considerando possibile l'utilizzo di armi nucleari contro "stati canaglia" come l'Iran, il governo statunitense potrebbe dover attingere al proprio arsenale di missili tattici o "intelligenti" che si trovano a bordo di navi da guerra, sottomarini e bombardieri. Missili nucleari di tipo "bunker buster" [arma in grado di penetrare in profondità e di colpire un bersaglio sotterraneo, ndt] potrebbero venir sganciati con la scusa di una mancanza di alternative per raggiungere le scorte di armi di distruzione di massa iraniane nascoste nel sottosuolo.
Questa settimana è stato rilasciato nuovo materiale a supporto della teoria statunitense che vede l'Iran come "stato canaglia", dal momento che l'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA), supervisore del nucleare per le Nazioni Unite, ha dichiarato che l'Iran ha violato le risoluzioni ONU allestendo un nuovo impianto in grado di arricchire l'uranio con maggiore efficienza presso una base in Natanz.
L'opera era in linea con l'annuncio da parte del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad dell'11 Febbraio scorso, in cui affermava che l'Iran era a buon punto nel suo programma di arricchimento dell'uranio al 20% allo scopo di alimentare un reattore nucleare a Theran, un portavoce del Ministro degli Esteri iraniano ha confermato queste affermazioni martedì 10 Agosto al Theran Times. Ha anche aggiunto che questa doveva essere considerata un'attività pacifica, nonché un diritto legittimo di tutti i paesi coinvolti nell'AIEA. La produzione di uranio arricchito al 20% significa che l'Iran potrebbe iniziare a costruire armi nucleari.
Un terzo motivo per cui Castro potrebbe aver ragione prevedendo che un conflitto con l'Iran potrebbe degenerare in uno scontro nucleare è che gli Stati Uniti sono al momento impegnati in due guerre e numerosi altri obblighi internazionali e, quindi, sono incapaci di sostenere una guerra prolungata con l'Iran, forse addirittura in difficoltà nell'inviare un contingente militare sul luogo. Nel caso in cui scoppi una guerra e l'Iran guadagni terreno grazie alle proprie forze armate, gli Stati Uniti potrebbero ricorrere alle bombe nucleari per infliggere un danno pesante al nemico.
La quarta ragione per cui lo scoppio tra Iran e Stati Uniti potrebbe portare ad un conflitto nucleare è che una guerra con l'Iran potrebbe andare molto male, inizialmente, per USA e/o Israele. Ad esempio, gli iraniani potrebbero opporre una tenace resistenza e chiudere lo stretto di Hormuz, mettendo in pericolo l'accesso occidentale al petrolio del Medio Oriente, portando ad una reazione nucleare come rappresaglia da parte degli Stati Uniti, in nome di una soluzione rapida del conflitto.
Inoltre Israele, che possiede svariate centinaia di testate nucleari, potrebbe tirar fuori un po' del suo arsenale, fino ad ora clandestino, per colpire militarmente l'Iran ed acquisire un'incontestata egemonia nella regione. Infine, il presentimento di Castro circa il potenziale nucleare di un qualunque conflitto tra USA - Israele e Iran potrebbe avere origine dalla sua lunga carriera militare e dalla sua profonda conoscenza della crescita vertiginosa di una guerra imprevedibile e asimmetrica, che si potrebbe cercare di risolvere in modo rapido facendo uso di testate nucleari. Una strategia del genere assicurerebbe la cessazione dei progetti nucleari clandestini da parte degli iraniani sconfitti, mentre una guerra convenzionale potrebbe non ottenere questo risultato.
Malgrado tutto ciò, è difficile immaginare come un'offensiva nucleare unilaterale e limitata contro un Iran privo di testate nucleari possa aggravarsi al punto di diventare un "olocausto nucleare". L'Iran non dispone di strategiche alleanze nucleari in grado di accorrere in suo aiuto per difenderlo da un attacco militare, che - è facile immaginare - sarebbe concentrato su obiettivi selezionati, con presenza limitata di popolazione civile.
La fattibilità di un attacco nucleare ai danni dell'Iran si basa sulla sua natura limitata e mirata, e sulla ragionevole sicurezza che non si otterrebbe una reazione di tipo nucleare, almeno non in un futuro prossimo.
Per l'Iran, comunque, il prezzo da pagare sarebbe esorbitante, in termini umani e fisici, quindi l'argomento merita tutta l'attenzione e la preoccupazione suggerita da Castro, il quale ha apertamente speculato che il piano di un possibile attacco statunitense ai danni dell'Iran avrebbe portata nucleare. Tale intervento, quindi, dev'essere considerato sia tempestivo che realistico, considerando la mancanza di una smentita da parte della Casa Bianca. L'eloquente silenzio di Washington in risposta agli avvertimenti di Castro non è tanto segno di disattenzione nei confronti del rivoluzionario cubano alle prese con problemi di salute quanto la prova della riluttanza statunitense a rinunciare all'idea di un attacco nucleare contro l'Iran.

