martedì 26 giugno 2012

Blind Spot

Sistema Anti-Aereo Pantsyr
Blind Spot è un termine inglese che significa angolo cieco, ossia quella porzione della visione complessiva  che non si riesce a codificare o a far correttamente intrepretare dal cervello anche se si continua ad avere una visione completa. Trasferendo il termine nella logica e nel discorso si intende l'incapacità di pensare e/o di vedere le conseguenze di certe azioni, pur avendone già tutti i dati oggettivi che portano a determinati esiti logici,  generalmente sottovalutando o trascurando elementi obiettivi che puntualmente mettono completamente in discussione il ragionamento iniziale fino a farlo fallire definitivamente. Ebbene quello che stiamo assistendo in Siria tra la Nato e gli anglo americani da un lato con supporto ( o guida come dicono alcuni esegeti) Israeliana e la Russia in primis con gli alleati arabi in secondo piano ( Siria e Iran) dall'altro,  rappresenta proprio questo cortocircuito logico.
Dopo l'abbattimento dello F-4 SuperPhantom da parte della contraerea siriana il 22 giugno, un altro aereo turco (di soccorso) è stato preso di mira, come urlato dal governo Turco. La situazione si arroventa di nuovo, dopo che sembrava essersi placata anche a causa della politica ondivaga del governo Turco palesemente sotto pressione Americana per alzare i livello dello scontro. Con curiosa insistenza si ripete che l’F-4 era un aereo da ricognizione. Invece è un caccia-bombardiere supersonico, vecchio sì, ma rammodernato nell’avionica dagli israeliani. Ciò che non si dice, e che i nostri media nazionali sono lungi dal pubblicare, è che l’aereo turco stava partecipando ad una delle più grandi manovre militari congiunte tenute dagli americani e dai suoi alleati musulmani nell’area: Arabia Saudita e Turchia, Giordania e persino Pakistan, francesi, italiani, eccetera. Si parla di 12 mila uomini di 19 Paesi, navi e aerei tutti a ridosso della Siria . La titanica esercitazione aereonavale si chiama qualcosa come «Leone all’Erta», ma ha un nome arabo, «El-Assad el-Mutaahib», studiato appositamente per mandare un messaggio al dittatore di Damasco, che si chiama Bashar Al-Assad ( il Leone). 
L' F-4 turco ben fornito di elettronica rasentava lo spazio aereo siriano «in ricognizione».Non fa molto piacere sapere che anche le nostre forze aeree partecipano a questo programma di intimidazione con il supporto politico del nostro governo e del  nostro Presidente; l'importante è distogliere gli Italiani da queste situazioni pericolose con una bella partita di calcio agli Europei.
Un ex esperto della intellighenzia militare russa,  Leonid Ivashov, ha affermato sulla Novosti che 
« ( Gli Americani) Hanno utilizzato la stessa tattica in Libia e in Yugoslavia. Se il governo turco non cede alle pressioni americane, questo incidente sarà risolto per via pacifica. Ma se approfittano di questa provocazione per scavalcare le forze di sicurezza dell’Onu ed attaccare, la guerra sarà inevitabile». Che non si tratti di una valutazione privata lo ha confermato il ministro della Difesa russo Sergei Lavrov: «Una replica dello scenario libico in Siria non sarà ammesso, e noi (i russi) lo possiamo garantire». 
F-4 Phantom
Come ha precisato rapidamente il sito israeliano DEBKA Files – a centrare il SuperPhantom turco è stato uno dei nuovi sistemi di contraerea fornito dai russi anche per difendere la loro base navale di Tartus a 90 km  più a sud del luogo dell'incidente. Si tratta «dei missili Pantsyr-1, autopropellenti e a medio raggio», ha scritto DEBKA, «un’arma capace di tirar giù un aereo che voli a quota superiore a 12 chilometri, come un missile da crociera. L’unità responsabile dell’agguato (sarebbe meglio chiamarlo di autodifesa) è la 73ma brigata della 26ma Divisione Anti-Aerea dell’esercito siriano...». E poi il sito israeliano aggiunge: «siccome questo sofisticato armamento è stato consegnato al regime di Assad solo da poche settimane, si deve ritenere che l’equipaggio locale non abbia finito l’addestramento e sia ricorso all’assistenza degli istruttori russi per spararlo (...) ultimamente, aviogetti militari turchi compiono missioni quasi quotidiane lungo la costa siriana. Apparentemente, Mosca e Damasco hanno deciso che era tempo di finirla con queste missioni, che fra l’altro spiavano i rifornimenti di armi russe transitanti dalle basi russe di Tarus e Latakia».
Da quando Vladimir Putin è stato rieletto alla presidenza, Washington tratta il governo russo come se non ne riconoscesse la legittimità. La Cia ammette pubblicamente di armare i cosiddetti ribelli in Siria. Hillary Clinton accusa il Cremlino di inviare ad Assad elicotteri da combattimento «per stroncare la rivolta» (mentre in realtà sono consegne di un vecchio contratto). I legittimi interessi della Russia in Siria non vengono riconosciuti. All’interno stesso della Russia, l’ambasciatore americano McFaul (un esperto in rivoluzioni colorate) coltiva ostentati rapporti con la variegata «opposizione» anti-Putin, la quale viene in molti casi finanziata da fondazioni americane collegate ai due partiti, repubblicano e democratico. Da ultimo Londra, obbedendo con zelo alla richiesta americana, ha cancellato l’assicurazione di una nave russa partita dal porto baltico di Kaliningrad sospettata di portare armamenti in Siria.
Una serie di umiliazioni deliberate, inflitte perchè a Washington si calcola che Mosca, potenza in declino, non possa nè voglia rischiare una guerra guerreggiata con l’immane superpotenza. Eppure il calcolo s’è mostrato ripetutamente sbagliato.  Già nel 2008, quando Usa e Israele armarono la Georgia fino ai denti, addestrandone le truppe, e spingendola a riprendersi manu militari le due provincie russofone di Abkazia e Sud-Ossetia, sicuri che Mosca avrebbe subito con la coda fra le gambe.  Mosca invece accettò la sfida con mano pesante, con mezzi aeronavali e di terra imponenti, non limitandosi e difendere le due enclaves ma passando all’offensiva nella Georgia stessa con l’occupazione della città di Gori, e praticamente schiacciando l’esercito georgiano coi suoi «istruttori» israeliani (anche allora l’attaco era stato preeceduto da una grande manovra militare americo-israeliana in Georgia, chiamata Caucasian Milestone: ciò aveva messo sull’avviso i russi, che per questo avevano già posizionato notevoli forze a ridosso della zona).
Un’altra lezione dimenticata fu l’audace colpo di mano russo in piena guerra del Kossovo, mentre la NATO bombardava Belgrado ed entrava con le sue truppe nel Kossovo. Era il giugno 1999, e la vittoria occidentale sembrava completa, quando 200 commandos russi (originariamente stanziati in Bosnia-Erzegovina come Caschi Blu) operarono una penetrazione-lampo ed occuparono di sorpresa l’aeroporto di Pristina (la capitale kossovara), impedendo di fatto l’atterraggio degli aerei logistici americani e occidentali. 
Erano circondati dalle forze Nato, assolutamente preponderanti. Ma i nostri soldati, al confronto, sembravano soldatini di piombo: belli, con le loro mimetiche ed automezzi nuovi fiammanti e mai usati, prontissimi ad una grande esercitazione militare; ma quelli a cavalcioni sui vecchi cannoni, non stavano facendo un’esercitazione. Facevano la guerra.
Sappiamo solo oggi che il comandante supremo americano della Nato, Wesley Clark, fuori di sè (una carriera rovinata...), ordinò di riconquistare l’aeroporto con la forza – ingiungendo l’attacco a 500 teste di cuoio britanniche e francesi; ma allora furono gli inglesi a disobbedire all’ordine, e il generale britannico Mike Jackson disse a Clark: «Non ho intenzione di cominciare la terza guerra mondiale per voi».
Anche quella volta la Russia reagiva ad una umiliazione deliberata: aveva chiesto di partecipare alla operazione di peacekeeping (successiva alla sconfitta serba) in un suo settore indipendente dalla Nato – a garanzia del regime di Belgrado – e ricevuto un oltraggioso rifiuto – dopotutto, la Russia era economicamente un paese in rovina, debole e costretto alla passività, secondo le valutazioni Usa. Invece, col colpo di mano di Pristina, Mosca rovesciò la situazione ed inflisse una umiliazione vergognosa a chi voleva umiliarla.
Purtroppo gli americani in primis e a seguito i suoi alleati non capiranno mai queste genere di lezioni, per via dell’ineliminabile incapacita logica del loro iper-militarismo. L’abbattimento dell’F-4 turco da parte dei siriani (o meglio, dei loro istruttori russi) ha dimostrato che Mosca ha piazzato in Siria un sistema anti-aereo dall’archiettura a maglie mobili, dunque non facilmente localizzabili ( e ciò ha sorpreso gli occidentali) e capace di sfidare la loro pretesa supremazia aerea. Ha mostrato che non occorre una forza assoluta per strappare un successo politico. Ha intaccato la presunzione su cui si basa tutta l’aggressività americana nei numerosi teatri in cui opera, di possedere la assoluta dominance del cielo, e certo ha fatto tremare qualche alto burocrate in divisa al Pentagono che pensa alla carriera: «far paura», dopotutto, non è il cuore dell’arte della guerra?
Inoltre la Russia ha mandato ha mandato una serie di segnali alla Turchia e ai suoi alleati occidentali avvertendoli che stanno giocando pericolosamente con il fuoco.
Ovviamente questo è il rischio: che il gioco combinato dell’astuzia audace contro la presunzione di superiorità totale occidentale finisca per scatenare anche senza volerlo la  terza guerra mondiale paventata dal generale britannico che si rifiutò di attaccare i russi a Pristina. Del resto, il sistema di comando occidentale, in questa fase di crisi profondissima dell’impero americano, non è affatto unitario: e se certo Obama non vuole una nuova guerra mentre affronta le elezioni presidenziali, e persino Israele è prudente sulla questione siriana, non mancano forze (Da Wall Street alla lobby petrolifera) a cui invece una crisi «regionale» pare utile, se non altro perché il prezzo del petrolio cala e, siccome la quotazione del dollaro è agganciata al greggio, è necessario rincararlo. C’è da tremare quando si comprende che ad Obama, queste forze non obbediscono e puntano sul suo successore, un qualunque guerrafondaio repubblicano che prosegua le politiche neocon. È ancor più agghiacciante constatare che gli uni e gli altri poteri americanisti sono mossi da motivazioni futili, senza visioneLe reti dedicate alla «demolizione soft» della Russsia di Putin sono pienamente all’opera, continuano a mestare per il «regime change» a Mosca, e sono fra quelle che non obbediscono ad Obama (ma chi gli obbedisce, dopotutto, in America?). Washington continua a sfidare cocciutamente il Cremlino, visti i continuati e comprovati finanziamenti che i «movimenti pro-democracy» ricevono dalle fondazioni Usa. La loro diagnosi è sempre quella che gli americani hanno visto smentire tante volte: non solo Putin è un illuso irrazionale (come Ahmadinejad dicono), e la sua autorità è transitoria, perchè minata dalla vittoriosa opposizione interna; non solo gli occidentali gli possono dare con degnazione dei consigli sugli «interessi nazionali» russi da perseguire; la Russia non conta nulla, il suo arsenale è un vecchiume, la si può mortificare e non riconoscere impunemente.
La situazione è assolutamente seria ed estremamente pericolosa.
È questo angolo cieco invincibile ad essere molto pericoloso. Magari, il petrolio rincarerà secondo gli auspici. Se mai ci sarà un dopo.  E tutto per questa incapacità di capire la realtà; per questo maledetto Blind Spot.


