mercoledì 24 novembre 2010

Pretese sull'Artico

Gli Stati Uniti e il Canada hanno accettato di mettere da parte la loro disputa sui diritti di navigazione nella costa canadese per far fronte, insieme, alla Russia. L’anno scorso e per la prima volta, la NATO ha ufficialmente rivendicato un ruolo nell’Artico, quando il segretario generale Jaap de Hoop Scheffer ha detto agli stati membri di risolvere i loro disaccordi all’interno dell’Alleanza, in modo che possa allestire “attività militari nella regione”. “Chiaramente, il ‘High North’ (‘Estremo Nord’, ndt) è una regione di interesse strategico per l’Alleanza”, ha detto durante un seminario NATO a Reykjavik, in Islanda, nel gennaio del 2009.
Da allora, la NATO ha condotto vari importanti ‘war games’ (‘giochi di guerra’, ndt) concentrati nella regione artica. A marzo, quest’anno, 14.000 soldati NATO hanno partecipato all’esercitazione militare “Cold Response 2010” (“Risposta Fredda 2010”, ndt) in Norvegia, in uno scenario palesemente provocatorio: l’Alleanza interveniva per difendere un piccolo ed immaginario stato democratico, Midland, i cui campi petroliferi erano rivendicati da un grande stato antidemocratico, Nordland. In agosto, il Canada ha ospitato la sua più grande esercitazione nell’Artico, Operazione Nanook 2010, alla quale hanno partecipato per la prima volta anche gli USA e la Danimarca.
La Russia e gli Stati Uniti hanno fatto progressi nelle loro relazioni sul controllo delle armi, sull’Afghanistan e sull’Iran, ma rimane un argomento sul quale la rimessa a zero (delle loro relazioni, ndt) potrebbe bloccarsi di nuovo: l’Artico. Gli alti ufficiali dell’esercito USA hanno avvertito di una nuova Guerra Fredda nell’Artico e hanno richiesto una maggiore presenza militare americana in questa regione ricca di energia.
All’inizio del mese, l’ammiraglio americano James G. Stavridis, comandante supremo NATO per l’Europa, ha detto che il riscaldamento globale e corsa alle risorse potrebbero sfociare in un conflitto nell’Artico, poiché “ha il potenziale per alterare l’equilibrio geopolitico nell’Artico fino ad ora congelato nel tempo”.
Queste affermazioni coincidono con la politica statunitense. Essa richiede lo “schieramento di sistemi aerei e marittimi per il ‘sealift’ (trasporto di materiale militare tramite navi cargo dell’esercito, ndt) strategico” in modo da “preservare la mobilità globale di navi militari e civili e di aerei in tutta la regione artica”, incluso la ‘North Sea Route’ (‘Strada del Mare del Nord’, ndt) lungo la costa artica russa, che per Mosca rappresenta un’idrovia nazionale. La Russia è l’obbiettivo principale della strategia espansionistica americana.
Due mesi fa, il primo ‘supertanker’ (‘super nave cisterna’, ndt) russo ha navigato dall’Europa all’Asia lungo la North Sea Route. L’anno prossimo, la Russia prevede di mandare altre navi lungo la via artica, lontana 9.000km dal percorso tradizionale che passa invece attraverso il Canale di Suez.
Il Servizio Geologico degli Stati Uniti ritiene che l’Artico potrebbe contenere fino ad un quarto dei depositi di petrolio e gas inesplorati del mondo. Inoltre, Washington disputa lo sforzo di Mosca di ampliare la sua Zona Economica Esclusiva (‘ZEE’) nell’Oceano Artico. Secondo la convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, uno stato costiero ha diritto a 200 miglia marine di ZEE e può rivendicarne altre 150 se è in grado di provare che il letto marino rappresenta un proseguimento della sua piattaforma continentale. La Russia fu il primo paese, nel 2001, a sollecitare un’estensione della sua ZEE, ma la commissione dell’ONU sui limiti delle piattaforme continentali (ndt: pure questa si sono inventati!) pretese prove scientifiche più evidenti a sostegno di tale richiesta. Mosca disse che avrebbe presentato una nuova richiesta nel 2013. Ad ogni modo, gli USA non hanno ratificato questa convenzione dell’ONU: molti membri del Congresso temono che possa limitare la “mobilità globale” della Navy (Marina americana, ndt). Nonostante la fine della Guerra Fredda, il rischio di conflitto nell’Artico ha di recente infiammato la baruffa dei cinque stati litorali artici (Russia, USA, Canada, Norvegia e Danimarca tramite il controllo della Groenlandia), con abbozzi di pretese riguardanti la suddetta regione ricca di energia, mentre il ghiaccio polare in ritirata rende le sue risorse più accessibili nonché spedizioni possibili durante tutto l’anno. Tutte le richieste si sovrappongono e i cinque stati sono strozzati in vari altri litigi bilaterali. In fin dei conti però, si tratta della Russia contro gli altri, cioè tutti gli altri stati membri della NATO.