domenica 5 settembre 2010

Sfruttamento dei Disastri

Quando la terra cuoce, i mercati vanno a fuoco.
Il caldo intenso e la più rigida siccità degli ultimi cent’anni hanno bruciato una enorme fetta di terra coltivabile in Russia che va dal Mar Nero alla Siberia, distruggendo la raccolta di grano e portando il governo di Medvedev a bloccare le esportazioni nel tentativo di assicurare le scorte.
Come conseguenza, i prezzi sono lievitati dappertutto nel resto del mondo. In Europa sono aumentati dell’80% nelle scorse sei settimane, mentre i mercati del grano a Chicago hanno visto un aumento del 25% in una settimana. Chi ha comprato il grano a prezzo fissato in anticipo ha incassato una fortuna, mentre i contadini in Russia si trovano davanti alla prospettiva di impoverimento e disperazione.
I paesi importatori e le multinazionali di beni alimentari si sono rivolti agli Stati Uniti, Australia, Argentina e alla UE. Il Financial Times commenta: “C'è abbastanza stock per coprire il buco ma manca un cuscino di sicurezza. In altre parole, le condizioni climatiche da qui alla raccolta di dicembre dovranno essere perfette”.
I consumatori devono aspettarsi di pagare di più per il pane e altri beni essenziali entro la fine dell’anno. In seguito, se il tempo non migliora, pagheranno molto di più.
Continua il FT: “I dirigenti delle aziende agricole e gli analisti dicono che la crisi probabilmente accelererà il consolidamento dell’agricoltura russa, permettendo alle grandi aziende di colpire i piccoli agricoltori che combattono”. Per ogni cento milioni di perdenti nella lotteria dell’economia globale, c'è sempre qualche migliaio di vincitori. Uno dei più grandi a vincere recentemente è stato l’affarista londinese Anthony Ward.
Nell’ottobre del 2009 ha iniziato a stipulare contratti per iniziare la distribuzione del cacao del mese scorso. Cinque settimane fa, il suo hedge fund, Armajaro, ha preso in consegna 240,100 tonnellate, circa il 7% della produzione annuale mondiale. L’effetto è stato l’aumento dei prezzi ai livelli più alti da 30 anni, con enormi profitti per il signor Ward e i suoi investitori. Le pagine finanziarie suggeriscono che i profitti potranno lievitare verso cime vertiginose se in Ottobre il raccolto della Costa d’Avorio andrà male così come sperano gli affaristi. In quel caso, i prezzi nel paese crolleranno – verso lo zero, secondo un commentatore – creando le condizioni per un altro lucrativo accaparramento di terre.
La Banca Mondiale affermava nei primi giorni di Agosto che “gli investitori mirano ai paesi con leggi deboli, comprano terre coltivabili a prezzi ridotti e non mantengono le promesse fatte”. Circa 124 milioni di acri di terreni coltivabili appartengono agli hedge funds.
Gli hedge funds – “macchine designate per saccheggiare navi naufragate”, secondo la memorabile definizione di un banchiere – si sono rivolti al settore del cibo, dei terreni coltivabili e delle ricchezze minerali del sud del mondo dal momento che le ricche risorse del settore immobiliare si sono prosciugate. Il secondo più grande hedge fund del mondo, Paulson and Co., ha guadagnato miliardi scommettendo sul collasso del mercato dei subprime negli Stati Uniti. Quando il collasso è avvenuto, buttando fuori casa centinaia di migliaia di famiglie, il capo del fund, John Paulson, ha personalmente guadagnato 3.3 miliardi di dollari. Ora è accreditato come il quarantacinquesimo uomo più ricco al mondo. Al lato di Paulson, in modo discreto, si trova l’azienda di trasporti di beni Glencore, che fa affari con terreni, grano, zucchero, zinco, gas naturale, ecc., e opera in tutto il pianeta. Anch’essa è nata dal crollo immobiliare in modo prepotente e l’anno scorso ha avuto un utile netto di 2.8 miliardi di dollari dalle sue nuove operazioni.
I prodotti delle aziende agricole di proprietà delle banche e degli hedge funds non sono destinati alle popolazioni locali ma ai mercati internazionali. A questo fine, l’azienda londinese Central African Mining and Exploration, per esempio, ha appena acquistato 75,000 acri di terra fertile nel Mozambico per creare biocombustibile da esportare. La popolazione locale aveva capito che la terra doveva essere data o concessa in prestito a mille famiglie di coltivatori dislocate dopo che il parco nazionale era stato costituito con l’obiettivo di attrarre turisti.
Un rappresentante del governo spiega che quella gente era “confusa”. Senza dubbio. Ciò che colpisce di queste operazioni – ce ne sono a centinaia – è l’impatto che possono avere sulla vita quotidiana di un vasto numero di persone, pur rimanendo virtualmente anonime e rimanere totalmente esenti da responsabilità. L’idea che il profitto è l’unica cosa che conta quando si parla di produzione di alimenti potrà sembrare distorta e perfino immorale. Ma è strettamente in linea con l’etica dell’economia di mercato. Quando una piccola parte del mondo degli affari ha espresso il proprio malcontento per la monopolizzazione del mercato del cacao da parte di Anthony Ward, il Financial Times è corso in suo aiuto con un energico editoriale in cui si metteva in evidenza che egli “non ha infranto alcuna legge”. Certamente non l’ha fatto. Sono le stesse leggi a truccare il gioco, è lo stesso sistema a generare le ingiustizie.