mercoledì 20 giugno 2012

Conflitto Cina


Gli Stati Uniti hanno sviluppato una strategia dettagliata, complessa e ramificata per minare l'ascesa della Cina a potenza globale. La strategia include mosse economiche, politiche e militari studiate per indebolire la crescita dinamica cinese e contenere la sua espansione all'estero.

Strategie economiche
Washington, appoggiata dalla stampa finanziaria più autorevole, così come dai principali economisti ed "esperti", sostenne che occorreva intervenire nelle politiche economiche interne cinesi con misure pensate per smembrare il suo modello di crescita dinamica. La richiesta più diffusa è che la Cina sopravvaluti la sua valuta in modo da corrodere i suoi margini di competitività e indebolire le industrie impegnate nell'esportazione dinamica. Nel passato, tra il 2000 e il 2008, la Cina ha rivalutto il suo tasso di scambio del 20%, riuscendo comunque a duplicare le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti . Ci sono riusciti aumentando la produttività, diminuendo i tassi di profitto e migliorando i controlli di qualità. Inoltre, il problema dei bilanci negativi per gli affari statunitensi è un problema cronico e mondiale - gli USA hanno bilanci negativi con oltre 90 paesi, inclusi Giappone e Unione Europea . La coalizione anti-cinese, guidata dal complesso Washington - Wall Street, ha continuato a fare dure pressioni su Pechino affinché deregolamentassi il proprio settore finanziario per facilitare la scalata dei mercati finanziari cinesi, invocando violazioni di "scambi ed investimenti". La Casa Bianca vede nel potente settore finanziario l'unica leva attraverso la quale conquistare le vette di comando dell'economia cinese, attraverso fusioni ed acquisizioni. Questa campagna ha perso forza durante le crisi del periodo 2008 - 2010, indotta dall'attività speculativa di Wall Street. Il sistema finanziario cinese ne è stato a mala pena colpito, grazie alla sua struttura di regolamentazione pubblica rigida e grazie ai vincoli sull'ingresso delle banche statunitensi. Washington ha imposto misure protezioniste, contrarie alle regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sotto forma di tariffe sulle esportazioni cinesi di acciaio e abbigliamento, e il Congresso ha minacciato una tassa del 40% su tutte le esportazioni cinesi negli Stati Uniti - un invito ad una "guerra d'affari".
Gli Stati Uniti hanno bloccato svariati investimenti cinesi a larga scala, nonché l'acquisto di compagnie petrolifere, società tecologiche e altre imprese. In opposizione a questo, la Cina ha permesso alle multinazionali statunitensi di investire decine di miliardi di dollari e di subappaltare in vari settori dell'economia cinese. La Cina, come potenza mondiale emergente, è sicura del fatto che la propria economia dinamica può arginare le corporazioni statunitensi nella loro crescita, mentre gli Stati Uniti, di fronte al deterioramento della propria posizione, si preoccupano per qualunque accelerazione della "scalata cinese", una preoccupazione generata dalla fragilità economica, nascosta e camuffata da una retorica di "minaccia alla sicurezza".
Washington ha incoraggiato gli investitori oltreoceano e i fondi di investimento a sovranità cinese a creare un collegamento con le società finanziarie statunitensi impegnate in attività speculative, sperando così di rafforzare l'afflusso di capitali negli Stati Uniti e di creare una "cultura della speculazione" in Cina, per indebolire la produzione di capitale nell'apparato di pianificazione statale.
La Casa Bianca ha intensificato le sue minacce di rappresaglia economica in modo da minare ed escludere le esportazioni cinesi, oltre ad assicurare concessioni che compromettano la legittimità politica interna dei suoi governanti, se e quando dovessero accettare i dettami di Washington. I leader politici cinesi che dovessero concedere agli Stati Uniti la possibilità di decidere le politiche economiche interne provocherebbero pesanti opposizioni da parte degli uomini d'affari e dei lavoratori, che sono prevenuti nei confronti di quelle politiche. Una volta compromessi e indeboliti, messi di fronte ad un'opinione pubblica indiammata, i leader cinesi affronterebbero le pressioni interne ed esterne - mettendo a serio rischio la stabilità della Cina.
Washington ha dato vita ed orchestrato una campagna sui media internazionali, mobilitando il Fondo Monetario internazionale e l'Unione Europea per indebolire il modello industriale cinese, accusando la sua ascesa come potenza mondiale del proprio declino. Dai principali cronisti della stampa finanziaria "seria" alla sensazionale stampa scandalistica a grande tiratura, dai leader politici del Congresso ai funzionari anziani dell'esecutivo, ai proprietari di aziende manifatturiere non competitive e sindacalisti burocrati di un movimento laburista moribondo, è stata allestita una campagna per "affrontare" la Cina con una schiera di crimini e peccati che si estendende dalla competizione scorretta, salari bassi, sussidi statali, fino alla qualità scadente e alla scarsa sicurezza dei prodotti.
Gli accademici, gli economisti, i consulenti, gli esperti finanziari statunitensi e inglesi profondamente radicati nell'impero hanno incoraggiato le proprie controparti cinesi, così come gli investitori e i politici stranieri, a diffondere politiche in linea con le richieste della Casa Bianca. Lo scopo era di facilitare l'ingresso statunitense e di limitare l'espansione cinese verso l'estero.
Ogni giorno gli "esperti" statunitensi scroprivano nuover ragioni per invocare una "crisi imminente" in Cina: l'economia sta rallentando, o crescendo troppo in fretta; una "bolla" è pronta ad esplodere nel campo immobiliare ; le banche sono sovraccaricate da debiti, ponendo il sistema finanziario a rischio di collasso; l'inflazione sta crescendo senza controllo; gli investimenti oltreoceano stanno seguendo percorsi coloniali; l'economia è sbilanciata, troppo legata all'esportazione e non al consumo interno; la competitività delle esportazioni è uno dei fattori principali di squilibrio negli affari globali; i rapporti con la crescite economica asiatica minacciano la sicurezza nazionale cinese, ecc... Queste e molte altre argomentazioni, presentate come serie analisi economiche sul Financial Times, il Wall Street Journal e il New York Times, sono studiate per incolpare la Cina delle debolezze e del declino della competitività economica statunitense nel mondo. Lo scopo è quello di influenzare ed esercitare pressioni sui neoliberali cinesi "malleabili" o "accomodanti" affinché cambino le loro politiche. Cosa altrettanto importante, queste "critiche" sono pensate per unificare l'élite degli affari, della politica e militare, oltre a giustificare azioni aggressive nei confronti della Cina. Il problema di base con le analisi di questi esperti è che sono stati confutati dalla continua crescita dinamica della Cina, dalla sua abilità a gestire e regolare i prestiti finanziari per prevenire l'esplosione della bolla, dall'accoglienza sempre migliore da parte segli ospiti africani verso nuovi accordi di investimento, grazie a prestiti relativamente generosi e progetti per infrastrutture affiancati ad investimenti nel settore estrattivo. Più di recente Washington ha convinto India e Brasile ad unirsi al coro di accuse alla Cina per scorrettezze negli affari, una delle alleanze piè pericolose che si stiano formando.

