martedì 21 dicembre 2010

Enigmi Antichi

Tutte le immagini esposte nei musei o raffigurate nei libri di storia mostrano come l’umanità si sia evoluta da uno stadio primitivo procedendo progressivamente verso lo sviluppo della cultura e della scienza. La maggior parte degli artefatti conservati nei musei come dati archeologici e geologici, è stata disposta in modo da corroborare questa visione lineare del nostro passato. Eppure, molti pezzi allettanti riportati alla luce offrono una versione completamente diversa di ciò che sarebbe avvenuto in realtà. I cosiddetti OOPARTS (da: Out Of Place Artifacts - artefatti fuori posto) non seguono il tragitto preordinato della preistoria, ma puntano sull’esistenza di avanzate civiltà prima della nascita di tutte le antiche culture conosciute. Sebbene queste scoperte siano ben documentate e conosciute, molti storici continuano a far finta di nulla e cercare di tenere tali anomalie storiche nascoste. Ma dopo tanto nascondere, la verità sta venendo a galla, con tutte le sue ovvie contraddizioni. Ancora più significativo è il fatto che i misteriosi oggetti confermano antiche storie e leggende che descrivono l’umanità non come lineare ma ciclica. Ere dimenticate e mondi precedenti sono sorti e caduti in epocali cicli di vita e morte per milioni di anni, persi nella nostra memoria ma non nei miti, ritornando ora a noi per mezzo di alcuni sorprendenti oggetti. Quanto segue è una lista dei dieci più importanti OOPARTS e ciò che ci rivelano della nostra eredità perduta.

LA PILA DI BAGDAD
Nel 1938 il dottor Wilhelm Konig, un archeologo australiano fece una scoperta che avrebbe alterato drasticamente tutti i concetti di scienza. Nei sotterranei di un museo rinvenne un vaso alto 15 centimetri e mezzo di argilla gialla risalente a due millenni fa, contenente un cilindro di rame di 12cm per quattro. La sommità del cilindro era saldata con una lega 60-40 di piombo-stagno paragonabile alle migliori saldature di oggi. Il fondo del cilindro era tappato con un disco di rame e sigillato con bitume o asfalto. Un altro strato di asfalto isolante sigillava la parte superiore e teneva anche a posto un’asta di ferro sospesa al centro del cilindro di rame. L’asta mostrava di essere stata corrotta dall’acido. Con un background in meccanica il dottor Konig intuì che la configurazione non era dovuta ad un caso fortuito, ma che il vaso di argilla altro non era che un’antica pila elettrica. Questa batteria, insieme alle altre trovate in Iraq, si trova nel museo di Bagdad e risalgono all’occupazione parto-persiana, tra il 248 a.C. e il 226 d.C.

LE LAMPADE DI DENDERA
In diversi luoghi all’interno del tempio tardo Tolemaico di Hathor a Dendera, in Egitto, strani bassorilievi sulle pareti intrigano da anni gli studiosi. Difficile, infatti, per loro spiegarne la natura, sulla scorta di temi mitico-religiosi tradizionali, ma nuove e più moderne interpretazioni ci giungono dal campo dell’ingegneria elettronica. In una camera, il numero 17, il pannello superiore, mostra alcuni sacerdoti egiziani che fanno funzionare quelli che appaiono come tubi oblunghi che compiono diverse funzioni specifiche. Ogni tubo ha all’interno un serpente che si estende per tutta la sua lunghezza. L’ingegnere svedese Henry Kjellson, nel suo libro "Forvunen Teknik" (tecnologia scomparsa) fece notare che nei geroglifici quei serpenti sono descritti come "seref", che significa illuminare, e ritiene che si riferisca a qualche forma di corrente elettrica. Nella scena, all’estrema destra, appare una scatola sulla quale siede un’immagine del Dio egiziano Atum-Ra, che identifica la scatola quale fonte di energia. Attaccato alla scatola c’è un cavo intrecciato che l’ingegner Alfred D. Bielek identifica come una copia esatta delle illustrazioni odierne che rappresentano un fascio di fili elettrici. I cavi partono dalla scatola e corrono su tutto il pavimento, arrivando alle basi degli oggetti tubolari, ciascuno dei quali poggia su un sostegno chiamato "djed" (lo Zed) che Bielek identificò con un isolatore ad alto voltaggio. Ulteriori immagini trovate all’interno della cripta mostrano quelle che potrebbero essere altre applicazioni del congegno: sui bassorilievi si vedono uomini e donne assisi sotto i tubi, come in una postura per creare una modalità ricettiva. Che tipo di trattamento irradiante vi si stava svolgendo?