giovedì 2 settembre 2010

Usa-Cina: Conflitto in arrivo

I conflitti sempre più intensi tra Stati Uniti e Cina condurranno inevitabilmente ad una conflagrazione globale.
Se cerchiamo una risposta nel passato recente, questa sembra essere qualcosa di molto tangibile . Le guerre più rovinose del XX secolo sono state il risultato di bracci di ferro tra potenze imperieliste affermate e nascenti. Le esperienze e politiche delle prime fungono da linea guida per le seconde.
Lo sfruttamento coloniale dell'India da parte dell'Inghilterra, dei suoi affari, dei suoi tesori, delle materie prime e del lavoro sono servite da modello per la guerra tedesca e per il suo tentativo di conquista della Russia . L'ostilità tra Churchill e Hitler aveva tanto a che fare con le loro comuni mire imperialistiche quanto ne aveva con le loro contrastanti idee politiche. Inoltre, il saccheggio coloniale perpetrato da Europa e Stati Uniti nel sudest asiatico e nelle città della costa cinese sono state uno spunto per l'iniziativa del Giappone volta allo sfruttamento di Manciuria, Corea e Cina continentale.
Ogni qualvolta si siano verificati, i conflitti tra antiche, ma stagnanti, potenze imperialistiche e imperi appena svluppati e dinamici ha condotto a guerre mondiali in cui solo l'intervendo di un terzo potere imperialistico - gli Stati Uniti (così come l'inattesa prodezza militare dell'Unione Sovietica) - ha assicurato la difesa dell'impero nascente. Gli Stati Uniti stessi sono emersi come potenza imperialistica dominante a seguito di una guerra, hanno rimpiazzato le affermate potenze europee e subordinato quelle nascenti di Germania e Giappone, affrontando il blocco cino-sovietico. Con il crollo dell'URSS e la mutazione della Cina in un paese dinamico e capitalista, il terreno era preparato per un nuovo scontro tra una potenza affermata, ovvero quella di Stati Uniti ed Europa, e una nuova potenza emergente a livello mondiale: la Cina.
L'impero degli Stati Uniti conta nel mondo circa 800 basi militari, alleanze multilaterali (NATO) e bilaterali, una posizione dominante all'interno delle istituzioni finanziarie internazionali sedicenti (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale), nelle banche multinazionali, nelle società finanziarie e nelle industrie presenti in Asia, America Latina, Europa e altrove.
La Cina non ha sfidato né adottato il modello statunitense di costruzione di un impero attraverso l'imposizione di un potere militare. Né tantomeno si ispira agli approcci utilizzati da Giappone e Germania per competere con le potenze imperialiste affermate. La sua crescita dinamica è stimolata dalla competitività economica, i rapporti commerciali vengono guidati da uno stato in via di sviluppo e con la volontà di trarre spunti, imparare, innovare ed espandersi, internamente e oltreoceano, scalzando la supremazia statunitense nell'America Latina, nell'Medio Oriente e in Asia, così come negli Stati Uniti stessi e nell'Unione Europea.
Le guerre mondiali e regionali, nella misura in cui hanno coinvolto gli stati imperialisti affermati (e gran parte delle guerre erano state direttamente o indirettamente innescate da stati imperialisti), sono state il risultato di sforzi volti a conservare posizioni di privilegio nei mercati stabili, ottenere l'accesso alle materie prime, sfruttare l'industria attraverso accordi mercantili, coloniali, bilaterali e multilaterali. Le regioni caratterizzate da un alto numero di scambi hanno creato legami con gli stati imperialisti, rendendoli dipendenti ed escludendo i potenziali concorrenti.
Vista la condizione di privilegio e di antica fondazione del loro dominio imperialista, gli stati affermati hanno descrito quelli emergenti come "aggressori" che minacciavano la "pace", ovvero la loro condizione egemonica. Così come era successo per le potenze affermate, gli stati imperialisti emergenti hanno seguito uno schema di conquista militare di paesi coloniali e non coloniali degli stati affermati, con tanto di saccheggio finale. Mancando della rete d'appoggio, di governatori e coloni delle potenze affermate, hanno fatto leva sul potere militare, sui movimenti separatisti e sui "collaborazionisti" (movimenti locali, fondamentalmente fedeli alla potenza imperialista emergente). Le potenze emergenti hanno dichiarato che la "legittimità" della loro richiesta ad una suddivisione del potere mondiale era stata ostacolata da boicottaggi economici illegali, come quello per l'accesso alle materie prime e ai sistemi mercantili coloniali, che hanno chiuso loro dei potenziali mercati. La sconfitta degli stati affermati da parte degli emergenti (Germania e Giappone), con la sostanziale marcia indietro di Unione Sovietica e Stati Uniti, ha visto nascere una nuova configurazione di potenze che competono e lottano su nuove basi. L'Unione Sovietica ha fondato un gruppo di stati satelliti aggregati attorno a principi ideologico-militari, confinati nell'est europeo, in cui un potere imperialistico centrale sovvenziona i propri subordinati in cambio di controllo politico. Gli Stati Uniti hanno sostituito le potenze coloniali europee con una rete di trattati militari su scala mondiale e una violenta infiltrazione negli ex stati coloniali con un sistema di dipendenze neo-colonialiste.
Il collasso dell'impero sovietico e l'implosione dell'Unione Sovietica hanno aperto in tempi brevi nuove prospettive a Washington, per un impero unipolare privo di concorrenza, una "pax americana". Questa "visione", basata su un'analisi superficiale e monodimensionale sella supremazia militare statunitense, ha trascurato molte debolezze cruciali:

-Il relativo declino del potere economico degli Stati Uniti, posto di fronte all'ostinata competizione europea, giapponese, dei nuovi paesi industrializzati e - all'inizio dei primi anni novanta - della Cina.

-Le fragili fondamenta del potere imperialista statunitense nel terzo mondo, poggiate sull'alta vulnerabilità dei sistemi economici dei subordinati, soggetti a saccheggio, non sono riuscite a reggere.