Offensiva politica
Il declino delle potenze imperialiste affermate, come gli Stati Uniti di oggi, ha un repertorio di automatismi pensati per screditare, sedurre, isolare e contenere le potenze mondiali emergenti come la Cina, mettendole sulla difensiva.
Uno degli stratagemmi politici che dura da più tempo è la campagna di propaganda americana per i diritti umani, con cui sottolinea le violazioni perpetrate dalla cine, ignorando i propri attacchi e minimizzando le azioni dei propri alleati, come quelle dello stato di Israele. Screditando la politica interna cinese, il Dipartimento di Stato spera di gonfiare artificialmente l'autorità morale degli Stati Uniti e di spostare l'attenzione dalle proprie violazioni ai diritti umani, a lungo termine e su larga scala, costruendo una coalizione anti-Cina.
Mentre la propaganda sui diritti umani viene usata come arma per combattere l'avanzata economica cinese, Washington cerca la cooperazione della Cina nel tentativo di rallentare il proprio declino. I diplomatici statunitensi insistono nel voler "trattare la Cina alla pari", riconoscendola come "potenza mondiale" che deve "assumersi le proprie responsabilità".
Dietro a questa retorica dipomatica c'è lo sforzo di costringere la Cina ad una politica di collaborazione e di sostegno alle strategie statunitensi come socio giovane, alle spese degli interessi economici cinesi. Ad esempio, se da un lato la Cina ha investito miliardi di dollari in joint venture con l'Iran e ha sviluppato relazioni d'affari in crescita, Washington pretende il supporto cinese per sanzioni che indeboliscano e degradino l'Iran per aumentare il potere militare statunitense nel Golfo. In altre parole, la Cina dovrebbe rinunciare all'espansione del proprio proprio mercato per condividere la "responsabilità" nel controllo del mondo, cosa in cui gli Stati Uniti primeggiano. Allo stesso modo, sintetizzando il significato delle richieste avanzate dalla Casa Bianca di "assunzione di responsabilità" per "ribilanciare l'economia mondiale", questo si riduce ad imporre a Pechino una riduzione della propria crescita dinamica, in modo da permettere agli Stati Uniti di ottenere vantaggi negli affari e di ridurre ("ribilanciare") il proprio deficit.
Alternando gesti simbolici e positivi, come il riferirsi a Stati Uniti e Cina come il G2, le due potenze mondiali determinanti, la Casa Bianca ha di fatto incoraggiato un "fronte unito" con l'Unione Europea contro le presunte manovre cinesi di "protezionismo", "manipolazione della valuta" e altre norme economiche "ingiuste" .
Agli incontri internazionali come la recente conferenza tenutasi a Copenhagen sul riscaldamento globale, l'incontro sul GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, ovvero l'accordo generale su tariffe e scambi, ndt), in cui si è discussa la liberalizzazione degli scambi, e l'incontro delle Nazioni Unite sull'Iran, Washington ha tentato di demonizzare la Cina indicandola come il principale ostacolo alla buona riuscita degli accordi globali, allontanando l'attenzione dalle azioni cinesi, quali la conformità agli standard sul clima, con cui si posiziona ben al di sopra degli Stati Uniti, l'opposizione al protezionismo e la ricerca di negoziazioni con l'Iran.
Nel tempo, questa offensiva imperialista ha provocato una risposta aggressiva da parte della Cina, che ha raggiunto una maggiore fiducia nelle proprie capacità di gestione del potere.

Strategie per contrastare le potenze imperialiste affermate
Una delle risposte più formidabili ed efficaci di una potenza economica emergente verso gli sforzi fatti da potenze imperialiste affermate per bloccare la sua avanzata è... di continuare a crescere ad un tasso raddoppiato o triplicato rispetto alla decrescita del suo avversario. Nulla mette alla prova la propaganda di "crisi" emanata dagli esperti statunitensi quanto, ad esempio, la notizia che nel primo trimestre del 2010 la Cina ha avuto una crescita del 12%, sei volte quanto previsto per gli Stati Uniti . La politica cinese nei confronti degli attacchi e delle minacce statunitensi è stata soprattutto reattiva e difensiva, anziché aggressiva, specialmente durante la prima decade dell'avanzata verso la condizione di potenza globale.
La Cina ha sostenuto che il proprio tasso di scambio fosse un "affare interno" e ha risposto alle richieste statunitensi, rivalutando la propria valuta (2006 - 2008) del 20%. Più tardi la Cina ha specificato che il trambusto relativo alla valuta aveva poco a che fare con il deficit di scambi degli Stati Uniti, evidenziando come questo fosse legato alla debolezza strutturale dell'economia statunitense, ovvero ai pochi risparmi, la bassa creazione di capitale e la perdita di competitività.
Inizialmente la Cina ha protestato soltanto per quanto riguarda gli attacchi ai diritti umani, negando le proprie colpe o sostenendo che riguardassero affari interni. A partire dal 2010, comunque, la Cina ha iniziato a muoversi in maniera più aggressiva, pubblicando il proprio inventario di violazioni ai diritti umani perpetrate dagli Stati Uniti . Quando Washington ha protestato per le violazioni ai danni dei separatisti Tibetani e Uiguri, la Cina ha rimproverato l'interferenza americana negli affari interni cinesi e ha minacciato di compiere rappresaglie, cosa che ha spinto Washington a fermare la propria crociata.
Pechino ha incoraggiato le multinazionali statunitensi ad investire in Cina e ad esportare i prodotti negli Stati Uniti. Vista la crescita complessiva cinese, l'ingresso delle corporazioni non ha aumentato il potere americano, ma piuttosto ha fornito alla Cina una lobby a Washington che si è opposta alle misure protezioniste.
La Cina ha fatto poco per vincolare l'espansione oltreoceano degli Stati Uniti, (dal momento che Washington ha un'eccellente attività di autodistruzione) e si è invece preoccupata di rafforzare la propria strategia su base economica di aumento degli investimenti, prendendo in prestito la tecnologia e arricchendo le proprie industrie di alta tecnologia. La Cina, nonostante le pressioni ricevute da Washington, si è rifiutata di appoggiare la sua campagna di sanzioni nei confronti dell'Iran e ha deciso di creare legami commerciali con l'Afghanistan, laddove l'occupazione militare statunitense costa miliardi di dollari e allontana gran parte degli afghani, inclusi i suoi investitori. La Cina ha rifiutato di dare il proprio supporto alla strategia militare di Obama, volta a rafforzare l'impero. Se da un lato, quindi, partecipa agli incontri e alle conferenze bilaterali, dall'altro la strategia cinese è di non fare concessioni che possano mettere a rischio i suoi mercati oltreoceano, senza mettere direttamente a confronto le missioni militari promosse da Obama.
Cosa ancor più singolare, in Asia i paesi in maggior crescita hanno ignorato gli avvertimenti americani circa la "minaccia alla sicurezza" rappresentata dalla Cina e hanno espanso i loro affari e legami economici con il loro vicino. Col tempo l'Asia sta rimpiazzando gli Stati Uniti come il partner d'affari di Pechino con la crescita più rapida. Più di recente, nell'aprile 2010, l'India ha espresso preoccupazione sull'iniquità dei propri scambi con la Cina ed ha intrapreso negoziazioni per aumentare le proprie esportazioni.
Nell'insieme, la strategia imperialista statunitense, volta ad arginare il proprio declino e bloccare la crescita della Cina come potenza mondiale, ha fallito. I politici e i detrattori finanziari della Casa Bianca hanno ignorato le importanti fondamenta su cui è costruito l'impero cinese e la sua capacità di rimediare agli squilibri interni per sostenere l'espansione dinamica.

Le colonne portanti del potere globale
La Cina, come era capitato ad altre potenze globali emergenti, ha tentato - in questo caso con successo e senza l'utilizzo della forza - di porre le basi per un'impero economico sostenibile. La strategia include una complessa miscela di misure adottate dentro e fuori dai confini:
1. Gli investimenti oltroceano, per assicurarsi risorse strategiche, specialmente energia, metalli e cibo

2. Gli investimenti interni di alto livello, per incrementare la capacità manifatturiera, introducendo tecnologia avanzata per migliorare il valore aggiunto e smorzare la propria dipendenza dall'importazione di componenti. Elevati investimenti sono percepiti come necessari per sostenere la competitività nelle esportazioni.

3. Le consistenti spinte a migliorare l'istruzione della forza lavoro, al fine di ottenere la supremazia industriale - con maggior rilievo ad ingegneri, scienziati e manager industriali rispetto a speculatori, banchieri e avvocati. Ad ogni modo, gli sforzi della Cina per promuovere la propria forza lavoro non otterranno successi a meno che non vengano riconosciuti ed integrati quei 200 - 300 milioni di lavoratori emigranti i cui figli sono attualmente esclusi dall'istruzione avanzata nelle principali città del paese.

4. Gli investimenti multi miliardari nelle infrastrutture, includendo dozzine di nuovi aeroporti, autostrade ad alto scorrimento e corsi d'acqua a creare collegamenti tra le regioni costiere e l'interno del paese, aumentando la crescita dinamica delle industrie. Tra i risultati, una minore migrazione ai centri di manifattura costieri, che in alcuni casi ha comportato scarsità di lavoro, ma che poi ha anche permesso un aumento significativo dei salari e minori squilibri geografici nello sviluppo dei poli vecchi e nuovi.

5. Mentre il lavoro professionalizzato comincia a prendere il posto di quello non professionalizzato, e mentre la crescita dinamica scala le vette della produzione ad alto valore aggiunto, altrettanto fanno i salari medi e la consapevolezza sociale, consentendo di diminuire la pressione sociale dovuta alle disuguaglianze tra classi.