La Russia ha reso nota la sua forte opposizione all’incursione NATO; il presidente Dmitry Medvedev ha detto che la regione starebbe meglio senza la NATO. “La Russia osserva da vicino questa attività”, ha affermato a settembre. “L’Artico starebbe benissimo senza la NATO”. I media occidentali hanno ritratto le costruzioni militari nella regione come una reazione alla risolutezza “aggressiva” della Russia, citando la ripresa dei pattugliamenti nell’Oceano Artico da parte di navi da guerra e bombardieri da lunga portata russi e il fatto di aver piantato, tre anni fa, una bandiera russa sul fondo marino del polo nord.
Fa comodo dimenticarsi che la Navy e l’Air Force americane non hanno smesso di pattugliare l’Artico per un solo giorno dalla fine della Guerra Fredda. La Russia, al contrario, ha drasticamente ridotto la sua presenza nella regione in seguito alla disgregazione della Unione Sovietica. Ha tagliato fuori la maggior parte delle navi da guerra della sua flotta nordica, smantellato le difese aeree lungo la costa artica e osservato le sue altre infrastrutture militari andare in rovina. L’Artico possiede un valore strategico enorme per la Russia. La sua flotta di sottomarini nucleari risiede nella Penisola di Kola. Il terreno russo oltre il Circolo Artico è grande pressappoco come l’India, 3,1 milioni di km². Esso rappresenta l’80 per cento della produzione nazionale di gas naturale, il 60 per cento del petrolio e la maggior parte dei metalli rari e preziosi. Entro il 2030, si prevede che il territorio artico russo, 4 milioni di km², abbia una rendita di 30 milioni di tonnellate di petrolio e 130 miliardi di m³ di gas. Se la richiesta della Russia sulle 350 miglia di ZEE sarà accettata, potranno essere aggiunti 1,2 milioni di m² ai suoi possedimenti.
Un documento strategico firmato da Medvedev nel 2008 afferma che la regione polare diventerà la “base strategica principale per le risorse” della Russia entro il 2020. La Russia ha concepito una strategia ‘multivector’ (‘multidirezionale’, ndt) in modo da raggiungere questo scopo. Primo, cerca di ristabilire il suo potenziale militare nella regione per respingere potenziali minacce. La Russia sta costruendo un nuovo tipo di sottomarino nucleare, armato di nuovi missili a lunga gittata. L’ammiraglio capo della Marina russa, Vladimir Vysotsky, ha detto di recente di aver preparato un piano per l’impiego di navi da guerra nei porti artici russi, per proteggere le rotte marine polari.
La seconda strategia consiste nel cercare di risolvere i litigi bilaterali con gli altri stati artici. Lo scorso settembre, la Russia e la Norvegia hanno firmato un patto di frontiera che stabilisce il loro feudo per i prossimi 40 anni su 175.000km² nel Mare di Barents; i due stati acconsentono inoltre a sviluppare insieme petrolio e gas sul fondo marino della regione. Sebbene continui a raccogliere prove geologiche riguardanti la sua richiesta territoriale nell’Artico, la Russia è pronta a concedere compromessi. Il ministro degli esteri canadese, Lawrence Cannon, non ha escluso che Canada e Russia possano presentare una domanda collettiva all’ONU riguardante la Dorsale di Lomonosov, una montagna sottomarina che si estende dalla Siberia al Canada e che i due paesi rivendicano come estensione delle loro piattaforme continentali.
La terza direzione della politica russa è quella di promuovere un’ampia cooperazione internazionale nella regione. In settembre, durante la prima conferenza internazionale sull’Artico della Russia a Mosca, il primo ministro Vladimir Putin ha richiesto uno sforzo comune per la protezione del fragile ecosistema, per attirare investimenti esteri all’interno dell’economia della regione e per promuovere tecnologie pulite e rispettose dell’ambiente. Ha ammesso che gli interessi dai paesi artici “stonano davvero” (sono in conflitto tra loro, ndt), ma ha detto che tutte le dispute possono essere risolte tramite il diritto internazionale.

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