mercoledì 1 dicembre 2010

Disgregazione del Welfare

Stiamo vivendo un attacco frontale all’Europa Sociale. La sopravvivenza del benessere dei paesi appartenenti all’Unione Europea (e, soprattutto, dei paesi dell’Eurozona) è minacciata a causa dello sviluppo delle politiche di austerità applicate alla spesa pubblica sociale, come parte di una strategia di riduzione dei deficit e dei debiti pubblici di tali paesi. La lista dei paesi e dei tagli è lunga. Spagna e Italia stanno tagliando, rispettivamente, 15 e 25 miliardi di euro del loro bilancio. Il Portogallo sta abbassando il suo deficit per ridurlo al 3% del PIL nel 2013, con tagli equivalenti al 6% del PIL in tre anni. In Grecia il taglio è ancora più ingente: il 10% in tre anni. In Germania, la cancelliera Merkel ha deciso, già nel 2009, di eliminare completamente il deficit entro il 2016, tagliando 10 miliardi di euro l’anno. In Francia sta succedendo lo stesso, sotto la direzione del governo Sarkozy. Paese per paese, i tagli sono molto alti e generalizzati.
Queste riduzioni, senza precedenti nell’Unione Europea, si stanno attuando con il presupposto che la diminuzione del deficit sia una condizione indispensabile affinché avvenga la ripresa economica e si dia un nuovo impulso alla crescita. Si pensa che la bassissima crescita che abbiamo visto finora (la media nei paesi dell’Eurozona è stata soltanto dell’1% all’anno dal 2001) sia dovuta al fatto che c’è carenza di denaro nel settore privato, come conseguenza dell’eccessiva spesa pubblica. Inoltre, ci viene detto che questa carenza fa salire il costo del denaro (cioè, aumentare gli interessi bancari) e aumentare l’inflazione. Da qui la necessità di ridurre il deficit e la spesa pubblica. Il problema con questa convinzione (basata più sulla fede che su prove concrete) è che ognuna di queste ipotesi è sbagliata. Inoltre è facile dimostrarlo. Uno dei paesi che ha più ridotto il suo deficit nell’UE è stato l’Irlanda. Questi tagli hanno fatto sì che il suo PIL collassasse, facendolo scendere, niente meno che di un 9% l’anno. Mai un paese aveva visto, dal collasso degli USA all’inizio del XX secolo, durante la Grande Depressione, un collasso tanto elevato del proprio PIL. Certamente questo ha determinato il conseguente aumento del deficit pubblico, mostrando, ancora una volta, che il miglior modo per ridurre il deficit non è ridurre la spesa pubblica, bensì aumentare la crescita economica. Qualcosa di simile è successo in Grecia, dove la riduzione del deficit imposta dal F.M.I. ha portato a un collasso del PIL (che si calcola arriverà ad essere del 20%). Che questo accada non dovrebbe stupire, poiché l’enorme recessione, che può diventare depressione, è dovuta a un problema di domanda, conseguenza dell’enorme polarizzazione del reddito, con diminuzione dei redditi da lavoro (e conseguente calo della massa salariale su percentuale del reddito nazionale). Tale calo dei redditi da lavoro ha costretto le famiglie a un tremendo indebitamento che, al collassare del credito, risultato della crisi finanziaria, crea un enorme problema della domanda, che deve sostituirsi rapidamente con la domanda creata dalla spesa pubblica. Ridurre la spesa pubblica invece che aumentarla è un suicidio, non solo per l’Europa, ma per l’economia mondiale. Da qui le dure critiche alle politiche di austerità seguite nell’Unione Europea, da parte dei dirigenti della politica economica statunitense, come il Direttore del Consiglio Economico Nazionale dell’Amministrazione Obama, il Sig. Larry Summers, e il Segretario al Tesoro, il Sig. Timothy Geithner (l’equivalente del Ministro dell’Economia e delle Finanze in Italia).
Ma, peggiorando ancora di più la situazione, i poteri finanziari, diretti dalla Banca Centrale Europea, stanno favorendo l’incremento degli interessi bancari per la fine del 2010, e si oppongono anche a creare più liquidità (cioè a stampare denaro) con la scusa che così facendo potrebbe aumentare l’inflazione, ignorando che il più grande problema dell’Europa è la deflazione, il contrario dell’inflazione. Ognuno di questi interventi manterrà l’UE e l’Eurozona nella Grande Recessione. E, nel peggiore dei casi, porteranno alla Grande Depressione.