6. Come risultato delle pressioni sociali, evidenziate in oltre 100.000 proteste locali, scioperi e dimostrazioni all'anno, il governo si è mosso cercando di diminuire le tensioni di classe, e lo ha fatto in parte con investimenti in assistenza sociale e altre spese di natura sociale. La Cina si sta spostando dall'acquisto di buoni del Tesoro statunitensi agli investimenti in sussidi per la sanità e l'istruzione pubblica nelle aree rurali. Riportando lo Stato nello sviluppo sociale, anziché affidarsi al mercato, che ha dimostrato la propria inefficienza, la Cina sta migliorando e ammodernando i processi di produzione nei lavori rurali.

Riassumendo, le colonne portanti della spinta dinamica cinese a diventare una potenza globale risiedono nel ribilanciamento dell'economia, nel miglioramento della propria base produttiva, nell'espansione del mercato interno, nel perseguire la crescita e la stabilità sociale e nel massimizzare l'accesso agli articoli essenziali alla produzione.


La versione cinese del "ribilanciamento" dell'economia: nuove contraddizioni

Il ribilanciamento cinese dell'economia interna è stato accompagnato da una trasformazione delle rapporti economici con gli Stati Uniti. Visto l'atteggiamento apertamente ostile adottato dai leader del Congresso e vista la condizione stagnante del mercato americano, la Cina ha aumentato i propri affari ed investimenti con l'Asia, in modo da diminuire la propria idpendenza dal mercato statunitense e con essa il rischio di dover affrontare la morsa protezionista. Sebbene la Cina sia ancora un "creditore" per gli Stati Uniti, sta spostando i propri investimenti in affari più produttivi (e lucrativi). Non tutte le speculazioni cinesi oltreoceano sono state un successo, si vedano ad esempio alcuni uomini d'affari "istruiti in occidente", che hanno perso svariati miliardi di dollari investendo nel gruppo Blackstone o simili.

Il "ribilanciamento della crescita" cinese ottenuto attraverso il rafforzamento delle fondamenta per successive espansioni, deve affrontare rischi maggiori provenienti dall'interno che non dall'esterno. Entro i confini cinesi, svariati cambiamenti nella struttura sociale possono mettere in pericolo la stabilità del sistema, così come è successo per altre potenze affermate. La spinta verso un'espansione oltreoceano ha dato vita ad una parte della nuova classe dirigente pubblico-privato che ignora la necessità di sviluppare un mercato interno, specialmente per quello che riguarda gli investimenti nello sviluppo sociale. In secondo luogo, l'intera classe dirigente e l'élite al governo, se da un lato appoggiano formalmente il bisogno di migliorare le condizioni di lavoro, costruendo una rete di sicurezza sociale nelle aree rurali ed estendendo il diritto alla salute e all'istruzione agli emigranti, dall'altro si rifiutano di aumentare le proprie tasse, si oppongono a qualunque politica di redistribuzione e difendono i propri privilegi di famiglia creando le condizioni affinché si intensifichino le tensioni e i conflitti di classe.

Altrettanto deleterio per il futuro delle fondamenta dell'espensione cinese è l'emergere di una classe di speculatori particolarmente influente, soprattutto nel campo immobiliare, bancario e in quell'élite politica locale che favorisce le bolle economiche, che a loro volta minacciano l'intero sistema finanziario. Mentre il regime, nonostante il controllo sulla politica monetaria e sul sistema finanziaro, adotta strategie per "sgonfiare" la bolla, non fa nulla dal punto di vista strutturale che possa insidiare questo settore o la classe dirigente. Inoltre, la speculazione nell'ambito immobiliare aumenta il costo delle case oltre le possibilità di gran parte dei lavoratori, e allo stesso tempo i prezzi gonfiati delle terre permettono l'espropriazione arbitraria dei proprietari da ufficiali locali e regionali legati agli speculatori edilizi, alimentando agitazioni di massa e in alcuni casi violente proteste.

La crescita delle importazioni, degli speculatori finanziari e di coloro che diventano miliardari grazie ad investimenti immobiliari potrebbe garantire un'apertura per il settore principale dell'impero statunitense: la classe dirigente finanziaria, immobiliare e delle assicurazioni. Fino ad ora le ripetute crisi ed instabilità indotte da questi settori nei periodi 1990 - 2001, 2000 - 2002, 2007 - 2010, hanno messo in pericolo la loro abilità di infiltrarsi nell'economia cinese.

Vista la continua crescita della Cina, particolarmente evidente oggi, con un +9% nel 2009 e un +12% nel 2010, mentre gli USA rantolavano attorno ad una crescita zero, chi ha di più da perdere se e quando Washington deciderà di innescare una guerra commerciale?


Confronto esterno sulla riorganizzazione interna: con gli USA ?

Gli Stati Uniti ha contratto debiti con almeno 91 paesi oltre alla Cina, a dimostrazione del fatto che il problema risiede nella struttura dell'economia statunitense. Qualunque misura punitiva per limitare le esportazioni cinesi negli USA non farebbero altro che aumentare i debiti con altri esportatori concorrenti. Una diminuzione delle importazioni statunitensi dalla Cina non risulterebbero in un aumento della manifattura americana, a causa della natura sottocapitalizzata di quest'ultima, direttamente legata alla posizione dominante del capitale finanziario nel trovare e nel ridistrubuire i risparmi. Inoltre, "terzi" paesi potrebbero ri-esportare prodotti fabbricati in Cina, mettendo gli Stati Uniti nella non invidiabile posizione di dover ingaggiare una guerra commerciale con chiunque oppure ammettere il fatto che un'economia basata sulla finanza, al giorno d'oggi, non è competitiva.

La decisione della Cina di trasferire sempre di più il proprio surplus dagli acquisti in buoni del Tesoro statunitense in investimenti più produttivi, come ad esempio lo sviluppo del proprio "hinterland" o speculazioni strategiche oltreoceano in materie prime e nel settore energetico, potrebbero forzare il Ministro del Tesoro americano ad aumentare i tassi d'interesse per impedire una massiccia fuga dal dollaro. Tassi d'interessi in aumento potrebbero giovare ai commercianti, ma potrebbero anche affievolire qualunque possibilità di recupero o addirittura far affondare il paese di nuovo nella depressione. Nulla indebolisce un impero globale più del fatto di fover rimpatriare gli investimenti oltreoceano e vincolare i prestiti stranieri al sostentamento di un'economia interna in continuo riassetto.

Il perseguimento delle politiche protezioniste avrebbe un impatto maggiormente negativo sulle multinazionali americane in Cina, poiché la maggior parte dei loro prodotti viene esportata nel mercato statunitense: Washington si darebbe la zappa sui piedi. Non solo, una guerra commerciale potrebbe espandersi ed influenzare negativamente il mercato automobilistico degli Stati Uniti. General Motors e Ford fanno molti più affari in Cina che negli USA, dove stanno andando pesantemente in rosso. Una guerra commerciale da parte degli Stati Uniti avrebbe un impatto inizialmente negativo sulla Cina, fino a che questa non riuscisse a rimettersi in sella, traendo vantaggio dai potenziali 400 milioni di consumatori nelle regioni più interne del paese. Non solo, gli economisti cinesi stanno rapidamente diversificando gli scambi con l'Asia, l'America Latina, l'Africa, il Medio Oriente, la Russia, e anche con l'Unione Europea. Il protezionismo potrebbe creare qualche posto di lavoro negli Stati Uniti in alcuni settori manifatturieri non competitivi, ma costerebbe molti più posti di lavoro nel settore commerciale (Wal Mart), che dipende dagli articoli a basso prezzo per i consumatori con scarse possibilità economiche.

La retorica commerciale bellicosa sul Campidoglio e sulle politiche di contrasto diretto adottate dalla Casa Bianca è un atteggiamento pericoloso, pensato per deviare l'attenzione dalle debolezze profonde e strutturali delle basi su cui è fondato l'impero. Il settore finanziario pesantemente arroccato e l'altrettanto dominante metafisica militare, che impartisce ordini alla politica estera, hanno portato gli Stati Uniti lungo il ripido pendio delle crisi economoche croniche, delle costose guerre senza fine, delle disuguaglianze di classe ed etico-raziali sempre più profonde, così come del declino degli standard di vita.

Nel nuovo ordine mondiale competitivo multi-polare, gli USA non riescono a seguire con successo la tattica di ostacolare una potenza imperialista emergente bloccandole l'accesso a risorse strategiche attraverso boicottaggi coloniali. La Casa Bianca non riesce a fermare la Cina con i suoi investimenti lucrativi e gli accordi commericali nemmeno nei paesi sotto occupazione americana, come l'Iraq e l'Afghanistan. Per quanto riguarda i paesi sotto la sfera d'influenza americana, come il Taiwan, la Corea del Sud e il Giappone, il tasso di crescita degli scambi e degli investimenti con la Cina supera già di gran lunga quelli statunitensi. Tanto meno si può sperare da un assedio militare unilaterale, quindi gli Stati Uniti sembrano destinati a non poter contenere l'avanzata cinese come protagonista dell'economia mondiale, come potenza imperialista di recente affermazione.

La principale debolezza della Cina è al suo interno, nelle radicate divisioni di classe e nello sfruttamento di alcuni ceti, che l'attuale elite politica, profondamente legata da vincoli economici e familiari, potrà migliorare ma non eliminare. Per ora la Cina è stata in grado di espandersi a livello globale attraverso una forma di "imperialismo sociale", distribuendo una parte delle ricchezze prodotte all'estero ad un ceto medio urbano in crescita e a manager, professionisti, speculatori immobiliari e membri dei partiti regionali.