-La de-industrializzazione e la finanziarizzazione dell'economia statunitense hanno portato ad un declino dello scambio di merci e ad un aumento della dipendenza dai servizi finanziari. La quasi totale speculazione del settore finanziario ha comportato una enorme volatilità e lo sfruttamento delle risorse produttive, parallelamente all'aumento del debito.
In altre parole, la "facciata esterna" di un impero unipolare ha offuscato la crescente degenerazione interna e la profonda contraddizione tra l'espansione esterna e il deterioramento nazionale. La rapida espansione militare degli Stati Uniti e la sostituzione del patto di Varsavia con l'incorporazione dei paesi dell'est europeo nella NATO hanno creato l'immagine di un impero economico dinamico. Si sono creati svariati problemi, dal momento che il bottino è stato trafugato in un'unica soluzione; il saccheggio, principalmente per mani di un'oligarchia di gangster russi arricchiti; la privatizzazione di gran parte delle ditte pubbliche, con il passaggio nelle mani della Germania e dei paesi dell'Unione Europea. L'impero statunitense, che ha sostenuto i costi di promozione della caduta dell'URSS, non ne è stato il primo beneficiario - i suoi guadagni sono stati principalmente di carattere militare, ideologico e simbolico.
Tra le inevitabili conseguenze a lungo termine del dopo Russia, le vittorie militari collezionate dagli Stati Uniti durante i regimi di Bush padre e Clinton, nella prima metà degli anni '90. L'invasione dell'Iraq e il rapido crollo della Jugoslavia hanno dato un enorme impeto alla costruzione dell'impero militare statunitense. Le rapide vittorie militari, la conseguente colonizzazione de facto del Nord dell'Iraq e il controllo imposto sui suoi scambi, oltre che sulle sue ricchezze, ha ridato vita all'idea che l'imperialismo colonialista fosse un progetto storico realizzabile. Inoltre, la fondazione dell'entità kosova (conseguente al bombardamento di Belgrado) e la sua trasformazione in una immensa base militare NATO ha rafforzato l'idea che l'espansione globale attraverso manovre militari fosse "la tendenza del futuro". Ancor più disastroso, la supremazia militare su quella economica ha comportato la costruzione dell'impero, portando ad un influenza sempre maggiore di ideologie militaristiche profondamente legate alla metafisica militare israeliano-sionista di guerre coloniali senza fine . Come risultato, all'inizio del nuovo millennio tutte le parti politiche, militari e ideologiche erano al loro posto, pronte a lanciare una serie di guerre imperialistico-sioniste, che avrebbero poi corroso l'economia statunitense, abbassato profondamente il suo budget e il suo deficit d'affari, e aperto la strada ai nuovi imperi basati sul mercato dell'economia dinamica.
A differenza delle potenze imperialiste nascenti, la Cina ha puntato fin dall'inizio sullo sviluppo di forze produttive locali, costruendo sulle conquiste fondamentali della propria rivoluzione sociale. Tale rivoluzione ha creato un paese unificato, ha spodestato le enclavi coloniali, ha creato una forza lavoro sana ed istruita, infrastrutture di base e industrie. Le nuove leadership capitaliste hanno convertito l'economia all'estero e portato capitale estero per fornire tecnologia, hanno aperto ai mercati oltreoceano e alle abilità manageriali capitalistiche, pur mantenendo il controllo sul sitstema finanziario e sulle industrie più strategiche. Cosa ancor più importante, hanno quasi privatizzato l'agricoltura, creando un aumento della forza lavoro in svariati milioni di posti a basso reddito, e quindi un'intenso sfruttamento del lavoro nelle industrie di assemblamento. I nuovi capitalisti hanno eliminato la rete di sicurezza sociale del servizio sanitario e dell'istruzione di base gratuite, forzando i tassi sui risparmi per coprire le spese mediche e per l'insegnamento, e aumentando i tassi sugli investimenti a livelli astronomici. Inizialmente, quantomeno, la Cina, a differenza delle precedenti potenze imperialiste nascenti, ha intensificato lo sfrutamento del lavoro e delle risorse locali, anziché impegnarsi in conquiste militari oltreoceano, nel saccheggio delle risorse e nello sfruttamento di "lavori forzati".
L'espansione oltreoceano della Cina si è basata su aspetti economici, su una triplice alleanza tra capitali statali, stranieri e nazionali, all'interno della quale, col passare del tempo, il ruolo di ogni attore è variato a seconda delle circostanze politiche ed economiche, e con loro si è avuto il riallineamento delle foze capitaliste interne. Fin dall'inizio il mercato interno è stato sacrificato a favore di quello estero. Il consumo di massa veniva dopo gli investimenti, i profitti, il benessere dello stato e di una élite privata. L'accumuilazione rapida e massiccia ha amplificato le ineguaglianze e concentrato il potere al vertice del nuovo sistema ibrido di classi statal-capitalistiche.
A differenza di quanto accaduto per le potenze imperialiste affermate e per gli Stati Uniti di oggi, la Cina, come potenza emergente, ha subordinato le banche a finanziare le industrie, specialmente quelle impegnate nelle esportazioni. A differenza degli Stati Uniti, la Cina ha ripudiato l'idea di sostenere grosse spese miliatri per basi oltreoceano, guerre coloniali e costose occupazioni militari. I suoi beni, invece, sono entrati nei mercati, incudendo quelli delle potenze affermate. La Cina si è ritrovata in una situazione sui generis, nella quale prende in prestito la tecnologia e acquista esperienza da multinazionali con basi imperialistiche, per poi riutilizzare le capacità acquisite per migliorare il ciclo produttivo, dall'assemblamento alla manifattura, ottenendo innovativi prodotti di alto valore.
I paesi imperialisti emergenti hanno aumentato le proprie esportazioni, limitando con fermezza l'infiltrarsi di servizi finanziari, la nuova forza trainante delle potenze consoldate. Il risultato, nel tempo, è stato un crescente deficit di scambi non solo con la Cina, ma con circa un centinaio di altri paesi nel mondo. Il primato delle élite imperialiste guidate finanziariamente dalle proprie forze militari ha inibito lo sviluppo del mercato di prodotti ad alta tecnologia, che sarebbe stato in grado di introdursi negli scambi dei paesi emergenti, riducendo il deficit d'affari. Invece, il settore industriale arretrato e sottosviluppato, non è stato in grado di competere con i prodotti cinesi a basso costo di produzione, e insieme all'élite di burocrati superpagati e ancorati al passato, hanno reclamato una competizione ingiusta e "una svalutazione della moneta cinese". Hanno trascurato il fatto che il deficit statunitense è in realtà il prodotto di configurazioni economiche interne e madornali sbilanci tra il settore finanziario, quello manifatturiero e quello produttivo. Un'armata di autori finanziari, economisti, ed esperti di varia natura, legati al capitale finanziario dominante, hanno fornito l'alibi ideologico alla campagna contro il potere economico nascente della Cina.
In passato, i paesi imperialisti affermati avevano organizzato una "divisione del lavoro". Nel modello coloniale, le regioni sotto il controllo straniero fornivano i materiali grezzi ed importavano beni manifatturieri dai coloni. Nel primo periodo post-coloniale la divisione del lavoro prevedeva la produzione intensiva di beni nei paesi neo-indipendenti in cambio di beni tecnologicamente più avanzati provenienti dai paesi imperialisti affermati. Un "terzo stadio" della divisione del lavoro è stato diffuso dalle ideologie del capitale finanziario, che vede le potenze affermate esportare servizi (finanziari, tecnologici, d'intrattenimento, ecc...) in cambio sia di forza lavoro che di beni manifatturieri avanzati. Le ideologie alla base di questa terza fase davano per assunto che il guadagno invisibile risultante da capitale finanziario rimpatriato avrebbe "bilanciato" le uscite generate dagli scambi commerciali. Il monopolio finanziario di Wall Street e della City di Londra dovrebbe assicurare il rientro di capitali in grado di mantenere in equilibrio il bilancio. Quest'assunzione errata si era basata sui primi modelli coloniali e post-coloniali, nei quali i paesi agro-minerari e industriali non controllavano le proprie finanze, le assicurazioni o il trasporto internazionale e interno delle materie prime. Oggi le cose non vanno così. I paesi come la Cina, che non sono in grado di dominare i mercati finanziari, hanno intensificato le proprie attività speculative interne ed intra-imperialistiche. Questo ha portato ad una spirale dell'economia fittizia, al suo inevitabile collasso e all'accumulazione di debito esterno, oltre ad una carenza di scambi.
Al contrario, la Cina sta facendo crescere il proprio settore industriale dosando le importazioni di materie prime semi-raffinate per l'assemblaggio, la tecnologia necessaria alla propria produzione industriale e il capitale legato alla maggior parte degli impianti di proprietà nazionale, con la vendita di prodotti finiti negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo. Attraverso le banche statali mantiene il controllo sul settore finanziario, grazie al quale può contenere l'uscita di "guadagni invisibili" sborsati alle potenze imperialiste affermate.
D'altro canto, le potenze affermate sono impegnate in spese militari, altamente non produttive e inefficienti (con costi di miliardi di dollari), e in guerre coloniali prive di "rendimento imperialista". Paesi come la Cina versano, invece, centinaia di miliardi nella costruzione della propria economia interna, come trampolino per la conquista dei mercati esteri. Le brutali guerre imperial-colonialiste delle potenze affermate hanno comportato la conquista, attraverso l'uso della forza, di milioni di persone, ma anche la dispersione di ingenti quantità di capitale. La Cina, invece, nel processo di accumulazione di capitale per la riproduzione estensiva nel mercato interno ed estero, ha sfruttato al massimo centinaia di milioni di lavoratori emigranti. A differenza del passato, oggi sono le potenze affermate a ricorrere all'aggressione militare per mantenere i mercati, mentre le quelle emergenti si espandono oltreoceano attraverso la competitività sui mercati.
La "malattia economica" dei paesi imperialisti affermati risiede nella loro tendenza ad allargare i settori finanziari, spostando il proprio piano d'azione dalla promozione dell'industria e degli affari alla speculazione e ad altre attività malsane, che hanno come unico effetto quello di alimentare se stesse ed autodistruggersi. Al contrario, i paesi emergenti convertono i capitali dai finanziamenti industriali interni per assicurarsi i materiali grezzi per l'industria oltreoceano.
Differenze tra basi dell'impero e "diaspore"
Ci sono importanti differenze tra i paesi imperialisti del passato, quelli attuali, e le varie diaspore oltreoceano. Nel passato, le basi imperialiste generalmente dettavano legge alle proprie colonie assicurando mercenari, coscritti e volontari per le loro guerre di conquista, così come facendo investimenti vantaggiosi e tessendo relazioni di scambio favorevoli. In alcuni casi i coloni hanno influenzato la politica dell'impero attraverso i loro rappresentanti, arrivando ad ottenere anche il decentramento del potere. Inoltre, alcuni coloni rimpatriati hanno ricevuto supporto politico dai poteri centrali, ottenendo garanzie di compensazioni finanziarie per le proprietà espropriate. Ad ogni modo, il potere centrale ha sempre calpestato le resistenze dei coloni oltreoceano quando si è trattato di scendere a patti con le ex-colonie che avevano mantenuto interessi economici e politici più ampi .
Lo stato imperialista statunitense, al contrario, paga un tributo multimiliardario e si sottomette alle politiche di guerra di Israele, apparentemente suo "sottoposto", come risultato delle configurazioni del potere sionista e della diffusione capillare delle sue strategie politiche. Dobbiamo anche fare i conti con la circostanza straordinaria della "Diaspora" di uno stato straniero (Israele), che vince a mani basse la bataglia delle strategie economiche (industria del petrolio), oltre a battere di diverse lunghezze i comandanti in capo e agenzie di intelligence dell'impero per quanto riguarda le decisioni politiche in Medio Oriente . A differenza delle vecchie potenze affermate, negli Stati Uniti l'intero apparato di propaganda dei mass media, gran parte delle università, la maggioranza delle think tank storiche producono enormi quantità di programmi, pubblicazioni, articoli di politica che riflettono perfettamente il punto di vista filo-israeliano, censurando in vario modo qualunque dissidente, oppure forzandolo ad un'umiliante abiura.
Le nuove potenze imperialiste come la Cina non hanno alcuna dipendenza "egemonica" di tale calibro. A differenza della Diaspora israeliana, utilizzata come strumento politico-militare, quella cinese serve a sostenere l'economia dello stato. Occasioni di mercato agevolati per gruppi d'affari continentali, impegnati in joint venture dentro e fuori dalla Cina, senza che le regole interne dello stato coinvolto vengano stravolte. La Diaspora cinese non agisce come una "quinta colonna" contro l'interesse nazionale dei paesi in cui si trovano, diversamente da quanto accade per i sionisti americani, la cui organizzazione di massa convoglia tutti i loro sforzi nell'obiettivo di subordinare le politiche statunitensi per massimizzare i propri interessi.
Le differenze nelle relazioni tra i poteri centrali del presente e del passato e le loro diaspore, interne ed esterne, hanno enormi e sfaccettate conseguenze nel contesto della competizione per il potere globale. Proviamo ad elencarle in maniera "telegrafica".
Le potenze affermate europee, sacrificando la diaspora coloniale, pretendono il protrarsi delle forme di imperialismo a stampo coloniale-razzista, favorendo una transizione verso una maggiore indipendenza che sia graduale e condotta da trattative, nel frattempo hanno mantenuto e lasciato crescere gli investimenti a lungo termine e a larga scala, gli affari, i legami finanziari, e in alcuni casi anche le basi militari. Gli abitanti delle colonie sono stati così sacrificati per promuovere un nuovo tipo di imperialismo.
Le potenze imperialiste mergenti di oggi, vale a dire la Cina, non è ostacolata da coloni razzisti. Sono liberi di promuovere i propri interessi economici ovunque nel mondo, particolarmente nelle regioni, nei paesi e tra le persone scelte dalla quinta colonna, ovvero quelle che si trovano all'interno della potenza affermata rivale: gli Stati Uniti .
La Cina ha oltre 24 miliardi di dollari in investimenti vantaggiosi in Iran e nei suoi principali importatori di petrolio. Gli Stati Uniti non hanno alcun investimento o scambio. La Cina ha rimpiazzato gli USA come principale importatore di petrolio saudita, oltre ad essersi affermato come il primo paese negli scambi con la Siria, il Sudan e altri paesi musulmani, dove i sionisti avevano promosso sanzioni volte a minimizzare o eliminare l'attività economica statunitense . Mentre per la Cina le politiche nazionaliste e di marketing sono state una forza motrice per innalzare la sua posizione economica globale, la durezza con cui gli Stati Uniti hanno gestito il proprio potere coloniale è stato un grosso errore economico. Allo stesso tempo, mentre la diaspora della Cina ha come unico scopo l'espansione dei legami economici, quella israeliana è strettamente vincolata alla militarizzazione delle politiche statunitensi, che devono impegnarsi in costose e prolungate guerre, ponendosi contro quasi ogni popolazione islamica con chiassosa retorica islamofobica e propaganda d'odio.
La svolta ad una politica estera militarizzata e totalmente "sbilanciata", promossa a favore di Israele, ha completamente stravolto il legame tra le decisioni militari e gli interessi economici oltreoceano degli Stati Uniti. Paradossalmente, la quinta colonna israeliana è stata un importante fattore a favore della sostituzione da USA a Cina nei maggiori mercati mondiali. Quelli che erano stati storicamente definiti come un popolo "senza patria" (cittadini di stati anticamente non-ebraici), essenzialmente definiti dalle loro capacità imprenditoriali, sono stati recentemente ridefiniti in America, ovvero dai suoi leader principali, come i difensori di una dottrina di guerre offensive (da cui "guerra preventiva") legate ad Israele, il paese più militarizzato del mondo [20]. Come risultato della loro influenza ed alleanza con estremistri di destra, Washington ha rinunciato ad importanti opportunità economiche, favorendo progetti di natura militare.