La domanda che dobbiamo porci è: perché si stanno realizzando delle politiche così sbagliate? La risposta ha a che fare da una parte con l’enorme potere del capitale finanziario e dall’altra con il grande potere di classe. Questo è responsabile di un’enorme polarizzazione dei redditi di capitale a scapito dei redditi da lavoro, polarizzazione raggiunta sulla base dello sviluppo delle politiche neoliberali portate avanti da un lato all’altro dell’Atlantico, a partire dagli anni ottanta. In realtà è questa stessa polarizzazione dei redditi che spiega l’enorme crescita del capitale finanziario, il quale ha beneficiato dell’elevato indebitamento, creato dalla diminuzione dei redditi da lavoro. Il neoliberalismo è l’ideologia del capitale finanziario e delle classi dominanti da ambo i lati dell’Atlantico. È, inoltre, il dogma degli establishment finanziari, mediatici e politici dell’UE (oggi controllati dalle destre).
Cosa si dovrebbe fare?
La risposta è piuttosto facile. A livello teorico, l’esperienza del XX secolo avrebbe dovuto insegnare. Una è la correzione della vergognosa concentrazione dei redditi e della proprietà. Mai prima (dagli anni venti del XX secolo) si era raggiunta una simile concentrazione. Si dovrebbero eliminare le riforme altamente regressive che hanno avuto luogo durante questi ultimi cinquant’anni. Tali cambi proporzionerebbero allo stato ingenti risorse, che dovrebbero essere investite sia in aree sociali e fisiche, in modo da generare lavoro, sia in aree produttive (ad esempio, nuove forme di energia e di trasporti), tutte attività, queste, che stimolerebbero la crescita economica che, a sua volta, farebbe diminuire il deficit e il debito pubblico.
Queste misure dovrebbero essere integrate con cambi radicali del sistema finanziario, con una ridefinizione degli obiettivi di tale sistema, dando priorità a quelli utili all’economia e non solo ai banchieri e agli azionisti. Dovrebbe essere recuperato il concetto di servizi finanziari, con la creazione di banche pubbliche, ridefinendo le funzioni della BCE per convertirla in una Banca Centrale (quale oggi non è), al posto di essere una lobby della Banca. Come tale, la BCE, dovrebbe rispondere al governo e al parlamento europeo (così come accade con altre banche centrali, come la Federal Reserve Board negli USA e la Banca Centrale del Giappone), con la responsabilità di aiutare gli stati e l’UE a sviluppare le loro politiche economiche (includendo l’acquisto del debito pubblico, restituendo gli interessi ai paesi debitori). Una misura immediata sarebbe la stampa di denaro in quantità molto più elevate di quanto non faccia adesso. La BCE non ha avuto nessuna esitazione a stampare milioni e milioni di euro per salvare le banche europee. E allora dovrebbe fare lo stesso adesso per salvare i paesi dell’Eurozona. Il pericolo dell’inflazione non è immediato. Da qui l’urgenza di questo tipo di intervento, poiché il maggior rischio è quello della deflazione, non quello dell’inflazione. Certamente esiste la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) che sembra stia dormendo e che dovrebbe svegliarsi per facilitare gli investimenti in nuovi settori produttivi e del terziario. Ma oltre a queste misure, è importante e urgente operare cambi sostanziali nell’ordinamento del capitale finanziario e dei suoi mercati. Sarebbe opportuno disincentivare le attività finanziare speculative, tassando le transazioni a corto termine (Tobin Tax). George Irvin ha calcolato che una tassa di un euro per ogni mille di transazione genererebbe 220 miliardi di euro l’anno, più del doppio del bilancio attuale dell’UE.
Si prenderanno queste misure?
La risposta dipende dal cambio di mentalità delle sinistre che governano nell’UE, arenate finora nel territorio neoliberale. La mancanza di opinione che le caratterizza, l’attitudine accomodante e la carenza di coraggio politico le ha convertite in parte del problema, piuttosto che in parte della soluzione. Va da sé che senza una notevole trasformazione di queste sinistre o della loro sostituzione con altre, queste alternative non avranno luogo. Inutile dire che il potere economico e politico e mediatico delle destre è enorme. Ma per quanto sia forte (e lo è) può essere vinto se c’è la volontà politica, sebbene la Spagna non ne sia un esempio. Nel 1993, come nel 2008, non c’è stata la volontà politica del governo PSOE [Partito Socialista Operaio Spagnolo, N.d.T.] di allearsi con le sinistre. Questo perché l’impronta concettuale che ha diretto le sue politiche economiche era neoliberale. E qui risiede la radice del problema.

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