Al contrario, le conquiste militari oltreoceano degli Stati Uniti sono state costose e senza alcun ritorno economico, ma anzi, con danni a lungo termine all'economia civile, sia nelle sue manifestazioni interne che in quelle esterne. L'Iraq e l'Afghanistan non contribuiscono all'erario se si confronta con quanto è stato depredato dall'Inghilterra in India, Sud Africa e Rhodesia (Zimbabwe). In un mondo sempre più basato sui rapporti commerciali, le guerre coloniali non hanno futuro economico. Immensi budget militari e centinaia di basi, alleanze con stati neo-coloniali sono gli ultimi strumenti con i quali è possibile competere in un mercato globale. Questa è la ragione per cui gli Stati Uniti sono un impero in declino e la Cina, con il suo approccio di tipo commerciale, è un impero emergente con una "nuova modalità" (sui generis).


Transizione da impero a repubblica?

Di fronte all'evidente declino economico statunitense, la classe dirigente può ammettere che questo impero non è sostenibile? Gli Stati Uniti potrebbero aumentare le proprie esportazioni in Cina e la propria quota di scambi mondiali per bilanciare i conti solo se decidessero di portare avanti profondi cambiamenti politici ed economici.

Nulla all'infuori di una rivoluzione politica ed economica può ribaltare il declino degli Stati Uniti. La cosa fondamentale è dare un nuovo assetto all'economia statunitense, passando da basi finanziarie ad altre industriali, ma un cambiamento di questa portata richiede un maggior benessere sociale, anzichè un potere arroccato tra Wall Street e Washington. Quello che passa per l'attuale settore manifatturiero americano non dimostra alcuna spinta per un cambiamento così¨ storico. Al momento gli industriali hanno permesso l'acquisito quote o addirittura il rilevamento da parte di istituzioni finanziarie: hanno perso la loro caratteristica distintica come settore produttivo.

Anche assumendo che ci sia un cambiamento politico verso una nuova industrializzazione degli Stati Uniti, l'indistria dovrebbe abbassare i propri profitti, aumentare gli investimenti in ricerca applicata e sviluppo, e migliorare in modo significativo la qualità dei propri prodotti per diventare competitiva nei mercati interni ed esteri. Occorrerebbe ricollocare enormi somme ora impegnate in guerre, "marketing" e speculazioni, dedicandole a servizi sociali, quali piani di unificazione nazionale della sanità, ingegneria di alto livello e formazione professionale industriale avanzata, solo in questo modo si potrebbe aumentare l'efficienza e la competitività del mercato interno.

Il trasferimento di un bilione di dollari in spese militari per guerre coloniali potrebbe facilmente finanziare settori dell'economia come la produzione di beni di qualità per il consumo locale ed oltreoceano, includendo la riduzione di componenti tossiche nelle merci e nelle materie prime, oltre alle sorgenti energetiche dannose per l'ambiente.

Ricollocando il denaro speso nelle basi militari si potrebbe aumentarne l'afflusso e ridurne il deflusso all'estero. Ponendo fine ai legami politici e ai sussidi plurimiliardari agli stati militarizzati come Israele e abolendo le sanzioni sui principali mercati economici, come quello dell'Iran, si potrebbe diminuire lo sperpero di soldi dalle casse degli Stati Uniti e aumentarne l'ingresso, oltre alle opportunità per il settore produttivo da un capo all'altro del mondo musulmano, che conta circa 1.5 miliardi di persone.

Concentrando gli investimenti interni ed oltreoceano sui mercati in crescita dell'energia pulita e della tecnologia si creerebbero nuovi posti di lavoro e si abbasserebbero i costi di vita, migliorandone peraltro gli standard. Tasse di confisca per milionari/miliardari, specialmente per l'intera elite di Wall Street, e limiti superiori di tasso su tutte le entrate oltre il milione di dollari potrebbero finanziare la sicurezza sociale e un sistema sanitario pubblico su base nazionale, che ridurrebbe le spese sia all'industria che allo stato. Il passaggio da impero a repubblica richiede un totale riassetto del potere sociale, e una vasta ristrutturazione dell'economia. Solo allora gli Stati Uniti sarebbero in grado di competere economicamente con la Cina.

Un cambiamento da potenza imperialista militare, corrosa da un'elite politica corrotta e vincolata ad un'élite economica parassita e speculatrice, ad una repubblica produttiva con un'economia equilibrata e competitiva richiede cambiamenti politici fondamentali e una rivoluzione ideologica profonda. Per innescare questo riassetto politico ed economico occorre una nuova configurazione dello stato che persegua investimenti pubblici creando industrie competitive, che intensifichi il mercato interno ed aumenti i servizi sociali.

Per espandere i mercati esteri, Washington deve dare un taglio ai boicottaggi e al servilismo militare verso Israele, tanto propagandato dalla quinta colonna pro-isreliana radicata nelle più importanti istituzioni finanziarie e politiche, che hanno il pieno controllo dell'assemblea legislativa.

Porre fine alla costruzione di un impero su basi militari permetterebbe di dare il via ai finanziamenti pubblici per innovazioni tecnologiche civili; eliminando le restrizioni sulle vendite di articoli tecnologici all'estero si potrebbe ridurre il deficit di scambi, migliorando la produzione locale e i livelli di competitività.

Per un'accelerazione maggiore è necessario un confronto faccia a faccia tra gli ideologi del capitale finanziario e un rifiuto deciso di qualunque loro sforzo nel dirottare l'attenzione dal loro ruolo nella distruzione dell'America. La campagna di "biasimo" per la Cina, per ciò che in realtà è stato causato da squilibri strutturali interni agli USA, deve essere affrontato prima che ci porti ad una nuova, costosa ed autodistruttiva guerra commerciale, se non peggio.

Gli "squilibri" interni della Cina sono profondi e diffusi, pillarse col tempo possono indebolire le basi dell'espansione verso l'esterno. Le disuguaglianze di classe, lo sviluppo regional non uniforme, la corruzione della sanità pubblica e privata e i trattamenti discriminatori nei confronti degli emigranti, trattati come cittadini di serie B (un sistema di cittadinanza a due facce) saranno risolti internamente nonappena le divisioni socio-economiche si trasformeranno in lotta di classe. Cambiamenti radicali del sistema sanitario privatizzato in un sistema pubblico e nazionale sono essenziali, ma tali cambiamenti richiedono la ripresa della lotta di classe contro interessi acquisiti, sia statali che privati.


Conclusioni

Come già successo nel passato, una potenza imperialista che deve affrontare profondi squilibri interni, perdita di competitività nel mercato e un'eccessiva dipendenza dalle attività finanziarie va in cerca di retribuzioni politiche, alleanze militari e restrizioni commerciali che possano rallentare il proprio crollo. La propaganda, che fa leva su sentimenti sciovinisti utilizzando come capro espiatorio uno stato imperialista emergente e modellando le alleanze militari per "circondare" la Cina, non hanno avuto alcun impatto. Non hanno fermato i paesi geograficamente vicini alla Cina dal rafforzare i legami economici. Non c'è alcuna speranza che questo dato cambi nell'immediato futuro. La Cina continuerà a crescere con tassi a due cirfe. L'impero statunitense continuerà ad essere impantanato in una condizione di torpore cronico, nelle sue guerre senza fine, farà sempre più affidamento sulle potenzialità della sovversione politica, promuovendo i regimi separatisti che - prevedibilmente - collasseranno o verranno abbattuti. Gli Stati Uniti, a differenza delle potenze coloniali affermate del passato, non possono negare alla Cina l'accesso alle materie prime, come si è visto nel caso del Giappone. Viviamo in un mondo post-coloniale, dove la maggior parte dei regimi fa affari e investe denaro con chiunque paghi i prezzi di mercato. La Cina, a differenza del Giappone, dipende dalla salvaguardia dei mercati attraverso la competitività economica - potere di mercato - non dalla conquista militare. A differenza del Giappone, ha una forza lavoro consistente; non ha bisogno di conquistare e sfruttare lavoratori di paesi stranieri
La costruzione dell'impero cinese, basata sull'economia, è in sintonia con i tempi moderni, guidata da un'elite libera di creare legami senza rendere conto a nessuno, mentre gli Stati Uniti sono afflitti dagli speculatori finanziari, che hanno corroso ed eroso l'economia, devastanto i complessi industriali e trasformando case abbandonate in enormi parcheggi.

Se è vero che l'elite imperialista statunitense è in perdita e quindi non è in grado di contenere l'ascesa cinese a potenza mondiale, altrettanto vero che anche la classe lavoratrice americana è in perdita e non può quindi sostenere il passaggio da impero militare a repubblica produttiva. La caduta economica e le elite politice e sociali hanno depoliticizzato il malcontento; le crisi economiche sistemiche sono state trasformate in malattie individuali e private. A lungo termine, qualcosa dovrà rompersi; il militarismo e il potere sionista salasseranno e isoleranno gli Stati Uniti, che si troveranno a dover reagire con violenza... Più tempo passerà, più sarà violenta la rinascita della repubblica. Gli imperi non si spengono pacificamente, nè tantomeno le elite finanziarie, immerse in una condizione di straordinario benessere e potere, abbandoneranno le loro posizioni di privilegio senza opporre resistenza. Solo il tempo ci dirò quanto resisterà il popolo americano all'espropriazione delle case, allo schiavismo dei datori di lavoro, alla colonizzazione della quinta colonna e al declino interno di un impero costruito su basi militari.

giovedì 14 giugno 2012

Sudario di Morte

Ieri ed oggi ho visto il cielo devastato dalle scie chimiche. Il cuore mi si stringe sapendo che queste mantelli di alluminio, bario, stronzio ed una pletora di altri metalli pesanti ( anche se in misura minore) stanno uccidendo e avvelenando in misura massiva tutti gli organismi viventi: animali, piante esseri umani.La moria delle api, la morte di interi stormi di uccelli, la perdita di orientamento degli animali, la morte delle piante il cui alluminio in quantità massive impediscono di assorbire sostanze nutritive dalla terra. Tutto orientato alla sterilizzazione, all'inquinamento e alla morte atroce lenta ed inesorabile del nostro ecosistema e quindi anche degli uomini. L'aumento delle malattie degenerative, degli infarti ( jogging, sportivi etc) lo stato ebete sempre più diffuso tra le persone. Lascio quì una serie di foto satellitari ( di rara pubblicazione nei bollettini meteo) che mostrano a chi non vuole o non può ancora crederci la realtá della tragedia dei giorni nostri. Un abbraccio a tutti per ricordar loro che non sono soli e che solo L'amore di Dio potrà salvarci dalla morte eterna.