Come gli imperi reagiscono al declino: passato e presente
Così come sta accadendo oggi agli Stati uniti, gli imperi in declino hanno adottato nel passato varie strategie per minimizzare le perdite, alcune con maggior successo di altre. In generale, la scelta meno proficua è stata quella di ristabilire la dominazione coloniale facendo mosse anti-imperialiste nel tentativo di tornare al passato. Nel periodo in cui il potere economico globale è in declino, le politiche di restaurazione coloniale hanno sempre fallito. La strategia non militare è stata quella meno costosa e di maggior successo, assicurando almeno la parvenza di una presenza imperialista. Il successo si è basato sulla negoziazione delle transizioni verso l'indipensenza, grazie alle quali la supremazia di mercato era garantita dall'egemonia imperialista, associata ad un'emergente borgesia coloniale. Storicamente, i poteri imperialisti in declino hanno fatto ricorso a cinque strategie differenti, o ad una loro combinazione. Cercando di riottenere le colonie o le neo-colonie attraverso il rinnovo delle offensive militari. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Francia e l'Inghilterra, rispettivamente in Indocina ed Algeria e in Kenia, hanno pagato un prezzo molto salato sia economico che politico nel tentativo di reistituire regole coloniali, e in definitiva hanno fallito
Negoziando un assetto neo-coloniale. L'Inghilterra, severamente indebolita dalle perdite subite durante la Seconda Guerra Mondiale e messa di fronte ad un movimento di indipendenza che contava svariati milioni di persone, ritenne saggio negoziare e concedere indipendenza all'India, in modo da conservare una facciata imperialista e legami d'investimento, oltre ad influenze politiche indirette attraverso ufficiali militari e civili addestrati in terra britannica.
Cedendo la guida ad un altro potere imperialista emergente. Diventando un partner giovane, l'approccio permette di assicurarsi almeno una quota ridotta di benefici economici e di influenza politica. L'Inghilerra, trovandosi ad affrontare il massiccio movimento comunista/anti-fascista, ha lasciato che il movimento di resistenza in Grecia assumesse un ruolo sempre più secondario, mentre gli Stati Uniti si innalzavano al ruolo di gendarme politico e prendevano il controllo dello stato emergente. La Gran Bretagna ha conservato una sfera d'influenza ridotta nei Balcani e nel Mediterraneo. Similmente, il Belgio ha tentato di sovvertire il nuovo governo nazionalista in Congo, guidato dal Presidente Patrice Lumumba soltanto per lasciare un posto d'onore al governo fantoccio di Mobutu appogiato dagli Stati Uniti.
Cedendo il governo a sovrani locali disposti a proteggere le manovre finanziarie ed economiche dell'era coloniale. Il ritiro del regime coloniale britannico dalla zona dei Caraibi ha abbassato i costi amministrativi e di polizia, necessari per proteggere e promuovere gli investimenti la posizione privilegiata della sterlina nel primo periodo post coloniale. Le "preferenze" dell'impero venivano promosse attraverso la rete dei "vecchi ragazzi" dell'Anglicizzazione - ufficiali britannici istruiti e indottrinati, che venivano arruolati forzatamente con cerimonie pompose dell'élite dominante. Ad ogni modo, nel tempo la dominazione del mercato attraverso "dottrine di libero scambio" ha rimpiazzato la vecchia rete post coloniale e ha spalancato le porte all'egemonia statunitense.
Il rapido collasso di un impero concorrenziale può dar vita ad un impero che sperimenti un declino più lento e prolungato. L'improvviso e totale collasso del sistema comunista e la disgregazione dell'URSS ha fornito un'eccezionale opportunità per gli Stati Uniti di estendere il proprio impero di basi militari e di reclutare mercenari per combattere le proprie battaglie imperialiste. Le principali potenze europee hanno vissuto la rinascita delle sorti imperialiste entrando in possesso di settori strategici come quello finanziario, industriale, dei servizi, dei trasporti e degli immobili nell'Europa dell'est, negli stati del Baltico e nei Balcani, prendendo il posto della Russia nel predominio del mercato e delle ideologie.
Esperienze recenti di come le classi dirigenti hanno gestito il proprio declino imperialista hanno rilevanza diretta sulle reazioni dei governatori dell'impero statunitense.
Le reazioni statunitensi al declino: salvare l'impero sacrificando la nazione
Washington ha manifestato almeno sei tipologie di reazioni differenti al proprio declino.