LA COLONNA DI ASHOKA
La cosiddetta colonna di Ashoka è una testimonianza dell’antica abilità metallurgica a Dheli, India. È alta oltre sette metri, per circa 40 cm di diametro e pesa sulle sei tonnellate. Sulla base vi è un’iscrizione quale epitaffio per il re Chandra Gupta II che morì nel 413 DC. La colonna è mirabilmente conservata; la superficie liscia sembra ottone lucidato e il mistero si infittisce visto che qualsiasi altra massa di ferro soggetta alle piogge e ai venti dei monsoni indiani per 1600 anni si sarebbe ridotta in ruggine molto tempo fa. La produzione del ferro e le tecniche di conservazione vanno ben oltre quelle del quinto secolo; è probabilmente molto più antico, di molte migliaia di anni. Chi furono i misteriosi tecnici metallurgici che produssero tale meraviglia, e che fine ha fatto la loro civiltà?

IL COMPUTER DI ANTIKYTHERA
Pochi giorni prima della domenica di Pasqua del 1900 alcuni subacquei greci della piccola isola di Antikythera scoprirono il relitto di un’antica nave piena di statue di marmo e bronzo e artefatti vari, datati tra l’85 e il 50 a.C. Tra i reperti spiccava un frammento informe di bronzo corroso e legno marcio che fu mandato insieme agli altri oggetti al museo nazionale di Atene per ulteriori studi. I frammenti di legno, nell’asciugarsi si spaccarono, rivelando al loro interno lo schema di una serie di ingranaggi simili a quelli di un moderno orologio. Nel 1958 il dottor Derek J. De Solla Price riuscì a ricostruire con successo l’aspetto e l’impiego della macchina. Il sistema di rotelle calcolava i movimenti annuali del sole e della luna e si poteva muovere facilmente da dietro a qualsiasi velocità. L’apparecchio quindi non era un orologio, ma più verosimilmente una sorta di calcolatore, che poteva mostrare le posizioni passate, presenti e future del cielo.

VOLO NELL'ANTICO EGITTO
Nel 1898 uno strano oggetto alato fu rinvenuto nella tomba di Pa-di-Imen, a Saqqara, in Egitto, datato circa 200 a.C. La nascita della moderna aviazione doveva ancora arrivare, quindi, l’oggetto fu semplicemente catalogato e mandato al Museo del Cairo, dove fu lasciato a impolverarsi ammucchiato con altri oggetti. Settanta anni dopo, il dottor Kahlil Messiha, archeologo ed egittologo, si rese conto che l’oggetto di Saqqara non era di certo la raffigurazione di un uccello. Possedeva caratteristiche mai riscontrate sugli uccelli, caratteristiche che fanno parte della moderna tecnica aeronautica. Vista la situazione, Messiha convinse il ministero della cultura egiziana a indagare. L’oggetto è molto leggero e presenta ali dritte, progettate aerodinamicamente. Un pezzo separato si inserisce nella coda precisamente come un moderno aereo. Una versione in larga scala avrebbe potuto portare carichi pesanti, ma a velocità ridotta. Quella che rimane sconosciuta è la fonte energetica.

UN JET DAL SUD AMERICA
Nel 1954 il governo della Colombia mandò parte della sua collezione di antichi oggetti d’oro in un tour negli Stati Uniti. Fra i monili, un pendente d’oro che riproduceva un modello di velivolo ad alta velocità databile ad almeno 1000 anni fa, identificabile come parte della cultura pre-Inca Sinu. La conclusione degli studiosi è che non rappresenti alcun animale, in quanto le ali sono molto rigide e a delta. Il timone è di forma triangolare, a superficie piatta e rigidamente perpendicolare alle ali. A rendere più fitto il mistero, sulla parte laterale sinistra del timone appare un’insegna, esattamente dove si pone nei velivoli odierni. L’insegna è ancora più "fuori posto" di tutto l’oggetto in quanto si tratterebbe della lettera aramaica beth o B. Questo starebbe ad indicare che l’oggetto non sarebbe originario della Colombia ma antecedente, proprio di una qualche popolazione del Medio Oriente che conosceva il segreto del volo.