"Saranno giorni tristi per le donne incinte e per quelle che allattano! Pregate di non dover fuggire d'inverno o in giorno di sabato. Perché in quei giorni ci sarà una grande tribolazione, la più grande che ci sia mai stata fino ad oggi, e non ce ne sarà più una uguale. E se Dio non accorciasse il numero di quei giorni, nessuno si salverebbe. Ma Dio li accorcerà, a causa di quegli uomini che si è scelto. Allora, se qualcunovi dirà: "Ecco, il Messia è qui!" oppure: "È là", voi non fidatevi. Perché verranno falsi profeti e falsi messia, i quali faranno segni miracolosi per cercare di ingannare, se fosse possibile, anche quelli che Dio si è scelto. Io vi ho avvisati." Matteo 24,1-44

lunedì 11 giugno 2012

Falso Picco


Dichiarazione della Corte dei Conti USA: il petrolio estraibile in Colorado Utah e Wyoming «equivale a circa tutte le riserve mondiali di petrolio».
La Formazione del Fiume Verde – un insieme di 1.000 piedi di rocce sedimentarie che giace al di sotto di parte di Colorado, Utah e Wyoming – contiene il più grosso giacimento al mondo di petrolio roccioso. Il Dipartimento di Geologia degli USA calcola che la Formazione del Fiume Verde contenga circa 3 trilioni [3.000 miliardi] di barili di petrolio. Elemento centrale di questa valutazione è il fatto che almeno la metà di questi 3.000 miliardi di barili di petrolio sono estraibili. È un quantitativo praticamente equivalente al totale delle riserve petrolifere mondiali note.
La Carbon Currency non è un’idea nuova, ed ha radici profonde nella tecnocrazia... Il più importante scienziato tecnocarico era M. King Hubbert, un giovane geologo che successivamente (tra il 1948 ed il 1956) avrebbe inventato la famosa teoria del Picco della produzione del Petrolio, nota anche come la Hubbert Peak Theory. Hubbert sosteneva che la scoperta di nuove risorse energetiche e la loro produzione sarebbe stata superata dai consumi e questo avrebbe causato un disastro sociale ed economico. L’assurdità paradossale dell’esaurimento del petrolio è stata ribadita nei cinquant’anni scorsi da tutti i mezzi di comunicazione allineati e, parzialmente, anche dalla cosiddetta stampa alternativa. Ora, questa colossale scoperta, può finalmente mettere a tacere la propaganda dell’elite globalizzatrice.
Ci sono differenti interpretazioni – tuttora in corso –sull’estraibilità del petrolio, ma la cosa migliore è aprire il sito per lo sfruttamento commerciale e stare a vedere cosa accade.
Formazione Fiume Verde
Questa colossale scoperta è solo una di una lunga serie. Ultimamente si sono avute scoperte significative sia negli USA che all’estero – ed al largo anche – fino attorno alla Costa d’Avorio. Molte di queste scoperte vengono solo accennate dalla stampa ufficiale allineata, che sembra interessata a garantire che la popolazione continui a pensare che il petrolio stia finendo. Scarsità di petrolio e concetti correlati sono utilizzati per controllare la gente e venduti dall’elite globalizzatrice per spaventare le persone ed indurle a rinunciare al proprio potere a favore del cosiddetto nuovo ordine mondiale. Fortunatamente, grazie ad Internet, l’intera buffonata verde è stata smascherata per quello che è: propaganda finalizzata a vantaggio dell’elite che vuole realizzare il nuovo ordine mondiale. L’idea consiste nel controllare le persone a livello economico attraverso le banche centrali, militarmente attraverso la guerra al terrore ed in qualsiasi altro modo per tramite della propaganda ambientalista. Il concetto è che, se viene accettata la scarsità del petrolio o i suoi prodotti quali – l’anidride carbonica – siano dichiarati velenosi, allora la vita delle persone sarà facilmente imprigionabile ed organizzabile a piacere dall’elite.
Per l’elite ogni problema diventa un’idea fissa per una soluzione internazionale. Non sorprende che l’ideatore del Picco del Petrolio – M. King Hubbert – diffondesse la propria idea e fosse sempre lui la spinta tecnocratica: il concetto secondo il quale scienziati ed intellettuali dovrebbero guidare la società nelle proprie aree di competenza. Il fatto che la teoria del Picco del Petrolio sia stata «scoperta» da M. King Hubbert, dovrebbe quindi far suonare il campanello d’allarme: ecco un amicone che crede negli ordini impartiti dall’alto dai cervelloni che sanno cosa sia meglio. Tradizione platonica quella del confidare nella guida dei re filosofi.
E Hubbert non solo credeva nei re filosofi, ma creò anche quella crisi che avrebbe portato in primo piano questi re. Ogni volta che viene scritto un articolo sul tema, i sostenitori del Picco del Petrolio si tuffano a voler specificare che cosa di fatto significhi. Dunque, andiamo a vedere la definizione che ne da Wikipedia:

il Picco del Petrolio indica quel momento in cui, nella progressione temporale, si raggiungerà la massima estrazione del petrolio, dopo la quale il tasso di produzione entrerà nella fase di declino terminale.

Ma Picco del Petrolio, nel contesto nel quale Hubbert voleva fosse usato, NON doveva significare che il mondo fosse in pericolo di una scarsità imminente, ma solo che non si sarebbe potuto ancora estrarre più petrolio di quanto non fosse già stato prodotto – cioè che il mondo aveva raggiunto il massimo di produzione. Da un punto di vista economico, è un modo ridicolo di vedere la questione. L’economia ci dimostra chiaramente che nell’era moderna, liberi di agire, gli esseri umani quando stanno per esaurire una risorsa, ne trovano sempre una nuova. Solo quando alla gente si impedisce di farlo, allora non si riesce a produrre quanto necessario. In effetti le persone hanno una qual certa riluttanza a restarsene sedute a casa loro a patire la fame nel buio. Thomas Malthus, scrittore a cavallo fra il ‘700 e ‘800, scoprì la cosa quando predisse che, stando a numerosi indicatori, la popolazione britannica avrebbe esaurito presto le scorte alimentari. Ed infatti... non accadde. Trovandosi davanti la possibilità della carestia, i Britannici fecero quello che fanno degli abitanti fruttando quella normali risorse che hannoa disposizione: piantarono più cibo.
Come ha evidenziato di recente uno dei fratelli Forbes, non c’è un posto negli USA dove si stia esaurendo il petrolio, o qualsiasi forma di energia. Il petrolio roccioso, il petrolio ed il gas naturale sono presenti negli Stati Uniti continentali e nel Canada più che nel medio-oriente. Naturalmente dato che il petrolio è energia fossile è un’energia utilizzabile non tanto alla svelta.
Leroy Fletcher Prouty Jr., Colonello della United States Air Force, nel suo video: «Le origini del petrolio», ci spiega diverse cose. Il compianto Colonnello, degnissima persona ed autore di due libri – «La Squadra segreta» e «JFK: la CIA, il Vietnam ed il complotto per assassinare John F. Kennedy» –, e che è stato anche consulente del regista Oliver Stone per il film: «JFK», ci dice che la definizione di combustibile fossile fu ideata alla fine dell’800 da menti eccelse al servizio di David Rockefeller per garantire che la gente credesse che ce ne fosse scarsità. L’intuizione giunse loro da una conferenza tenuta in Europa alla fine del 1800, nella quale fu dimostrato che la vita avesse una composizione simile a quella del petrolio. Dunque, così decisero, il petrolio aveva dei precursori biologici precisi.
Vedete? Se si crede a Prouty, anche la terminologia riguardante il petrolio è sospetta. Ma c’è di più, infatti un numero crescente di persone crede che il petrolio sia abiotico, sia cioè l’effetto di meccanismi geologici, il che spiegherebbe perchè le pompe continuino ad estrarne.
Il petrolio è fatto di idrocarburi, ritrovati anche su altri pianeti: su una luna di Giove per esempio, dove di certo non è vissuto nessun dinosauro. E se mai il petrolio dovesse scarseggiare, ma non avverrà, c’è una lista di sostituti in attesa. La fusione fredda non è che uno dei sostituti altamente praticabili.
Dunque, c’è un sacco di petrolio al mondo... probabilmente migliaia e migliaia di miliardi di barili, alcuni al largo, altri sepolti in posti dove molti governi, tipo quello americano, non lasceranno trivellare.
Perciò, abbiamo una definizione alternativa a quella di oro nero... eccola:

Petrolio: merce descritta dalle elite con inganno, grazie al quale diffondere falsamente la notizia della scarsità supportata dalle opinioni di autorevoli scienziati, con lo scopo di far dirigere il mondo dalla tecnocrazia dei re filosofi.