1. La reazione a lungo termine e a larga scala di Whashington al declino della propria posizione nel mondo dell'economia e a quello della propria influenza in svariate regioni è quella di estendere e rinforzare la rete mondiale di basi militari . A partire dagli anni '90, ha convertito i paesi del patto di Varsavia - Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, ecc... - in membri della NATO sotto la guida militare statunitense. Ha poi esteso la propria portata militare incorporando l'Ucraina e la Georgia come membri "associati" della NATO. A questo è seguito l'allestimento di basi in Kirghizistan, Kosovo e altri stati dell'ex Jugoslavia.
Col nuovo millennio abbiamo assistito ad una serie di guerre prolungate ed invasioni militari in Iraq e Afghanistan, culminate nella costruzione massiccia di basi e nel reclutamento di polizia ed eserciti mercenari locali. Inoltre la Casa Bianca si è assicurata sette basi militari in Colombia, ha aumentato la propria presenza militare in Paraguay, Honduras e ha firmato trattati militari bilaterali con Perù, Cile e Brasile, nonostante la cacciata statunitense dalla base di Manta, in Ecuador . Mentre gli Stati Uniti estendevano la propria influenza militare in Asia e in America Latina, la Cina li rimpiazzava in Brasile, Argentina, Perù e in Cile, diventando il principale partner d'affari. Mentre gli Stati Uniti finanziavano un grosso esercito mercenario in Iraq, la Cina diventava il primo importatore di petrolio saudita. L'espansione militare globale statunitense non ha comportato un aumento parallelo o ad un recupero del potere economico globale. Al contrario, ad una crescita militare è corrisposto un ulteriore declino economico.