TESCHI DI CRISTALLO DI ATLANTIDE
Senza dubbio il cristallo più enigmatico è il teschio, scoperto nel 1927 da F.A. Mitchell-Hedges sulla cima di un tempio in rovina nell’antica città maya di Lubaantum, Belize. Il teschio era fatto di un singolo blocco di quarzo alto 12 cm, lungo 17 e largo dodici. Le sue proporzioni corrispondono perfettamente a quelle di un piccolo cranio umano, dai dettagli perfetti. Molte anomalie vennero riscontrate durante gli studi effettuati nel 1970. Non furono usati strumenti di metallo per modellare il quarzo, che era stato trattato senza badare assolutamente all’asse naturale del cristallo, situazione impensabile nella moderna arte della lavorazione del quarzo. Secondo gli studiosi gli venne dato un primo abbozzo di forma usando probabilmente il diamante. La fase di lucidatura e forma finale dovrebbe essere stata fatta con sabbia di cristalli di silicio e acqua. Se questo fosse vero, avrebbe richiesto trecento anni di lavoro continuo per ottenere il risultato finale. Al giorno d’oggi, dopo essere andati sulla Luna e aver scalato montagne, sarebbe impossibile riprodurre un simile oggetto.

CHI HA SPARATO ALL'UOMO DI NEANDERTHAL?
Nel museo di Storia Naturale di Londra si trova un teschio datato circa 38.000 anni fa, era paleolitica, rinvenuto in Zambia nel 1921. Sulla parete sinistra del teschio c’è un foro perfettamente rotondo. Stranamente non ci sono linee radiali attorno al foro o altri segni che indichino che il foro sarebbe stato prodotto da un’arma, una freccia o una lancia. Nella parete opposta al foro, il teschio è spaccato e la ricostruzione dei frammenti mostra che il reperto è stato rotto dall’interno verso l’esterno, come si fosse trattato di un colpo di fucile. Esperti forensi dichiarano che non può essere stato nulla di diverso da un colpo esploso ad alta velocità con l’intenzione di uccidere. Chi possedeva un fucile 38.000 anni fa? Certamente non l’uomo delle caverne, ma forse una razza più avanzata e civilizzata.

LE INCREDIBILI PIETRE DEL DOTTOR CABRERA
Una "capsula temporale" di immagini, unica, si trova ad Ica, Perù. Ventimila pietre e tavolette decorate con un grande assortimento di immagini, alcune delle quali fuori luogo e anacronistiche. Il proprietario è il fisico, archeologo dilettante e geologo dottor Javier Cabrera Darquea ("Le pietre di ICA" - Edizioni Mediterranee). La maggior parte del materiale impiegato è andesite grigia, di matrice granitica, semi cristallina, molto dura, difficile da incidere. La gente della regione è solita rinvenire tali pietre da secoli, sin dal 1500. Sulle pietre sono raffigurate scene di chirurgia e pratiche mediche molto sofisticate, in alcuni casi molto più avanzate dei giorni nostri: sono rappresentati tagli cesarei, trasfusioni di sangue, l’agopuntura come anestetico, delicate operazioni ai polmoni o ai reni e la rimozione di tumori. Ci sono anche immagini dettagliate di operazioni a cuore aperto o al cervello, e pietre che descrivono un trapianto di cuore seguendone tutta la procedura. Alcuni dottori hanno verificato che nelle pietre viene mostrato perfino un trapianto di cervello, a dimostrare che i chirurghi della preistoria erano di gran lunga più avanzati di noi in fatto di medicina.

MANUFATTI METALLICI DI MILIONI DI ANNI FA
Negli ultimi 30 anni i minatori della miniera d’argento di Wonderstone, in Sud Africa, hanno estratto dalla roccia diverse strane sfere di metallo, fino ad ora circa 200, che sono state analizzate all’università di Witwaterstand, Johannesburg, da eminenti professori di geologia. Le sfere metalliche somigliano a globi appiattiti di circa sette centimetri di diametro, di colore blu acciaio con riflessi rossastri e all’interno del metallo ci sono piccoli puntini di fibre bianche. Sono fatte di una lega di nichel e acciaio, che in natura non si trova, e la composizione principale è di origine meteorica. Il fatto che rende la cosa ancora più misteriosa è che gli strati geologici dai quali sono state estratte le pietre risalgono ad almeno tre miliardi di anni fa. Aggiungendo mistero al mistero, Roelf Marx, responsabile del museo presso il quale sono custodite le pietre, dice che periodicamente esse roteano sul loro asse da sole.

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