Puoi continuare a credere a questa balla, ma nell’era di internet, è sempre meno possibile.

lunedì 4 giugno 2012

Scacchiera Siriana

Era Robert Ford il consigliere politico aggiunto all’Ambasciata di Bagdad ai tempi in cui gli squadroni della morte iniziarono con i primi sanguinosi massacri, contrassegno della loro collusione con gli insorgenti. Ford mantenne l’incarico dal 2004 al 2006, lavorando a stretto contatto con Negroponte. Fu pesantemente coinvolto anche nell’organizzazione stessa degli squadroni e nel mantenimento delle relazioni anche con altre finalità, fra le quali ulteriori future prolungate campagne di terrorismo.
Ford fu descritto da Negroponte come «persona infaticabile... uno che non si fa problemi a mettersi mimetica ed elmetto ed uscire dalla Zona Verde per incontrarsi con un contatto». In poche parole, Ford agiva come un uomo sul campo per la formazione degli squadroni della morte. Michael Hirsh e John Barry di Newsweek, tentando di riassumere il piano relativo agli squadroni della morte, hanno scritto 2005:
"Stando a colloqui avuti con militari dentro la questione, [una]... proposta del Pentagono consiste nell’inviare squadre di Forze Speciali per consigliare, appoggiare e possibilmente addestrare delle squadre di iracheni, più plausibilmente combattenti Curdi Peshmerga e milizia Sciita, al fine di attaccare i rivoltosi Sunniti ed i loro simpatizzanti, anche attraverso la frontiera in Siria. Rimane poco chiaro però se si sarebbe trattato di una politica di assassini o di cosiddette operazioni «a strappo», nelle quali i bersagli – gli avversari – vengono spediti in strutture segrete per essere interrogati. L’idea predominante è che mentre le Forze Speciali USA guidano le operazioni – ad esempio in Siria – le attività in Iraq vengano portate avanti da forze paramilitari irachene." «Non è neppure chiaro chi risulterà responsabile di un simile programma, se il Pentagono o la CIA. Operazioni occulte di questo tipo sono state tradizionalmente condotte dalla CIA quale braccio armato dell’amministrazione al governo, con le fonti ufficiali autorizzate a negare ogni coinvolgimento».

Benchè questi articoli siano incentrati attorno alla questione degli squadroni della morte in Iraq, è importante sottolineare che già dal 2005 si ammetteva l’esistenza di piani per creare, finanziare e rendere operativi degli squadroni della morte in Siria.
Generale David Petraeus
Ad ogni modo, Ford e Negroponte non sono gli unici funzionari USA di alto livello coinvolti nello sviluppo degli squadroni. L’attuale direttore della CIA, Generale David Petraeus, costituì e successivamente assunse il comando dell’MNSTC (Multi-National Security Transition Command Iraq), volto ad addestrare ed equipaggiare esercito, polizia e forze di sicurezza irachene. Quando nle 2004 Negroponte fu nominato ambasciatore, Petraeus assunse in prima persona il comando dell’MNSTC.
In realtà, l’MNSTC non si occupava solo dell’addestramento delle forze irachene, ma anche della costituzione degli squadroni della morte. In effetti, era un’autentica strategia antisommossa finalizzata all opzione Salvador impiegata in Iraq dal Pentagono e plausibilmente dalla CIA.
Benchè Petraeus sia ora Direttore della CIA, le sue connessioni con il mondo militare sono senza dubbio intatte. Infatti sono relazioni di un tipo tale che non viene modificato dal passare da un incarico all’altro. Analogamente, la nomina di Robert Ford nel 2009 ad ambasciatore in Siria non è altro che l’inserimento – nel panorama siriano – dell’ennesima fonte di destabilizzazione.
L’attuale azione di Ford in Siria ha esattamente il medesimo scopo che ebbe in Iraq solo pochi anni prima. Solo che questa volta sembra che Ford abbia nell’affare un ruolo più centrale. Non c’è dubbio che molti Siriani siano consapevoli, se non delle azioni più sinistre di Ford, almeno del suo ruolo strumentale nel fomentare ribellioni violente e reazioni negative da parte dell’opinione pubblica occidentale nei confronti del governo. È per questo motivo che il convoglio di Ford fu attaccato da Siriani filogovernativi quando si diresse in città per incontrarsi con i suoi fedeli terroristi. Naturalmente, scorrazzando liberamente per il Paese ha attirato su di sè una bella quantità di attenzione dai media internazionali «incontrandosi coi contestatori» e trasformando – nella testa di quel credulone del pubblico occidentale – i terroristi in martiri.

Ovviamente, dove è scritto «incontrarsi coi contestatori» si deve leggere «istigare al terrorismo». La stampa allineata ufficiale, ad ogni modo, descrive come un eroico atto di solidarietà col «popolo» il giro di Ford volto al promuovere il terrore. Dopo una serie di questi giri, il regime di Assad alla fine gli impose delle restrizioni territoriali, chiedendogli di non uscire dai confini di Damasco. Ma Ford violò palesemente tali restrizioni, ed incominciò a viaggiare sfrontatamente per tutta la Siria, incontrandosi coi suoi fratelli terroristi.
Ovviamente non dimentichiamoci che lo stesso Petraeus, in qualità di direttore CIA, connessione diretta e comun denominatore fra i militari USA ed i contatti NATO, ha anche uno dei ruoli primari in questa «opzione Salvador» che ha ora preso forma in Siria. La strategia degli squadroni della morte è decisamente inutile senza il coinvolgimento almeno di una fra le due istituzioni: NATO o CIA. Ma è un compito relativamente facile da realizzare poichè sopra di esse il potere si fonde in un tutt’uno a costituire il medesimo governo ombra.
Nondimeno, c’è un’altra figura chiave nella destabilizzazione della Siria sulla quale dovremmo incentrare la nostra attenzione dato il suo potenziale ruolo negli sviluppi iniziali degli squadroni della morte: il generale Robert Mood, generale norvegese che è ora il capo della United Nations Supervision Mission In Syria (UNSMIS), ruolo importante non foss’altro per le sue connessioni con le azioni di destabilizzazione siriane.

Robert Mood
Ironicamente, Mood ha delle pesanti connessioni con la NATO, l’organizzazione che (grazie alle nazioni che la compongono) è responsabile dell’inizio della destabilizzazione siriana.

Dunque, stando così le cose, ci ritroviamo con la NATO inviata in Siria per osservare e riferire sulla azioni della NATO, cioè degli squadroni della morte. Quindi si può già prevedere quali saranno le osservazioni che saranno riferite al pubblico nei prossimi giorni (o settimane ).

È degno di nota che il General Mood sia in possesso di un Master’s Degree in Military Studies dall’U.S. Marine Corps University e che abbia frequentato nel proprio Paese il Norwegian Army Staff College ed a Roma il North Atlantic Treaty Organization (NATO) Defense College. Un vero cittadino del mondo.
Dal 2008 al 2011, Mood era Comandante in Capo dell’United Nations Truce Supervision Organization (UNTSO), un’organizzazione il cui scopo ufficiale è quello di fornire una struttura militare di comando per le funzioni ONU di mantenimento della pace nel Medio-oriente. Mood è stato anche Operations Officer del Norwegian Battalion dell’UNIFL (United Nations Interim Force In Lebanon) durante gli anni ’80.
Ad ogni modo, è indubbiamente interessante che Mood, nella sua posizione di Comandante in Capo dell’UNTSO, supervisionò vari gruppi di «osservatori» ONU, alcuni dei quali erano (e tutt’ora sono),posizionati in Siria. Uno di questi gruppi di osservatori, denominato OGG (Observer Group Golan), è stato diviso in due sottosezioni, una delle quali ha quartier generale a Damasco (OGG-Damascus). Altri avamposti UNTSO si trovano in Israele, Libano (ai confini con la Siria), ed Egitto.
Dunque la posizione di Mood gli attribuisce in Siria un coinvolgimento diretto insieme a Robert Ford e, presumibilmente, con David Petraeus per tramite dei suoi rappresentanti sul posto. Tenendo ciò in mente, c’è da chiedersi quale ruolo potrà avere Mood nella costituzione degli squadroni della morte attualmente messi a punto.