2. La seconda risposta della Casa Bianca al declino economico è stata una campagna molto attiva e ben finanziata per creare regimi clientelari. Gran parte degli sforzi hanno riguardato il finanziamento di élite locali, organizzazioni non governative, oppositori politici malleabili ed ex patrioti risiedenti negli Stati Uniti con legami a Washington e nelle agenzie di intelligence. Le cosiddette "rivoluzioni colorate" in Ucraina e Georgia, la "ribellione dei tulipani" in Kirghizistan, il collasso etnico della Jugoslavia, la divisione de facto dell'Iraq e l'instaurazione di una "repubblica" curda, la promozione dei separatisti tibetani e uiguri in Cina, degli oligarchi nella Bolivia dell'est e l'intervento militare in Taiwan possono essere considerati parte degli sforzi fatti per estendere la dominazione politica come reazione al declino economico globale.
Eppure la costruzione di un apparato clientelare è stata un fallimento per due distinte ragioni. I padroni hanno depredato l'economia, esaurendo i beni pubblici ed impovereno la popolazione, questo ha comportato in alcuni casi il loro rovesciamento, attraverso l'uso della forza o di elezioni. In secondo luogo, i padroni sono più che altro un costo, con tutti i prestiti e i sussidi scuciti al Ministro Tesoro statunitense, e non apportano certo contributi alle aspirazioni dell'economia globale americana. La costruzione di un sistema clientelare costoso e il mantenimento di satrapi locali non fanno che minare l'instaurazione di un impero economico. Nel frattempo gli investimenti cinesi nella manifattura e la conseguente richiesta di materie prime e generi alimentari ha permesso di ampliare e rendere più proficua la sua presenza anche negli stati sotto controllo statunitense. Se da un lato gli Stati Uniti hanno seguito questi paesi nelle loro crescite e cadute in rapida successione, la presenza del mercato cinese ha comportato una crescita stabile.

3. Sotto la direzione di un'élite altamente militarizzzata, inclusi gli autorevoli politologi sionisti, Washington si è mossa in un ginepraio di guerre pluribilionarie di occupazione coloniale nel Medio Oriente e nell'Asia del sud, assumendo erroneamente che con "dimostrazioni di forza" avrebbero intimidito gli stati indipendenti e nazionalisti, nonché sostenuto la presenza economica statunitense. Al contrario, le guerre hanno diminuito l'influenza americana, e lasciato crescere i nazionalismi locali e l'emarginazione musulmana, specialmente alla luce dell'appoggio incondizionato di una Washington filo-sionista nei confronti del colonialismo israeliano. Più di qualunque altra mossa a sostegno dell'impero, le guerre coloniali prolungate hanno pesantemente reindirizzato le risorse economiche, che teoricamente avrebbero potuto rivitalizzare la presenza statunitense nell'economia globale, migliorandone la competitività rispetto alla Cina, trasformandole invece in spese militari non produttive.