È proprio a questo che allude Webster Tarpley in una intervista con la PressTV quando dichiara:
«Qualsiasi analisi dovrebbe partire dagli squadroni della morte e dal ruolo del diplomatico americano John Dimitri Negroponte a Bagdad; poi da quello di Robert Ford a Damasco. Inoltrei chiederei al capo della missione ONU di supervisione in Siria, Generale Robert Mood, se si trovava a Damasco fra il 2009 ed il 2011, che cosa ha saputo della formazione degli squadroni della morte. Questa sarebbe una domanda veramente interessante».
Il fatto che i ribelli in Siria siano sostanzialmente dei pupazzi NATO/angloamerico/arabi significa che nessuno che abbia anche solo una minima comprensione degli eventi che sono in atto nella regione, può metterne in dubbio l’impegno profuso nella destabilizzazione del Paese. Benchè occorra maggior tempo per fare alla Siria quello che le medesime forze hanno portato a termine in Libia, lo schema è esattamente il medesimo.
Ed è un dato di fatto che molti dei partecipanti che hanno preso parte alla eliminazione del regime di Gheddafi sono ora coinvolte nella distruzione del governo di Assad. Gli stessi terroristi di al-Qaeda saltati fuori in Libia si sono ora spostati in Siria per la seconda tornata dell’avanzata imperiale volta a istituire un governo fantoccio e a ridurre gli standards di vita di un’intera nazione. Belhaj, l’infame capo dei ribelli libici, ora è passato a condurre operazioni in Siria. Naturalmente, tutte queste forze operano con il diretto aiuto degli anglo-americani e di quell’esercito mondiale de facto che si chiama NATO.
È stato anche riferito da Thierry Meyssan di Voltaire Network che agenti francesi operativi in qualità di elementi degli squadroni della morte sono stati catturati dal governo siriano all’inizio delle rivolte. Allora, improvvisamente, la stampa occidentale allineata ha riferito degli eventi quali proteste pacifiche come reazione spontanea e naturale di ribellione dal basso contro l’oppressivo regime siriano.
Nell’esaminare scritti e comportamenti dell’élite mondiale, è decisamente chiaro che la Siria sia l’ultimo gradino prima del lancio della guerra all’Iran.
È praticamente certo che il regime di Assad debba essere rimpiazzato da un governo fantoccio più favorevole alle potenze imperialiste anglo-americane o, proprio al minimo, un governo che sia incapace di resistere loro. Se da una parte la Siria è durata più a lungo della Libia e dell’Egitto, è poco probabile che riesca a resistere oltre, soprattutto dopo l’accettazione di osservatori ONU all’interno dei propri confini e dato il sempre maggior crescente sentimento favorevole alla guerra da parte dei governi occidentali.
Se viene dichiarata guerra all’Iran, che sia dalle potenze occidentali o da Israele, è probabile ne scaturisca la Terza Guerra Mondiale. Mentre non c’è dubbio che gli Stati Uniti e quindi il resto della NATO seguiranno le orme di quel cane sciolto nel medio-oriente che è Israele, la Russia si schiererà probabilmente dalla parte opposta. Cina ed India seguiranno presumibilmente la Russia. Uno scontro diretto fra queste potenze mondiali è in grado di produrre più distruzioni delle due precedenti guerre mondiali messe insieme.

Benchè non siano gli architetti di tale guerra mondiale, è importante che

- Negroponte
- Ford
- Petraeus
- Mood

vengano ricordati quali api operaie che resero possibile tutto questo.

sabato 2 giugno 2012

Tragedia Siriana

Col procedere delle azioni di destabilizzazione ai danni della Siria, stanno diventando sempre più ovvie le connessioni fra le forze terroriste dell’«opposizione» ed i governi anglo-americani pro-NATO, anche se la stampa ufficiale allineata si rifiuta di trattare l’argomento se non per gettarvi sopra del fumo. Fortunatamente, una grossa parte della stampa alternativa – insieme ad alcune voci siriane quali quella della blogger Syrian Girl su Youtube – ha giocato un ruolo importante nello smascherare i «ribelli» per quello che veramente sono: terroristi stranieri ed elementi criminali siriani appoggiato dai governi anglo-americani e pro-NATO e dai servizi segreti. Molti di tali elementi si sa come facciano parte di al-Qaeda in modo molto simile a quei «ribelli libici» che – dopo aver preso il potere con l’aiuto della NATO – hanno immediatamente iniziato a restringere le libertà ed a massacrare i libici di pelle nera. Non c’è dubbio che una parte considerevole di questi terroristi abbia oggettivamente viaggiato dalla Libia alla Siria, con diverse operazioni attraverso le frontiere di Turchia, Giordania e Libano.
Come ha già affermato in precedenza lo scrittore e storico Webster Griffin Tarpley, è ormai chiaramente evidente che al-Qaeda non sia altro che una legione araba degli Stati Uniti.
Inoltre, data la crescente impudenza con la quale l’impero anglo-americano effettua le proprie operazioni, stanno diventando sempre più visibili anche le parti realmente coinvolte.
Robert Ford
Una figura che sta ricevendo un’attenzione insolitamente smisurata da parte della stampa ufficiale è l’ambasciatore USA in Siria Robert Stephen Ford.
Naturalmente, tutta l’azione di informazionedella stampa ufficiale allineata è concorde ed a lui favorevole e volta a far sembrare Ford un eroe che in bona fide stia lottando per un popolo oppresso.
Ma la realtà è ben diversa: non è altro che un esperto globalizzatore nella destabilizzazione, che sta mettendo in pratica gli insegnamenti di John Negroponte, il suo mentore diventato quasi un raffinato istigatore di massacri di massa nell’America Centrale ed in Iraq. È in Iraq, sotto l’organizzazione di Negroponte che Ford ha potuto affinare le proprie capacità nell’armare e dare appoggio a spietati squadroni della morte che prendevano di mira innocenti con azioni di terrore e massacro di massa.
A questo punto, comunque, sorgono delle domande sulle possibili connessioni fra agenti destabilizzatori e sul potenziale ruolo del Generale Robert Mood – il generale norvegese recentemente salito alla carica di capo dell’UNSMIS (United Nations Supervision Mission in Syria) – e dell’onnipresente – anche se sullo sfondo – generale David Petraeus.
Per quelli che non hanno famigliarità con le connessioni fra eminenti «funzionari» del calibro di Ford e Negroponte e di come abbiamo un ruolo rilevante in Siria, sono necessarie alcune premesse.
Va sottolineato che il Prof. Michel Chossudovsky di GlobalResearch.ca ha fornito un’eccellente presentazione storica delle connessioni di Negroponte, Ford e Petraeus in relazione con gli squadroni della morte e la destabilizzazione, nel suo articolo «L’opzione Salvador: come il Pentagono abbia dislocato gli squadroni della morte in Iraq e Siria». Invito tutti a leggere questo articolo eccellente nel fornire contesto ed analisi al tema che stiamo trattando.
John Negroponte
John Negroponte è stato ambasciatore americano in Honduras dal 1981 al 1985. In tale ruolo, è stato funzionale all’appoggiare e supervisionare gli assassini dei Contra del Nicaragua che, benchè di base in Honduras, furono protagonisti di efferati atti di terrorismo all’interno del Nicaragua. Un’operazione che, nel suo complesso, costò la vita a 50.000 civili innocenti. Questa è l’origine del termine «Opzione Salvador» usato quando si parla della costituzione – a scopi politici – di «squadroni della morte». Un’opzione che è diventata un contrassegno di Negroponte e del sistema che egli rappresenta.
Negroponte è anche stato responsabile della formazione degli squadroni della morte dell’Honduras che furono usati in una missioni di terrore contro gli oppositori del regime honduregno – appoggiato dagli USA – così come dei Sandinisti e della popolazione civile del Nicaragua.
Come scrivono Peter Roff e James Chapin nel loro articolo «Scontro diretto: i guerrieri della politica estera di Bush»,
«Il quotidiano Sun ha descritto le attività di una unità armata dell’Honduras – Battalion 316 – addestrata segretamente dalla CIA, unità che usava negli interrogatori strumenti per scariche elettriche e soffocamento. I prigionieri venivano spesso tenuti nudi e, quando non servivano più, uccisi e sepolti in loculi senza nome. Il 27 agosto del 1997, il General Frederick P. Hitz, ispettore della CIA, diffuse una relazione riservata interna di 211 pagine, dal titolo: «Argomenti Selezionati relativi alle attività della CIA in Honduras alla fine degli anni ’80». Relazione parzialmente declassificata il 22 ottobre 1998, in risposta alle richieste del rappresentante dei diritti civili dell’Honduras.
Nel 2005, Negroponte fu nominato ambasciatore in Iraq. In tale veste, supervisionò ancora una volta la costituzione di squadroni della morte aventi per obbiettivo i rivoltosi iracheni e la popolazione civile. In questo caso lo scopo consisteva nel fomentare divisioni all’interno dei rivoltosi per frammentarne il fronte. Un’opposizione divisa è ovviamente molto più facile da sconfiggere che non una unita. Una teoria che di volta in volta viene riconfermata come esatta.
Negroponte (ultimo a destra) ai tempi dell’Iraq
È vero che nel 2005 filtrò a Newsweek una vicenda nella quale si confermava che il Pentagono stesse «considerando la formazione di squadroni della morte composte da combattenti curdi e sciiti per colpire i capi dei rivoltosi iracheni con un cambio strategico mutuato dallo sforzo americano nell’America Centrale, 20 anni prima, contro la guerriglia di sinistra».
Ma il Pentagono fece ben di più del semplice prendere in considerazione una simile opzione. Non molto tempo dopo la fuga di questa notizia, l’Iraq incominciò a vederne concretizzarsi gli effetti. Come scrisse nel 2007 Dahr Jamail di Antiwar.com:
«Nell’ambito della Opzione Salvador, Negroponte ebbe l’aiuto di un suo collega degli anni ’80 ai tempi dell’America Centrale: il Colonnello in pensione James Steele. Steele – la cui qualifica a Bagdad era quella di Consigliere per le Forze di Sicurezza Irachene – supervisionò la selezione e l’addestramento dei componenti dell’Organizzazione Badr e dell’esercito Mehdi, le due più grosse milizie sciite dell’Iraq; ciò al fine di colpire sia la leadership del Paese che i principali collegamenti dell’importante resistenza sunnita.
Che la cosa sia stata voluta o no, gli squadroni della morte sfuggirono subito di mano e divennero la prima causa di morte in Iraq. Voluti o meno, i numerosissimi episodi di corpi torturati e mutilati scaricati ogni giorno per le strade di Bagdad furono prodotti da quegli squadroni della morte la cui spinta iniziale venne da Negroponte. Ed è questa violenza appoggiata e fomentata dagli USA che ha dato il suo contributo principale nel portare a quell’inferno che è oggi l’Iraq. Ovviamente, il fatto che l’opzione degli squadroni della morte sia stata concretizzata così rapidamente dopo la diffusione della relazione, suggerisce che i mercenari fossero ben organizzati e collocati già da tempo prima cheNewsweek ne rivelasse l’esistenza. 

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