4. Le guerre coloniali volte a ristabilire le potenze imperialiste, abbiamo notato, sono state messe in atto (e fallite) dagli stati europei in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti, analogamente, internamente indeboliti dal saccheggio di Wall Street, della sua economia produttiva e dalle multinazionali, che hanno trasferito capitale oltreoceano, esternalizzando il lavoro - principalmente in Cina e in India - è sempre meno in grado di ripristinare e trarre profitto dalla costruzione dell'impero coloniale. L'ironia sta nel fatto che mezzo secolo fa sono stati proprio gli Stati Uniti ad optare per il predominio del mercato, preferendolo al modello coloniale europeo. Ora sta succedendo esattamente il contrario. L'Europa e la Cina cercano di ottenere l'egemonia attraverso gli affari, mentre gli Stati Uniti adottano il modello colonialista su basi militari che ha già fallito in passato.

5. Le operazioni clandestine, vale a dire colpi di stato, sono diventate il metodo più utilizzato per ribaltare i regimi nazionalisti nell'America Latina, in Iran, nel Libano e altrove. In ciascun caso, Washington ha sbagliato a reinstaurare un regime clientelare poiché ha causato un effetto boomerang: i governi che erano posti come obiettivo hanno radicalizzato le proprie politiche, ottenendo supporto e diventando ancora più trincerati. Ad esempio, un colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti in Venezuela è stato rovesciato, il Presidente Chavez è stato reintegrato, e ha proceduto alla nazionalizzazione delle principali multinazionali, spingendo l'opposizione latino americana ad accordi di libero scambio e alla costruzione di basi militari . Analogamente, il supporto americano all'invasione di Israele in Libano e la successiva difesa ad opera di Hezbollah ha rafforzato la sua presenza all'interno del regime pro-statunitense di Rafiq al-Hariri.

6. L'appoggio incondizionato degli Stati Uniti allo stato militarista e razzista di Israele come suo principale alleato nelle guerre coloniali in Medio Oriente ha di fatto avuto l'effetto opposto: l'alienazione di 1.5 miliardi di persone di origine islamica, la distruzione di qualunque alleanza precedente (Turchia e Libano) e il rafforzamento dell'autorevolezza della politica sionista a difesa di un "terzo fronte militare" - una guerra con l'Iran, con i due milioni di persone armate.

Le strategie statunitensi per insidiare, indebolire e tagliare fuori dalla competizione la Cina come potenza imperialista emergente.Ai primi segni del potenziale cinese come come concorrente globale, Washington ha promsso una strategia economica liberale, sperando di creare un rapporto di "dipendenza". Successivamente, quando la liberalizzazione ha fallito il suo scopo, ma anzi ha accelerato la crescita cinese, Washington ha fatto ricorso a politiche più punitive.
Durante gli anni ottanta e novanta, la Casa Bianca ha incoraggiato la Cina a seguire una politica di "porte aperte" nei confronti delle multinazionali statunitensi, e ha fornito incentivi allo scopo di incoraggiare le multinazionali stesse a "colonizzare" settori strategici della crescita cinese. Gli americani hanno promosso con successo l'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, con l'idea che il "libero scambio" avrebbe agevolato la conquista del mercato cinese da parte delle multinazionali statunitensi. La strategia ha fallito: la Cina ha imbrigliato le corporazioni americane nella loro stessa strategia di esportazioni, conquistando il mercato statunitense; ha forzato le multinazionali in associazioni che hanno accelerato il trasferimento delle conoscenze tecnologiche, promuovendo la crescita industriale cinese e aumentando la propria capacità produttiva. L'accordo dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ha indebolito le barriere agli scambi statunitensi e facilitato l'afflusso di capitali americani nei settori produttivi cinesi, erodendo così le basi produttive degli Stati Uniti e minandone la competitività. Col tempo, le aziende cinesi, statali e private, crebbero e superarono, in parte, le proprie "dipendenze" assumendo maggior controllo sulle associazioni e svilupparono i propri centri di innovazione, affari e finanza.
La strategia liberale di creazione di una dipendenza aveva fallito; era stata la Cina ad accumlare eccedenze negli scambi e quindi ad assumere il ruolo di creditore mentre gli Stati Uniti erano diventati il "debitore". La liberalizzazione poteva aver funzionato in America Latina e in Africa. Quegli stati, guidati da governanti corrotti, hanno assistito al saccheggio delle proprie materie prime, alle rovinose privatizzazioni e denazionalizzazioni di società strategiche e al massiccio deflusso di guadagni. Ma in Cina i governatori hanno imbrigliato le corporazioni statunitensi ai loro progetti nazionali, assicurandosi il controllo sul processo dinamico dell'accumulazione di capitale. Hanno sacrificato i profitti a breve scadenza per l'obiettivo, ben più a lungo termine, di ottenere i mercati, le conoscenze e di diffondere e approfondire nuove linee produttive attraverso "regole di produzione locale" (dal testo originale "content rule" o anche "local content rule" è la legge che regola la produzione di un prodotto attraverso lo sfruttamento di materie prime locali in una percentuale minima fissata, ndt) e trasferimenti di conoscenze tecnologiche. La liberalizzazione ha favorito l'esplosione degli scambi commerciali cinesi, mentre l'economia guadagnava autonomia, migliorando il ciclo produttivo.
La Cina ha tenuto le redini del settore finanziario, bloccando una presa di controllo da parte dei settori finanziari principali, dei media, degli immobili e delle assicurazioni statunitensi. Limitando il subentro, la speculazione e l'instabilità, la Cina ha evitato le crisi periodiche che hanno afflitto gli Stati Uniti tra il 1990 e il 2001, tra il 2000 e il 2002, tra il 2008 e il 2010. La versione cinese delle "porte aperte" non era una replica di quella precedente, che permetteva la dominazione straniera di enclavi costiere. Piuttosto, le multinazionali straniere diventarono "isole di crescita", affievolirono la possibilità di ulteriori controlli da parte dello stato cinese e permisero l'espansione oltreoceano.
Dai primi anni del nuovo millennio, Washington si è resa conto che la strategia liberale non era riuscita a frenare l'ascesa cinese come potenza globale, e che anzi si era convertita in un piano punitivo. -Continua-

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